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Cultura & Tradizioni

Gli Autori di Montella.eu: le Voci che Raccontano la Nostra Comunità

Redazione 16 Luglio 2026

Nel cuore di montella.eu vivono le parole e le storie di alcuni degli autori più amati dal pubblico, narratori capaci di trasformare il quotidiano in memoria e poesia. I lettori li seguono con affetto perché, attraverso stili diversi ma complementari, riescono a raccontare Montella in tutte le sue sfumature: il passato che ritorna, il presente che sorprende, la fantasia che accende l’immaginazione.

Autori seguiti su montella.eu  news 03

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Nino Tiretta, con la sua penna vivace e ironica, porta alla luce episodi, personaggi e ricordi che appartengono alla tradizione montellese, restituendo un mondo fatto di colori, odori e sentimenti autentici.Nino Per gli Amici

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Mario Garofalo incanta per la capacità di intrecciare realtà e riflessione, offrendo racconti che spesso diventano piccoli affreschi di vita vissuta, sempre profondamente legati al territorio.Mario Garofano

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Totoruccio Fierro narratore brillante e originale: le sue storie oscillano tra la memoria storica e la fantasia, regalando al lettore un sorriso ma anche spunti di riflessione.Langolo di Totoruccio Fierro

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Giuseppe Marano si distingue per la sua scrittura diretta e coraggiosa: i suoi articoli affrontano con lucidità i problemi che non funzionano nel paese e denunciano ingiustizie e disattenzioni verso le persone più fragili. Con il suo impegno civile, dà voce a chi spesso non ce l’ha, stimolando riflessione e consapevolezza nella comunità.La Pagina di Giuseppe Marano

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Peppino Volpe, medico di famiglia stimato, contribuisce con articoli dedicati alla prevenzione, al benessere e alla salute. Le sue riflessioni chiare e accessibili aiutano i lettori a comprendere meglio le buone pratiche quotidiane per vivere in modo più sano e consapevole, offrendo un servizio prezioso alla comunità.I Consigli di Peppino Volpe

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Graziano Casalini porta uno sguardo attento e sensibile, capace di cogliere dettagli e atmosfere che arricchiscono il racconto e lo trasformano in un’esperienza immersiva.I Ricordi Di Graziano Casalini

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Angelo Capone, geologo, dedica i suoi contributi alla tutela del territorio e dell’ambiente. Con competenza e passione segue da vicino il Fiume Calore, che nasce proprio a Montella, segnalando con attenzione i problemi legati allo spreco dell’acqua e alla scarsa manutenzione del corso fluviale. I suoi articoli rappresentano un prezioso invito alla responsabilità ambientale e alla salvaguardia delle risorse naturali.ANGELO CAPONE LOGO 03

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Tullio Barbone, accompagna i lettori alla scoperta dei luoghi e delle storie di Montella. Nei suoi scritti non si limita a descrivere monumenti, strade o particolari architettonici, ma riporta alla luce le vicende umane che hanno animato quei luoghi: storie di persone, famiglie e comunità che rendono vivo e autentico il patrimonio storico del paese. " connotando il tutto di una sottile vena poetica".

Montella luogi e staoria di Tullio Barbone 02 La guardia Comunale  Montella 10000

Devozione per il SS Salvatore

01 SSalvat. Montella

Casali viventi e casali da vivere

760566582 1601406831397430 9156246386606928523 n

Scuola, vacanze e tempo libero

001 Scuola elementare Montella

La bella borghesia

001 Farmacia Cione

Don Calogero e la ragazza dai capelli corvini

Don Calogero 003   5

Le valigie di sogni e delle speranze

Le valigie di sogni e delle speranze Montella 01

Peppariello Montella 000

Lo puórco pe’ fa’ bene mòre acciso.

Lo Puorco 001 Montella

Il Pianto di Martino Montella 00B

001 C

Lo Spazzino Comunale Montella 001

Zi Nicoletta con ascia 001 001 Le cascate di Montagma di Montella

La Collina degli Asparaci  Montella AV. 01

Le cisterne di Montella 0003

I vicoli di Montella nascosti e dimenticati 02

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Antonio Palatucci, montellese di grande prestigio culturale e umano, rappresenta una figura di riferimento nel mondo della scuola e della cultura. Nato a Montella e residente a Napoli, è stato docente nelle scuole superiori e svolge da anni un’intensa attività giornalistica e pubblicistica. Laureato con il massimo dei voti in Lettere classiche presso l’Università Federico II di Napoli, iscritto da moltissimi anni all’Ordine Nazionale dei Giornalisti, ha dato prova di notevole spessore dottrinale, affrontando con rigore e passione tematiche tra le più diverse. Nei suoi saggi e articoli ha saputo indagare autori di epoche, nazionalità e interessi differenti, senza mai dimenticare le sue radici e il profondo legame con Montella. 

Antonio Palatucci 03

Le pubblicazioni di A Palatuccijpg

 Giovanni Palatucci beato

001 Giovanni Palatucci

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Angelo Moscariello - Critico cinematografico, docente universitario e saggista. Autore di numerosi volumi sulla settima arte, tra cui Come si guarda un film, Dizionario del cinema comico americano e L'inconscio sullo schermo - il cinema secondo Jung. Cura l'editoriale di Cabiria Magazine con riflessioni e approfondimenti che ampliano il punto di vista sui film e sulla cinematografia in generale. I suoi scritti sono il punto di partenza per la costruzione di una sana coscienza cinefila. 

Angelo Moscariello 002

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Tutto loro del mondo San Salvatore Montella

Ospedale di Comunita 001

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Articoli di montella.eu

Clara Coppola Miss Italia 01

Il Miracolo del Sacco

Il Sacco di San Francesco 15

CLICCA SULLA FOTO

Persone di Montella
Antonio Manzi  Geno Auriemma
Giuseppe Gramaglia   Vinicio De Stefano
Aurelio Fierro   Leonarda Cianciulli
Padre Silvio Stolfi   Guido Gambone
Francesco Scandone   Giovanni Palatucci

A coordinare questo gruppo di autori c’è Vittorio Sica e i suoi collaboratori  Riccardo, Carmine, che non solo curano con dedizione ogni contributo, ma arricchiscono i  testi e racconti con fotografie, immagini d’epoca e grafici, rendendo ogni articolo un percorso narrativo completo, coinvolgente e armonioso. Grazie al loro lavoro editoriale, le storie diventano più fluide, piacevoli da leggere e visivamente accattivanti, conquistando l’interesse dei migliaia di lettori che ogni giorno seguono montella.eu.

Insieme, questi autori formano un mosaico narrativo unico: una finestra aperta su Montella, sulle sue radici, sui suoi sogni e sulla sua inesauribile vitalità.

Scuola, vacanze e tempo libero di Tullio Barbone

Barbone Tullio 12 Luglio 2026

001 Scuola elementare MontellaAnche i versi dialettali seguenti sono tratti dal poemetto “…E passa lo Millennio” di Tullio Barbone nella sezione intitolata “Scuola, vacanze e tempo libero”.

A l’otto re matìna
sonàva ‘na cambàna
e tutti li vagliùni
la scòla re chiamava.

Rind’a re sacche vàlani
pe’ fà la colazione,
quaderni, sillabbàrio,
‘na borsa re cartone.

Pe’ scrive si usàvano
pinnìno e calamàro,
ma quand’è vero Dio
a bbòte era ‘no uàio!

Ro gnòstro chi colava
‘nguacchiàva malamènde,
r’aìano po’ azzuppà
pe’ la carta assorbènde.

Mo’ so’ cangiati tiémbi,
sarà meglio pot’èsse:
pe’ scrive e lègge usano
li Èsse Èmme Èsse.

Nascìano assai criatùri
e dind’a li casali
perciò non abbastàvano
re scòle cumunàli.

01   Via Cisterna casa Camuso sede di alcune classi di scuola elementare fino allinizio degli anni sessanta

Via Cisterna, casa Camuso, sede di alcune classi

di scuola elementare fino all'inizio degli anni sessanta

Arrevendàro scòle
la casa re Camùso,
quéra re Mangiapèzze
e quéra re Pilùso,

la casa re li Liépri,
quéra re Pecoróne,
re Tru-Tru e Chirichiòmmola
e quéra re ‘Ndreóne.

Ng’erano scòle puro
pe’ cimma Tagliaòsco,
a re Cerréte, a Stràtola,
sparse pe’ ogni posto.

A gabinetto ìano
abbàscio a lo vaddróne,
o ròppo re la cupa,
arrèto a lo Serróne;

e si non si ‘mbaràvano
puisìe e tabbillìne
olàva la sparmàta
e bòtte senza fine.

02 Scuola elementare Montella       

Però certi vagliùni,
verènno la maestra
pe’ la sparmàta azàta,
aprìano la fonèstra,

iettàvano la borsa,
scappavano londàno;
e chi re bbirìa chiù
puro ‘no mese sano!

Rind’a ‘ste scòle ng’erano
fonèstre e porte lasche,
re viérno ndringuliàvi
si non portavi frasche.  

E mo’ chi so’ ‘nvocàte
pe’ li termusifùni,
nge so’ puro li cessi,
ma no’ nge so’ guagliùni.

Venètte po’ lo tiémbo
ca sàpato era festa,
s’aìa portà rispetto
a lo capo fascista! 

Sfilavano pe’ bbìa
balilla, avanguardisti,
li figli re la lupa,

li giùvani fascisti. 

‘Sti scolari-sordàti,
com’a ‘na miricìna,
s’aviéro ra ‘mbarà
quasi ‘n’ata luttrìna. 

03 Balilla San Francesco Montella

A fa’ l’ elemendàri
ognuno si scrivìa
ma ‘ng’era certamènde
chi si pirdìa pe’ bbìa.

Crescènno s’abbiàvano
a ‘mbarà ‘no mistiéri
re sarto, falegname,
meccanico o barbiéri.

Parecchi s’imbaràvano
a fa’ li muratùri
lo riésto rimanìano
pastùri o zappatùri.


E chi tinìa la capo
re fa’ lo pelletróne,
quann’era vaglionàstro
finìa pe’ ghì a garzone.


A quiri tiémbi sulo
li figli re signùri
putìano ì a fa’
re scòle supriùri.

Chi era nata fémmena
non era furtunàta
e quasi sèmbe era
a casa ristinàta.

Si puro tinìa capo
e bbòglia re ‘mbarà,
quann’era re riéci anni
s’ aìa arritirà.

Passào picca tiémbo
e dind’a ogni famiglia
potètte sturià
chiciùnga tinìa òglia.

* * *

Non era tiémbo angòra
re ferie a Scalèa,
Agropoli e Pestùmme
nì Palinuro o Ascèa.

Passavano a Chiuppìto
re ferie li vagliùni,
facènnosi li bagni,
pescànno capitùni,

scappànno pe’ ‘na scusa
ra mamme assai ‘ngazzàte,
ma po’ quann’era sera
olàvano mazzate.

04 Fiume Calore

L’ùrio re Chiuppìto oggi

Pe’ ore sciacquittiàvano
pe’ dind’a la “piscina”
senza nisciùno scuórno
e senza mutandìna.

E dòppo re lo bagno
currìano a ciéuzi e fico
rind’a re tiérri amare
attuórno Sando Vito.

Tornavano a re case
ròppo ‘no iuórno sano
tramènde ca lo sole
calava a Sassetàno.

Ra giugno a tutt’aùsto,
tra ‘na pazzìa e ‘n’ata,
a l’ùrio re Chiuppìto
passava la iornàta.

Fiume calora Montella AV

 

La “spiaggia” re Chiuppìto
già era ‘na furtùna,
ma ‘ng’era puro chi
non ne tinìa nisciùna.

Chi sa quanda vagliùni,
quann’era la staggióne,
pascìano l’animali
pe’ piétto a ‘no serróne;

re luglio spicolavano
pe’ dind’ a li ristùcci,
carriàvano ro fieno
l’èreva pe’ li ciucci,


re grègne ‘ngimm’a l’aria
la paglia a la paglièra
recènno “Arri” e “Isci”
ra la matina a sera.

Passava la staggióne
pe’ siérri e pe’ cambagne
finghé non arrivava
lo tiémbo re castagne.


Re cose po’ cangiàro
e dòppo lo pallone,
assiéro radio e dischi
e la televisione.

Li pìcciuli restàro
ra questa furminàti,
pe’ore e ore stìano
a essa ‘mbizzicàti.

E lo tiémbo passava,
chi sa si era chiù bello,
verènno li cartùni,
la sera Carosello.

La notte si rurmìa,
lo iuórno si fatiàva
perciò sulo la sera
la gènde la guardava.

Curïosi aspettavano
li filmi re Peppóne,
li quizzi re Bongiorno,
partite re pallone,

romanzi sceneggiati,
spettaculi liggiéri,
serate re canzùni,
macchiètte re Bramieri,

li sció re De Filippo,
Panelli e Franco Franchi,
Vianello e Mondaìni,
Fabrizi e Ave Ninchi,

Baudo e Sette Voci,
Luttazzi e Studio Uno,
ma com’a Canzonissima
no’ nge ne fu nisciùno.

Quéro ca guardavano
pe’ tutti era uguale,
sindïano parlà
‘na lingua nazionale.

Puglìsi e Piemundìsi,
Toscani e Siciliani
si cumingiàro a sènde
sèmbe re chiù Taliani. 

05  Maestro Manzi

Puro l’anarfabèti
faciéro passi ‘nnanzi
verènno re lizziùni
re lo maestro Manzi:

aïano capito
ca si vuo’ meglio vive
“Non è mai troppo tardi”
‘mbarà re legge e scrive.

Il disegno a matita è di Nadia Marano.

La bella borghesia di Tullio Barbone

Barbone Tullio 28 Giugno 2026

001 3Farmacia CioneAnche i versi dialettali che seguono sono tratti dal poemetto …”E passa lo Millennio”  di Tullio Barbone pubblicato nel 2011. Fanno parte della sezione intitolata ” La bella borghesia”. 

La sera si trovava
rind’a ‘na farmacìa
pe’ fane quatto chiàcchiare
la bella borghesìa:   

priéuti, manisciàlli,
miérici, allitteràti,
notàri, cangilliéri,
giùrici e aocàti.

003 4  Farmacia Cione

Parlavano r’auciéddri,
sckoppètte, liépri e cani,
re póleve e de chiùmmo,
re urpi e de cignàli.

Parlavano re tierri,
r’affitti e mezzadrìa
e spesso mondoàvano
la vecchia monarchìa.   

Nge n’era propio uno
re nòmo Ròn Gibbèrto
chi numinàva sèmbe
lo prìngipe Umberto...  

...«Era lo trendacìngo
e dind’a ‘sto paese
lo figlio re lo Re
restào pe’ ‘no mese. 

Pe’ re Grandi Manovre
Mondèddra si ienghètte

re carri e de sordàti,
re gippe e camionètte.    

002

Il principe Umberto a Verteglia

La truppa era accambàta
pe’ mmiézzo a re cambàgne,
lo iuórno appizzicàva
pe’ piétto a re mondàgne.        

Lo prìngipe segliètte
re ròrme a lo convèndo
addó li preparàro
‘no bello appartamèndo.   

E pe’ ringraziamèndo
‘sto ricco Piemondése
tra statue, libbri e quadri,
non abbarào a spese.  

Mo’ re ‘sto bello prìngipe
ng’è angòra friscko friscko
lo liétto preparato
abbàscio San Frangìsco».   

003 statua marmorea sulla facciata della chiesa di S. Francesco Montella   Statua marmorea di S. Francesco, situata sulla facciata della chiesa 

donata dal principe Umberto.

* * *

Uno re ‘sti signùri
tinìa ‘na massarìa:
ulìa metà raccòeta
e angòra pretennìa       

tre peddràstri e ‘n’àino
re quota ‘nnandiparte,
re nuci, pera e mela
ulìa la meglio parte.   

A certi chi re casa
no’ stanno chiù ra qua
non si sapïa mica
che no’ l’aìana rà:     

re léona e de frasche
tre bbiàggi pe’ lo ciuccio,
quann’era lo Natale
‘no addro pe’ ‘no cuccio;  

la prèola re l’uórto
l’aìana sistemà,
quatto iornàte gràtise
a l’anno aìana fà.     

Lo Cònde re lo piro,
pe’ l’èreva a re Bbaddri,
ulìa ròppo l’affitto
quatto casicavàddri. 

E pe’ li castagnìti
re l’Aspra e re Mezzàne,
re Fuógno e de Castiéddro,
re Panno e re Costàre,  

ròppo la parte sua,
senza otà parole,
l’aìana conzegnà
‘no sacco re varóle.

‘No parsonàle astuto
non si ulìa fà fótte:
re iuórno nge re dìa,
nge re futtìa re notte. 

* * *

Ma non s’àdda scordà
‘no certo Signurìno[1]

chi cunzumào tutti
li sòrdi pe’ n’asilo:                    

drà ng’era ‘no giardino
pe’ viali, piande e fiuri,
oschètti pe’ fondàne
e giostre pe’ criatùri;  

004 Giardino dellAsilo S. e G. Capone Montella

Giardino dell'Asilo S. e G. Capone

drà si sindìano cundi
attuórno a suor Maria,
drà si mangiava puro
senza paà ‘na lira. 

Era ‘no posto maggico
apiérto a tutti quandi,
parìa ‘no Paraviso,
mangàvano li sandi.  

Ngi ìano re guagliòtte
re viérno a ricamà,                   
ngi ìano li vagliùni
r’estate pe’ pazzià:

‘ngiarmàvano teatri,
facìano priggissiùni,
sonanno re piattère,
candànno re canzùni.    

Ma si pe’ ‘no momendo
la suora no’ guardava,
futtìano r’ aolécena
frangisi e coglionàra.

Finghé non arrivava
armato re ‘mbastone
e re facìa scappà
zi’ Peppo r’ Angelóne.

E mmiézzo a frónne e rose,
quasi era annaccoàto,
ngi stìa ‘no munumèndo
re lo tiémbo passato,

pe’ ‘no parènde suo
re celoriéddro fino,
ma pe’ ‘sto giuvinòtto
fu cruro lo distìno .  *2

 

005 Giardino dellAsilo S. e G. Capone Montella

Giardino dell'Asilo S. e G. Capone

Rind’a ‘sto Paravìso,
peccato ca è finùto,
olésse ì a cercà
lo tiémbo mio pirdùto. 

‘Na fémmena ‘na òta
recètte: «Signurì,
lassàtimi coccòsa
prima re ve ne ì!»

«Àggio lassàto tutto
a re criatùre vòste,
sapìtire tené
mondàgne, tiérri e còste.  

Non pirmittìti mai
ca senza ‘na raggióne,
quaccùno èsse fòre
recènno ca è patróne».  

Ma quanno se ne iètte
sott’a ‘no temboràle
nisciùno ng’era appriésso
mango si era ‘no cane.

Facètte tando bene
prima ca se ne ìa,
si mèreta perciò
lo nòmo re ‘na via.                   

1*  Don Goffredo Capone

2* L'intera quartina si riferisce alla figura di Giulio Capone, cugino di Don Goffredo, e alla sua prematura scomparsa.

Montella raccontata attraverso le cartoline: la preziosa collezione di Vinicio Sesso

Montella raccontata attraverso le cartoline: la preziosa collezione di Vinicio Sesso

Redazione 11 Luglio 2026

Vinicio Sesso MontellaMontella rivive nelle immagini del passato grazie a una straordinaria collezione di cartoline antiche che raccontano la storia, i luoghi e l’anima del nostro paese. Una raccolta di grande valore storico e affettivo, appartenente a Vinicio Sesso, montellese di origine che da molti anni vive a Bergamo, dove ha  avuto un prestigioso riconoscimento per il nostro concittadino montellese residente a Bergamo, ma che non ha mai dimenticato le sue radici.

Nel corso del tempo, Vinicio Sesso ha raccolto con passione e pazienza centinaia di cartoline dedicate a Montella e al territorio dell’Alta Irpinia, immagini rare che testimoniano scorci urbani, tradizioni, monumenti e momenti di vita quotidiana ormai lontani nel tempo. Un vero e proprio patrimonio di memoria collettiva.

Questa passione si è trasformata anche in un’importante opera editorial"Memorie di un paese antico" un lavoro che ha emozionato e reso orgogliosi tutti i montellesi, dentro e fuori dai confini del paese. Un gesto d’amore verso la propria terra, che contribuisce a preservarne l’identità e la storia.

Memorie Vinicio Sesso 04

Il nostro giornale online montella.eu, accogliendo con entusiasmo questa iniziativa culturale, è lieto di annunciare che condividerà con i propri lettori le immagini della collezione, offrendo così a tutti la possibilità di riscoprire Montella com’era ieri, attraverso fotografie d’epoca di grande fascino.

Un ringraziamento speciale va a Vinicio Sesso, esempio di come l’attaccamento alle proprie origini possa trasformarsi in un dono prezioso per l’intera comunità. Le sue cartoline non sono solo immagini, ma veri e propri frammenti di storia che continueranno a parlare alle nuove generazioni.

Vittorio Sica montella.eu

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Presto altre cartoline

Don Calogero e la ragazza dai capelli corvini   di Tullio Barbone

Barbone Tullio 16 Giugno 2026

Don Calogero 003   5A Resino il falò ardeva già da qualche ora sul sagrato della chiesa in quella sera fredda e stellata della vigilia di santa Lucia. Le fiamme salivano alte fino alle finestre del mezzadro Carùso e le scintille ancora più alte fino a confondersi con le stelle. I ragazzi si rincorrevano festosi intorno al fuoco tra lampi e botti, mentre il marito della Casàra, seduto su uno sgabello, preparava patate da cuocere sotto la cenere. 

Don Calogero 005  03

Suonavano le campane e le prime donne già entravano nella chiesa illuminata per la messa serale. Il mezzadro Carùso invece era ancora riunito con la famiglia intorno alla tavola e raccomandava ai suoi bambini di affrettarsi perché don Antonio li aspettava per accendere le candele sull'altare e mettere l'incenso nell’incensiere  .

In quel momento bussarono al suo portone. Carùso scese di corsa e aprì. Era Marietta la domestica di don Calogero, il padrone.

- Corri, Carùso, corri! Il padrone sta male! Lo chiamo ma non mi risponde! Dio mio cosa gli succede! Signore, aiutalo Tu!

E tornò indietro di corsa seguita dal mezzadro. Quando giunsero sotto il portone aperto sentirono piangere la signora Mèna e Liùccia sua sorella. Don Calogero se n'era andato nella fredda e stellata sera della vigilia di santa Lucia.

La notizia scese di bocca in bocca dalla casa di don Calogero fino alla chiesa: il sagrato ammutolì, lentamente si spopolò, e un silenzio di morte invase anche il vicolo che saliva verso il palazzo. Si udiva solo lo scoppiettìo secco dei ceppi di ulivo che ardevano.

Due giorni dopo si tennero i funerali. C'erano tutti: gli amministratori comunali col sindaco in testa, gli avvocati, i medici, il farmacista, i coloni, i mezzadri e le loro famiglie. C'erano tanti forestieri e c'era pure la donna dai capelli corvini.

Funerali Don Calogero 13

I ragazzi del sagrato avevano cominciato a vederla solo da alcuni anni quando, ancora adolescente, saliva lungo la stradina stretta e ripida, lastricata di ciottoli. Essi allora smettevano di giocare e la guardavano passare davanti alla chiesa, ogni volta senza parole, finché non entrava nel portone di don Calogero. La sua immagine rimaneva a lungo nei loro occhi, nella loro mente e nei loro commenti maliziosi.

Era bellissima.

La conoscevano come la nipote del padrone, figlia di una sua sorella che viveva in una casa di proprietà della famiglia in un esteso podere, nella piana di Lentino, distante mezza giornata di treno. La donna era rimasta vedova e senza figli e di tanto in tanto riceveva la visita del fratello.

Una mattina di oltre vent'anni prima la donna lo aveva visto arrivare con una bambina per mano.

- Sorella cara - aveva detto - ti porto un angelo. Non è vero che è un angelo? L'ho portato per lasciartelo. D'ora in avanti questa mia bambina resterà qui con te. Avrai cura di lei, come se fosse tua; potrai venire a casa mia quando vorrai e portare anche lei che per mia moglie sarà però una tua figlia adottiva. Tornerò spesso qui, prima che tu e lei possiate aver bisogno di me.

La sorella conosceva la tristezza di don Calogero per non aver potuto aver un figlio dalla moglie. Capì tutto.

Tenne con sé la nipote e, d'estate, quando i suoi mezzadri avevano terminato la mietitura e riempito i granai, la portava dal padre per una breve vacanza. La ragazza dai capelli corvini passeggiava lungo i viali del giardino fino ai bordi del muro che lo separava dall'uliveto, si sedeva a leggere sotto un pergolato di glicini, mentre i ragazzi, nascosti dietro gli ulivi, si riempivano gli occhi di lei, a lungo.

Don Calogero allora si appartava nel suo studio che dava sul giardino per sbrigare qualche pratica, ma, in piedi dietro le finestre chiuse, spostando le tendine leggermente, dimenticava ogni pratica e guardava la ragazza passeggiare, e poi sedersi a leggere e poi di nuovo passeggiare.

Come cresceva in fretta il suo angelo! 

Don Calogero 001

Poi gli occhi umidi si perdevano nel vuoto ed il pensiero andava alla donna che aveva amato in una notte d'estate e che gli aveva donato quell'angelo.

Lasciava la tendina e si sedeva alla scrivania preso da un'angoscia mortale, da una ragnatela di pensieri che gli irretivano il cervello. Lo trovava in quelle sabbie mobili la moglie che bussava, apriva la porta e con voce stizzita diceva:

-È arrivato il mezzadro Carùso, dice che le capre hanno rovinato il boschetto di querce giovani su in collina... E compare Rocco vuole sapere se può cominciare a mettere le reti sotto gli ulivi... C'è la moglie del colono Felice con la bambina da visitare, la faccio entrare?... E poi c'è mia sorella da controllare. L'hai sentita tossire?

E il giorno dopo, e tutti gli altri giorni e da sempre era una continua estenuante lagna. Una noia mortale!

Don Calogero qualche volta si alzava furibondo, batteva forte un pugno sulla scrivania e sbottava:

  - Andate alla malora tu, tua sorella, i coloni, i mezzadri, i pazienti, il boschetto e l'uliveto! Andate       tutti alla malora!

La moglie tirava la porta, si allontanava frignando e andava a lamentarsi dalla sorella.

La cognata! Sì, c'era per casa anche Liùccia, la cognata di don Calogero. E c'era anche la domestica! Tre donne, tre incubi. Don Calogero scappava da loro la mattina e si fermava nel suo studio medico che si affacciava sulla vallata, fino a tarda mattinata. Passava poi sul municipio dove sbrigava pratiche di assessore comunale e solo verso le due del pomeriggio si avviava verso casa ogni giorno a passi più lenti. Appena apriva il portone sentiva la cognata, ormai a letto da anni, che chiamava con voce stridula ora la sorella, ora la domestica:

-  Mèna, Mèna, portami la borsa con l'acqua calda!

-  Marietta, Marietta, voglio lo sciroppo, portami lo sciroppo! Soffoco!

A don Calogero allora veniva la voglia di riaprire il portone, e uscirsene di nuovo, imboccare il vicolo che portava all'uliveto e perdersi. Ma si faceva coraggio e saliva. Appena sul pianerottolo, di nuovo: - Mèna, Mèna, soffoco, soffoco!

-  Marietta, corri da mia sorella, lascia perdere i piatti!

Correva Marietta da Liùccia. Mèna non poteva perché pure lei era quasi sempre a letto. Sì, era a letto, dove si metteva all'inizio dell'autunno e da dove si alzava a primavera inoltrata. Pareva cadesse in letargo. Passava il giorno a letto sfogliando riviste, attenta a qualche vestito nuovo da richiedere in città. Chi entrava la trovava con alcuni cuscini dietro la schiena per tenersi dritta, con una lunga sciarpa avvolta al collo e con una specie di turbante in testa. La domestica, una spilungona dalle gambe leste, faceva la spola dalla cucina alla camera per portare mattoni caldi da infilare sotto le lenzuola.

Don Calogero nel frattempo aveva appeso il cappello e il bastone, era passato nel bagno e poi in cucina e si era seduto a tavola, solo. Le tre donne avevano pranzato a mezzogiorno. Calogero usciva da solo, rientrava da solo e da solo pranzava. Toglieva il coperchio ai piatti poggiati sulla tavola, assaggiava e ricopriva. Da tempo ormai rimaneva a tavola pochi minuti, poi ripassava nel bagno e si chiudeva nello studio aspettando le visite dei coloni e dei clienti.

Bussò una volta lo Sciangato, di professione spione, per dirgli che il mezzadro Galeotto teneva nascosti alcuni sacchi di grano sottratti all'ammasso. Li aveva visti lui, con i suoi occhi, spiando nella cisterna del condominio da anni senz'acqua.Voleva avvisare anche i carabinieri, ma don Calogero gli batté tre volte la mano sulla spalla dicendogli:

-  Quel grano è frutto del sudore del mezzadro e serve per sfamare i suoi figli; tu ringrazia Dio che sei tornato dalla guerra sciangato come sei, e puoi vivere di pensione senza lavorare. Da quella volta lo Sciangato smise di fare lo spione.

E il giorno della Madonna del Carmelo si presentò a don Calogero piangendo la moglie di compare Rocco con una bambina in braccio per dirgli che il campo di fichi d'India preso in fitto era stato danneggiato dall'ultima grandinata e che non avrebbe guadagnato tanto da potergli pagare il fitto.

- Non ti preoccupare — rispose don Calogero — il fitto me lo pagherai l'anno prossimo se avrai fatto un buon raccolto. Poi chiamò la domestica e le disse di dare alla donna due barattoli di latte condensato per la bambina e un pacco di zucchero. Che felicità per la donna!

Una sera, poco prima che don Calogero uscisse per fare quattro chiacchiere col farmacista, arrivò al palazzo la sua guardia campestre a riferirgli che aveva sorpreso i figli della Casàra a raccogliere nel boschetto le frasche destinate al palazzo. Calogero gli rispose di passare per la casa della Casàra e di dirle che poteva raccogliere tutte le frasche che voleva come se fosse lei la padrona. Diede alla domestica il verbale destinato alla Casàra dicendole di metterlo nel fuoco.

La donna si allontanò borbottando e andò a riferire le malefatte del padrone alla moglie che sbottò:

-  In rovina andiamo prima o poi! Questo palazzo è diventato la casa dei coloni, dei pezzenti e dei         loro figli col moccolo sotto il naso e con i pantaloni aperti dietro!

E metteva un fazzoletto davanti alla bocca temendo che i coloni avessero portato una nuova «Spagnola», e ordinava alla domestica di pulire tutti i pomi e tutte le maniglie e di lavare i pavimenti e le scale dove essi avevano camminato!

La vecchia Liùccia rincarava la dose:

-  Cafoni stiamo diventando! Ecco chi siamo ormai. Cafoni! Arrivammo signori ed ora siamo    cafoni!

Ma don Calogero si sentiva sempre signore e quando chiamava i potatori del pergolato di uva rosata del cortile, li faceva sedere a tavola e faceva loro servire ogni grazia di Dio. La domestica brontolava e la vecchia diceva:

-  Con quella roba mangia un' intera compagnia di soldati!

La sua casa diventava veramente la casa dei cafoni quando certe sere andava via la corrente delle già flebili lampadine e, prima che i rombi sinistri degli aerei tedeschi e americani rasentassero il paese, essi erano già tutti nei sotterranei del palazzo dove trascorrevano la notte.

Don Calogero ascoltava queste lagne e queste cattiverie ogni giorno e allora gli veniva la voglia di prendere le tre donne e di buttarle dal balcone. Ma egli era un signore e perciò le piantava nei loro letti e scendeva giù nel giardino. Passeggiava lungo i viali fiancheggiati da bossi con le mani dietro la schiena, a testa bassa come se volesse mettere i piedi là dove li aveva poggiati la ragazza dai capelli corvini. I suoi pensieri andavano alla madre di lei e si rammaricava di non essere nato colono.

Don Calogero in giardino 02

Questa vita don Calogero la conduceva da sempre, da quando, sposandosi, la moglie aveva portato con sé dal suo paese anche la vecchia sorella e la domestica. Da sempre aveva dovuto convivere con i capricci della cognata, con le manie di pulizia e le fobie di malattie della moglie e con i brontolii della domestica. Dopo qualche anno dal matrimonio la moglie abortì e, tra le sue fantasie, attribuì a don Calogero e alle sue presunte scappatelle la causa di quell'aborto. Decise allora di non dormire più col marito e di trasferirsi nella stanza della sorella. Don Calogero sentiva nell'animo un vuoto enorme, che non era stato colmato dalla nascita di un figlio; sentiva una totale indifferenza per le frivolezze e le fobie della moglie e cominciava a sentire il bisogno di riempire quel vuoto.

Perciò una sera d'estate di circa trent'anni prima, durante la quale le tre donne si erano trasferite per vacanza al loro paese di origine, don Calogero era uscito di casa diretto al pagliaio che era nel suo podere oltre la ferrovia, dove lo aspettava la figlia di un suo colono. Era la sera della festa del patrono e la signorina aveva detto al padre che sarebbe uscita con le amiche a passeggiare lungo il corso illuminato, ma appena fuori dal rione aveva preso la via del campo. I due si incontravano da un po' di tempo, da quando lui l'aveva vista nei campi a mietere il grano e s'era innamorato delle sue guance cotte dal sole, dei suoi capelli neri legati alla nuca e della sua aria un po' selvaggia; innamorato di lei che, quando il sole picchiava forte sulle schiene ricurve si sedeva sotto un albero con le sorelle e col padre, scoperchiava la pentola e distribuiva la pasta con i fagioli nei piatti poggiati sulle loro gambe incrociate; poi, con le mani nere e incallite, tagliava a metà dei pomodori e li condiva col sale per completare il pasto; innamorato di lei che non aveva a schifo di sdraiarsi sull'erba o sulle stoppie a riposare aspettando che le ombre si allungassero un po'. Come era diversa dalla moglie dalle carni bianche, incipriate e un po' sfatte, coperte di veli e di merletti! La ragazza aveva ceduto all'aspetto signorile anche se un po' austero del padrone, alla sua nobiltà d'animo che traspariva da ogni sua parola, da ogni suo gesto, allorquando si recava nei campi e offriva cioccolatini alle ragazze e tabacco al colono.

Quella sera, dopo essere usciti dal pagliaio, i due avevano camminato per ore lungo i viottoli di campagna, complice la luna piena di agosto, che per anni rimase l'unica testimone muta di quella notte d'amore. Avevano camminato per ore, il padrone e la figlia del suo colono, lui dimentico delle tre donne lontane e delle loro fisime, lei dimentica della festa, del padre, della gente; lui sognando di vivere un po' più da colono, lei sognando di vivere un po' più da padrona. Ma i sogni dei due rimasero affidati ad una stella cadente di una notte d'agosto. 

Don Calogero 002

La figlia del colono non si vide mai più in paese e don Calogero ripiombò nel grigiore di sempre, illuminato di tanto in tanto solo da i suoi viaggi a casa della sorella a mezza giornata di treno e dai brevi ritorni in paese della ragazza dai capelli corvini.

Ma questi ritorni a volte si rivelavano dei veri tormenti per don Calogero che doveva atrocemente dissimulare tutto l'affetto che invece avrebbe voluto esternare alla ragazza.

Un giorno d'estate, durante uno dei brevi soggiorni della ragazza in paese, a tavola la Mèna la guardò e, rivolta alla cognata, disse:

- Come somiglia a Calogero questa ragazza! Ha un modo di parlare molto spigliato, proprio come lui; il taglio delle labbra è identico!

E la sorella Liùccia dal letto fece eco:

- Hanno pure lo stesso neo sulla guancia con la sola differenza che la ragazza lo ha su quella destra e tuo marito su quella sinistra!

E la domestica:

-  Non avete notato che il modo di sorridere è lo stesso!

Don Calogero ammiccò, ma non rispose, ingoiò i vari bocconi amari e accennò a dei sorrisetti più simili a ghigni. Ancora una volta sentì le tre donne coalizzate contro di lui e la bile si diffuse nelle vene. Il cibo era diventato veleno!

La sorella allora intervenne per toglierlo dall'imbarazzo e, rivolta alla cognata, disse:

-  La ragazza viene da un paese dove sono diffusi i nei sul viso. Tutte le donne laggiù hanno il colorito bruno, i capelli neri e un taglio marcato delle labbra. Sono molto belle ed io sono contentissima di averne adottata una.

-  È vero, sono bellissime! - rispose Mèna. E tacque.

Di quella notte d'amore nessuno seppe nulla per lungo tempo, ma quando i viaggi di don Calogero al paese della sorella si fecero più frequenti e le ragioni apparvero alla moglie sempre meno credibili, la sua vita che era stata da sempre un Purgatorio, divenne un Inferno e il suo cuore cominciò a cedere.

I ragazzi che da sempre lo avevano visto salire piuttosto lesto lungo il ripido acciottolato a gradoni, si erano accorti che ogni giorno che passava, impiegava sempre più tempo per arrivare davanti al sagrato. Vi giungeva ansante, affaticato e prima di prendere la via di casa, si sedeva sul muretto e poggiava il mento sulle mani che reggevano il bastone. 

Don Calogero 004

-  Quanto sangue corre davanti a questa chiesa ! - diceva vedendo i ragazzi rincorrere un pallone.

-  Quanto mi manca questo sangue! - aggiungeva scuotendo la testa.

I ragazzi non capivano e continuavano a correre. Don Calogero poi si alzava e lentamente si avviava verso casa.

Ma agli inizi di dicembre don Calogero non uscì più di casa. I ragazzi non lo videro più sbucare laggiù all'angolo dell'orto del fattore e chiesero di lui. Seppero che una febbre lo teneva da giorni a letto.

Vi rimase fino alla sera della vigilia di santa Lucia .

l"articolo è stato pubblicato sulla rivista Il Monte  anno III n° 4 del 2006

  1. Le valigie dei sogni e delle speranze di Tullio Barbone
  2. Le Vignette di Michelangelo Chiaradonna
  3. Peppariéllo: una vita da garzone di Tullio Barbone
  4. Presentazione del libro: “Tradizioni e vita paesana nella prima metà del XX secolo a Montella ovvero Montella di una volta nei ricordi di Nino Tiretta”

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