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Cultura & Tradizioni

Montella, 18 settembre 1943: il sacrificio dei fratelli Pascale, uccisi durante la ritirata tedesca

Vittorio Sica 17 Settembre 2026

Fratelli Pascale Montella 00001Ciro ed Ernesto Pascale avevano 28 e 23 anni. Una provocazione contro il loro cane, la reazione, gli spari e poi una terribile rappresaglia. Una pagina dolorosa della storia di Montella che merita di essere raccontata alle nuove generazioni.

Era il 18 settembre 1943. La guerra, quella vera, fatta di paura, fame e morte, era arrivata anche tra le strade e le case di Montella.

Erano trascorsi pochi giorni dall'armistizio dell'8 settembre e dallo sbarco alleato a Salerno. Le truppe tedesche, costrette progressivamente a ripiegare verso nord, attraversavano l'Irpinia. Durante la ritirata requisivano viveri e quanto poteva essere utile, lasciando dietro di loro una popolazione impaurita e un territorio sconvolto dalla guerra.

È in quei giorni drammatici che si consumò a Montella una tragedia destinata a rimanere nella memoria del paese: l'uccisione dei fratelli Ciro ed Ernesto Pascale.

Ciro era nato il 3 gennaio 1915, aveva 28 anni ed era teleferista. Ernesto, nato il 1° gennaio 1920, aveva appena 23 anni ed era contadino.

Due giovani montellesi, due fratelli che probabilmente quella mattina non potevano immaginare che di lì a poco i loro nomi sarebbero rimasti per sempre legati a una delle pagine più dolorose della storia del paese.

Secondo la ricostruzione conservata nell'Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia, tutto ebbe origine da un episodio che, in circostanze normali, sarebbe potuto apparire banale.

Fratelli Pascale Montella 002Un militare tedesco avrebbe lanciato un sasso contro il cane di Ernesto.

Ernesto reagì.

Il soldato lo attirò vicino e lo schiaffeggiò. Il giovane montellese non accettò quell'umiliazione e rispose alla violenza. Ne nacque una colluttazione.

A quel punto la situazione precipitò.

Un altro militare tedesco intervenne e sparò contro Ernesto, ferendolo a una gamba. Ma non finì lì. Il giovane venne successivamente ucciso.

Fratelli Pascale Montella 003Di fronte al fratello colpito, Ciro non rimase a guardare.

Accorse in suo aiuto e reagì contro i militari. Secondo le testimonianze raccolte nelle ricostruzioni storiche, avrebbe lanciato delle pietre contro i tedeschi e, secondo una delle versioni tramandate, avrebbe anche ferito uno di loro con un coltello.

I soldati aprirono il fuoco.

Ciro tentò allora di salvarsi rifugiandosi nella propria abitazione. Ma i militari lo raggiunsero.

Quello che accadde dopo trasformò un episodio di violenza in una vera e propria esecuzione.

Fratelli Pascale Montella 004Ciro Pascale venne catturato e impiccato al balcone dell'abitazione.

Un'immagine terribile, rimasta impressa nella memoria di chi visse quei giorni e tramandata negli anni attraverso le testimonianze dei montellesi.

Ma neppure la morte di Ernesto mise fine alla ferocia.

la documentazione storica, il suo corpo venne legato a un palo della luce ed esposto pubblicamente. Sul cadavere sarebbe stato collocato anche un cartello scritto in tedesco che lo indicava come responsabile di avere aggredito dei soldati germanici.

Fratelli Pascale Montella 005 Via M CianciulliEra un messaggio rivolto a tutta la popolazione: nessuno avrebbe dovuto ribellarsi.

Alcune testimonianze raccolte successivamente raccontano anche di ulteriori sevizie. Sulla successione precisa di alcuni momenti esistono versioni non perfettamente coincidenti ed è quindi giusto, nel rispetto della storia, distinguere ciò che è documentato dai particolari tramandati attraverso la memoria orale.

Su un fatto, però, le fonti convergono: Ciro ed Ernesto Pascale furono vittime della violenza delle truppe tedesche presenti a Montella durante la ritirata del settembre 1943.

Dopo l'uccisione dei due fratelli, tra gli abitanti si diffuse il terrore.

Si temeva che quanto era appena accaduto potesse essere soltanto l'inizio di una rappresaglia molto più grande contro il paese. Numerosi montellesi abbandonarono le proprie abitazioni e cercarono rifugio verso le montagne, nel timore che i tedeschi potessero vendicarsi sulla popolazione.

Fortunatamente la temuta strage non avvenne.

Ma Ciro ed Ernesto non tornarono più a casa.

Avevano soltanto 28 e 23 anni.

Oggi sono trascorsi più di ottant'anni da quel 18 settembre 1943. Sono scomparsi quasi tutti coloro che videro con i propri occhi quei giorni e, con il passare delle generazioni, anche i racconti ascoltati un tempo nelle case rischiano inevitabilmente di perdersi.

Montella, però, non ha cancellato completamente quella memoria.

Una strada del paese porta ancora oggi il loro nome:

Via Fratelli Pascale.

Senza titoloQuante volte siamo passati davanti a quella targa senza domandarci chi fossero quei due fratelli?

Dietro quel nome ci sono due giovani montellesi. Ci sono una famiglia distrutta, una comunità terrorizzata e una delle tante tragedie che la Seconda guerra mondiale lasciò anche nei nostri piccoli paesi.

Raccontare oggi la storia di Ciro ed Ernesto Pascale non significa soltanto ricordare due vittime.

Significa spiegare soprattutto ai giovani perché a Montella esiste una strada che porta il loro nome.

Significa impedire che, quando saranno scomparse anche le ultime testimonianze familiari, rimanga soltanto una targa su un muro senza che nessuno sappia più cosa rappresenti.

Ciro ed Ernesto Pascale erano due figli di Montella.

Quel 18 settembre 1943 incontrarono sulla loro strada la brutalità della guerra e pagarono con la vita la loro reazione alla violenza e all'umiliazione.

A distanza di oltre ottant'anni, il minimo che la nostra comunità possa fare è continuare a pronunciare i loro nomi.

Perché una comunità che conserva la memoria dei propri morti conserva anche una parte della propria identità.

Ciro Pascale, 28 anni.
Ernesto Pascale, 23 anni.
Montella, 18 settembre 1943. 18 settembre 2026

Due fratelli che Montella non deve dimenticare.

Vittorio Sica montella.eu

Za Cannitèlla di Tullio Barbone

Za Cannitèlla di Tullio Barbone

Redazione 15 Settembre 2026

za Cannitella di Montella  NYViéndo re terra sosciàva sicco e tagliènde e za Cannitèlla camminava pe’ re bbìe re Broccolìno ‘nfassàta rìnd'a ‘no sciallo marrò. Tinìa pe’ mano ‘na criatùra re ‘na ricìna r'anni o picca chiù; arrèto camminavano l'ati figli già gruóssi, parìano ‘na priggissióne. Tramènde aspettavano ‘no parènde, la criatùra verètte ‘na bambola rind'a ‘na vitrìna e si fermào a guardà.

 

Quanno a lo paése suo pazziàva pe’ re pupe re pèzza la criatùra sonnàva ‘na bambola vera chi rirìa e chiangìa, aprìa e chiurìa l'uócchi, com'a quéra chi aìa visto ngimm'a lo liétto re sposa quanno si maretào la figlia re la commàre sua re battézzo. Ma oramài era crisciùta, mo stia a l'America e re bambole se r'aìa scordà. Erano bastàti sette iuórni re maro pe’ la fa’ crésce.

No’ li parìa vero a za Cannitèlla re camminà pe’ re bbìe re Broccolìno, strétte sulo re nòmo. Ma, si penzàva ca ng'era mangàto picca e l'America se l'era iocàta, angòra li saglìa ro fèle mmócca.

‘Na Petòsa re lo casale suo aìa fatto ro possibbole pe’ no’ la fa’ parte, no’ pe’ simbatìa, ma pe’ sckattamiéndo. A lo casale tutti tinìano re gaddrìne, pe’ dind'a li curtìgli o pe’ mmiézzo a la via. La sera re gghìano accogliènno - Cuti mia teté! Cuti mia teté!-  e re gaddrìne s’ accuglìano sole rind’a lo catuóio; ma ogni tando ne sparìa una e non si sapìa che fine facìa. Sulo re gaddrìne re la Petòsa erano sèmbe re stesse. Za Cannitèlla s'era mista a lo mbuósto, ma senza appurà niéndi. Chiù tardo si venètte a sapé ca re gaddrìne finìano a lo paese re la mamma re la Petòsa, rind'a ‘na cambàgna. 

za Cannitella Carmine Palatucci I

Disegno di Carmine Palatucci

‘Na sera za Cannitèlla s'arritirào ra lo cambo addo era iùta a monnà la rròbba, e nnandi a la stréttola re la casa trovào sulo la òccola senza li prucìni. La sòcra, poverèddra, era vecchia e no’ li sapètte a dice chi s'era futtùti li prucìni. La òccola parìa ‘na paccia, ìa nnandi e arrèto pe’ re penne ngrifàte e si menàva a pizzolà.

Za Cannitèlla arrevendào peggio re la òccola, pe’ li capìddri ngrifàti, re facci rosse e l'uócchi ra fòre. Cumingiào a gghi a manga e a ritta pe’ nnandi a re catòia e si fermava a annasolà pe’ sènde li prucìni. Quanno arrivào nnandi a lo catuóio re la Petòsa, re sendètte, allora sbalangào pe’ ‘no càoce la porta re la casa, e cumingiào a alluccà:

- Ràmmi li prucìni chi ài annaccoàti rind'a lo catuóio, brutta Petòsa, mariòla e nzeósa!

     - Quali prucìni, quiri so' li mia!

     - Quiri so' li mia, la siéndi come re chiama la mamma; la òccola tua addo è?

  - Li prucìni r'àggio accattàti a lo mercato a Pundirimìto, senza la òccola!

Ma za Cannitèlla pe’ ‘no càoce sbalangào puro la porta re lo catuóio recènno:

- Quisti so' tale e quale a re gaddrìne patovàne re comma Rusinèlla chi m'à mbrestàte r'òva!

La Petòsa ulìa chiure la porta, ma za Cannitèlla l'afferrào pe’ li capìddri e la strascinào mmiézzo a la via. Curriéro gènde. Arrivào puro la nòra re za Cannitèlla, si levào lo chianiéddro e cumingiào a menà chianeddràte ngapo a la Petòsa. Sòcra e nòra la faciéro nòva nòva! La capo re la Petòsa era chiéna re grògnola, com'a ‘na léona r'ùrmo norecósa. Sòcra e nòra si pigliàro li prucìni e se re portàro.

Rind'a quiri iuórni za Cannitèlla stìa facènno re carte pe’ se ne ì a l'America, ma la matina appriésso arrivào a la casa ‘no carbiniéri e li recètte re si presendà a la caserma. Li venètte sciòrda. 

Za Cannetella Caserma Carabinieri Montella 02Nge olètte ro bello e ro buono pe’ fa’ capisce a lo manisciàllo ca li prucìni erano li sua. E meno male ca si portào pe’ essa a la caserma puro comma Rusinèlla a dice ca r'òva pe métte la òccola nge r'era mbrestàte essa.

Lo manisciàllo però la ulìa carcerà lo stesso pecché la Petòsa aìa ritto ca era prèna e re chianeddràte l'aìano fatta ammurtìsce.

  - Signor manisciàllo, quéssa non è prèna, 'ssa panza quéssa l'à sèmbe tinùta, ra quanno è arrivata ra lo paese suo! Quéssa è stata  sèmbe panzùta! Mo stai allattànno ‘na criatùra, perciò non potèsse prèna!

Comma Rusinèlla azzettàva pe la capo:

    -Sine, è lo vero signor manisciàllo, quéssa è stata sèmbe panzùta, ‘na brutta panzùta! R’òva nge r’aggio ‘mbrestàte io a cómma Cannitèlla e, quanno li prucìni crésceno, mi rai ‘na peddràstra.

Lo manisciàllo no’ nge capètte troppo …òccole,…prucìni,...fémmene prène, …peddràstre, ma che lingua era! Si sfastiriào e ne re mannào tutte a re case.

***

Pe’ dindo Broccolìno mo za Cannitèlla ringraziava Dio ca se l'era passata liscia, ma, si penzàva a la Petòsa, arrevendàva verde com’ a ‘na lacèrta aitàna.

Arrivào lo parènde pe’ ‘na limusìna; parìa ‘na litturìna. Trasiéro rindo tutti quanda, ma nge ne ìano n'ati tanda! Pe’ bbìa lo parènde li facìa veré re case, re farme chi si pirdìano a bbista r'uócchi, li stòri re li paesàni chi erano vinùti prima re loro e erano arrevendàti ricchi.

Allora za Cannitèlla recètte:

    - Ma qua la paura ca si pigliano re tiérri no’ ng'è?

   -Ma quale paura - responnètte lo parènde - qua fatìi, t'accàtti la terra pe’ quatto tòllari e dindo nge fai ‘na farma o ‘na casa meglio re quéra re lo Signurino Capone o re lo barone Abiosi. Ma si non fatìi ti muori re fame!

Za Cannitèlla se n'era vinùta a l'America puro pecché non si firàva chiù re sènde la vicina re casa chi tinìa ‘no chiuóvo fisso ngapo: la terra. Ulìa la terra. Ricìa ogni momèndo ca prima o poi vinìa Baffone e spartìa re tiérri. E ogni sera chiamava r'ate fémmene re lo casale e gghìa sott'a lo barcóne re za Cannitèlla a sènde lo cummunicàto. Annasolàva pe’ l'avrécchia manga a l'aria com'a ‘na addrìna, pe’ sènde com ‘erano iùte re bbotaziùni e pe’ sapé si lo Covèrno nuovo facìa la legge pe’ sparte re tiérri.

‘No iuórno za Cannitèlla la chiamào a gghiornàta pe’ sceppà re barbabiétole a lo cambo e questa recètte:

   - Comma Cannitè', ‘no iuórno o n'ato 'sta terra arrevènda mezza la tua e mezza la mia!

    - Pecché, te r'à' standàto a corre ?

    - Pecché ro sparte Baffone !

    - Fallo vinì qua Baffone a sparte la terra mia ca li baffi nge re scéppo a uno a uno. Ngi scéppo quiri re cimma e quiri re sótta! E si fino a mo t'àggio fatto abbusckà cocche ghiornàta, ra mo n'innàndi, cazzi! Va' fatìa pe’ quiri chi mmiézzo a la chiazza ti prométteno tiérri e spartènze! Va' vatti re mano sott'a li barcùni addo parlano li sciardèi russi com'a te! E crai non ti presendà chiù qua!

Tramènde lo parènde la portava a la casa e dindo a re celovrèddra li passavano ‘sti pinziéri, za Cannitèlla penzàva ca puro essa putìa abbià ‘no bisinìsso. Li figli oramài erano quasi tutti gruóssi, putìano fatìa e guaragnà tòllari, re putìano métte nziémo pe’ s'accattà ‘na farma o p'aprì ‘no stòro. E po’ li figli si sposavano pe’ l'Amiricàni, arrevendàvano ricchi com'a loro, e li tòllari po’ scormàvano ra rind'a re sacche.

E penzàva po’ re s'accattà ‘no piézzo re terra quand' a tutto Fiddrùni, chiù gruósso re quiro re lo cònde Capàsso e de lo prìngipe Carignàno, re ro sparte a li figli pe’ nge fà rindo na casa pirùno, bella e grossa pe’ marmi luciéndi, lambadàri e cristalli, com'a quéra re quiro signore chi era tornato ra l'America a lo paese suo parecchi anni prima.

Za Cannitella Norristown 002 Varallo FioravantiRòppo róe ore re camino la màchina re lo parènde si fermào, za Cannitèlla e li figli scinniéro e trasiéro rind'a ‘na casa non troppo grossa, ma pulita e sistimàta. Za Cannitèlla posào lo sciallo ngimm'a na sèggia, ma sùbbito lo pigliào n'ata òta. A lo paese suo quanno posàvi ‘no panno ngimm'a ‘no gralo o a ‘na seggia sùbbito si inghìa re pùlici. Si uardào vicino a re càoze e lo pinziéro ètte a quéra òta chi era iùta a trovà comma Rusinèlla sgravitàta, s'era zezzàta, e li pùlici aìano cumingiàto a saglie vicino a re cosce.

Ma l'America era n'ata cosa! No’ ng'erano vacche, ciucci e gaddrìne pe’ mmiézzo a la via, non passavano porcàri, crapàri e pecoràli. No’ ng'erano mèrde pe’ re mosche attuórno. Tutto era nuovo, tutto era pulito! Tutta la gènde pe’ bbìa era vistùta a festa. Puro za Cannitèlla si ulìa veste a l'amiricàna. Penzàva re tornà ‘no iuórno a lo paese suo vistùta com'a ‘na condéssa, chiéna re collane, re bracciali e pe’ l'avricchìni a chìrchio com'a quiri re Zufia Lorènne. Ulìa paré meglio re la moglière re ròn Calogero chi si mittìa ngimm'a ‘na terrazza pe’ n'ate tre squacchióse, vivìa tè e fumava peggio re n'òmmene; meglio re la moglière re ròn Callisto chi quanno ìa a messa sbattìa li tacchi pe’ tutta la ghiésia e si ìa a zezzà a lo primo bango, com'a ‘na riggìna. E che era arrivata la riggìna Lisabbètta ? Meglio re la moglière re ròn Ninì chi era vinùta ra ‘no paese vicino a lo maro e quanno assìa parìa ‘na pringipéssa pe’ li uàndi iànghi e lo scioffè sèmbe a portata re mano! Za Cannitèlla ulìa arrevendà meglio re loro. Chiù ricca! Tutti li figli re za Cannitèlla fatiàvano e li bisinìssi non tricàro a arrivà. Bisinìssi a manga e a ritta! ‘No figlio cumingiào a còce pane: prima ‘no furno pìcciolo, po’ chiù gruósso, po’ chiù gruósso angòra fino a che lo stòro arrevendào ‘no capannone chi non finìa chiù, chino re machinàri chi facìano tutto loro: mittìvi farina a ‘na parte e a n’ ata parte assìano panièddri re pane cuótti e bbuóni, re tutte re forme. E li tòllari chi trasìano non si condàvano!

'Nato figlio aprètte ‘no stòro addo trasìano piéri re nzalàta, àccio, peparuóli, melognàme, finùcchi, méla, péra, ananàssi e ate còse e assìano boccàcci e sckàtoli re frutta e tutte r'ate còse tagliate pulite e mbacchettàte. Nge mangàvano sulo acito, uóglio e sale. E li tòllari non si condàvano mango qua.

‘N 'ato figlio si mettètte ngapo re cangià li pavimèndi re re case amiricàne chi erano fatti re lignàmo e cumingiào a accattà marmi re tutti culùri e mattonelle chiù belle re quére re lo palazzo re li Trivisàni; sckasciàva fornacèlle e facìa cucine re granito lucènde chi vinìa ra lo Levànde e da lo Ponènde. E li tòllari trasìano a palàte; trasìano pe’ re porte e pe’ re fonèstre!

E ‘no nepóte abbiào ‘no bisinìsso angòra chiù gruósso: lo bisinìsso re ro fiérro. Cumingiào a azà palazzi re fiérro chiù àoti re lo cambanàro re S. Frangìsco, ma che dico, chiù àoti re la mondàgna re lo Salevatóre. E li tòllari non si condàvano! Palazzi re tòllari! Attuórno a li bisinìssi loro se n'apriéro ati, ma li patrùni erano sèmbe Taliàni. Li Taliàni sckasciàvano e acconzàvano e l'Amiricàni paàvano. E li tòllari non si condàvano; trasiano puro pe’ re sénghe e pe’ re pertósa! Bisinìssi a tutte re parti: nòmi, cognomi e stranginòmi taliàni nnandi a tutti li capannùni. Erano finùti li tiémbi re li Taliàni “Macaróni” chi fatiàvano rind'a re fognatùre e sotta terra, a l'acqua e a lo viéndo, pe lo friddo chi ndesecàva re mano e lo sole chi spaccàva re prète. Erano finùti li tiémbi re li Taliàni chi stiano rind'a re case strétte re lignàmo.

Za Cannitella Montella  Norristown Santoro Marmi  Panificio GambomeMo stiano rind'a li palazzi pe’ li marmi lucièndi, li lambadàri, li cristalli e pe’ li giardini attuórno chi non finìano mai, chini re fondàne chi menàvano sèmbe. Rind'a uno re 'sti giardini ra cocche anno passava lo tiémbo za Cannitèlla. Camminava appoggiàta a ‘no mbastóne e ogni tando si zezzàva ngìmm'a ‘no gralo. Sola. ‘Pe la virità attuórno a essa ng'era sèmbe ‘na priggissione re figli chi aìano fatto ‘na morra re nipùti, ma essa si otàva a manga e a ritta pe’ bberé si a fiango ng'era comma Rusinèlla zezzàta chi parlava pe’ essa e cercava li pirùcchi a la figlia pe’ la capo appoggiàta ngimm'a re denócchia. No, no’ ng'era! E no’ ng'era mango Congettóne a condà ca aìa sciarràto pe’ Taròzza pecché la figlia invece re ì a ghiettà la monnézze a lo vaddróne, l'aìa lassàta mmiézzo a la via, arréto a lo candóne suo. No, no’ ng'era !

Tramènde era zezzàta ngìmm'a lo gralo, ‘na morra re miéruli si posàro rind'a lo giardino e zumbittiànno s'abbicinàro a essa. L'auciéddri amiricàni no’ scappano, so' de n'ata razza, non si métteno paura re li cristiani. Ma za Cannitèlla quiri miéruli no’ re bbirìa; l'uócchi sua virìano londàno li palùmmi chi comma Nicolètta criscìa e bbinnia pe’ fà ro bròro a li malati. E sindìa comma Nicolètta chi alluccàva quanno l'arrobbàro la palómma:

Za Cannitella In Norristown Pensa a Montella   001- Pozza fà ‘na brutta fina chi s'è futtùta la palómma mia! Pòzzano ì spiérti li figli sua! Pòzzano fà la fina re 'sti pòviri auciéddri, rimasti suli senza la mamma!

Rind'a quiro giardino ng'era ‘na pace mai vista: nisciùno alluccàva, nisciùno sciarràva, re criatùre non chiangìano. Parìa ‘no Paravìso fatto appòsta pe’ za Cannitèlla. Ma rind'a r'avrécchie sua li sorlàvano angòra l'allùcchi re Mariètta quanno ètte a sciarrà a la casa sua pecché l'era scangiàta la iomènda:

- E che cazzo, marìtito ne tinia fatti re piglià r uócchi la iomènda mia!

 - Marìtimo la iomènda tua no’ la sape pròpio. Marìtimo cammina sèmbe pe’ la capo calàta, tène li cazzi sua ngapo e non si mbàccia re quiri re l’ati!

- La virità è ca aiéri sera, tramènde stìamo scarrecànno la iomènda, è passato marìtito, ròppo picca tiémbo la iomènda se n'è gghiùta rind'a lo catuóio e non à bbulùto ni mangià e ni bbéve. E drà è angòra jettàta. Marìtito è maluócchi! Ro dìceno tutti!

     - La virità è ca la iomènda l'aìti sckattàta nguórpo re fatìa, arraggiàti re sordi e cacasìcchi

come siti!  

Attuórno a za Cannitèlla nisciùno remore, ma rind'a essa ng'erano tutti li rimùri, l'addùri, li sapùri: l'addóre re li truócchi re fiéno re cómba Natale, la puzza re re bbacche r'Austìno, l'allùcchi re lo puórco re Giacchìno quanno lo temberóne non era próndo. Parìa ca lo stiano accerènno!

Addùri, sapùri, remùri rimasti rind'a essa pe’ tando tiémbo, scordàti, com'a dind'a ‘no puzzo chiuso ra ‘no tappo strindo, ‘no tappo fatto re tòllari ngaraogliàti chi non aìa fatto assì niéndi fòre pe’ tando tiémbo. E za Cannitèlla, ròppo cocche camminàta a lo paese a li primi tiémbi, s'era scordàta puro ca lo paese suo asistìa e no’ ng'era iùta chiù.

Ma ‘no bello iuórno 'sto tappo era zombàto pe’ l’aria e allora l'addùri, li sapùri, li rimùri erano assùti tutti fòre, s'erano sparsi pe’ la casa , pe’ lo giardino, pe’ re tiérri londàne fino addó calàva lo sole arrèto a re colline re la Pinzilvània, ra la parte re Pizzosbùrgo.
za Cannitella Montella  004Za Cannitèlla mo, si muvìa appena, appoggiànnosi a ‘no mbastóne, ma ‘na cosa sola ulìa fà: ulìa veré passà pe’ nnandi a la casa re lo paése suo la priggissióne re lo Salevatóre e bbulìa portà la statua pe la Spinéddra a mmónde, com'a na òta.

E si chiurìa l'uócchi, si virìa angora nziémo a re combàgne, scàoza, appizzicànno ‘na mondàgna, pe’ r'accortetóra a mmónde e candànno:

«E botàte e botatèlle

simo arrivàte a la prima cappèlla.

E botàte e botatèlle

la saglìmo 'sta mondagnèlla....»

Tramènde penzàva 'ste cose, londàno lo sole si stìa corcànno arrèto a re colline re la Pinzilvània. Essa lo uardàva, ma li parìa re lo veré tra lo oschètto re lo Signurìno Capone e la casa re cómba Funzìno, calànno arrèto a lo “casìno” re ròn Biciénzo Bruni ngimm’a Mauriéddro.

 Po’ lo sole si corcào e za Cannitèlla nziémo a isso.

Casa Bruni MontellaCasa di campagna Bruni.

Rivisitazione di un racconto già pubblicato dall'autore sulla rivista Il Monte anno III n° 2 del 2006.

 

Dagli Stati Uniti a Montella sulle tracce delle proprie radici: aiutiamo la famiglia Amoroso a ritrovare la storia di Eleonora Carfagno

Redazione 28 Agosto 2026

Eleonora Carfagno  01

Eleonora Carfagno con in braccio il figlio, marito di Kelly Amoroso.

Oggi, dagli Stati Uniti, la famiglia torna a Montella alla ricerca delle proprie

radici e dei luoghi legati alla vita di Eleonora.

Buongiorno! Io e mio marito verremo a visitare Montella la prossima settimana. Voleremo dagli Stati Uniti. Stiamo cercando disperatamente di trovare informazioni storiche sulla madre di mio marito, Eleonora CARFAGNO (nata il 29 novembre 1929 a Montella). Eleonora era figlia di Pietro Carfagno (nato nel 1890 a Montella) e Teresa Figliuolo (nata nel 1892 a Montella). Eleonora in seguito sposò Antonio Amoruso / Amoroso a Battipaglia nel 1966. Ho capito che Pietro Carfagno e Teresa D'Auria si sono sposati a Montella. Purtroppo non sappiamo la data o il luogo o la chiesa in cui si sono sposati, ma sappiamo che hanno cresciuto la loro famiglia insieme in Via Piazzavano.

Eleonora Carfagno  02

Non sappiamo quale numero civico. **Potresti conoscere qualche storia su entrambe le famiglie? O conosci qualcuno che potrebbe saperlo? Speriamo di conoscere la casa esatta in cui sono nati Eleonora Carfagno e i suoi fratelli, e la chiesa frequentata dalla famiglia, e il luogo in cui i suoi genitori Pietro e Teresa si sono sposati.** Forse c'era anche una scuola che Eleonora e i suoi fratelli frequentavano in qualsiasi momento tra il 1935 e il 1947? Sarebbe anche possibile mettersi in contatto con Nino Tiretta? Ha scritto un articolo pubblicato nella tua edizione del 4 febbraio 2016 intitolato “Le scuole a Montella negli anni 45/50/60”. L'articolo conteneva una fotografia della scuola elementare di Montella nel 1938. Forse in questa fotografia c'è anche Eleonora Carfagno? O forse il signor Tiretta ricorda Eleonora Carfagno o la sua famiglia? Qualsiasi assistenza sarebbe molto apprezzata. Grazie e auguri.

Kelly Amoroso

Una richiesta particolare è arrivata alla redazione di Montella.eu direttamente dagli Stati Uniti.

Kelly Amoroso e suo marito saranno a Montella la prossima settimana con un desiderio molto importante: ricostruire la storia della famiglia di Eleonora Carfagno, madre del marito di Kelly, nata a Montella il 29 novembre 1929.

Eleonora era figlia di Pietro Carfagno, nato a Montella nel 1890, e Teresa Figliuolo, nata nel 1892. La famiglia avrebbe vissuto in via Piazzavano, ma Kelly non conosce il numero civico né la casa esatta.

La coppia americana vorrebbe scoprire dove nacquero Eleonora e i suoi fratelli, quale chiesa frequentasse la famiglia, dove si sposarono i genitori e quale scuola Eleonora frequentò presumibilmente tra il 1935 e il 1947.

Kelly chiede inoltre di poter entrare in contatto con Nino Tiretta, autore dell'articolo pubblicato su Montella.eu il 4 febbraio 2016 sulle scuole montellesi degli anni ’40, ’50 e ’60, nella speranza che possa ricordare qualcosa della famiglia o riconoscere Eleonora in qualche vecchia fotografia scolastica.

Montella.eu rivolge quindi un appello ai montellesi: chiunque ricordi le famiglie Carfagno e Figliuolo, abbia vecchie fotografie, documenti, ricordi o informazioni sulla famiglia che abitava in via Piazzavano è invitato a contattare la nostra redazione.

Anche un piccolo ricordo potrebbe essere prezioso per aiutare una famiglia che, dopo tanti anni e da migliaia di chilometri di distanza, sta tornando a Montella per ritrovare le proprie radici.

Eleonora Carfagno  03

Gli Autori di Montella.eu: le Voci che Raccontano la Nostra Comunità

Redazione 08 Settembre 2026

Nel cuore di montella.eu vivono le parole e le storie di alcuni degli autori più amati dal pubblico, narratori capaci di trasformare il quotidiano in memoria e poesia. I lettori li seguono con affetto perché, attraverso stili diversi ma complementari, riescono a raccontare Montella in tutte le sue sfumature: il passato che ritorna, il presente che sorprende, la fantasia che accende l’immaginazione.

Autori seguiti su montella.eu  news 03

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Nino Tiretta, con la sua penna vivace e ironica, porta alla luce episodi, personaggi e ricordi che appartengono alla tradizione montellese, restituendo un mondo fatto di colori, odori e sentimenti autentici.Nino Per gli Amici

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Mario Garofalo incanta per la capacità di intrecciare realtà e riflessione, offrendo racconti che spesso diventano piccoli affreschi di vita vissuta, sempre profondamente legati al territorio.Mario Garofano

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Totoruccio Fierro narratore brillante e originale: le sue storie oscillano tra la memoria storica e la fantasia, regalando al lettore un sorriso ma anche spunti di riflessione.Langolo di Totoruccio Fierro

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Giuseppe Marano si distingue per la sua scrittura diretta e coraggiosa: i suoi articoli affrontano con lucidità i problemi che non funzionano nel paese e denunciano ingiustizie e disattenzioni verso le persone più fragili. Con il suo impegno civile, dà voce a chi spesso non ce l’ha, stimolando riflessione e consapevolezza nella comunità.La Pagina di Giuseppe Marano

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Peppino Volpe, medico di famiglia stimato, contribuisce con articoli dedicati alla prevenzione, al benessere e alla salute. Le sue riflessioni chiare e accessibili aiutano i lettori a comprendere meglio le buone pratiche quotidiane per vivere in modo più sano e consapevole, offrendo un servizio prezioso alla comunità.I Consigli di Peppino Volpe

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Graziano Casalini porta uno sguardo attento e sensibile, capace di cogliere dettagli e atmosfere che arricchiscono il racconto e lo trasformano in un’esperienza immersiva.I Ricordi Di Graziano Casalini

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Angelo Capone, geologo, dedica i suoi contributi alla tutela del territorio e dell’ambiente. Con competenza e passione segue da vicino il Fiume Calore, che nasce proprio a Montella, segnalando con attenzione i problemi legati allo spreco dell’acqua e alla scarsa manutenzione del corso fluviale. I suoi articoli rappresentano un prezioso invito alla responsabilità ambientale e alla salvaguardia delle risorse naturali.ANGELO CAPONE LOGO 03

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Tullio Barbone, accompagna i lettori alla scoperta dei luoghi e delle storie di Montella. Nei suoi scritti non si limita a descrivere monumenti, strade o particolari architettonici, ma riporta alla luce le vicende umane che hanno animato quei luoghi: storie di persone, famiglie e comunità che rendono vivo e autentico il patrimonio storico del paese. " connotando il tutto di una sottile vena poetica".

Montella luogi e staoria di Tullio Barbone 02

za Cannitella Montella  001 La guardia Comunale  Montella 10000

Devozione per il SS Salvatore

01 SSalvat. Montella

Casali viventi e casali da vivere

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Scuola, vacanze e tempo libero

001 Scuola elementare Montella

La bella borghesia

001 Farmacia Cione

Don Calogero e la ragazza dai capelli corvini

Don Calogero 003   5

Le valigie di sogni e delle speranze

Le valigie di sogni e delle speranze Montella 01

Peppariello Montella 000

Lo puórco pe’ fa’ bene mòre acciso.

Lo Puorco 001 Montella

Il Pianto di Martino Montella 00B

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Lo Spazzino Comunale Montella 001

Zi Nicoletta con ascia 001 001 Le cascate di Montagma di Montella

La Collina degli Asparaci  Montella AV. 01

Le cisterne di Montella 0003

I vicoli di Montella nascosti e dimenticati 02

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Antonio Palatucci, montellese di grande prestigio culturale e umano, rappresenta una figura di riferimento nel mondo della scuola e della cultura. Nato a Montella e residente a Napoli, è stato docente nelle scuole superiori e svolge da anni un’intensa attività giornalistica e pubblicistica. Laureato con il massimo dei voti in Lettere classiche presso l’Università Federico II di Napoli, iscritto da moltissimi anni all’Ordine Nazionale dei Giornalisti, ha dato prova di notevole spessore dottrinale, affrontando con rigore e passione tematiche tra le più diverse. Nei suoi saggi e articoli ha saputo indagare autori di epoche, nazionalità e interessi differenti, senza mai dimenticare le sue radici e il profondo legame con Montella. 

Antonio Palatucci 03

Le pubblicazioni di A Palatuccijpg

 Giovanni Palatucci beato

001 Giovanni Palatucci

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Angelo Moscariello - Critico cinematografico, docente universitario e saggista. Autore di numerosi volumi sulla settima arte, tra cui Come si guarda un film, Dizionario del cinema comico americano e L'inconscio sullo schermo - il cinema secondo Jung. Cura l'editoriale di Cabiria Magazine con riflessioni e approfondimenti che ampliano il punto di vista sui film e sulla cinematografia in generale. I suoi scritti sono il punto di partenza per la costruzione di una sana coscienza cinefila. 

Angelo Moscariello 002

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Tutto loro del mondo San Salvatore Montella

Ospedale di Comunita 001

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Articoli di montella.eu

Clara Coppola Miss Italia 01

Il Miracolo del Sacco

Il Sacco di San Francesco 15

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Persone di Montella
Antonio Manzi  Geno Auriemma
Giuseppe Gramaglia   Vinicio De Stefano
Aurelio Fierro   Leonarda Cianciulli
Padre Silvio Stolfi   Guido Gambone
Francesco Scandone   Giovanni Palatucci

A coordinare questo gruppo di autori c’è Vittorio Sica e i suoi collaboratori  Riccardo, Carmine, che non solo curano con dedizione ogni contributo, ma arricchiscono i  testi e racconti con fotografie, immagini d’epoca e grafici, rendendo ogni articolo un percorso narrativo completo, coinvolgente e armonioso. Grazie al loro lavoro editoriale, le storie diventano più fluide, piacevoli da leggere e visivamente accattivanti, conquistando l’interesse dei migliaia di lettori che ogni giorno seguono montella.eu.

Insieme, questi autori formano un mosaico narrativo unico: una finestra aperta su Montella, sulle sue radici, sui suoi sogni e sulla sua inesauribile vitalità.

LA GUARDIA COMUNALE  di Tullio Barbone

LA GUARDIA COMUNALE di Tullio Barbone

Barbone Tullio 24 Agosto 2026

La guardia Comunale  Montella 10000Il sole di luglio era già alto sopra il pergolato della Casàra e Marialònga lavava i panni al fontanile pubblico all'incrocio di via Serra col vicolo Cagnano.

A casa dormivano ancora i suoi figlioletti avuti dal marito, il figlio del sellaio, che, da quando l'aveva sposata , partiva a febbraio per la Svizzera e tornava a dicembre. A febbraio compiva il dovere di marito e ripartiva. Così ad ogni ritorno trovava la famiglia cresciuta di età e di numero. I figli erano numerosi ormai, e di panni ce n 'erano da lavare! Marialònga stava strizzando gli ultimi.

La guardia Comunale Montella Av 02-Scappa , Marì'! Scappa! - gridava dalla finestra Pippinèlla- arriva Tezzóne! 

Tezzóne, sì proprio così,  chiamavano su al rione la guardia comunale per via dei suoi occhi di brace che ti fulminavano all’istante!

Marialònga alzò la testa, tese le orecchie, sentì un rumore ferrigno di scarpe chiodate, raccolse tutto nella sporta e stava allontanandosi dal fontanile.

Dove vai tu? Posa quella sporta! Che ci tieni? - tuonò Tezzóne con la voce spremuta e la faccia rubiconda.

-Vado alla piana, porto da mangiare ai mietitori.

-Devono essere in tanti!- ghignò la guardia.

E intanto dalla sporta gocciolava acqua saponata.

-E quella che gocciola cos'è? E cos'è quest' acqua scorsa dal fontanile verso il vicolo Cagnano?

Mentre Marialònga continuava a farfugliare qualche parola, Tezzóne le consegnò la multa; la donna l' afferrò, l'infilò accartocciata nella tasca, guardò con occhi di vipera la faccia dell'uomo e, voltate le spalle, s' avviò verso casa. Avesse potuto, lo avrebbe morso e avvelenato.

La guardia Comunale Montella Av  03

La Casàra la spiava dall'uscio semichiuso. 

-Ben ti sta, faccia di zoccola! - disse quando Marialònga passò davanti alle scale di casa sua.

-Vecchiaccia, sai cosa ci faccio con questa scartoffia? Il fuoco ci faccio, strega!

Tezzóne era rimasto fermo, impietrito davanti al fontanile. Fissava il lastricato.

Una “focaccia” di vacca, bella, grossa, tonda e fumante stava lì e lo sfidava con la sua freschezza. Si riebbe, si lanciò di corsa verso il vicolo, svoltò l'angolo, ma le vacche avevano oltrepassato il castagneto ed erano già lontane nella piana della Lichittèlla.

Tornò trafelato al fontanile, con la faccia sempre più rossa e gli occhi di fuoco. E fissava la “focaccia”.

Di chi poteva essere?

Delle vacche del Ficàro o di quelle del Bottone? Ma sì, era quasi certo che fosse della vacca dell' Addesso il quale, da quando era tornato dall’ Argentina, ne aveva comprata una bella, grossa che pareva sempre incinta. Ma non lo era.

Mangiava, e quanto mangiava! E quando l'Addesso la mungeva, il secchio grande si riempiva di latte mattina e sera. Se mangiava tanto, pensava Tezzóne, doveva di certo essere stata lei a lasciare quell'impronta.

Ma voleva essere certo.

La mattina dopo, di buon'ora, Tezzóne salì alla Serra, si nascose dietro il vicolo cieco ed infossato della Casàra ed aspettò. Sentì quasi subito un abbaiare di cani, poi uno scampanìo scomposto che proveniva dalla Torre; allora si tirò più dietro, mise la mano sulla pistola. C'era! Tutto era a posto.

Dopo un attimo vide le vacche sbucare davanti al fontanile e svoltare verso il vicolo Cagnano; proprio allora una di esse lasciò cadere una freschissima “focaccia” fumante. La guardia balzò fuori come un felino.

-Sei stato tu! - ringhiò rivolto al Bottone ed indicò la “focaccia” - Anche ieri sei stato tu!

-No, io no, è stata Bianchina, quella bruna alpina che ancora non ha finito, la vedi davanti al portone di don Gerardo come semina ancora!

- Bianchina o Reginella... Le vacche, le devi cacciare prima di quest’ora! A concimare la piana della Lichittèlla le devi portare! Sulla strada non devono farla! No!. E poi davanti al fontanile! No!

Il Bottone guardava perplesso la faccia lupigna di Tezzóne e non riusciva a capire perché le vacche dovessero farla ad orario. Nella stalla, per strada o nella piana, la stessa cosa era.

La guardia Comunale Montella Av 04

E intanto si allontanò infilando la scartoffia nella tasca della giacca di velluto da cacciatore dove si perdette tra le tante stoppie che egli raccoglieva di giorno e di sera portava a casa. La giacca si gonfiava, ai due fianchi e dietro, a tal punto che era difficile capire se il Bottone fosse più alto o più largo.

La guardia, gonfia ed impettita, lasciò il fontanile e affrettò il passo verso il sagrato della chiesa dove aveva sentito ragazzi che giocavano a pallone e vetri che si frantumavano. I ragazzi però avevano anch’essi la loro guardia-spia.

- Scappate! -

E tutti, come i figli delle quaglie, volarono a nascondersi dietro gli usci a spiare Tezzóne che osservò a terra gli ultimi vetri rotti del palazzo signorile, si guardò ripetutamente intorno, scosse il capo e poi scese lungo l’acciottolato.

- Prima o poi prenderò pure loro! -

I ragazzi allora sbucarono dai nascondigli gridando e lanciando il pallone verso il cielo a confondersi con l’azzurro. Era ancora una volta salvo.

La guardia Comunale Montella AV 05 bis

E venne il giorno in cui il Consiglio comunale deliberò la costruzione di un pubblico lavatoio.

L’edificio, ai piedi della Serra in via della Piana, era basso, a terrazzo, chiuso per tre lati e aperto avanti, con un’inferriata centrale e con due cancelli laterali; dentro aveva una lunga vasca con due lunghi strofinatoi. Quando Tezzóne che seppe di questo lavatoio s’incupì. Per lungo tempo non si vide più salire alla Serra.

L’edificio intanto, da qualche tempo, faceva mostra di sé con la sua bella scritta sulla facciata “LAVATOIO PUBBLICO”, ma non veniva aperto; finché un manifesto comunale non ne annunciò l’apertura. Alla guardia comunale Tezzóne vennero consegnate le chiavi dei cancelli. Nei primi tempi le donne accorsero numerose, poi di meno, infine scomparvero.

Tezzóne preparò un grande cartello che fissò alla ringhiera del pianerottolo del lavatoio per attirare le donne lavandaie. Si ricordò della tromba da banditore che usava prima di essere guardia comunale e salì spesso alla Serra per convincere le donne a scendere al lavatoio.

Dava squilli di tromba e poi tuonava :

La guardia Comunale Montella AV  06-Guai a voi se vi pesco al fontanile!

Ma le donne non andavano più né al fontanile né al lavatoio.

Tezzóne apriva i cancelli al mattino e, seduto sulle scale, aspettava. Con i gomiti sulle ginocchia ed il mento tra le mani passava ore e ore in un silenzio amaro: rivedeva donne con le sporte gocciolanti sulla testa, palloni che volavano, ragazzi che scappavano, vetri che si frantumavano, “focacce” di vacca ancora fumanti e multe e ancora multe.Ogni tanto scuoteva la testa, si alzava, entrava nel lavatoio e si fermava a fissare l' acqua che usciva da un tubo ad un capo della vasca e si perdeva dall'altro nella fogna. Usciva e si perdeva ininterrottamente e vanamente.

Volle risalire alla Serra: il fontanile era secco e senza il rubinetto con ragazzini che vi si arrampicavano sopra, sbarrate le finestre della Casàra, deserte le scale esterne di casa sua, mentre il sole di mezzogiorno bruciava il sagrato muto e pareva volesse consumare anche il pergolato i cui grappoli rachitici rinsecchivano giorno dopo giorno.

E malediceva la Democrazia Cristiana a cui era venuta la bella idea di costruire lavatoi che di lì a poco divennero fantasmi come i fontanili. E i ragazzi avevano preso a sassate la scritta sulla facciata, ne avevano rotto le lettere diventate ormai caratteri di un'altra lingua. Ognuno poteva leggerle a modo suo e la destinazione di quell'edificio dipese dalla libera fantasia dei passanti.

Le donne in casa avevano ormai una macchina che lavava, strizzava e asciugava. Neanche il sole e il vento erano più necessari. Come Tezzóne!

Ma lui continuava ad aprire ostinatamente i cancelli e a richiuderli. Li apriva e li chiudeva, senza che nessuno li varcasse mai. 

La guardia Comunale  Montella Av 07Una sera in cui il silenzio era più amaro e l' animo più vuoto che mai, li chiuse per sempre e si allontanò con il cartello sotto il braccio e la tromba che gli pendeva dalla cinta, scendendo per via Piana a passi pesanti e lasciandosi alle spalle il sole che si perdeva dietro la collina degli asparagi. E nessuno lo vide mai più.

L'articolopubblicato, senza illustrazioni, sulla rivista Il Monte anno I n° 3 del 2004.

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