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Cultura & Tradizioni

Giovanni Palatucci beato nel ... Limbo di Antonio Palatucci

05 Gennaio 2026

Antonio Palatucci 03Settantacinque anni fa precisamente il 10 febbraio 1945 - veniva trucidato nel campo di sterminio di Dachau in Germania, il funzionario di P.S. a Fiume Giovanni Palatucci, personaggio che pur avendo giocato un ruolo notevolissimo sul piano della pacifica con­ vivenza fra i popoli, non ancora ha ottenuto da parte degli storici del martrologio dell'Italia democratica, quel più rimarchevole riconoscimento che doverosamente gli spetta a tre quarti di secolo dal suo assassinio.

001 Giovanni PalatucciDegno di essere annoverato a pieno titolo fra i Padri della Patria libera e repubblicana, alfiere dell'uguaglianza dei diritti dell'Uomo senza pregiudizi di frontiere o di razza o di fede  egli proclamato Servo di Dio il 10 febbraio 2004, il giorno in cui se fosse vissuto avrebbe compiuto 95 anni, offrì in olocausto la sua esistenza quando non ancora ne aveva 36, ad un'età inferiore a quella in cui il boia fascista stroncò la vita di Giacomo Matteotti, dei fratelli Carlo e Nello Rosselli di Giovanni Amendola, Antonio Gramsci, don Giovanni Minzoni e tantissimi altri martiri.

Nato nel 1909 a Montella in Irpinia, da una delle famiglie più in vista per interessi culturali, Giovanni Palatucci fu fin da bambino indirizzato dai suoi congiunti all'amore per il prossimo particolare ascendente avevano in tal senso su di lui i tre zii paterni tutti Frati Minori Conventuali: Antonio , scrittore e "maestro provinciale", Alfonso  che in qualità di rettore dei conventi di Napoli e delle Puglie, aveva dato disposizioni ai confratelli perché svolgessero intensa opera assistenziale in favore degli Ebrei perseguitati dai nazifascisti ,, Giuseppe, che a Campagna (Salerno), dove era ve, scovo, aveva coraggiosamente istituito un campo di raccolta, da ogni parte della peni, sola, della gente d'Israele raminga e vessata.

E a Campagna, appunto, il giovane funzionario indirizzerà, presso lo zio presule, varie centinaia di Ebrei (e si trattò solo di una piccola parte rispetto al ben più cospicuo numero da lui sicuramente sottratto ai forni crematori hitleriani).

Portatosi dalla sua terra d'origine nella città di Torino, Giovanni Palatucci vi frequentò l'Università laureandosi in Giurisprudenza, non per fare l' vvocato - come pure volevano i suoi , bensi per accedere quale funzionario al servizio di Pubblica Si­curezza. Commissario presso la Questura di Fiume e responsabile dell'Ufficio Stranieri, avrebbe dovuto in ottemperanza alle leggi razziali del "regime" schedare arrestare e consegnare al supplizio gli Ebrei, per la sal­vaguardia della razza ariana.

002 Giovanni Palatucci

E invece il futuro Servo di Dio trasse in salvo, secondo le più attendibili fonti oltre cinquemila vite umane soltanto dal settem­bre del 1943 allo stesso mese dell'anno suc­cessivo (quando venne arrestato per dela­zione di un funzionario prono all'ideologia nazifascista), parte inviando al suddetto cen­tro di accoglienza allestito dallo zio vescovo parte spedendo in altre località con docu­menti e passaporti falsi, al cui rilascio prov­vedeva egli personalmente.

Il salvataggio degli Ebrei ad opera di Pala­tucci era, in verità, incominciato fin dal suo primo arrivo a Fiume quando egli non an­cora rivestiva cariche di rilievo: giunto, in­fatti, nella città giuliana all'inizio del 1938, nel marzo dell'anno successivo accolse 800 Israeliti, fuggiti su di un vapore greco, e in­ vece di consegnarli alla Gestapo, come ave­ va l'ordine di fare, li affidò alle premure di rilevanti personalità del mondo della Chie­sa: il che dimostra quanto sia difficile (e insieme riduttivo) nella carenza di docu­menti di cui disponiamo - determinare il numero complessivo delle persone salvate dall'eroico funzionario, numero che in ogni caso è nell'ordine di varie migliaia.

L'opera svolta in favore degli Ebrei rappresenta senz'altro l'aspetto più noto dell'attività di Palatucci, come attesta anche la dovizia dei ri­conoscimenti a lui tributati: la piantagione di 36 alberi, tanti quanti gli anni della sua vita -lungo una pittoresca strada di Ramat Gan (alle porte di Tel Aviv) a lui intitolata; l'intito­lazione di una foresta nella Giudea presso Gerusalemme; l'attribuzione di una medaglia d'oro da parte dell'Unione del­le Comunità Israelitiche d'Italia in occasione del decennale della

Liberazione e poi anco il conferimento del titolo onorifico di "Giusto fra le Nazioni", che rappresenta il massimo tributo elargibile da parte degli Ebrei ad un benemerito a livello mondiale; l'assegnazione, ad opera del Capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro, della Medaglia d'oro al Meri­to Civile alla Memoria; il conio di un medaglione ricordo con la stampigliatura del volto dell'Eroe (a non contare, perché in­numerevoli, l'intitolazione al Servo di Dio di strade, istituti scolastici, circoli culturali, caserme, scuole di polizia e quant'altro, nelle località più disparate della nostra Nazione).

Ma l'opera dell'intrepido funzionario  che oltre agli Ebrei salvò anche un grandissimo numero di Slavi e perseguitati politici spazia in altre e sicuramente più prestigio­ se e notevoli ancorché meno conosciute direzioni verso le quali sarebbe finalmente il caso di condurre una più puntuale inda­gine storica visto che a distanza di settantacinque anni dal crimine nazista, molto ancora rimane da acclarare sulla posizione che nei confronti dei servi di Hitler andava assumendo la Questura di Fiume, rappre­sentata ormai da Giovanni Palatucci che, in seguito alla fuga a Roma del titolare Tommaselli, prono al nefasto regime, ne era di­ventato il massimo responsabile.

Dopo 1'8 settembre 1943 la situazione in Italia precipitava con drammatica rapidità. Liberato, ad opera dei paracadutisti tede­schi dall'albergo-prigione del Gran Sasso (12 settembre 1943), Mussolini fondò la RSI, inglobandovi anche il territorio di Fiume che i nazisti avevano provveduto a "liberare" dalle forze armate fedeli a Bado­glio e alla monarchia.

Il 1° ottobre venne costituito - con capita­le Trieste e con l'inclusione di varie città fra le quali Udine Gorizia, Pola e Fiume  l'Adriatisches Kusterland ("Costiera Adriatica"), vera e propria "appendice" del Reich tedesco. In tale frangente, mentre venivano allestiti campi per lo sterminio degli Ebrei (famigerato il lager della "Risiera" a San Sabba, in Trieste, dove vennero cremate migliaia di vittime), il titolare della Questu­ra di Fiume, come dinanzi detto, nell'incertezza degli eventi e della linea da seguire, si metteva al riparo a Roma, la­sciando ogni responsabilità a Palatucci.

Questi, quand'anche non avesse voluto fuggire pure lui, avrebbe potuto come gli suggerivano molti dei suoi colleghi - accon­discendere alla politica nazifascista e "perfe­zionare" la "sudditanza" di Fiume al Reich: e invece concepì l'ardimentoso disegno di sottrarre al Fuhrer l'Adriatisches Kusterland, rendendosi campione e martire del riscatto di tali terre.

Fiancheggiatore e sostenitore quindi del Movimento di Liberazione Nazionale  se non proprio organicamente inserito in esso col nome di battaglia "dott. Danieli", come pure ammette qualche fonte che troppo sbrigativamente viene ritenuta poco attendi­bile - l'alacre funzionario di Polizia, all'inter­no della struttura di cui ormai era diventato il vertice, ebbe modo di conoscere con anticipo tutte le mosse dei nemici dell'umanità, di intercettare e falsificare documenti, di de­pistare indagini e far cadere sospetti, di indebolire e sabotare il potere miliziano, re­pubblichino e nazista. Organizzata la sua Questura come una cellula clandestina di ita­lianità, il "dott. Danieli", come oggi lo si de­nomina, lavorava febbrilmente, stringeva rapporti sempre più ampi e più intensi con gli antifascisti, contattando personaggi di spicco della Resistenza, portandosi da una località all'altra senza sosta e senza tregua.

E, a proposito dei suoi spostamenti, rite­niamo doveroso arrecare una nostra attesta­zione in merito ad un avvenimento del qua­le nessuno finora ha mai avuto contezza e che invece, secondo noi, assume una note­vole importanza ai fini di una più completa delineazione del quadro delle molteplici e complicate attività del Servo di Dio.

All'epoca dei fatti in questione, nel Con­vento dei Frati Minori di Friburgo (Svizzera) riscuoteva un'alta considerazione la figura di Padre Luigi Santoro, pure lui montellese Palatucci per parte di madre e cugino di se­condo grado di Giovanni.

Egli, docente di discipline filosofiche e umanistiche, teologo, poliglotta e autore di numerosi saggi di rilievo, rientrato poi in Italia, diede impulso, nella Basilica di Santa Croce a Firenze, al periodico Città di Vita che, attivo da oltre settant'anni, si pubblica ancora ai nostri giorni.

Inviato successivamente a Mantella dai vertici del suo Ordine, istituì, negli anni Cinquanta del secolo scorso, un biennio ginnasiale nella Basilica (allora "Convento") di San Francesco a Folloni, assolvendovi il duplice ruolo di docente e dirigente.

003 Giovanni Palatucci

Chi detta queste note, allievo, appunto, di tale istituto, ebbe il privilegio di apprendere - insieme a una nipote di Padre Luigi (la quale attualmente vive negli U.SA, a Norristown) - che Giovanni Palatucci si era re­cato da lui a Friburgo, "due o tre volte" a fargli visita. Chi ha avuto l'onore di conoscere Padre Santoro, sa quanto egli fosse schivo, riservato, alieno da iattanze e protagonismi di sorta. in quel tempo, era il 1953, conosceva solo di nome il "poliziotto morto in un campo di sterminio in Germania" (come si diceva in famiglia): pertanto non diede peso alla rile­vante confidenza. A distanza, però, di tanti decenni e alla luce di tanti accadimenti e                 documenti, quello che era un particolare dato quasi en passant assume un ben diverso rilievo, che dovrebbe indurre biografi ed esegeti a più attente e più complete valutazioni e con­clusioni.

La prima domanda che, al riguardo, ci si dovrebbe porre è questa: per quale ragione Palatucci, in un momento cosi critico, si re­cava da Fiume a Friburgo, spostandosi di oltre 800 chilometri? Non certo per fare una visita "disinteressata"; non certo per parlare del più e del meno col cugino ...

La Svizzera, evidentemente, doveva essere sentita come una casa " propria " , come una casa sicura, dall'eroico funzionario di Poli­zia, il quale proprio verso la frontiera elveti­ca indirizzerà molti Ebrei da porre in salvo, e tra essi quella Mika Eisler per la quale, a ragione o a torto, forse più a torto che a ra­gione, alcuni ipotizzano che egli avesse del tenero tutto particolare.

Tali, invero, essendo gli eventi e le circo­ stanze, non è forse più che legittimo supporre che Padre Santoro, scomparso prema­turamente nel 1958, abbia fornito a Pala­tucci un valido sostegno nell'utilizzo del "canale svizzero", come lo si potrebbe defi­nire, al fine di salvare vite umane?

O qualcuno è in grado di dare una spiega­ zione diversa?

Intanto l'opera del coraggioso responsabi­le dell'Ufficio Stranieri si faceva sempre più intensa. Egli, assieme ad altri patrioti, tra cui l'ing. Giovanni Rubini, elaborò un Pia­ no per Io Stato Libero di Fiume, che avrebbe dovuto essere recapitato agli Alleati e che prevedeva, nell'ipotesi ormai concreta di una vittoria di questi ultimi, la creazione di un piccolo Stato-cuscinetto tra l'Italia e la ex-Jugoslavia, quello di Fiume appunto, li­bero e sovrano.

Ma Palatucci si lasciò tradire da un eccesso di entusiasmo, e peccò d'ingenuità: trascu­rando di essere circondato da gente infida, portò nel suo ufficio una copia del Piano che era stato stilato proprio in casa Rubini, fa­cendosi così cogliere con le mani nel sacco.

Denunciato da un commissario suo di­pendente, venne arrestato da un capitano delle "SS" all'alba del 13 settembre 1944 e immediatamente tradotto a Trieste.􀔨 dì qui.

004 Giovanni Palatucci

dopo poche settimane. di prigionia - fu spedito nel campo di concentramento di Dachau, presso Monaco di Baviera, dove subì il martirio a causa delle massime "colpe-" della sua vita: l’abnegazione per il prossimo e l'attaccamento alla Patria.

Tale, dunque fu la fine terrena di uno dei più nobili fautori della libertà, di ,un intrepido assertore della parità dei diritti umani: es.­ sete gettato. ammalato, e ancora vivo, .in una fossa comune, tra caterve di corpi umani in decomposizione, a ridosso di un campo di sterminio tedesco, cosa che avvenne come ricordato all'iniziò, il 10 febbraio 1945.

Ha questo punto è opportuno e doveroso per il riguardo che menta l’olocausto del Servo di Dio, fare due considerazioni, pur se possono suonare amare relative la prima agli onori tributati all’eroico martire la seconda alla causa per la sua canonizzazione.

Per quanto concerne i riconoscimenti riscossi dal coraggioso funzionario di Pubblica Sicurezza va rilevata quella che è una innegabile indolenza, una colpevole neghittosità, una biasimevole infingardaggine dello Stato italiano;· è veto, infatti che a "Palatucci, come detto prima, venne conferita la Medaglia d’oro al Mento Civile alla Memoria dal Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro: ma questo si verificò solo nel 1995; ossia cinquant’anni tondi tondi dal martirio del giovane patriota, mentre a questi, già un quarantennio prima,. e cioè nel 1955, lo Staro, d'Israele aveva. tributato, come riferito sopra numerose onorificenze: quali l’intitolazione di una foresta nei pressi di. Gerusalemme e l'assegnazione di una Medaglia d'oro, sempre in tale anno a cura dell'Unione delle Comunità Israelitiche presenti in .Italia; per non ricordare che anche la piantagione dei 36 alberi lungo un viale di Ramat Gan , nei pressi di Tel Aviv, risale addirittura al 1953 e anche il sommo dei titoli onorifici qual è quello di Giusto fra le .Nazioni􀊮, fu conferito a Palatucci nel 1990, ossia cinque anni prima ma che l'Italia concedesse la suddetta Medaglia al Merito Civile. E’ quindi al riguardo; proprio il caso di dire; che: nemo propheta in patria 'così a Roma come in .altre località italiane, com presa Montella, che al suo eroico figlio si limitò ad intitolare, negli anni cinquanta del secolo scorso􀑮 un "Circolo sociale" e l' edificio scolastico del rione Fontana (recentemente abbattuto); solo molto tempo dopo, quasi per fare ammenda della sua disattenzione nei confronti dell’illustre personaggio,. e comunque a rimorchio dei ben più rilevanti riconoscimenti da parte di svariate comunità italiane: 􀔍 estere, ·il paese natio intitolerà al martire una piazza nel 1997 e, molto più recentemente, un istituto scolastico statale comprensivo.

E questo è quanto, per quel che attiene agli "onori civili" resi al martire.

005 Giovanni Palatucci

Venendo, poi, alla seconda considerazio­ne di cui poc'anzi, va sottolineato che ana­logo, anzi, se possibile, ancora più inespli­cabile si rivela lo status del processo di Bea­tificazione del martire, la cui apertura risale al 9 ottobre 2002, dietro Editto del Vicaria­to di Roma emanato in data 21 marzo 2000, ossia giusto venti anni fa, una genera­zione a tutt'oggi... La chiusura della fase diocesana di tale processo venne, come ricordato all'inizio, il 10 febbraio 2004, quando il proclamato "Servo di Dio" Gio­vanni Palatucci era già stato annoverato tra i martiri del ventesimo secolo, ormai da circa un lustro, da Papa Giovanni Paolo II in oc­casione della cerimonia ecumenica giubilare (7 maggio 2000).

In meno di quatto anni, quindi, quanto tempo intercorre dal maggio del 2000 al febbraio del 2004, l'eroico funzionario di Pubblica Sicurezza ottenne la qualifica di martire da Papa Wojtyla, superò l’esame" su tutta la sua esistenza, venne proclamato Servo di Dio.

Poi l'empasse, lo stallo che per­dura da sedici anni, quasi che la navicella del processo di Beatifi­cazione sia rimasta incagliata nel­le secche di chissà quale bonac­cia. È vero che i tempi di Dio non sono i tempi degli uomini: ma è pur lecito interrogarci sulle ragioni del prolungato "silenzio" in merito.

Fra le cause dell'immobilismo si vanno facendo varie (e talvolta fantasiose) congetture, quali la tessera del PNF di Palatucci o le sue relazioni sentimentali o il mi­racolo ancora di là da venire. Quanto alla tessera fascista, si sa che questa, durante il regime nero, era obbligatoria per chi volesse acce­dere ad un impiego e non vivere di scrocco o di rendita; circa la vita sentimentale, è ri­saputo che per un laico, qual era il Servo di Dio, il voto di castità non è previsto ora e non lo era neppure al tempo di santa Monica, madre di sant'Agostino.

Il miracolo, infine? Ma questo dall'epoca della "guarigione inesplicabile" che si legge nella cartella clinica di un am­malato cui, prima dell'intervento operato no, era " scomparso " il cancro al rene mentre egli per devozione si aggrappava all'immaginetta di Giovanni Palatucci - questo, dicevamo, è un fatto acclarato e conclamato fin dal 2013 ...

Che forse una risposta sullo status attuale del processo di Beatificazione in parola ce la possono fornire direttamente gli organi su­premi del Vaticano? Per il momento non ci resta che attendere.

Antonio Palatucci

I vicoli di Montella nascosti e dimenticati di Tullio Barbone

Barbone Tullio 05 Gennaio 2026

I vicoli di Montella nascosti e dimenticati 02Chi osserva una cartolina illustrata che ritrae il panorama completo del centro abitato di Montella degli anni '50, si accorge che esso è disposto a raggiera con al centro Piazza Bartoli, dalla quale si dipartono cinque strade principali: Via Don Minzoni verso Nord, Via M. Cianciulli verso Sud-Est, Via del Corso verso Est e la strada che porta a S. Simeone e poi a Sorbo verso Ovest; da questa si di­vide subito la strada che porta a Garzano verso Nord-Ovest.

Da queste cinque arterie principali si dipartono via via strade più brevi che portano ai rioni periferici e infine da queste ultime una serie di vicoli e vicoletti che possiamo considerare come i capillari del sistema urbanistico e viario del paese. Tra un'arteria principale e un'altra l'osservatore nota grandi polmoni verdi, costituiti da parchi di case signorili, da or­ti e da campi coltivati.

Dagli anni '60 in poi questi grandi spa-zi verdi sono stati via via urbanizzati, cosicché oggi di essi rimangono solamente spezzoni di orti, giardini striminziti e a volte neppure questi. Non capisco le ragioni per le quali il verde urbano sia stato così tanto ridotto in quegli anni.

Al forestiero che arriva a Montella, ancora oggi le prime strade che si presentano sono Via D. Minzoni, Via M. Cianciulli e Via del Corso con piazza Bartoli al centro. Del resto anche le cartoline illustrate dell'abitato fondamentalmente ritraggono solo questi luoghi ignorando le periferie. Ma Montella è anche altro. Ci sono vicoli, soprattutto nei rioni alti del paese, che hanno un fascino particolare e sono carichi di tantissima storia paesana, anche se non sono intitolati a personaggi illustri.

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Non sono né larghi, né dritti, né alberati, sono angusti, tortuosi e a volte aspri, come la vita che hanno visto vivere, ma egualmen­te belli. Sono libri aperti e a chi li sa leggere rivelano una parte dell'anima della nostra gente non sempre raccontata e conosciuta.

Però la storia di una comunità, di un pae­se, non è fatta solo di proprietari terrieri che abitavano lussuosi palazzi, ma anche di con­tadini, di coloni e di mezzadri che coltivava­no le loro terre e abitavano case modeste. Per queste ragioni voglio farmi una passeg­giata in mezzo a questi vicoli, che abbia an­che il sapore di un ritorno e di una rilettura.

Devo premettere che con la ricostruzione post-sismica qualche vicolo situato in zone più disagiate, è stato abbandonato ed i pro­prietari di abitazioni da abbattere hanno ceduto il suolo al Comune e accettato case costruite fuori sito. Però la maggior parte dei vicoli ha visto le abitazioni ricostruite, ma con poco rispetto per gli elementi archi­tettonici preesistenti. Ne è venuto fuori un ibrido con elementi eterogenei che non ge­nerano armonia.

002

Vi entro e mi sembrano deserti, muti, ma un comignolo che fuma, dei panni stesi ad asciugare, un'antenna televisiva ad un balcone, un cane accovacciato davanti ad un portone, mi dicono che c'è qualcuno che ci vive. Alcuni vicoli sono ciechi e si aprono solo verso l'alto ad un nastro di cielo, ma la mag­gior parte di essi, oltre il muro di fondo che li delimita, hanno gli occhi aperti sugli orti e sulla vallata sottostante o verso la montagna.

Hanno delle caratteristiche comuni. Mi colpiscono subito le scale esterne di molte abitazioni: pochi scalini di accesso ai porto­ni occupano suolo pubblico e permettono di guadagnare superficie abitabile all'interno. Questi pochi scalini per lo più sono frontali al portone, ma, dove il piano stradale è molto più basso del portone, gli scalini, necessariamente più numerosi, sono addossati al muro perimetrale e terminano con un piane­rottolo di accesso. Scalini e pianerottolo sono ricoperti da tettoie che un tempo era­no coperte di embrici e sorrette da pali di legno; questi materiali sono stati sostitui­ti dal ferro, dall'alluminio e dalla plasti­ca. Questi pochi scalini che ora hanno solo la funzione pratica, una volta erano anche panchine su cui stare a chiacchie­rare e sferruzzare: chissà quante confi­denze e pettegolezzi, storielle e confes­sioni avranno ascoltato. Erano salotti all'aperto.

All'inizio o all'interno dei vicoli a volte è presente un arco, sul quale natural­mente sono costruiti vani abitati affinché nessun metro quadrato di superficie e nessun metro cubo di spazio vadano per­duti. Anche gli archi, come gli scalini, erano animati: vi si radunavano i bambi­ni per giocare quando all'esterno era cattivo tempo.

Ancora vedo in qualche vicolo una vite contorta che si arrampica fino ad un balcone o ad un terrazzino. Una vol­ta ce n'erano ovunque ci fosse uno spazio fra due case e di settembre si caricavano di uva rosata e profumata che appartiene or­mai ai ricordi. Protette dal vento, dal fred­do e dall'umidità, queste viti erano più re­sistenti alle malattie ed erano capaci di cer­carsi l'acqua allungando le radici sotto le case, sotto le strade acciottolate o lastricate. Inoltre ogni orto e ogni cortile aveva la sua "preola" di uva rosata. Ma quanti orti sono rimasti? Oggi quasi tutti i rioni hanno avuto la loro variante esterna che ha portato maggiori comodità, ma ha disintegrato gli orti, riducendoli a brandelli. È vero che i rioni sono meglio collegati fra loro e col centro, ma questo non ne ha impedito lo spopola­mento. L'area del vicolo, che era pur sem­pre suolo pubblico, in realtà era tacitamente sfruttata dai soli "condomini" che d'estate vi spandevano ad essiccare fagioli, ceci e granturco come se il vicolo fosse un'aia pri­vata di campagna. E vi sostavano pure gli asini, legati con la cavezza ad un anello in pietra murata a fianco al portone, in attesa di partire per un altro viaggio.

Tra i condomini del vicolo vigeva una sorta di mutuo soccorso fatto di prestiti e di scam­bi. Si prestava innanzitutto il lievito naturale (lo crescènde) per la panificazione, che, dopo l'uso, veniva rinnovato e restituito, pronto per un'altra famiglia.

Si prestavano oggetti per la casa (chiurnìcchi, setàcci, caoràre), attrezzi da lavoro; capitava di prestare, in situazioni particolari, anche l'asino per il trasporto di frasche e legna, paglia e fieno, anche se una massi­ma popolare recitava che era meglio prestare la moglie anziché l'asino. È vero che la massima evidenziava l'importanza di questo animale do­mestico per l'economia della fami­glia, ma è pur vero che evidenziava la scarsa considerazione del ruolo della donna in quella società piutto­sto maschilista. La qual cosa non ci fa onore.

Le famiglie del vicolo si scambiavano perfino giornate lavorative: infatti in un tempo in cui la mone­ta liquida scarseggiava, era il barat­to a regolare i rapporti economici, per cui una giornata di lavoro resa non era pagata ma ricambiata.

Occorre però dire che tra le famiglie del vicolo molto spesso c'erano rapporti di pa­rentela che favorivano questi aiuti reciproci.

C'erano particolari attività della vita con­tadina che si prestavano ad aiuto reciproco: la mietitura, la raccolta delle barbabietole da zucchero, la spagliatura delle pannocchie di granturco, la vendemmia, le varie fasi del­la raccolta delle castagne.

Inoltre non tutti avevano sempre attrezza­ture necessarie per tutte le attività. Basta pensare che avere un torchio per la spremi­tura delle vinacce era quasi una ricchezza che non tutti potevano permettersi per cui, nelle sere d'ottobre, (di giorno no, perché la gente era impegnata nei castagneti) capitava di assistere ad un via vai di ragazze con reci­pienti in testa che trasportavano a casa di chi aveva il torchio, le uve pigiate e fermentate per la spremitura definitiva.

003

Credo che sentire l'odore di mosto e di vino di cui era pregna l'aria del vicolo sia stata tra le esperienze più belle e più irripe­tibili della civiltà contadina.

Mi viene da fare una considerazione: la gente del vicolo si ritrovava a darsi reciproco aiuto soprattutto nell'ultima fase delle attività agricole, cioè quella della raccolta. Infatti si aiutavano non per potare o irrora­re le viti, ma solo per vendemmiare, non per sarchiare o rincalzare il granone, ma so­lo per sfogliare le pannocchie, non per se­minare o mondare il grano, ma solo per batterlo sulle aie. Credo che questo dipen­desse dalla necessità di mettere il raccolto al sicuro dalle intemperie e dai furti prima possibile, ma credo pure che fosse un modo di rendere partecipi i vicini del piacere e della gioia derivanti da un abbondante rac­colto che rappresentava dopo tutto la sola ricompensa per un intero anno di lavoro.

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tutti aspettavano freneticamente e gioiosamente vivevano queste attività perché erano anche occasioni di socializzazione, di divertimento e favorivano incontri galeotti fra gio­vani innamorati.

È Minuccia che racconta.

Quann'era vagliotta facìa l'amore pe' no' vagliane re 'n'ato casale, ma mamma non mi ulìa mai fa' assì. Venètte Settembre e a casa re l'amica mia Filuccia si spogliavano re spiche re granurinio. lo addommannai a mamma si putia i a aiutà 'st'amica a spoglià, sapènno ca nge ia puro lo 'nammorato mio. Mamma mi mannao. Quanno finiémmo re spoglià, lo patre re Filuccia pigliao l'organetto e abbiao na tarandeHa. Accumingiam­mo a baHà. A 'no certo pundo tozzola­ro a lo pertone. Era mamma! Subito mi faciéro annaccoà mmiézzo a lo squarcio re 'no muro addo' ng'era la fonèstra ra fore e li scuri ra rindo. Addo' è Minuccia?- recette mamma pe' 'na mazza 'n mano! Se n'è binuta a caseta - rispunniéro r'amiche. lo tre mava e mi stia pescianno sotta. Mamma se ne ètte, io assiétti ra la tana e curriétti a casa. Quanno arrivai no' ngi furono scuse e 'no pa­liatone non me lo levavo nisciuno.

Affinché l'aiuto reciproco fosse reso effet­tivo, alcune attività venivano programmate per quanto possibile, onde evitare che le famiglie si trovassero a svolgerle contempo­raneamente.

Poteva però capitare di non potersi aiuta­re perché certe attività non potevano essere rinviate, altrimenti sarebbero capitate nel giorno della settimana "proibito": di S. Sebastiano. Secondo il calendario la ricorrenza capita il 20 gennaio, ma il giorno della settimana in cui capitava diventava "proibito" per l'intero anno.

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In quel giorno di ogni settimana non si po­tevano svolgere tante attività pena la loro cattiva riuscita: il legname tarlava, i salumi irrancidivano, le conserve ammuffivano, il pane non lievitava nel modo giusto, il vino s'intorbidiva ...

Erano credenze che sapevano tanto di magia e di superstizione, ma intanto scandi­vano e condizionavano lo svolgimento di tante attività. Non posso credere ad un S. Sebastiano così esigente e così vendicativo!

Meno magica appare la convin­zione dei contadini circa l'influenza delle fasi lunari nelle lo­ro attività, seguendo la quale alcu­ne di esse era opportuno svolgerle nel periodo di luna crescente (re crescènza) altre in quello di luna ca­lante (re manganza).

Per quanto io ricordi era consi­derato più favorevole il periodo di luna calante.

Essere rigidamente condizionati dalla possibile influenza del succe­dersi delle fasi lunari era un altro motivo per cui spesso non era pos­sibile anticipare o posticipare de­terminate attività per poter usu­fruire dell'aiuto del vicinato. Tale convinzione, che non ha basi scien­tifiche, derivava unicamente dall'esperienza che, accumulata nel corso degli anni e dei secoli, era di­ventata come un'eredità culturale, trasmessa oralmente. Sono altre le variabili che in agricoltura deter­minano buoni o cattivi raccolti.

Ma la vita del vicolo non era tut­ta un idillio. Si litigava pure, ecco­me! Infatti la condivisione di su­perfici e spazi abbastanza ristretti portava a volte a scontri. Erano per o più le donne a litigare, ma per fortuna poche e sempre le stesse, per le quali ogni futile controversia, risolvibile col buon sen­so, diventava motivo per attaccare brighe. Intanto i mariti erano assenti per il lavoro. Le liti per lo più verbali, a volte finivano a botte.

Poteva capitare che due fratelli che si spo­savano a distanza di pochi anni, per ristret­ tezze economiche e per mancanza di nuove abitazioni, rimanessero ad abitare nella casa paterna avendo alcune stanze proprie separa­ te, ma anche varie pertinenze comuni: ingres­si, corridoi, cortili, orti.

Questa promiscuità generava occasioni di litigio fra cognate.

È sempre Minuccia che rac­conta, non più ragazza, ma donna sposata.

A casa mia pe' ghi ngimm'a la cra­ta io assia fore a la cucina e ghia ngimm'a 'na loggia addò ng'era 'na scala chi mi portava ngimm'a la crata passanno pe' dindo a 'na fo­nestrèddra. La loggia era re tutte e doe: la mia e de cainàtema, e drà io ngi tinia certi cascittini appilà­ti. 'Na bella matina scéngo rind'a lo curtiglio e trovo li cascittini me­nàti abbascio. La chiamai e li ri­ciétti:-Che so' 'sti cascittini pe' ter­ra! A chi riano fastirio?

So' stata io a menàrre abbascio pecché puzzavano re pisci!

-'Sti pisci te r'a' sonnàti, io pisci non n'aggio accattàti li riciétti, e e tornai a portà ngimma. Essa retornào a bottà abbascio. Menào abbascio puro la scala. Chiorètte la fonestrèddra e la nghiovavo pe' doe tàole accussi ngimm'a la crate io non putia i chiù. Allora io sciovài re tàole e sckasciài la fonestrè­ddra. Quanno verètte la fonestrèddra scasciàta, acchiappào 'na iàtta e me la fottètte nfronde. Lo sango pisciculiava. Me ne trasiétti a casa. Quanno la sera venètte maritimo, acchiappai lo riésto, recènno ca se l'aia veré isso! Ra quiro iur­no, nimiche a morte!

E tutto era succiésso pecché quir'anno tata no l'era fatte coglie re castagne pecché aia avuto 'na manganza ra cainàtema e da lo marito. Pe' ghi ngimm'a la crate apriémmo 'na cataratta e sa­gliémmo ra rind'a la cucina nosta. Aetta vini lo terramoto pe' fa' paci.

Oggi nei vicoli non si litiga più perché mancano gli attori e quindi i motivi per farlo.

Si litiga altrove: sull'"Isola dei famosi", nella casa del "Grande Fratello", negli studi televisivi di "Uomini e donne" e a volte an­che in Parlamento! Con una differenza.

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Prima nei vicoli si litigava... gratis, nel senso che gli attori non percepivano alcun compenso e gli spettatori non pagavano biglietti, assistendo, divertiti, a questi spettacoli a cielo aperto, magari nascosti dietro portoni, finestre e balconi socchiusi.

Oggi per litigare a televisione gli attori percepiscono lauti compensi e gli spettatori pagano canoni salati. Potete immaginare a chi vanno le mie simpatie.

La letterina di Natale e la “nvèrta” ….… di Nino Tiretta

Giovanni Tiretta 14 Dicembre 2025

001  B Letterina di Natalr Tiretta MontellaE’ ormai da qualche tempo a questa parte che le feste natalizie, una volta trascorse, mi lasciano in uno stato d’animo particolare, per alcuni versi indefinibile perché caratterizzato da un frammisto di allegria e di malinconia.

E’ fuor di dubbio che il presepe fatto in casa, i vari addobbi, l’albero colorato e luccicante, i regali impacchettati e quant’altro annesso e connesso a queste festività mi danno gioie varie, mi fanno sempre sorridere, ma nel contempo, anno dopo anno, sento sempre di più una sottesa nostalgia, nonché un forte e crescente rimpianto per un passato ormai lontano.

002 Letterina di Natalr Tiretta Montella

 

In altre parole avverto un rimpianto struggente soprattutto per coloro che – siano essi familiari, che amici o conoscenti -  non sono più con noi; un ripianto contestuale anche alla desuetudine di certe tradizioni nonché all’ assenza di atmosfere, di azioni e di gesti che appartengono, almeno nel mio immaginario, ad esperienze e ricordi legati in modo particolare alla mia infanzia lontana, anzi lontanissima.

Mi riferisco ad atmosfere, azioni e gesti che non mi appartengono più e che comunque mi rimandano a una vita lontana, più felice, semplice, tranquilla, densa di significati; in una parola, più umana; miticamente definibile “aurea” in cui, parafrasando Esiodo, “tutto era bello e senza angosce”.

A ben riflettere “un’epoca d’oro” non esiste: ogni periodo della nostra vita ha avuto le sue infelicità e perfino le sue crudeltà e pertanto l’idealizzazione romantica della nostra vita passata è tutta consequenzialità della nostra non più giovanissima età.

Sta di fatto che in concomitanza del Natale, quest’anno, (a tacere e non ricordare altre, varie e numerose “tradizioni” ed “usanze” natalizie montellesi) ho ripensato, specificatamente al dono della “nvèrta” e a quella della cosiddetta “letterina di Natale”, vale a dire a due lontane consuetudini oggi desuete, ma che, al tempo della mia lontana infanzia, erano assolutamente ordinarie e scontate.

In relazione a quest’ultima tradizione natalizia, ricordo che quando frequentavo la scuola elementare i bimbi a scuola usavano preparare lavoretti da portare a casa e tra questi vi era, anche, la cosiddetta e famosa “letterina di Natale”, una lettera scritta per mamma e papà, e che delle volte era anche semplicemente costituita da un disegno e da una poesia a tema.

003 Letterina di Natalr Tiretta Montella

Era una “letterina” perché semplice, ingenua, scritta con grafia incerta; composta da frasi brevi ed essenziali che esprimevano promesse scontate, sempre le stesse, quelle che tutti i genitori si aspettavano e che, verosimilmente, non sarebbero state mantenute.

Ricordo che era scritta su luccicanti cartoncini o lettere vere e proprie, rigate, ricoperte di fine porporina, colorate con immagini di presepi, angeli, renne e Babbi Natale.

La compilazione della letterina di Natale era un evento molto importante e richiedeva una lunga preparazione.

Erano le maestre, a scuola, che spronavano i bambini a scrivere “la letterina”, aiutandoli nella composizione, magari donando loro un foglio decorato con figure di angioletti e Sacre Famiglie con sembianze di bambini, in colori pastello e con rappresentazioni tenui e sfumate.

Per la preparazione della “letterina” nulla era lasciato al caso, non si poteva sbagliare giacché sarebbe stata letta durante il pranzo natalizio davanti a tutti gli invitati.

Solitamente i “pensierini” io li annotavo giorni prima in «brutta copia» e soltanto dopo infinite correzioni e ripensamenti li ricopiavo sulla lettera vera propria, quella in vendita e comprata solitamente dal tabaccaio, molto appariscente e, come s’è già detto, rilucente di porporina.

Il 25, il giorno di Natale, era un giorno solenne: il grande giorno.

Ricordo che per il pranzo di Natale, la tavola era apparecchiata a festa, in modo speciale, con la tovaglia, tovaglioli e il servizio dei piatti e dei bicchieri «buoni», quelli che solitamente erano in bellavista nella “cristalliera”,  ossia quel mobile a vetr collocato in sala da pranzo e destinato per l’appunto ad accogliere piatti e bicchieri di pregio.

La mia preoccupazione era di nascondere la lettera sotto il piatto di mio padre(,) senza che nessuno mi vedesse, in modo che, quando il piatto veniva tolto da tavola, lui la trovava fingendosi sorpreso.

In realtà tutti si accorgevano delle mie manovre e, recitando la parte, facevano finta di nulla con ammiccanti e benevoli sorrisi.

A pranzo iniziato, i miei occhi fissavano ansiosi quel piatto e quando finalmente era rimosso, appariva d’incanto, finalmente, la bianca e scintillante busta con la mia letterina.

Ricordo mio padre che, fingendo sorpresa, scrutava e rigirava la busta della lettera, l’apriva, con un bonario sorriso inforcava gli occhiali e incominciava a leggere il contenuto della lettera stessa.

«Cari genitori...» era il rituale inizio e «... vi voglio tanto bene» la scontata conclusione.

Nel mezzo della lettera erano sciorinate tante belle promesse, uguali ogni anno e ahimè, mai mantenute.

Quante cose belle e buone scrivevamo in quelle lettere; quante promesse di essere bravi, di studiare, di rispettare ed amare nonni, zii e parenti tutti, di obbedire alla mamma !

004 Letterina di Natalr Tiretta Montella

Era un vero e proprio elenco che, anno dopo anno, si rinnovava con qualche variante, ma il succo era sempre lo stesso.

Solitamente la lettura della letterina si concludeva con un bacio ricevuto dai miei genitori e con l’applauso di tutti gli altri presenti: insomma alla fin fine bacio e applauso erano il meritato premio per tanta trepidazione e fatica.

A guardarla così la letterina di Natale potrebbe sembrare un semplice, banale rito; di quelli che si sono trascinati negli anni, solo per inerzia, fino alla loro naturale estinzione.

Eppure non ho dubbi nel credere che era “la letterina di Natale” quella che tutti i genitori, quando si sedevano a tavola per il pranzo di Natale, si aspettavano di trovare sotto il piatto, o che volevano ricevere dalle mani dei figli con le loro promesse e con la loro dichiarazione di affetto e di amore.

In quell’occasione era anche consuetudine che, al termine del pranzo natalizio, seguisse la recita delle poesie di Natale.

Ricordo dunque che per quest’altra incombenza io, per essere più in vista, salivo su una sedia e, in piedi, recitavo la poesia per i miei genitori e per tutta la famiglia.

La poesia di solito era dedicata a Gesù Bambino del quale si raccontava la nascita e al quale si prometteva di essere più buoni e studiosi.

Ricordo che la voce mi tremava, le parole mi uscivano stentate ma, giunto alla fine, ricevevo applausi, abbracci.

Ricordo che anche le mie sorelle e i miei cugini recitavano, a loro volta, le “loro” poesie; bene o male con lo stesso tema e gli stessi contenuti; la recita creava, sempre e comunque, un bel clima di allegria e …. di generosità, tant’è che capitava anche che raggranellassimo non pochi soldini, subito utilizzati per innocenti “sfizi” e in acquisti vari.

005 Letterina di Natalr Tiretta Montella

Dopo molti lustri ho ritrovato la lettera che in prima elementare avevo scritto ai miei genitori e ho ritrovato anche quelle che i miei figli e i miei nipoti, in epoche diverse, avevano scritto; lettere che ora conservo con molta cura perché, come è possibile immaginare, sono, pur nella loro apparente banalità, testimonianza della innocenza infantile, e restano uno dei ricordi più belli sia della mia infanzia e sia di quella dei miei due cari figli e dei miei altrettanto cari cinque nipoti.

La tradizione della “letterina di Natale”, a quel che mi risulta,  ancora sussiste, ma viene formulata e preparata,  in forma differente rispetto al passato.

Viene realizzata nella giornata dell'8 dicembre e poi ……., infilata nella “buchetta postale” con l’indirizzo “Polo Nord, via Polo Nord”, è spedita a Babbo Natale, vale a dire al proprio babbo   il quale,  dopo aver verificato insieme a mamma che i richiedenti sono bambini rispettosi, educati ed obbedienti, predispone i regali i quali, per tradizione anglosassone, trovano posto sotto l’ormai inflazionato “albero di Natale”.

C’è anche che, ancor oggi per tantissime persone -  come me molto avanti negli anni -  “la letterina di Natale” resterà – sempre e comunque - una tradizione importante, tant’è che un’anziana  maestra di scuola elementare, Nina Miselli, ha pubblicato un libro, titolato “C’era una volta la letterina di Natale” che pur non rientrando fra i best seller del momento, ha il pregio di essere un libro sincero, capace di farci tornare indietro, a un’epoca meno tecnologica, ma certamente più attenta alla persona e alle tradizioni di un tempo lontano.

006 Letterina di Natalr Tiretta Montella

Mi risulta anche che a Ravenna, nel dicembre del 2019 scorso, è stata finanche predisposta una mostra che raccoglieva un’ampia rassegna di queste “letterine’ di Natale”, scritte dalla metà dell’Ottocento agli anni Cinquanta del Novecento: ben 160, tutte da osservare e da leggere !

L’altra tradizione natalizia menzionata all’inizio e ancor viva nei miei ricordi è senz’altro quella che -  dialettalmente denominata “nvèrta”-  consisteva nel dono,   in denaro, che noi bambini, fino ad età molto giovanile, ricevevamo a capodanno dai genitori, dai nonni, dai parenti più stretti nonché dai padrini di battesimo e di cresima.

Storicamente è accertato che la consuetudine della “nvèrta” è correlata alla tradizione della cosiddetta “strenna” la quale, detto molto semplicemente, è un generico regalo che, per tradizione, viene fatto durante il periodo di Natale.

007 Letterina di Natalr Tiretta Montella

Nella ordinarietà si tratta di un atto di benevolenza, di cortesia, di educazione, vale a dire “un modo” per ricordare a una persona speciale che la si tiene in buon conto; tant’è che nella pratica tutto può essere considerato una strenna, dai libri a una buona bottiglia di vino pregiato.

È dunque un dono che si fa ad amici, parenti e conoscenti, ma negli ultimi tempi il termine “strenna” si contraddistingue anche per designare la consuetudine di pubblicità e di promozione commerciale, vale a dire un regalo fatto da parte dell’azienda ai clienti o ai dipendenti.

L’origine della parola “strenna” (e anche la sua storia) è antichissima, risale all’epoca dell’Antica Roma in quanto che deriva dal latino “strēna”, ovvero “regalo di buon augurio”, significato questo che si è mantenuto nei secoli.

A voler essere più precisi c’è da annotare che la parola “strēna”, a sua volta, deriva da una più antica voce dei Sabini, vale a dire quel popolo antico che, più arcaico dei romani, visse tra l’alto Tevere, il Nera e l’Appennino marchigiano.

In vigore sia tra le classi più abbienti e sia tra le classi più povere, l’usanza della “strenna” nella tradizione degli antichi Romani consisteva, durante le feste dette “Saturnalia”, nello scambio di doni e di regali, nonché nello scambio di ramoscelli d'alloro, detti “strēnae” perché staccati da alberi - posti nel bosco sacro della dea di origine sabina, “Strenia” -  in segno di omaggio durante i giorni di festa che precedevano il Natale.

I  “Saturnalia” erano un ciclo di festività che, neanche a farlo apposta, si teneva, in onore del dio Saturno,   proprio a dicembre, esattamente dal 17 al 23, ovvero poco prima di quello che poi, nella tradizione cristiana, sarebbe diventato il Santo Natale.

Da una mia ricerca ho “scoperto” che in alcuni paesi della Lunigiana (nella zona posta  tra Liguria e Toscana, alla foce del fiume Magra) si definiva "fare la strenna" l'uso dei bambini di andare nel giorno di Capodanno a bussare alle porte delle case e di recitare la breve strofa "Buongiorno e buon anno, fatemi la strenna per tutto l'anno" o anche "Buon anno e buondì, fatemi la strenna per tutto il dì". A tale saluto gli adulti donavano dolcetti, mandarini, frutta secca, cioccolata o qualche spicciolo ai bambini.

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Nella tradizione popolare e contadina irpina del secolo scorso, la strenna - denominata “nvèrta”-  si identificava, come s’è già detto,   esclusivamente nel dono   in denaro a bambini e giovanetti  da parte dei genitori, dei nonni, dei parenti più stretti e dei padrini di battesimo e d cresima.

Solitamente veniva elargita dai genitori a conclusione della “ritualità” prima descritta e correlata alla letterina di Natale o anche a conclusione della recita delle poesie augurali. Per lo più si trattava di poche monete, di spiccioli che noi bambini, con emozione ed entusiasmo, mettevamo in un piccolo sacchetto che a mezzo di un cordoncino attaccavamo al collo.

Quel sacchetto era denominato   “orsiddro” o  anche “ursìddro”  ed era predisposto proprio per questa circostanza in quanto che  la “nvèrta” rientrava  nelle aspettative delle festività natalizie ed era una delle poche, se non proprio l’unica, occasione in cui , ricevendo del denaro si era liberi poi di spenderlo a proprio piacimento nell’acquisto di caramelle e dolcetti vari comprati in salumeria e in qualche bar/caffè del paese, nonché  per l’acquisto di qualche economico giocattolino (bamboline, pentole, tazzine e piattini in miniatura da parte delle femminucce; e da parte dei maschi per l’acquisto di piccoli giocattoli  in legno   o in latta con carica a molla nonché, a larga preferenza, nell’acquisto  di scintille, bengala, petardi e piccoli mortaretti).

Solitamente per la confezione dell’ “ursìddro”  ricorrevo a mia nonna, a nonna Angiolina, che pazientemente, ogni anno, provvedeva a cucirmene uno giacché quello dell’anno precedente, sistematicamente era introvabile al momento del suo bisogno.

A proposito di nonna Angiolina ricordo che ricorrevo, sempre a lei, anche per la “calza della befana”, vale a dire quella da appendere, la sera prima del 6 gennaio, al camino di casa.

Nonna Angiolina me ne dava sempre una in “prestito”.

009 Letterina di Natalr Tiretta Montella

Lei infatti usava calze di lana, nere, pratiche e adatte - per grandezza e capienza – ad accogliere i doni della befana, ragion per cui, il giorno successivo, al mio risveglio trovavo la calza avuta in prestito pesante e rigida perché piena di sorprese.In cima, quasi sempre, trovavo il giocattolo desiderato e richiesto, e a seguire tanti piccoli “pacchetti a sorpresa” che, accuratamente incartati, contenevano, oltre alla “cenere” e al “carbone”, dolciumi, caramelle, frutta secca, arance e mandarini uniti anche a qualche patata e cipolla, entrambe accuratamente ben camuffate in un involucro ingannevole.

Ritornando a la “nvèrta”, essa veniva elargita prevalentemente a capodanno, nei momenti in cui noi ragazzi porgevamo ai nonni, ai parenti più stretti e dei padrini di battesimo e di cresima i nostri auguri.

Al tempo della mia infanzia usava, come segno di affetto e di rispetto, recarsi, da soli o anche con i propri genitori, a casa di quelle persone. Non farlo era considerata una grave mancanza ragion per cui queste “visite” erano programmate ed effettuate sia alla vigilia sia nel pomeriggio del primo giorno dell’anno, avendo esse lo scopo di testimoniare la propria affettività verso persone e parenti abitualmente poco frequentati abitando essi, in altra zona, alquanto lontano

Ricordo con emozione le visite che, condotto da mio zio Matteo, facevamo ad alcuni nostri parenti che abitavano a Fondana, in quanto che, mio nonno, nonno Tore Ciociola, prima di aprire il tabacchino in piazza, all’inizio dell’attuale via del Corso, abitava in quel “casale”, per l’esattezza in via dell’Annunziata, e suo padre, “tata Matteo”, era stato, per appartenenza  abitativa alla chiesa della Libera, “confrate” della Santissima Annunziata!

Le parenti che ogni anno andavamo a trovare erano due: “za” Utilia e “za” Nunziatina le quali, abitavano, entrambe, per l’appunto, a Fondana.

Zia Nunziatina abitava in via Fondana, quasi all’imbocco di via Pendino; aveva sposato Carmine Marinari e suo figlio Salvatore faceva il sarto. Zia Utilia invece abitava all’inizio di via dell’Annunziata, nelle adiacenze della Chiesa di San Giuseppe; aveva sposato Agostino Volpe, era vedova e, per intenderci, era la mamma di don Edoardo Volpe vale a dire il lontano ed originario parroco, a Sorbo, della Chiesa di San Michele.

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“Za” Nunziatina e di “za” Utilia si rassomigliavano: erano entrambe esili, con i capelli candidi, con l’espressione dolce e affabile. Le ricordo perché mi accoglievano, entrambe, sempre con molta affabilità; si interessavano di me, mi chiedevano dei miei genitori, delle mie sorelle, mi colmavano di premure e ricordo benissimo che, oltre alle “nverta”, mi offrivano sempre biscotti e caramelle in abbondanza e, in parte, da portare poi via.

La visita, a quel che ricordo, era - con lo scambio di qualche “pensiero gastronomico” - un momento di autentica affettività, di grande emotività. Aveva una sua solennità e la sua ritualità conclusiva contemplava, per l’appunto, anche la elargizione di un regalo in denaro ai bambini e ai ragazzi di famiglia.

Solitamente la “nvèrta” donata dai nonni, dai parenti più prossimi e dai padrini - quale buon auspicio per il nuovo anno -   era cospicua e, a differenza delle altre meno consistenti donazioni, non finiva all’interno dell’ “ursìddro”, ma passava, ahinoi,  dalle mani del piccolo  beneficiato a quelle dei suoi genitori dovendo essa, su proposta dello stesso donatore, servire “per accatà  ‘na cosa bbèlla e ……utile”, vale a dire, il più delle volte, per l’acquisto di un capo d’abbigliamento: un maglione, un pigiama o anche un paio di scarpe nuove !

 Nonostante la parca disponibilità del “gruzzoletto” dell’ “orsiddro”, l’evento della “nvèrta” era, al pari della lettura della “letterina di natale”, un evento gioioso, ricco di emozioni, di trepidazione  il cui ricordo, al di là dei tanti anni trascorsi, genera nel mio animo di vecchio, prossimo 84enne, una malinconia dolce e struggente legata a consuetudini, a ricordi ed a esperienze semplici, ma assolutamente significative.

Oggi non si riceve più la  “nvèrta”  né si usa più scrivere le “letterine di Natale”; non si scrive più ai genitori; in alcune situazioni a stento si parla con loro: al massimo si «messaggia» e, ahimè, il Natale, per alcune famiglie,  è diventato,  con tante emozioni perse per sempre, un giorno come un altro,  e questo mutamento valoriale, a mio pare, è un vero ed autentico  “peccato” !

011 Letterina di Natalr Tiretta Montella

 

N.B. : Questo articolo è già stato pubblicato sul periodico "Il Monte"-  Sezione "Cara Montella" -  Anno XX- n. 1 gennaio- aprile  2023 

Presentazione del libro: “Tradizioni e vita paesana nella prima metà del XX secolo a Montella ovvero Montella di una volta nei ricordi di Nino Tiretta

Trova le differenze a cura di Roberto Bosco

Redazione 16 Dicembre 2025

Trova la differenza Roberto Bosco 001Questo dipinto è esposto nel Museo di Capodimonte, maestoso palazzo borbonico che offre 15.000 m² di spazi espositivi e custodisce un patrimonio artistico di circa 47.000 opere.

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L’opera rappresenta il re Ferdinando IV di Borbone a caccia del cinghiale, episodio raffigurato da Jakob Philipp Hackert, pittore di corte noto per documentare scene di vita reale con grande attenzione al paesaggio e ai dettagli. Nel dipinto, il re è su un cavallo di razza persana, armato di lancia, mentre si lancia contro il cinghiale, seguito dai cani da caccia. Lo sfondo mostra carrozze, un importante piana, colline e montagne, suggerendo l’idea di una tenuta reale ben organizzata.

Il re era un grande amante della caccia: era famoso per lanciarsi a cavallo contro il cinghiale, per cacciare “alla borbonica” con mute di cani, per trascorrere intere giornate nei boschi e preferire i luoghi selvaggi alle residenze formali. Non a caso molti pittori di corte lo ritraggono più spesso immerso nella natura che seduto sul trono. Aveva diverse tenute dove si intratteneva per la caccia, per esempio presso le riserve intorno alla Reggia di Caserta e il Bosco di Capodimonte (Napoli), le riserve vesuviane e del Miglio d’Oro, la Tenuta del Fusaro (Bacoli – Campi Flegrei), Real Sito di Carditello (San Tammaro – Caserta), la Tenuta di Calvi Risorta (Caserta) e la tenuta di Persano (tra Eboli e Serre). In tali riserve Ferdinando IV cacciava soprattutto volpi, conigli, fagiani, uccelli migratori e selvaggina di piccola taglia.

Ma, la località più amata dal re era l’Irpinia, una zona aspra e selvaggia, ricca di torrenti, cascate, montagne, laghi e di selvaggina, sia di piccola sia di grossa taglia. Le battute di caccia predilette si svolgevano soprattutto tra le montagne di Montella e Laceno.

Ferdinando IV mostrava un particolare interesse per Montella: basti pensare che la ricostruzione e l’ampliamento del Santuario del Santissimo Salvatore furono disposti dal sovrano tramite una bolla successiva al 1779. Non si trattava di un semplice atto di devozione, poiché la scelta del luogo era tutt’altro che casuale. Il santuario sorge infatti su una montagna a cono, isolata e panoramica, da cui si domina l’intera valle, e le pendici ripide ne rendono difficile l’accesso. Dal Monte Sovero, dove sorge il Santuario, il governo borbonico intendeva esercitare il controllo sulla Via del Grano interna; qualora il fondovalle del Sele risultasse esposto ad attacchi, instabilità o sommosse contadine dovute a eccessive tassazioni o crisi alimentari, il traffico veniva dirottato lungo l’itinerario interno, considerato più sicuro e facilmente controllabile, consentendo al contempo anche il controllo della riserva di caccia.

Tornando al dipinto possiamo ricavarne diversi spunti, riflettendo sia sulle attività ludiche del re, sia sul luogo scelto per immortalare uno dei momenti più felici della sua vita. Ebbene, possiamo confermare, con il giusto orgoglio, che la località prescelta per questo importante momento è, per l'appunto, Montella!

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Per le battute di caccia in Irpinia, tra la fine del mese di novembre e l’inizio di dicembre quando le temperature erano più rigide e la cacciagione poteva essere conservata per qualche giorno senza deteriorarsi rapidamente, il re Ferdinando IV si muoveva dalla tenuta reale di Persano, tra Eboli e Serre, in una lunga colonna di carrozze, cavalli, servitori e guardiacaccia. La carovana proseguiva lungo la fondovalle del Sele, ovvero la via del grano, raggiungendo Montella dopo diverse ore di viaggio, a seconda delle condizioni del terreno. Il soggiorno in Irpinia durava mediamente alcuni giorni, in alloggi temporanei o casali attrezzati e predisposti per la caccia.

Le battute si svolgevano nelle prime ore del mattino, per assicurarsi una cacciagione fresca e più abbondante: è infatti all’alba che la fauna selvatica si muove e si alimenta con maggiore frequenza. Inoltre, le temperature più basse facilitavano la conservazione delle prede e permettevano di procedere con i corretti tempi di eviscerazione.

Durante le cacce borboniche la distribuzione della selvaggina seguiva un preciso ordine gerarchico: i cinghiali erano destinati alla servitù; i fagiani e i caprioli venivano riservati alla nobiltà e all’aristocrazia, che accompagnavano il sovrano; le pelli di volpe venivano trasformate in cappotti, mantelli, sciarpe e guanti ed erano considerate preziose e simbolo di status, perché morbide, calde e costose, mentre i cervi, considerati la preda più nobile, erano destinati esclusivamente al re e ai suoi familiari più stretti. Nell’area del Terminio-Cervialto, il cervo reale trovava un habitat ideale, e qui veniva tradizionalmente cacciato, soprattutto gli esemplari più imponenti. Questa ripartizione rifletteva non solo il valore simbolico delle diverse specie, ma anche il rigido protocollo di corte che regolava ogni aspetto della vita venatoria.

Al termine della caccia, si tornava a Persano dove venivano lasciati i cavalli, le carrozze e tutto l’occorrente per la caccia, mentre il re e i suoi accompagnatori si riposavano prima di trasferirsi a corte. La selvaggina catturata veniva quindi trasportata con cura verso le regge di Napoli o Caserta, dove le cucine reali erano pronte a prepararla per i sontuosi banchetti.

Nella foto rielaborata si evidenziano alcuni dettagli importanti:

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È necessario analizzare la morfologia del territorio: una piana coronata da montagne, il castello collocato sulla collina in alto a sinistra, una collinetta emergente nella piana, il laghetto sulla destra e i pini ad ombrello in prossimità di abitazioni di rilievo. È raro riscontrare una combinazione così articolata di elementi morfologici riuniti in un unico contesto, soprattutto nel Sud Italia.

Ebbene, durante le mie lunghe passeggiate estive per Montella mi è saltata all’occhio la corrispondenza tra il nostro territorio e il dipinto. Proviamo a realizzare uno scatto fotografico, ad oggi, del nostro territorio da un noto punto di osservazione:

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Il punto per lo scatto si trova nei pressi del toponimo “Masseria Carignani di Novoli”, che molto probabilmente — o meglio, quasi certamente — corrisponde alla località scelta dall’artista Jakob Philipp Hackert per immortalare uno dei momenti più felici del re Ferdinando IV. L’immagine ripresentata è tratta da Google Earth, ma uno scatto fotografico reale dalla Masseria Carignani renderebbe molto di più!

Provando a evidenziare su quest’ultima immagine le medesime aree d’interesse del dipinto, otteniamo:

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Ecco che i conti tornano!

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Trova la differenza Roberto Bosco 008

La morfologia delle nostre  montagne è proprio quella riportata nel dipinto, si può ben riconoscere il Monte Sassosano e il Terminio, poi c’è da evidenziare il castello del Monte, la collina di Monticchio, la straordinaria piana, il laghetto sotto-monticchio ovvero le sorgenti della regina, ahinoi oggi completamente prosciugato, ed infine i pini ad ombrello. Questi ultimi dovrebbero essere alcuni dei pini ad ombrello nella piana di Montella; dalla rappresentazione sono passati poco più di 200 anni ed effettivamente questa varietà di pini, in aree vantaggiose come le nostre possono tranquillamente superare i 300 anni di età. Nel dipinto non è raffigurato il monte del Santissimo Salvatore, probabilmente opportunamente evitato per ovvi motivi strategici.

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Ovviamente, non è una caccia al tesoro alla cieca, già il titolo del dipinto ci indirizza chiaramente dove cercare; infatti, il titolo del dipinto è “Re Ferdinando IV - Caccia al cinghiale a Cassano”.

Questo piccolo sforzo vuole essere un aiuto per puntare a qualcosa di più importante, valorizzare nel giusto modo la nostra terra, luogo da sempre invidiato dalla borghesia e dalla nobiltà. Tanti personaggi illustri hanno apprezzato il nostro territorio, eppure, di fatto, restano storie nascoste spesso segregate nei cassetti.

Ma, ad esempio, nel resto del nord Italia e d’Europa non è così! Infatti, capita spesso di imbattersi in indicazioni di promozione territoriale anche per realtà di valore non particolarmente elevato; ovunque — in autostrada, sulle strade principali, nei locali pubblici o su internet — si trovano segnalazioni di castelli, località di interesse storico, belvedere o luoghi religiosi, tanto da farci domandare: “Possibile che ne sia l’unico a non saperne nulla?”. Tuttavia, visitando questi luoghi — senza voler screditare nessuno — ci si ritrova spesso davanti ad attrazioni dal valore quantomeno discutibile.

Questo sforzo serve a sottolineare come luoghi quali Montella, località profondamente attraversata dalla storia, siano molto apprezzati ma al tempo stesso poco valorizzati. Ci si aspetterebbe, ad esempio, che copie di opere d’arte — come quella citata ed esposta al Museo di Capodimonte — trovassero spazio in musei e mostre locali e, perché no, anche nei locali pubblici: un pizzico di orgoglio identitario non guasterebbe.

Per secoli siamo stati un punto di attrazione per tutti; credo sia arrivato il momento di saper valorizzare la nostra Storia a nostro vantaggio!

Scipione Capone e l'Irpinia dell'ottocento di Mario Garofalo

Mario Garofalo 14 Novembre 2025

Scipione Capone 04Nel bicentenario della nascita di Scipione Capone ( 1825-1904 ), Mario Garofalo ricostruisce la figura di uno dei protagonisti più rappresentativi dell'Irpinia ottocentesca.
Tra storia familiare, potere politico e passione per la cultura, Capone emerge come simbolo della borghesia illuminata che guidò la trasformazione sociale del Mezzogiorno postunitario. Attraverso un accurato lavoro di ricerca e una scrittura limpida, l'autore restituisce il ritratto di un uomo di grandi ideali e profonde contraddizioni: patriota liberale, amministratore rigoroso.
Bibliofilo appassionato e mecenate colto.
Dal microcosmo di Montella alle istituzioni di Napoli. il volume intreccia storia irpina e storia nazionale, offrendo uno spaccato vivido dell’Italia dell’Ottocento.
Un saggio fondamentale per comprendere le radici culturali e civili dell’Irpinia moderna.

Scipione Capone 02

  1. Il matrimonio e la famiglia (Il matrimonio una pietra miliare della vita ) di Nino Tiretta
  2. La storia dell'acquedotto di Empoli e delle sue frazioni di Graziano Casalini
  3. Cinque lunghi anni di prigionia sopportati grazie all’ atavica fede nel Santissimo
  4. Il Calcio e la scuola di Basket di Totoruccio Fierro

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