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Cultura & Tradizioni

Dagli Stati Uniti a Montella sulle tracce delle proprie radici: aiutiamo la famiglia Amoroso a ritrovare la storia di Eleonora Carfagno

Redazione 28 Agosto 2026

Eleonora Carfagno  01

Eleonora Carfagno con in braccio il figlio, marito di Kelly Amoroso.

Oggi, dagli Stati Uniti, la famiglia torna a Montella alla ricerca delle proprie

radici e dei luoghi legati alla vita di Eleonora.

Buongiorno! Io e mio marito verremo a visitare Montella la prossima settimana. Voleremo dagli Stati Uniti. Stiamo cercando disperatamente di trovare informazioni storiche sulla madre di mio marito, Eleonora CARFAGNO (nata il 29 novembre 1929 a Montella). Eleonora era figlia di Pietro Carfagno (nato nel 1890 a Montella) e Teresa Figliuolo (nata nel 1892 a Montella). Eleonora in seguito sposò Antonio Amoruso / Amoroso a Battipaglia nel 1966. Ho capito che Pietro Carfagno e Teresa D'Auria si sono sposati a Montella. Purtroppo non sappiamo la data o il luogo o la chiesa in cui si sono sposati, ma sappiamo che hanno cresciuto la loro famiglia insieme in Via Piazzavano.

Eleonora Carfagno  02

Non sappiamo quale numero civico. **Potresti conoscere qualche storia su entrambe le famiglie? O conosci qualcuno che potrebbe saperlo? Speriamo di conoscere la casa esatta in cui sono nati Eleonora Carfagno e i suoi fratelli, e la chiesa frequentata dalla famiglia, e il luogo in cui i suoi genitori Pietro e Teresa si sono sposati.** Forse c'era anche una scuola che Eleonora e i suoi fratelli frequentavano in qualsiasi momento tra il 1935 e il 1947? Sarebbe anche possibile mettersi in contatto con Nino Tiretta? Ha scritto un articolo pubblicato nella tua edizione del 4 febbraio 2016 intitolato “Le scuole a Montella negli anni 45/50/60”. L'articolo conteneva una fotografia della scuola elementare di Montella nel 1938. Forse in questa fotografia c'è anche Eleonora Carfagno? O forse il signor Tiretta ricorda Eleonora Carfagno o la sua famiglia? Qualsiasi assistenza sarebbe molto apprezzata. Grazie e auguri.

Kelly Amoroso

Una richiesta particolare è arrivata alla redazione di Montella.eu direttamente dagli Stati Uniti.

Kelly Amoroso e suo marito saranno a Montella la prossima settimana con un desiderio molto importante: ricostruire la storia della famiglia di Eleonora Carfagno, madre del marito di Kelly, nata a Montella il 29 novembre 1929.

Eleonora era figlia di Pietro Carfagno, nato a Montella nel 1890, e Teresa Figliuolo, nata nel 1892. La famiglia avrebbe vissuto in via Piazzavano, ma Kelly non conosce il numero civico né la casa esatta.

La coppia americana vorrebbe scoprire dove nacquero Eleonora e i suoi fratelli, quale chiesa frequentasse la famiglia, dove si sposarono i genitori e quale scuola Eleonora frequentò presumibilmente tra il 1935 e il 1947.

Kelly chiede inoltre di poter entrare in contatto con Nino Tiretta, autore dell'articolo pubblicato su Montella.eu il 4 febbraio 2016 sulle scuole montellesi degli anni ’40, ’50 e ’60, nella speranza che possa ricordare qualcosa della famiglia o riconoscere Eleonora in qualche vecchia fotografia scolastica.

Montella.eu rivolge quindi un appello ai montellesi: chiunque ricordi le famiglie Carfagno e Figliuolo, abbia vecchie fotografie, documenti, ricordi o informazioni sulla famiglia che abitava in via Piazzavano è invitato a contattare la nostra redazione.

Anche un piccolo ricordo potrebbe essere prezioso per aiutare una famiglia che, dopo tanti anni e da migliaia di chilometri di distanza, sta tornando a Montella per ritrovare le proprie radici.

Eleonora Carfagno  03

LA GUARDIA COMUNALE  di Tullio Barbone

LA GUARDIA COMUNALE di Tullio Barbone

Barbone Tullio 24 Agosto 2026

La guardia Comunale  Montella 10000Il sole di luglio era già alto sopra il pergolato della Casàra e Marialònga lavava i panni al fontanile pubblico all'incrocio di via Serra col vicolo Cagnano.

A casa dormivano ancora i suoi figlioletti avuti dal marito, il figlio del sellaio, che, da quando l'aveva sposata , partiva a febbraio per la Svizzera e tornava a dicembre. A febbraio compiva il dovere di marito e ripartiva. Così ad ogni ritorno trovava la famiglia cresciuta di età e di numero. I figli erano numerosi ormai, e di panni ce n 'erano da lavare! Marialònga stava strizzando gli ultimi.

La guardia Comunale Montella Av 02-Scappa , Marì'! Scappa! - gridava dalla finestra Pippinèlla- arriva Tezzóne! 

Tezzóne, sì proprio così,  chiamavano su al rione la guardia comunale per via dei suoi occhi di brace che ti fulminavano all’istante!

Marialònga alzò la testa, tese le orecchie, sentì un rumore ferrigno di scarpe chiodate, raccolse tutto nella sporta e stava allontanandosi dal fontanile.

Dove vai tu? Posa quella sporta! Che ci tieni? - tuonò Tezzóne con la voce spremuta e la faccia rubiconda.

-Vado alla piana, porto da mangiare ai mietitori.

-Devono essere in tanti!- ghignò la guardia.

E intanto dalla sporta gocciolava acqua saponata.

-E quella che gocciola cos'è? E cos'è quest' acqua scorsa dal fontanile verso il vicolo Cagnano?

Mentre Marialònga continuava a farfugliare qualche parola, Tezzóne le consegnò la multa; la donna l' afferrò, l'infilò accartocciata nella tasca, guardò con occhi di vipera la faccia dell'uomo e, voltate le spalle, s' avviò verso casa. Avesse potuto, lo avrebbe morso e avvelenato.

La guardia Comunale Montella Av  03

La Casàra la spiava dall'uscio semichiuso. 

-Ben ti sta, faccia di zoccola! - disse quando Marialònga passò davanti alle scale di casa sua.

-Vecchiaccia, sai cosa ci faccio con questa scartoffia? Il fuoco ci faccio, strega!

Tezzóne era rimasto fermo, impietrito davanti al fontanile. Fissava il lastricato.

Una “focaccia” di vacca, bella, grossa, tonda e fumante stava lì e lo sfidava con la sua freschezza. Si riebbe, si lanciò di corsa verso il vicolo, svoltò l'angolo, ma le vacche avevano oltrepassato il castagneto ed erano già lontane nella piana della Lichittèlla.

Tornò trafelato al fontanile, con la faccia sempre più rossa e gli occhi di fuoco. E fissava la “focaccia”.

Di chi poteva essere?

Delle vacche del Ficàro o di quelle del Bottone? Ma sì, era quasi certo che fosse della vacca dell' Addesso il quale, da quando era tornato dall’ Argentina, ne aveva comprata una bella, grossa che pareva sempre incinta. Ma non lo era.

Mangiava, e quanto mangiava! E quando l'Addesso la mungeva, il secchio grande si riempiva di latte mattina e sera. Se mangiava tanto, pensava Tezzóne, doveva di certo essere stata lei a lasciare quell'impronta.

Ma voleva essere certo.

La mattina dopo, di buon'ora, Tezzóne salì alla Serra, si nascose dietro il vicolo cieco ed infossato della Casàra ed aspettò. Sentì quasi subito un abbaiare di cani, poi uno scampanìo scomposto che proveniva dalla Torre; allora si tirò più dietro, mise la mano sulla pistola. C'era! Tutto era a posto.

Dopo un attimo vide le vacche sbucare davanti al fontanile e svoltare verso il vicolo Cagnano; proprio allora una di esse lasciò cadere una freschissima “focaccia” fumante. La guardia balzò fuori come un felino.

-Sei stato tu! - ringhiò rivolto al Bottone ed indicò la “focaccia” - Anche ieri sei stato tu!

-No, io no, è stata Bianchina, quella bruna alpina che ancora non ha finito, la vedi davanti al portone di don Gerardo come semina ancora!

- Bianchina o Reginella... Le vacche, le devi cacciare prima di quest’ora! A concimare la piana della Lichittèlla le devi portare! Sulla strada non devono farla! No!. E poi davanti al fontanile! No!

Il Bottone guardava perplesso la faccia lupigna di Tezzóne e non riusciva a capire perché le vacche dovessero farla ad orario. Nella stalla, per strada o nella piana, la stessa cosa era.

La guardia Comunale Montella Av 04

E intanto si allontanò infilando la scartoffia nella tasca della giacca di velluto da cacciatore dove si perdette tra le tante stoppie che egli raccoglieva di giorno e di sera portava a casa. La giacca si gonfiava, ai due fianchi e dietro, a tal punto che era difficile capire se il Bottone fosse più alto o più largo.

La guardia, gonfia ed impettita, lasciò il fontanile e affrettò il passo verso il sagrato della chiesa dove aveva sentito ragazzi che giocavano a pallone e vetri che si frantumavano. I ragazzi però avevano anch’essi la loro guardia-spia.

- Scappate! -

E tutti, come i figli delle quaglie, volarono a nascondersi dietro gli usci a spiare Tezzóne che osservò a terra gli ultimi vetri rotti del palazzo signorile, si guardò ripetutamente intorno, scosse il capo e poi scese lungo l’acciottolato.

- Prima o poi prenderò pure loro! -

I ragazzi allora sbucarono dai nascondigli gridando e lanciando il pallone verso il cielo a confondersi con l’azzurro. Era ancora una volta salvo.

La guardia Comunale Montella AV 05 bis

E venne il giorno in cui il Consiglio comunale deliberò la costruzione di un pubblico lavatoio.

L’edificio, ai piedi della Serra in via della Piana, era basso, a terrazzo, chiuso per tre lati e aperto avanti, con un’inferriata centrale e con due cancelli laterali; dentro aveva una lunga vasca con due lunghi strofinatoi. Quando Tezzóne che seppe di questo lavatoio s’incupì. Per lungo tempo non si vide più salire alla Serra.

L’edificio intanto, da qualche tempo, faceva mostra di sé con la sua bella scritta sulla facciata “LAVATOIO PUBBLICO”, ma non veniva aperto; finché un manifesto comunale non ne annunciò l’apertura. Alla guardia comunale Tezzóne vennero consegnate le chiavi dei cancelli. Nei primi tempi le donne accorsero numerose, poi di meno, infine scomparvero.

Tezzóne preparò un grande cartello che fissò alla ringhiera del pianerottolo del lavatoio per attirare le donne lavandaie. Si ricordò della tromba da banditore che usava prima di essere guardia comunale e salì spesso alla Serra per convincere le donne a scendere al lavatoio.

Dava squilli di tromba e poi tuonava :

La guardia Comunale Montella AV  06-Guai a voi se vi pesco al fontanile!

Ma le donne non andavano più né al fontanile né al lavatoio.

Tezzóne apriva i cancelli al mattino e, seduto sulle scale, aspettava. Con i gomiti sulle ginocchia ed il mento tra le mani passava ore e ore in un silenzio amaro: rivedeva donne con le sporte gocciolanti sulla testa, palloni che volavano, ragazzi che scappavano, vetri che si frantumavano, “focacce” di vacca ancora fumanti e multe e ancora multe.Ogni tanto scuoteva la testa, si alzava, entrava nel lavatoio e si fermava a fissare l' acqua che usciva da un tubo ad un capo della vasca e si perdeva dall'altro nella fogna. Usciva e si perdeva ininterrottamente e vanamente.

Volle risalire alla Serra: il fontanile era secco e senza il rubinetto con ragazzini che vi si arrampicavano sopra, sbarrate le finestre della Casàra, deserte le scale esterne di casa sua, mentre il sole di mezzogiorno bruciava il sagrato muto e pareva volesse consumare anche il pergolato i cui grappoli rachitici rinsecchivano giorno dopo giorno.

E malediceva la Democrazia Cristiana a cui era venuta la bella idea di costruire lavatoi che di lì a poco divennero fantasmi come i fontanili. E i ragazzi avevano preso a sassate la scritta sulla facciata, ne avevano rotto le lettere diventate ormai caratteri di un'altra lingua. Ognuno poteva leggerle a modo suo e la destinazione di quell'edificio dipese dalla libera fantasia dei passanti.

Le donne in casa avevano ormai una macchina che lavava, strizzava e asciugava. Neanche il sole e il vento erano più necessari. Come Tezzóne!

Ma lui continuava ad aprire ostinatamente i cancelli e a richiuderli. Li apriva e li chiudeva, senza che nessuno li varcasse mai. 

La guardia Comunale  Montella Av 07Una sera in cui il silenzio era più amaro e l' animo più vuoto che mai, li chiuse per sempre e si allontanò con il cartello sotto il braccio e la tromba che gli pendeva dalla cinta, scendendo per via Piana a passi pesanti e lasciandosi alle spalle il sole che si perdeva dietro la collina degli asparagi. E nessuno lo vide mai più.

L'articolopubblicato, senza illustrazioni, sulla rivista Il Monte anno I n° 3 del 2004.

Devozione per il SS Salvatore di Tullio Barbone

Devozione per il SS Salvatore di Tullio Barbone

Barbone Tullio 04 Agosto 2026

01 SSalvat. MontellaI versi dialettali seguenti sono tratti dal poemetto “…E passa lo Millennio” di Tullio Barbone pubblicato nel 2011. 

Quanno vinìa aùsto
sonava ‘na cambàna
ra cimm’a ‘na mondàgna
pe’ ‘na mesàta sana.

La gènde la sindìa
e si facìa la croce,
e lo Salevatore
preàva a bascia óce.

Sagliéro a la mondàgna
a lo Settandanòve
quanno s’ardètte tutto
ca no’ bbolètte chiòve.

E dòppo so’ sagliùti
scàozi pe’ ciénd’anni
pe’ li cercà ‘na grazia,
pe’ allondanà malanni.

San Salvatore Montella 002

Vinìano ra la Grotta,
ra Mirabella Eclano,
ra Sturno, ra Friciéndo
e da Mondemarano.

Vinìano ra Toreddra
ra Morra e da Patiérno,
ra Guardia e Calabritto,
ra Flumeri e d’Aciérno.

Vinìano a priggissiùni
a père notte e ghiuórno,
preàvano e candàvano
a ghì e a lo rituórno.

E mo’ nge viéno angòra,
ma so’ cangiati tiémbi,
non saccio si ng’è fede,
no’ nge capisco niéndi.

Li fanno festa grande
ra posti assai londàni,
viéno ra Norristònne
puro l’Amiricàni.

A 03 Norristown 1987

E quanno se ne vanno
si portano pe’ loro
‘no suono re cambàna
chi è chiù de ‘no tesoro.

Si portano pe’ loro
‘na frasca re licìna
chi pòte ra’ rifrìscko
chiù de ‘na miricìna.

Mo’ rindo Norristònne,
pe’ fede e revozióne,
‘na ghiésia nòva tiéno
pe’ lo Salevatore.

" Li fanno la novena
pe' tutte re funziùni
'na festa re tre gghiuórni
e re priggissiùni.'

Norristown

Montella, quando ci si sposava a distanza: la storia di Elena Molinari e di un amore nato tra lettere e fotografie

Redazione 19 Agosto 2026

Elena Molinari 01Ci sono storie custodite per decenni negli album di famiglia che, quando tornano alla luce, diventano patrimonio di un’intera comunità. Quella che ci ha fatto conoscere Annamaria Molinari ci riporta alla Montella dei primi anni Sessanta, negli anni della grande emigrazione, quando migliaia di italiani lasciavano i propri paesi per cercare lavoro e costruirsi un futuro lontano da casa.

È la storia di Elena Molinari, che nel 1961 sposò per procura un giovane romagnolo emigrato in Belgio, dove lavorava nelle miniere.

A fare da tramite tra i due fu un montellese, Carmine Montorio, anch’egli emigrato in Belgio e lavoratore in miniera. Conoscendo il giovane e ricordandosi della sua parente Elena, della zona del Sorbo a Montella, pensò che i due potessero conoscersi.

Ma allora non esistevano cellulari, videochiamate o social network. Le distanze si accorciavano con ciò che si aveva a disposizione: una fotografia, una lettera e tanta attesa.

Fu proprio attraverso fotografie e corrispondenza che Elena eil giovane romagnolo cominciarono a conoscersi. Da quello scambio nacque un legame che li portò alla decisione di sposarsi.

Elena Molinari 02

Lo sposo, però, si trovava in Belgio e tornare in Italia significava affrontare un viaggio lungo e costoso, oltre ad assentarsi dal lavoro. Si ricorse così a una pratica allora non rara tra le famiglie degli emigranti: il matrimonio per procura.

A Montella venne nominato un procuratore che avrebbe rappresentato lo sposo durante la celebrazione. A ricoprire questo particolare ruolo fu il fratello di Elena. Una fotografia dell'epoca conserva quel momento: Elena accanto al fratello che rappresentava lo sposo e, insieme a loro, anche il fedele cane di famiglia. Un'immagine che oggi può apparire curiosa, ma che racconta perfettamente un'altra epoca.

Dopo il matrimonio Elena raggiunse il marito in Belgio, condividendo la vita di tante famiglie italiane che in quegli anni avevano lasciato il proprio paese per cercare lavoro nel cuore dell'Europa. Successivamente la coppia tornò in Italia e si trasferì in provincia di Rimini, dove Elena Molinari vive ancora oggi.

Quella di Elena, però, non fu una vicenda isolata.

Negli anni della grande emigrazione i matrimoni per procura erano una realtà conosciuta anche a Montella. Molti nostri concittadini erano partiti per il Belgio, l'Argentina e gli Stati Uniti e non sempre potevano permettersi di tornare in paese per sposarsi. Il costo del viaggio, le distanze e soprattutto la necessità di non perdere giornate di lavoro rendevano spesso difficile il ritorno.

Anche mio padre, Giuseppe Sica, fu testimone di quel periodo e ricordava come matrimoni di questo tipo non fossero affatto eccezionali. Dietro quelle cerimonie c'erano storie di sacrificio, lontananza e speranza: uomini e donne che cercavano di costruire una famiglia mentre si trovavano separati da centinaia, a volte migliaia, di chilometri.

Per le nuove generazioni può sembrare quasi impossibile pensare che due persone potessero conoscersi attraverso poche fotografie e lettere che impiegavano giorni o settimane ad arrivare, fino a decidere persino di sposarsi senza trovarsi insieme davanti all'altare.

Eppure era anche questa la Montella dell'emigrazione.

Una Montella fatta di valigie di cartone, partenze, lettere attese con ansia, fotografie conservate gelosamente nei cassetti e famiglie divise tra il paese d'origine e le miniere del Belgio, le città americane o la lontanissima Argentina.

Per questo raccontare oggi la storia di Elena Molinari significa salvare un piccolo ma prezioso frammento della nostra memoria collettiva.

Ringraziamo Annamaria Molinari per aver voluto condividere con montella.eu questa testimonianza familiare. Sono proprio questi ricordi, apparentemente privati, che messi insieme permettono alle nuove generazioni di conoscere come vivevano, amavano, lavoravano e affrontavano le distanze i montellesi che ci hanno preceduto.

Perché una fotografia del 1961 non racconta soltanto un matrimonio: racconta un'epoca, l'emigrazione e un pezzo della storia di Montella

Vittorio Sica montella.eu

Casali viventi e casali da vivere di Tullio Barbone

Barbone Tullio 28 Luglio 2026

Casali viventi e casali da vivere 006   333Anche i versi dialettali che seguono sono tratti dal poemetto  “…E passa lo Millennio” di Tullio Barbone, pubblicato nel 2011, di cui rappresentano il Prologo e, a seguire, la sezione “Casali viventi e casali da vivere”.

... e passa lo Millennio
e l’anni a ciéndo a ciéndo
e tutto se ne vai
portato ra lo viéndo.

Ma io chi so’ fissato
pe’ ‘sto paese qua,
pe’ me, ra l’ata parte,
coccòsa àggia portà.

Mi porto viécchi addùri,
o cara terra mia,
li fatti, li sapùri,
e tanda nostargìa.

Mi porto ro parruózzo
e puro re ‘nfornàte,
graviuóli, cecalùccoli,
addrìne ‘mbettonàte,

la pizza pe’ re gghiéte,
la vègna re Natale,
polènda pe’ re frìttole
quann’era Carnoàle.

Mi porto nóglie sécche,
vendréscke arrotolate,
sausìcchi re permóne,
presótta e sopersàte.

Mi porto lo sapore
re latto appena mundo,
l’addóre re ro fiéno
quann’arrivava giugno;

ro giallo re ianéstre
chiù bbivo re lo sole,
l’azzurro re lo cielo,
l’addóre re re bbiòle.

Re nonna Giovannina
li cundi sapurìti,
re breàndi, ianàre,
re uórchi e de banditi.

Re criatùre ànna sapé
com’era ‘sto paese
e io nge r’àggia rice
condànno mese mese. 

Casali viventi e casali da vivere 001

Ng’erano vecchiarèddre
a lo sole re Arzàno,
re Suório e de Fondàna
e ‘nnandi Chiazzavàno,

chi facìano re càoze
e sturcìano lo musso
quanno passava una
pe’ ro rossetto mmusso.

No’ ng’erano a la villa
li viécchi ammammulùti,
restavano a re case,
criscìano li nipùti;

o s’accuglìano ‘nziémo
‘na ròcchia re combàgni
a l’ombra re la téglia
o sott’a li castagni,

facènno cundi amari
re guerre e de fatìa,
quann’arrivava l’ora
ognuno se ne ìa. 

Casali viventi e casali da vivere 002

Re sàpato e doméneca
trasìano a la candìna:
sausìcchi e mogliariéddri,
suffrìtto e gghielatìna.

E si po’ si facìano
‘no fiasco o rui re vino,
pe’ saglie ngimma Suório
ngi ulìa lo traìno.

Li vagliùni iocàvano,
ma no’ pe’ li pallùni,
azzeccànno formèlle
sceppàte a li cauzùni,

corrènno pe’ li chirchi
arrobbàti a re sécchie;
invece re guagliòtte
tinìano pupe e bbrécchie. 

Casali viventi e casali da vivere 003


Pe’ pazzià no’ ng’erano
chi sa che pazziariéddri,
ma stacce, creta, scìsciuli,
li tirri, li rucchiéddri,

‘na mazza pe’ ‘no pìngolo,
‘na corda, li bittùni,
e si no’ ng’era giésso
bastavano caraùni

pe’ disegnà pe’ terra
‘na bella sittimàna
e zumbittià condènde
pe’ ‘na iornàta sana.

E quale meglio spasso
re fa’ ‘no bello fràolo
o saglie a gghì a piglià
‘no niro re picàolo?

E dind’a li casali
quann’arrivava sera
putìti immaginà
che musica e che fèra.

Iescàvano corrée.
Chi sa ch’era succiésso !!!
Assìa papà Giròmmolo
pe’ tutti figli appriésso.

Casali viventi e casali da vivere 004


E drà sindìvi puro,
facènno la matìna,
«Una spónda la luna!»
e «Zómba cavallina!».

Mo’ no’ ng’è chiù chi iòca
chi allùcca e chi iastóma
chi sciarra o mormoréa
e nì chi zómba e sòna.

Re sera e de matìna
pe’ bbìa o rind’a l’uórto
no’ bbiri ombra viva
pare ‘no munno muórto.

Ma si ti firmi e annàsuli
tu siéndi ‘no motore:
«Bongiòrno, che piacere,
vuó’ saglie, professore?»


« No, grazie za Fiurì,
zi’ Tóre, cómma Rosa,
no’ bbòglio ro cafè,
so’ qua pe’ ‘n’ata cosa»


« E cónda, a giò re zia
ca nui ti stamo a sènde,
ra sèmbe t’aspettàvamo,
nui simo assai condènde». 

Casali viventi e casali da vivere 005

« Olésse sènde angòra
a l’ore matutìne
ramàri e molafuórfici,
seggiàri e conzamìne;

la tromba re zi’ Vito
allegro sonatóre,
e puro Pizzacàora
lo capo bannitóre

chi allùcca pe’ ‘ste bbìe
a cannaruózzo chino:
- Carne a bbàscio macello!-
- Ruóccoli re Sirìno!- 

Casali viventi e casali da vivere 006   333

Olésse sènde angòra
puro sanaporcèlli,
stagnàri e pannacciàri
piattàri e conzambrèlli».

« Non gghì appriésso a suónni.
Sta’ a sènde a me, a zi’ Tóre,
quissi chi tiéni ‘ngapo
so’ picci, professore.

Non ghì a scetà li muórti,
nì a reotà la cénnere,
guarda come so’ belli
‘sti Casali da vivere!

Tinìmo vie larghe
re prète e de mattùni,
panghìne, piànde e fiùri,
re sera li lambiùni.

No’ bbiri chiù pe’ bbìa
addrìne, vacche e ciucci
e dind’a re cucine
sott’a li banghi cucci. 

Casali viventi e casali da vivere 007  02



Non siéndi chiù re puzze,
mo’ siéndi sulo addùri,
che bbài trovanno chiù,
mo’ simo chiù signùri».

«Io pènzo ca so’ belle
tutte ‘ste cose nòve,
ma a me ‘ste bbìe mupe,
mi scùrano lo còre». 

Casali viventi e casali da vivere 008

Disegni a matita di Nadia Marano

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