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Cultura & Tradizioni

MESARULI di Graziano Casalini tratto dalla rivista " IL MONTE"

Redazione 14 Ottobre 2026

Mesaruli Montella 01La storia dei mesaruli, braccianti agricoli, che anticamente, per un intero mese, aiutavano i contadini montellesi,  nella raccolta delle castagne, per questo venivano chiamati "mesaruli", ( definizione non trovata nel dizionario del dialetto montellese, ma di certo usata per distinguere questa categoria di braccianti) Arrivavano nel mese di ottobre in prevalenza dai paesi vicini. Gente poverissima, che per un poco da mangiare e pochi soldi lasciava la famiglia per un mese intero, e si trasferiva a Montella in casa di chi aiutava nel faticoso lavoro di raccolta, che si svolgeva prevalentemente in varie zone anche abbastanza lontane dal centro abitato, dove tutti risiedevano. I castagneti, si trovavano prevalentemente in territorio montano e in alcuni luoghi anche impervi, a quei tempi, raggiungibili solamente dopo ore di cammino a piedi e con l'ausilio di asini o muli per la mancanza di strade e di automezzi di cui i castanicoltori di oggi dispongono. Tutti arrivavano, per iniziare il lavoro, dopo un lunghissimo percorso, durato anche qualche ora, su strette mulattiere e sentieri  pietrosi, e alle prime luci del giorno cominciavano la raccolta.

Mesaruli Montella 02

Le castagne iniziano a cadere dalla fine settembre e poi per tutto il mese di ottobre. Dopo il primo di novembre la raccolta doveva essere terminata, perché, per usanza paesana, da quella data, chiunque, non proprietario poteva entrare nei castagneti altrui a raccattare le castagne cadute in ritardo o lasciate per disattenzione sotto le foglie. Alla sera quando tutti rientravano stanchi morti, che era già notte, le famiglie con i loro aiutanti si riunivano intorno ad un grande tavolo dove tutti potevano mangiare abbondantemente dopo una lunga e faticosa giornata di lavoro. 

Le cene iniziavano quasi sempre con una bella minestra calda, come primo piatto e poi a piacere, pane casalingo con i vari prodotti genuini di maiale, salsicce, prosciutto, pancetta, alcune volte usati anche per insaporire un gran piatto di fagioli, non mancavano quasi mai varie qualità di lattici, e per frutta le castagne dette " le lesse ", il tutto bagnato da un buon bicchiere di vino tipico di Montella e dell'Irpinia l'aglianico.   La miseria, per chi non possedeva terreni, nel dopo guerra era tremenda fino al punto di non poter acquistare giornalmente nemmeno il cibo necessario al sostentamento minimo delle loro famiglie, per questo, spesso, anzi quasi tutte le sere, alcuni mesaruli si privavano di qualcosa di conservabile  da mettere in bisaccia e da portare a casa al loro rientro per sfamare i numerosissimi figli che le famiglie povere allora avevano.  Anche alcuni aiutanti paesani, altrettanto poveri, usavano mettersi qualcosa in tasca da portare il giorno dopo ai loro bambini.

Erano altri tempi, si parla degli anni del primo dopoguerra, anni in cui non partiva ancora la ricostruzione delle infrastrutture del paese, e la vera ricchezza di allora era quella di chi possedeva anche un piccolo appezzamento di terreno, sufficiente a coltivare il fabbisogno delle famiglie molto numerose del tempo. La maggioranza dei capifamiglia era costretta a emigrare in paesi lontanissimi, dove c'era più richiesta di manodopera che permetteva loro di vivere, soggiornare e di far vivere meglio le loro famiglie rimaste in paese, con continue rimesse di denaro. Chi disoccupato e senza alcuna proprietà di terreno da coltivare, era purtroppo costretto ad accettare i lavori saltuari legati alle varie raccolte nei campi e nei castagneti, una sorta di bracciantato agricolo che consisteva nell'impiegare manodopera anche per brevissimi periodi di tempo. Da qui il nome dialettale "Mesaruli"con cui venivano chiamati questi lavoratori a tempo determinato, molte volte anche donne, prevalentemente provenienti da Volturara, che armate di enormi zappe, potevano zappare anche per una intera giornata mangiando solamente un pezzo di pane con una cipolla. Il mondo di oggi, quello dell'abbondanza, della ricchezza e del benessere diffuso, lascia, purtroppo ai margini della società persone che per varie ragioni non riescono a convivere proficuamente con le infinite problematiche che la società stessa ha insite nei suoi sistemi. Le società civili e più avanzate del mondo, cercano, con costi elevati, di mantenere anche chi è in difficoltà, su livelli di vita e convivenza accettabili.

Mesaruli Montella 03

Ai tempi dei mesaruli, che oggi vengono sostituiti in agricoltura, da uomini supersfruttati, immigrati anche clandestinamente dai paesi più disgraziati del mondo, non esistevano pensioni, contributi di disoccupazione, redditi di cittadinanza o di inclusione, assistenza sanitaria gratuita ecc. Nonostante tutto, queste povere persone vivevano serenamente la loro esistenza, e rimarranno per sempre nella nostra mente come gli eroi di un tempo passato, che contribuirono in qualche modo alla rinascita di un paese pesantemente danneggiato dalla guerra.

Nino Conte, il sarto di Montella che conquistò l’America: una vita di sacrifici, amore e successo

Redazione 12 Ottobre 2026

Nino Conte Montella 001

 

Clicca sulle foto per ingrandire

Rimasto orfano di entrambi i genitori quando era ancora bambino, imparò il mestiere di sarto e, partendo da una piccola bottega sul corso di Montella, costruì con coraggio e sacrificio un futuro negli Stati Uniti. Oggi, a 85 anni, la sua storia continua attraverso i figli e la loro attività nel mondo della moda.

Dalla piccola sartoria sul corso di Montella agli Stati Uniti. La straordinaria storia di Antonio Conte, per tutti Nino, un uomo che ha saputo trasformare le difficoltà della vita in una storia di riscatto, lavoro e amore per la famiglia.

Ci sono persone che attraversano la nostra vita lasciando un ricordo che il tempo non riesce a cancellare. Persone semplici, oneste, generose, che magari non fanno rumore, ma che con un piccolo gesto riescono a conquistare per sempre un posto nel nostro cuore.

Una di queste persone è Antonio Conte, conosciuto da tutti a Montella come Nino, il sarto.

Non avrei mai immaginato, dopo tanti anni, di ritrovare le sue tracce attraverso Facebook.

Nino Conte Montella 002   02

Nino Conte Montella 002

Qualche giorno fa, mentre curiosavo tra le pagine dei miei amici, mi sono soffermato sul profilo di Danilo Fierro. Con mia grande sorpresa ho visto alcune fotografie scattate a Montella, durante una festa di compleanno in famiglia. Tra i presenti ho riconosciuto proprio lui: Nino Conte, il sarto che ricordavo da ragazzo e del quale avevo perso ogni notizia.

Nino Conte Montella 028

È stata una grande emozione.

Quelle fotografie hanno riaperto improvvisamente una finestra sulla Montella degli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta, quando il corso era il cuore pulsante della vita commerciale e sociale del paese.

Nino figlio di Salvatore Conte

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Salvatore grande lavoratore era il responsabile del cantiere per la costruzione della strada del San Salvatore nel 1938

 Nino Conte Montella 004

Qui lo  vediamo il primo a destra durante una sosta dei lavori

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Quando il corso di Montella era una grande famiglia

 Nino Conte Montella 032

Ricordo ancora i tanti negozi che animavano quella strada: Amedeo Fierro, Aldo Fierro, Granese Latticini, il macellaio, gli alimentari di Giuseppina Dragonetti, la farmacia Ciociola, Il Forno del pane,conosciuta anche come “Puldina”, il negozio di abbigliamento Sica Italo, la gioielleria di Federico Cincotti e tante altre attività.

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 Nino Conte Montella 008

Anche mio padre aveva il suo negozio lungo il corso. Aveva una agenzia di viaggi , e quasi tutti che andavano negli USA mio padre preparava il viaggio , aveva anche la libreria scolastica e tante cose da vendere.

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Nino Conte Montella 010

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Erano tempi in cui i commercianti si conoscevano tutti, ci si salutava ogni mattina e spesso tra una bottega e l'altra nascevano amicizie destinate a durare una vita.

Sotto il palazzo della famiglia Capone, dove si trovava anche un ufficio della Esattoria Comunale , c'era la sartoria di Nino Conte, proprio nei pressi degli alimentari Dragonetti.

 Nino Conte Montella 021   03

Nino era un giovane sarto serio, educato, laborioso e soprattutto molto bravo nel suo mestiere.

E a lui è legato uno dei ricordi più belli della mia adolescenza.

Quel pantalone alla Celentano che non ho mai dimenticato

Negli anni Sessanta impazzava la moda di Adriano Celentano. Le sue canzoni accompagnavano le giornate dei giovani e tutti volevano vestirsi come lui.

In particolare andavano di moda i famosi pantaloni alla Celentano, stretti all'altezza delle ginocchia e larghi in fondo, sopra le scarpe.

Quasi tutti i miei amici li indossavano. Io, invece, ero uno dei pochi a non averli.

Li chiedevo continuamente ai miei genitori, ma per un motivo o per un altro non arrivavano mai.

Un giorno Nino venne a sapere di questo mio desiderio e, rivolgendosi a mio padre, gli disse più o meno così:

«Compragli la stoffa, che il pantalone glielo faccio io!»

E così fu.

Nino Conte Montella 012

Nino prese le misure, tagliò la stoffa e confezionò proprio quel pantalone che tanto desideravo.

Quando finalmente lo indossai, mi sembrò di essere il ragazzo più elegante e felice di Montella.

Per Nino sarà stato un gesto semplice. Per me, invece, fu qualcosa di straordinario spesso lo indossavo anche per il corso davanti al negozio di mio padre.

Nino Conte Montella 013

Ancora oggi, dopo tanti decenni, ricordo con gratitudine quel giovane sarto che aveva voluto regalarmi un momento di felicità. Ricordo che aveva un ragazzo con lui  di Montella “RISCIBOLO”, Gelsomino Grosso

 Nino Conte Montella 001

Ricordo che aveva un ragazzo con lui  di Montella

“RISCIBOLO” per 3 anni , Gelsomino Del Grosso

 

 Nino Conte Montella 034 Gelsomino OGGI  anni 70

Poi, un giorno, passando davanti alla sua bottega, la trovai chiusa. Non sapevo dove fosse andato. Gli anni passarono e di Nino non ebbi più notizie.

 Nino Conte Montella 021   04

Fino a quelle fotografie su Facebook.

Un'infanzia segnata dal dolore: orfano di padre a quattro anni e di madre a sei

La curiosità e l'emozione mi hanno spinto a cercare i suoi familiari, sia a Montella sia negli Stati Uniti, per conoscere finalmente la sua storia.

A raccontarmela è stata soprattutto sua moglie, Angela Conte, che ringrazio per la disponibilità e per aver condiviso ricordi tanto preziosi. Con un Italiano molto corretto e una voce giovanile.

Nino Conte Montella 014

Nino nacque a Montella il 28 luglio 1941, da Salvatore Conte e Carmela Basile.

La sua infanzia fu segnata da due tragedie terribili: a soli quattro anni perse il padre e appena due anni dopo rimase orfano anche della madre.

A sei anni Nino si ritrovò senza entrambi i genitori.

Una prova durissima per qualsiasi bambino, tanto più in un'epoca in cui la vita era già difficile per tante famiglie.

Ma Nino non rimase solo.

A crescerlo con amore e dedizione furono le sorelle Alba, Roma ed Elettra e i fratelli Aldo e Aurelio.

Fu proprio l'affetto dei fratelli e delle sorelle a dargli quella forza che lo avrebbe accompagnato per tutta la vita.

A undici anni nella bottega di un sarto

Nino frequentò le scuole elementari che si trovavano di fronte alla chiesa di Sant'Anna.

Ma, come racconta affettuosamente la moglie Angela, la scuola non era la sua grande passione.

Già all'età di undici o dodici anni preferiva imparare un mestiere.

Cominciò così a frequentare la sartoria di Ernesto Palatucci, dove iniziò ad apprendere i segreti dell'ago, del filo, del taglio e della confezione degli abiti.

Erano tempi in cui un ragazzo imparava osservando il maestro, facendo piccoli lavori e ripetendo pazientemente ogni gesto.

Nino dimostrò subito una grande predisposizione per quel mestiere.

Con il passare degli anni diventò un sarto capace, preciso e apprezzato.

Ma il destino gli riservava un incontro che avrebbe cambiato la sua vita.

Angela, l'amore e il viaggio a Milano per perfezionarsi

Un giorno entrò nella sartoria una ragazza di San Giovanni.

Era Angela.

Per Nino fu un vero colpo di fulmine.

Da quel momento cominciò a pensare seriamente al futuro. Voleva sposarsi, costruire una famiglia e offrire alla donna che amava una vita dignitosa.

Ma i guadagni erano pochi.

Angela ricorda che, a volte, per la consegna di un vestito si ricevevano appena cinquanta lire.

Nino comprese che per migliorare la propria condizione doveva perfezionarsi.

Decise allora di partire per Milano e frequentare una scuola di taglio.

Avrebbe voluto affrontare il viaggio in treno, ma il fratello Aldo lo accompagnò personalmente con la sua automobile.

A Milano trovò un punto di riferimento in un altro montellese, Ciccio Palatucci, che aveva una sartoria nella città lombarda.

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Dopo essersi sistemato in una pensione, frequentò il corso e approfondì le tecniche del taglio e della confezione, entrando in contatto con un ambiente professionale molto più vasto.

Terminata la formazione, avrebbe potuto rimanere a Milano e lavorare, almeno inizialmente, con Ciccio Palatucci.

Ma a Montella lo aspettava Angela.

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E l'amore ebbe la meglio.

Nino tornò nel suo paese e decise di aprire una sartoria tutta sua.

Tra i primi locali che ospitarono la sua attività ci fu quello nel palazzo Scandone, lungo il corso, di fronte alla villa Elena e Celestino De Marco .

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Nino Conte Montella 019

Successivamente trasferì la sartoria in un locale più piccolo, appartenente alla signora Capone, di fronte agli alimentari Dragonetti.

Qui continuò a lavorare con passione, confezionando pantaloni, giacche e abiti su misura per i montellesi.

Il 3 agosto 1967 Nino e Angela si sposarono.

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L'anno successivo, nel 1968, nacque il primo figlio, Salvatore. Nel 1970 arrivò il secondo, Walter.

La famiglia cresceva, ma con essa aumentavano anche le responsabilità economiche.

Nonostante la bravura di Nino, la sartoria non garantiva entrate sufficienti.

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Molti clienti pagavano in ritardo, altri non pagavano affatto.

E per una famiglia con due bambini piccoli andare avanti diventava sempre più difficile.

Fu allora che Nino e Angela presero una decisione coraggiosa: lasciare Montella e cercare lavoro all'estero.

La Svizzera, due bambini piccoli e il sogno americano

La prima destinazione fu la Svizzera.

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Nino e Angela partirono con i loro due figli ancora piccoli, portando con sé poche cose ma una grande speranza: costruire un futuro migliore.

Comunque il dispiacere grande fù che dovette lasciare il suo più grandi amici la famiglia Marinari.

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Lavorarono per circa un anno, affrontando le difficoltà di una vita lontana dal paese e dagli affetti.

La mancanza di un regolare permesso di soggiorno rendeva però incerta la loro permanenza.

Fu allora che arrivò un aiuto decisivo.

Il fratello di Nino, Aurelio, e la cognata Elena offrirono alla famiglia la possibilità di trasferirsi negli Stati Uniti.

Il 15 gennaio 1973 Nino, Angela e i loro due bambini arrivarono in America.

Ad accoglierli furono i familiari, che li ospitarono nella propria casa.

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Per Nino cominciava una nuova vita.

Non conosceva ancora quale sarebbe stato il suo futuro, ma aveva qualcosa che nessuno avrebbe potuto portargli via: un mestiere imparato da ragazzo, una grande volontà di lavorare e un profondo senso di responsabilità verso la famiglia.

Dodici ore di lavoro al giorno per costruire un futuro

In America Nino non si risparmiò.

Lavorava anche dodici ore al giorno, con la stessa precisione e serietà che lo avevano contraddistinto nella piccola sartoria di Montella.

Ogni sacrificio aveva uno scopo: assicurare ad Angela e ai figli quella stabilità economica che in Italia non era riuscito a raggiungere.

Con il tempo, grazie al lavoro e ai risparmi, riuscì ad acquistare una casa tutta sua.

E proprio in una stanza di quella casa riprese a svolgere la sua attività di sartoria.

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Era un nuovo inizio.

Da quella stanza, con pazienza, professionalità e determinazione, Nino riuscì a farsi apprezzare e a costruire la propria clientela.

Il suo lavoro ebbe successo.

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Ma la soddisfazione più grande non fu soltanto quella di aver raggiunto una sicurezza economica.

Fu vedere i propri figli crescere e portare avanti, nel mondo della moda maschile e femminile, quella passione per l'abbigliamento e per il lavoro che lui aveva coltivato fin da bambino.

Un mestiere nato nella bottega di Ernesto Palatucci, a Montella, aveva attraversato Milano, la Svizzera e l'oceano, diventando un patrimonio di esperienza trasmesso alla generazione successiva.

Il ritorno a Montella e la de vozione al Santissimo Salvatore    

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Nonostante i tanti anni trascorsi in America, Nino non ha mai dimenticato Montella.

Il suo paese è rimasto nel cuore, insieme ai ricordi dell'infanzia, dei fratelli e delle sorelle, della sartoria e delle persone conosciute lungo il corso.

Particolarmente forte è rimasta anche la devozione della famiglia al Santissimo Salvatore, tanto caro ai montellesi.

In occasione del ritorno in Italia, uno dei figli, Tony, ha accompagnato il padre e i familiari anche per esprimere il proprio ringraziamento al S Santissimo Salvatore e ai vecchi amici .

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Un gesto di fede e riconoscenza che testimonia quanto siano ancora profonde le radici di questa famiglia.

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Nino Conte, un esempio per le nuove generazioni

Ritrovare Nino dopo tanti anni è stato per me molto più che riscoprire un vecchio conoscente.

È stato conoscere finalmente la storia di un uomo che la vita aveva messo duramente alla prova fin dalla più tenera età.

Un bambino rimasto orfano a sei anni, cresciuto grazie all'amore dei fratelli e delle sorelle.

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Un ragazzo che a undici anni aveva cominciato a imparare un mestiere.

Un giovane che aveva cercato di migliorarsi studiando a Milano.

Un marito e un padre che, quando il lavoro non bastava più a mantenere la famiglia, aveva trovato il coraggio di lasciare il proprio paese e ricominciare da zero.

Un emigrante che, senza dimenticare le proprie origini, aveva saputo costruire in America una vita dignitosa e un futuro per i figli.

La storia di Nino Conte è una storia di sacrifici, ma soprattutto di dignità, onestà, generosità e amore per la famiglia.

È anche la storia di tanti montellesi che, partiti con una valigia e un mestiere nelle mani, hanno portato nel mondo il nome di Montella.

A Nino voglio rivolgere un pensiero personale.

Caro Nino, forse tu non ricorderai più quel ragazzo che desiderava tanto un pantalone alla Celentano. Ma quel ragazzo non ha mai dimenticato il tuo gesto.

Oggi, dopo tanti anni, sono felice di averti ritrovato e di poter raccontare ai lettori di montella.eu la tua bellissima storia.

Ti auguro ancora tanta salute, serenità e felicità insieme ad Angela, ai tuoi figli e a tutta la tua famiglia.

 

Perché il successo più grande di Nino Conte non è stato soltanto quello di affermarsi nel lavoro in America, ma quello di essere rimasto, nonostante tutte le difficoltà, un uomo semplice, generoso e profondamente legato alla propria famiglia e alla sua Montella.

Vittorio Sica montella.eu

https://youtube.com/shorts/upOJIbLFEcI?si=OVXbmBtVu53gxCDE

Attività lavorative nella Montella del secondo dopoguerra.di Tullio Barbone.

Barbone Tullio 01 Ottobre 2026

001 AA  Il Lavoro a Montella

I versi dialettali che seguono sono tratti dal poemetto “…E passa lo Millennio”, di Tullio Barbone pubblicato nel 2011. Sono state unificate le due sezioni dedicate al la-voro maschile e a quello femminile. I disegni ad inchiostro di china sono di Salvatore Pizza, quello a matita è di Nadia Marano.

Li patri nuósti erano
vaccàri e zappatùri,
crapàri e carauniéri
e puro secatùri.

001 BB  Il Lavoro a Montella


Lo addro la matìna
la sveglia li candàva,
a li cambi, a li òschi,
a li iazzi r’abbiàva.

Pe’ dind’a re cambàgne
parìano priggissiùni:
pecore, ciucci e bbacche
sindìvi che canzùni!

Passavano pe’ prima
re bbacche re Bettóne,
po’ quére re Fichètto,
r’Addiégo e de Carbóne;

quann’era fatto tardo
chiurìa la priggissióne
a cavàddro a lo ciuccio
zi’ Vito re Scardóne.

Zappavano li Òschi,
li Prati, la Spinéta,
re Pèzze, re Tagliàte
e puro la Oscegliéta.

Tutte re tiérri nòste
parìano ‘no giardino:
peràzza, fico e mela,
ceràsa, uva e bbino.

Ma ng’era chi cambàva
facènno carognate
e allora ti trovavi
re piande annerevàte,

Assìano a mezzanotte,
lo cappiéddro calato,
pe’ lo cappotto a ruóto,
l’accetta appesa a lato.

E ti trovavi puro
addrìne ‘ndossecàte
sausìcchi, sopersàte
e grègne ...appulizzàte,

E mo’ pe’ ‘sti paìsi
chi stanno qua bbicìno
si créreno c’angòra
nui simo malandrini.

* * *

Re luglio ngimm’a r’arie
olàvano li muìddri:
che stuóno re cecàle
che musica re criddri!

002 Il Lavoro Montella

 (Disegno di Salvatore Pizza)

Era ‘no vatti vatti
rind’a tutto ro chiano,
lo sole calandriàva
ra Stràtola a Cagnàno.

E li vagliùni allegri
londàno ra re chiazze
facìano a l’annaccùi
pe’ mmiézzo a re casàzze.

Si ng’era chi rurmìa
sfinùto ra lo sole,
li giùvani re sera
assìano a fà l’amore.

Sott’a ‘na luna chiéna
sindìvi li suspìri!
Rind’a la paglia persi
facìano mille giri.

E mo’ re ‘st’arie vecchie,
tra spine abbandonate,
ng’è còcche muro appìso
e tàole sfonnàte.

003 Ruderi Aia Baruso Montella

 (Ruderi di una vecchia aia a Baruso)

Chi passa pe’ li Prati,
e pe’ lo Vatanzàno,
chi arriva ngimma Stràtola,
chi saglie pe’ Cagnàno,

re bbére, tutte sole,
r’arènani abbrazzàte
chi stanno ‘ngombagnìa
re siérpi annaccoàte.

004  Aia di Cagnano Montella

( Aia di Cagnano)


Ti guardano, so’ mupe,
pe’ ‘n’uócchi sfonestràto,
oléssero parlà
condànno ro passato.

Ma rindo non si canda
e non si rire chiù
e non si fanno cundi
re lo tiémbo chi fu.

* * *

Vinìano ra la Puglia
re giugno li pastùri,
saglìano a re mondàgne
seguènno li tratturi.

005 Transumanza Montella

 (La transumanza)


Paràvano li iàzzi
pe’ dindo Varrizzùlo,
a l’Acqua re la prèta,
a li chiani re Vagnùlo.

Quagliàvano ro latto,
facìano re coddràra
mangiànno pane e caso
a fiang’a ‘na iomàra,

006 Il Lavoro Montella Disegno Nadia Marano

(Disegno di Nadia Marano)

 

arreposànno r’ossa
a l’ombra re ‘na faia
rormènno po’ la notte
pe’ dind’a re pagliàra.

Rind’a ‘ste notti chiare,
girànno pe’ li chiani,
candàvano li lùccoli
spegliàvano li cani.

E mmiézzo a ‘sto congèrto
‘no suono re cambàna
re còcche bbacca spèrsa
ra ‘na costa londàna.

 

Partìano li vaccàri
quasi a spónda re sole
pe’ gghì a cercà ‘sta vacca
com’a lo Buon pastore.

Ma si po’ si trovavano
mica vacche arrobbàte
olàvano mucìrii
a uócchi r’accettàte.

Pe’ fótte lo mariuólo
‘mbostàvano a ro stritto,
quanno arrivava drà
te lo facìano sicco.

Muriéro accussì accìsi
lo Pinto e lo Papùto,
chi è stato o non è stato
non se n’è mai sapùto.

Quanno a metà ottómbre
calavano re néglie,
accuglìano re bbacche,
tornavano a la Puglia.

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Pe’ l’acqua e pe’ lo sole,
scirocco e lo ponènde,
passavano la vita
sbattènno malamènde.

A certi furtunati
pot’èsse capitato
ca iénno ‘nnandi e arrèto
ànno cangiàto stato.

Sarà ca la furtuna
gira com’a ‘na ròta
ricìtimi però
com’è tando cecàta

ca porta ‘nnandi sulo
li ricchi e li putiéndi
lassànno sèmbe arrèto
chi già non tène niéndi?

* * *

A la matìna priésto
aprìano li barbieri,
secchiari e falegnami,
fornari e panittiéri.

Aprìano po’ li sarti,
scarpari e molenàri,
forgiari e ferraciùcci
e l’ati poteàri.

Partìano li trainiéri
portànno caraùni
stipàti a la staggióne
rind’a li barraccùni,

007 Catuozzo in montagna Montella

( Catuózzo in montagna)

 

ma cuótti a la mondàgna
facènno li catuózzi,
ardènno a fuoco lèndo
léona grosse e tuózzi.

Passavano la notte
ngimm’a liétti re paglia,
se ne vinìano càrrichi
re ròbba ra la Puglia.

Partìano treni merci
càrrichi re lignàmi,
portavano traverse
a posti assai londàni.

Abbàscio a lo stanzióne
virìvi ‘no via vai
re tàole e de trónghi,
re carri e de operai.

Montella  Lavori del legno
Partìano litturìne
pe’ Napuli e Rocchetta,
a l’otto meno vindi
passava la diretta.

Ngi fu chi rètte l’anima
pe’ avé ‘sta ferrovia,
pe’ no’ la fà passà
rind’a la Baronìa.

E mo’ no’ bbiri gende,
lignàmi e machinàri,
nge so’ crisciùte spine
pe’ mmiézzo a li binari.

Mo’ ng’è rimasto sulo
‘no gruósso frabbicàto
pe’ re canàle appése
e tutto sfonestràto;

008 Il Lavoro Montella

 

nge stai ‘mbalàto puro
‘no viécchio fondanóne
chi inghìa la caoràra
re lo treno a vapore.

E mmiézzo a ‘sto spinàle
passa ‘na litturìna,
ma rindo porta sulo
tristezza e nostargìa.

***

Candàvano re fémmene,
scennènno pe’ lo Mónde
appriésso a ciucci càrrichi
pe’ li fïùri nfrónde.

 

009 Il Lavoro Montella  ccc

Non candàvano angòra
re Celendàno e Mina...
Ména la funa e ménala
e Rònna Päulìna.

Vinìano ra Vertéglia,
ra l’Iscka e Sassetàno,
ra l’Acqua re la prèta,
ra rèto Cercetàno,

addó erano arrivate
quann’era angòra notte,
pe’ s’abbusckà re rùole
ra neve e bbiéndo rotte.

Lo pónde re lo iumo,
pe’ r’acque fréscke e chiare
parìa ‘no Paravìso
chino re lavannàre;

010 Il Lavoro Montella



‘ste fémmene candàvano
lavànno re lenzóla:
- L’amore m’à lassàta
e so’ rimasta sola!

Ra cimm’a li macchiùni
re spine e de ianéstre
accuglìano li panni,
inghìano re canéstre,

tornavano a re case
ma rèquia no’ nge n’era,
iettàvano lo sango
fatiànno fino a sera.

Criscìano re criatùre,
‘mbastàvano ro pane,
siglìano re castagne
puro a ghiornàte sane.

Facìano la consèreva
passànnola a setàccio,
spogliavano re spiche,
ma ng’era r’assì paccio

011 Il Lavoro a Montella

E lo tiémbo passava
quanno calava sera
arrepezzànno panni
a lumo re cannéla.

Po’ assètte la corrènde
pe’ luci accussì bbasce
ca quasi assumigliàvano
a re caticatàsce.

E quanno li mariti
partiéro pe’ la guerra
toccào sulo a loro
a fatïà la terra.
Partìano la matìna
pe’ lo rambìno mmano
pe’ semmenà la rròbba,
la biàma e ro ghiermàno
.
Zappavano li pàstini
e puro li vezzàli,
mungìano crape e bbacche,
pascìano l’animali.

‘Ste fémmene perciò
pe’ ‘no ringraziamèndo,
si mèretano tutte
‘no gruósso munumèndo.

Ma ‘nnandi a lo pertóne
ngi stïa puro quéra
chi mormorava tutti
ra la matìna a sera.

012 Il Lavoro Montella

 

 

Non ne lassàva una
quer’uócchi re faìna
e mormorava puro
la Vergine Maria.

...«Lo iénniro re Nina
pe’ Nénna se la rai,
lo figlio re Minùccia
pe’ Lina se ne vai...

...Marianna si mandène
lo guardio cumunàle,
a tutti vai recènno:
- Embè, che ng’è de male?...

...La figlia re Nicola,
chi òle a cómba Tóre,
si mette vèste corte
e lo piétto ra fòre...

...Ànno scovato aiéri
Filìce e Nunziatìna
chi stïano a ro friscko
ra rind’a la candìna...

...Ra quanno lo marito
è ghiuto a l’Argindìna
la figlia re Carmèla
è revendàta fina:

aspetta cómba Tóre
pe’ si fà arrefresckà
e puro ra Ruccùccio
si face conzolà.

La gran figlia re troia,
pe’ non si fà scovà,
ra la parte re l’uórto
re face appizzicà».

S’abbicinàva sera
fenènno lo pruciésso
p’ accomenzà ra capo
a la matìna appriésso.

Il Sacco di San Francesco: due Reliquiari, un solo miracolo e sono entrambi a Montella

Redazione 05 Ottobre 2026

Reliquia S Francesco a Folloni Montella 001In perfetto stile Francescano, come ogni anno, per la Festa del Poverello di Assisi, i Monaci del Convento di San Francesco a Folloni aprono ai pellegrini la loro “casa” permettendo loro di visitare le stanze più riservate e godere delle meraviglie che esse contengono.

Quest’ anno lo sguardo si è posato su un manufatto come ce ne sono tanti in quella stanza.

Reliquia S Francesco a Folloni Montella 002Quello che vedete in foto non è il reliquiario grande d'argento che tutti conosciamo, conservato nella Cappella del Crocifisso.

È l'altro.

È la teca ovale in ottone dorato con le decorazioni a paperole — quei ricciolini di carta fatti a mano dalle monache — esposta nella stanza degli antichi Paramenti Sacri del Convento di San Francesco a Folloni.

Al centro, scritto a mano, si legge ancora chiarissimo:

Ex Sacco

D. Francisci

Reliquia S Francesco a Folloni Montella 003Non è un pezzo del saio. È un frammento del Sacco del Miracolo del Pane.

Facciamo chiarezza, perché a Folloni ne abbiamo due:

1. Il Reli¬quiario grande in argento, nella Cappella del Crocifisso, a destra dell'altare. Custodisce il pezzo più grande del Sacco originale.

2. Il Reli¬quiario ovale in foto, nella sala dei Paramenti, che al centro custodisce un altro frammento dello STESSO Sacco e intorno, a corona, 14 piccole reliquie di altri santi, tra cui S. Rocco, nostro Patrono.

Stessa storia, stesso miracolo.

Inverno 1224. San Francesco è in Francia, alla corte di Luigi VIII. A Folloni i primi frati sono bloccati dalla neve, senza cibo. Francesco chiede del pane al Re e lo affida a un angelo. Quella notte bussano alla porta del convento: sulla soglia c'è un sacco pieno di pane fumante, appena sfornato, il sacco reca il giglio di Francia cucito sopra.

Per tre secoli quella tela fu usata come tovaglia d'altare, poi fu divisa in frammenti e donata come reliquia. Da qui i nostri due reliquiari.

Oggi, le analisi dell'Università di Pisa, Leiden e University of Southern Denmark hanno datato la tela originale tra il 1220 e il 1295 ed hanno trovato al suo interno tracce di pane lievitato.

Due reliquiari, un solo Sacco, un solo Miracolo. E sono entrambi qui, a casa nostra, a Folloni.

Andate a vederli entrambi.

 

VEDI ANCHE 

Il Miracolo del Sacco: Quando il Pane di San Francesco Sfidò le Nevi di Montella

https://www.montella.eu/articoli-vostri-blog/cultura-tradizioni/3627-il-miracolo-del-sacco-quando-il-pane-di-san-francesco-sfido-le-nevi-di-montella

La nascita : una pietra miliare della vita (ovvero “nascita” e “mammane” ) di Nino Tiretta

Giovanni Tiretta 24 Settembre 2026

Le mammane di una volte Montella 001In un precedente articolo ho argomentato del matrimonio per cui, ora mi piace parlare della “nascita” nella convinzione che questo evento, più dell’altro, è – seppur conseguenziale e susseguente -  un’altra prioritaria pietra miliare della vita.

Di fatto la nascita è l’evoluzione dello stesso matrimonio e dunque della stessa famiglia anzi, in passato, soprattutto nella consuetudine della vita contadina, marito e moglie, una volta sposati, dovevano obbligatoriamente “procreare”, avere bambini, ordinariamente più di

quattro, possibilmente tutti maschi onde disporre di ragazzi e giovani in grado di lavorare, soprattutto nei campi e per l’allevamento degli animali domestici.

I figli avevano “valore”, per cui averne numerosi era per le famiglie una vera e propria benedizione giacché, già in tenera età, essi sarebbero stati un importante aiuto sia nel lavoro dei campi sia nelle faccende domestiche e, una volta cresciuti, i figli maschi avrebbero preso il posto del padre nel mandare avanti la tradizione e la gestione lavorativa di famiglia.

Ci fu un tempo lontano in cui, in Italia, la procreazione fu finanche ideologicamente incoraggiata per cui, soprattutto con l’avvento del regime fascista, fu “dato corpo” ad uno specifico progetto, quello della cosiddetta “battaglia demografica”.

Avvenne che nel dicembre del 1925 (con l’intento sia di debellare l’alto e drammatico tasso di mortalità infantile e sia per incrementare la crescita quantitativa della popolazione) fu istituita l’ ”Opera nazionale maternità e infanzia” e fu - in anni successivi - applicata “l'imposta sul celibato”, furono prescelte giornate dedicate alle madri, alla fertilità e finanche per premiare le madri “più prolifiche” per cui la popolazione italiana , nel giro di qualche anno, passò dai 40 ai ……. 60 milioni di abitanti.

Come recitava un tradizionale proverbio “figli e lenzuola non bastano mai”, a quel tempo i figli “arrivavano” da subito, appena dopo il matrimonio; erano numerosi e nella “discendenza” il figlio maschio primogenito in seno alla famiglia aveva un ruolo di privilegiato ed era accolto con particolare soddisfazione.

A quel che ricordo, ai tempi della mia infanzia lontana, anche a Montella, quando si prospettava una nascita, molto più di oggigiorno, all’interno della coppia si festeggiava e anche zii, nonni e vecchie zie esultavano.

Le amiche della mamma e gli amici del papà partecipavano, a modo loro, a questo grande e meraviglioso evento; usava portare regali e regalini e fare, dunque, festa.

Durante l’attesa molte erano le accortezze che, secondo le tradizioni, le giovani madri dovevano prendere: ad esempio non dovevano passare sotto alle scale o sotto le corde ed era importante che venissero soddisfatte tutte le voglie di cibo,” re voglie”, altrimenti sarebbe spuntate macchie scure sulla pelle del nascituro.

Nel lontano passato e, così come io ricordo, fino ai primi anni ’50 del secolo scorso a Montella e nella quasi totalità dei paesini di campagna e di montagna d’Italia si nasceva in casa.

Le mammane di una volte Montella 003Il parto avveniva regolarmente con l’aiuto immancabile della “mammana”, della madre della partoriente e con quello di altre donne sposate, già madri, per lo più vicine di casa.

Nell’imminenza del travaglio uomini e bambini venivano precipitosamente allontanati,nell’abitazione vi restavano solo le donne giacché il parto era ritenuto “cosa di donne”,

soprattutto della “levatrice” detta anche ostetrica la quale - ancor più comunemente - veniva anche chiamata “mammana”, termine questo derivante da “mamma”, giacché, per l’appunto, come una seconda mamma, metteva alla luce una creatura.

Storicamente la professione di levatrice è considerata una delle più antiche al mondo. Nei suoi scritti Platone, parlando di Socrate, fa spesso riferimento alla madre levatrice.

Era chiamata “levatrice” perché era in grado di «levare» il neonato dal corpo della donna incinta.  Spesso era una donna anziana, amica della partoriente, che veniva chiamata dalle donne del paese per aiutarla.

Non aveva un titolo di studio; era una donna che aveva imparato l’arte da sua madre, da sua nonna giacché – un tempo -  era una tradizione che le figlie delle levatrici, fossero esse stesse levatrici.

Allora tutti i mestieri si imparavano osservando chi già esercitava un mestiere; nel caso della levatrice essa era una persona ben addentrata nell’arte sanitaria e dunque capace di intervenire nelle circostanze più disparate del difficile momento della nascita di una nuova vita.

Era una persona sempre disponibile, in qualsiasi ora del giorno o della notte.

Quando interveniva non perdeva tempo: grazie alla sua esperienza, sapeva quello che doveva fare.

Non sempre il parto era facile, anzi. Quando si complicava bisognava correre a chiamare anche il medico ma quest’ultimo veniva interpellato solo in casi estremi, quando la partoriente era in gravi condizioni.

Come già detto, anche a Montella  generalmente il mestiere veniva tramandato da madre in figlia e la “mammana” più “antica e remota” montellese di cui ho avuto notizia è stata Cristina Cianci: fu lei (stando a quando ebbe a dirmi mia madre) a “levarla”, al momento della sua nascita, nel 1908.

Cristina non aveva un titolo di studio ed aveva imparato l’arte di “mammana” da sua madre e da sua nonna.

Le mammane di una volte Montella 004A quel tempo, più che in epoche successive, il parto presentava sempre elevati margini di rischio e la mortalità infantile e materna erano frequenti sia per la mancanza di strumentazioni adeguate sia per l’assenza di personale competente.

 Erano, mi diceva mia madre, anni quelli in cui la miseria si faceva sentire in molte case dei contadini e dei pastori e le risorse sanitarie erano molto limitate, per cui la presenza della mammana, con la sua  esperienza, al momento del parto era determinante e Cristina Cianci, a detta di mia madre, era per davvero brava.

 “Indagando” sulle “mammane” di una volta qualche mio vecchio amico ricordava anche una certa Emma Riso (che abitava a Fondana) nonché una certa Angela Pizza delle quali ho avuto pochi ed incerti riscontri.                             

È documentato e certo che l’attività di Cristina fu proseguita da sua figlia Generosa la quale, soprannominata semplicemente “Rosa la mammana”, poteva esercitare quella specifica attività sanitaria, avendo frequentato (secondo quanto stabilito dalla relativa legge Crispi del 1890) la Scuola di Ostetricia per levatrici acquisendone, dunque sia il titolo professionale e sia l’iscrizione all’albo delle levatrici medesime.

Ricordo benissimo “Rosa la mammana”, era un donnone di aspetto sano e robusto, con un viso rubizzo, con capelli tirati e raccolti in un “tùppo” alto, con un’espressione sempre dolce e sorridente e vestiva indossando un soprabito nero, una specie di “cappottino” in tessuto leggero d’estate e pesante nella stagione invernale.

Era lei che faceva nascere tutti i bambini del paese.

Era disponibile in qualsiasi ora del giorno o della notte e quando qualcuno arrivava trafelato a cercarla, non perdeva tempo ed accorreva senza indugio alcuno al capezzale della partoriente.

Abitava in via Filippo Bonavitacola ed ha esercitato fino ad oltre agli anni ’50-’60.

Dal 1950 la Scuola di Ostetricia venne ridotta a due anni ma per conseguirne l’abilitazione professionale occorreva propedeuticamente possedere il diploma di “Infermiere” che implicava un corso triennale.

Le mammane di una volte Montella 005Con questo nuovo “regolamento” le ostetriche erano equiparate agli infermieri professionali vale a dire che le ostetriche erano abilitate a svolgere tutte le attività professionale svolte dagli infermieri.

 

Fu così che con questa nuova qualifica di “ostetriche”, dopo gli anni ‘ 60, a Montella, “subentrarono” tre giovani e nuove ostetriche: Concettina Granese, Silvana e Dora De Stefano.

Queste ultime due erano sorelle del ragioniere Salvatore De Stefano e, una dopo l’altra, avevano conseguito il diploma di Ostetricia a Roma.

Ritornando a Montella, svolsero dunque entrambe l’attività di levatrici e sposarono la prima (Silvana) Angelico Palatucci e la seconda, (Dora), Luigi Di Santo.

Mentre le due sorelle De Stefano abitavano – inizialmente -  alla Serra, Concettina Granese abitava a San Giovanni e sposò Salvatore Bonavitacola.

Nella previsione di scrivere questo articolo ho parlato con varie amiche e conoscenti di Montella, di età diverse e tutte nel ricordare la loro “mammana”, sia che si trattasse della vecchia “Rosa” e sia che si riferissero a Concettina o a sua sorella Silvana, tutte queste “ex partorienti”, anche se con espressioni diverse, me ne hanno evidenziato la cordiale disponibilità e soprattutto vantandone, di tutte, la bravura e l’indiscutibile serietà professionale.

Le mammane di una volte Montella 006 Il parto in un affresco medioevale

In realtà il parto, soprattutto a quei tempi, comportava rischi ed era per le partorienti un evento familiare, intimo, connotato di sacralità per cui, come mi ha evidenziato più di una “intervistata”, la levatrice in qualche modo entrava a far parte della famiglia in quanto il suo compito non si esauriva al momento della nascita, ma ricopriva un ruolo importante anche durante la vita del bambino fungendo quasi da una “zia” o “nonna” acquisite.

“Za Rosinella”, una mia “intervistata montellese” mi ha confermato che ordinariamente la levatrice, a cui ci si affidava, era stata allertata quasi un mese prima, con tanto di pressoché inutili visite bisettimanali per seguire il decorso finale della gravidanza.

Quando sopraggiungeva il momento del parto la concitazione contagiava l’intera abitazione.

 Mentre una donna portava a compimento il mistero della nascita era uso che i maschi non potessero essere in giro; per cui, qualche volta e anche con urlacci, essi erano allontani in altra parte della casa, pronti comunque ad intervenire in caso di necessità mentre i bimbi più piccoli venivano trasferiti da una vicina.

I ruoli erano stati assegnati da tempo, ma ciò nonostante pareva che nessuno fosse in grado di svolgere la propria funzione e l’unico miracoloso accordo che comunque le donne da subito trovavano era finalizzato al benessere della partoriente.

Da subito una donna metteva sul fuoco due pentoloni d’acqua mentre altre provvedevano alla pulizia del letto e alla disinfezione scrupolosa della stanza, con annessa rimozione di oggetti ipoteticamente polverosi giacché si sapeva che l’infezione era il pericolo maggiore.

L’arrivo della levatrice produceva l’immediata riconfigurazione della catena di comando: ella non perdeva tempo, grazie alla sua esperienza, stabiliva il da farsi e affidava, con decisione, incarichi e mansioni.

Incoronata (un’amica di famiglia di Montella e traferitasi anche lei in Toscana) mi ha -  tra le tante sue reminiscenze in tema di nascite e “mammane” -  fatto notare che non sempre il parto era facile, anzi.

Quando si complicava bisognava correre a chiamare anche il medico che, a seconda dell’epoca, poteva essere il dottore Serafino Apicella, suo figlio Ferruccio o anche Carmelo Marano o anche suo figlio Elio, medici tutti questi ai quali non pochi montellesi devono essere grati per essere in vita.

Le mammane di una volte Montella 007

Il parto in un affresco medioevale

Il medico infatti veniva interpellato, come s’è già detto, solo in casi estremi, quando la partoriente era in gravi condizioni che il più delle volte si risolvevano positivamen-

te anche se, in quell’epoca, non c’erano autoambulanze e quant’altro per cui ci si doveva sempre arrangiare alla meno peggio!

Il momento “sacrale del parto” è stato descritto in forme  e modi infiniti, particolarmente nella letteratura, nella poesia, nella pittura, nella cinematografia e in tante altre forme espressive.

Ultimamente ho letto un libro di Maurizio de Giovanni, “Il pianto dell’alba” in cui lo scrittore napoletano descrive il parto di un personaggio, Enrica e dunque affido a questo Autore la descrizione dell’evento in argomento.

“…… La levatrice procedeva sicura, guidata dalla professionalità e dall’esperienza.

Non un gesto era improvvisato, non una azione priva di scopo. Era a sua volta assistita ed aveva dunque a fianco un’altra donna della casa che, piantata come una statua alle sue spalle, preveniva le possibili necessità porgendo panni caldi e acqua bollente.

Il dolore del travaglio si faceva sempre più forte, la partoriente era pallida, soffriva e si mordeva il labbro, determinata, fino a quando vi riusciva, a non urlare.

La levatrice le asciugava la fronte, sussurrandole parole di consolazione, armeggiava tra le gambe della donna in travaglio, coperte da un lenzuolo.

Muoveva le mani con lo sguardo su un angolo della stanza in cui non c’era niente da guardare, dava brevi, secchi ordini alla partoriente: respira, aspetta, respira, cerca di non spingere, non ancora.

Era imperativa, in quella stanza e in quel frangente era il capo assoluto.

Di fianco, su entrambi i lati del letto, due persone care, vigili entrambe, tese entrambe, in piedi ai lati della partoriente le tenevano le mani, ne raccoglievano le strette, ne accarezzavano il dorso pronunciando parole conforto.

Le mammane di una volte Montella 008La cosa andava avanti così per più ore, la tensione era sempre più incalzante.

Alla fin, finalmente, con un lungo gemito e un’ultima spinta forte, e il corpicino usciva all’aria, …………nasceva finalmente.” 

Generalmente la “mammana” era d’età maggiore di 40 anni, sposata con figli, qualche volta vedova e nel suo “delicato mestiere” aveva molta esperienza,

Alla rottura delle acque, veniva chiama e prontamente interveniva.

Mentre ora si usano gli antispastici, la mammana (come risulta dalle dettagliate descrizioni fattemi da un’altra mia conoscente) utilizzava semplici e ben collaudati rimedi naturali, come l’applicazione di panni caldi, per alleviare il dolore mentre, quando arrivavano i dolori uterini, consigliava di bere la camomilla con delle foglie d’alloro e praticava inalazioni calde con acqua di malva.

Con le sue mani piccole riusciva, con manipolazioni, a posizionare il bambino prima del parto, ungeva con l’olio d’oliva il collo dell’utero e con l’unghia del mignolo, che portava  lunga e affilata rompeva la membrana e permetteva al bambino di uscire.

Fatta preparare l’acqua bollita, la mammana puliva la mamma e il figlio disinfettando l’acqua con acido ossalico sublimato.

Procedeva poi (con forbici normali ma disinfettate nell’ acqua bollente) al taglio del cordone ombelicale e una volta che il neonato era ben lavato e asciugato, veniva fasciato dal collo ai piedi con “fassa” e “fassaturo” allo scopo di mantenere diritta la schiena e le gambe del neonato.

La testa, invece, era coperta con una cuffietta in filo di cotone lavorata con particolare cura.

Nei primi giorni era la “mammana“ a fare i bagnetti al piccolo, a medicarne il cordone ombelicale e a rifare  la “fassatura”

Come è correttamente evidenziato nel “Vocabolario Montellese-Italiano” dell’amico Verginio Gambone, la “fassa” era una sottofascia , meglio ancora una benda di stoffa larga un 15 cm, lunga qualche metro mentre il “fassaturo” era una lunga benda di lino o altra stoffa in cui si avvolgeva il neonato prima di cingerlo con la già citata sottofascia. 

Le mammane di una volte Montella 009

L. Garcia Ramon : "Il bagno"

Secondo le conoscenze mediche di allora era quanto mai opportuno “fassare” i bambini appena nati con il “fassaturo” e la “fassa”” al fine di evitare al neonato ogni movimento e che colonna vertebrale e gambe si “storcessero” e subentrassero altre possibili deformità.

A proposito della fasciatura Incoronata mi ha fatto notare che “Fasciare un bambino” era un’impresa non semplice.

Occorreva fare due o tre giri intorno alla pancia altrettanti tra le gambe, di nuovo altri due- tre giri sui fianchi e poi si provvedeva ad avvolgerlo strettamente.

Avveniva che il neonato, fasciato similmente ad una mummia egizia,  era impossibilitato a muovere le gambette e, ahimè, veniva lasciato in questo stato fino a quando, bagnato e sporco, veniva sfasciato, in qualche modo lavato e di nuovo riavvolto in fasce pulite. Per cui, come si può immaginare, a causa di quel tipo di igiene ridotta all’indispensabile, avveniva che lo sventurato bimbino, inevitabilmente, presentava piaghe dolorose e rossori anche perché  il bagnetto veniva solitamente praticato una volta a settimana,  di rigore la domenica mattina,  nel “mastello” del bucato ove l’ acqua era tiepida e ben insaponata.

Non appena nato il figlio, la madre doveva rimanere allettata per 8 giorni procedendo, da subito, ad allattare il neonato.

Alla puerpera era consigliato di mangiare per tre giorni dopo l’evento solo brodo di pollo sia per avere “latte buono” e sia per evitare le febbri molto frequenti dopo il parto.

L’allattamento durava finché la mamma aveva latte, poteva prolungarsi anche oltre i due anni, non costava niente e, “zia Rosinella” mi ha detto che, all’epoca, c’era anche chi credeva che l’allattamento impedisse………. gravidanze immediate!

Mia madre mi diceva che quando lei era bambina, l’allattamento con il latte in polvere era per lo più sconosciuto o poco praticato e all’occorrenza si usava prevalentemente solo latte di mucca allungato con un po’ d’acqua, meglio ancora quello di capra, ma la capra non si trovava facilmente. 

Le mammane di una volte Montella 010Non disponendo di qualità e marche di latte in polvere spesso si verificavano intolleranze e altrettanto frequentemente il neonato veniva colpito dalla gastroenterite o, per scarsa igiene, da tifo, con conseguenze spesso gravi.

Le case, all’epoca, non erano molto riscaldate per cui, qualche volta i bambini morivano di polmonite nei primi mesi, soprattutto se avevano la sfortuna di nascere in inverno.

Soprattutto morivano a causa di malattie infettive per cui, in quell’epoca, il valore di mortalità infantile era cospicuo, esattamente di 347 decessi per mille nati vivi e, nel nostro Paese, la probabilità di morire tra 1 e 5 anni, raggiungeva valori quasi il doppio di quella di altri paesi europei: 144 per mille contro gli 88 in Inghilterra e i 70 in Francia. 

Le mammane di una volte Montella 011Da quella posizione sfavorevole l’Italia ha compiuto grossissimi e continui progressi per cui                                      essa è oggi tra i paesi del mondo con un basso tasso di mortalità infantile.

Infatti (secondo le stime sulla mortalità infantile pubblicate nel 2018 dall’UNICEF e Organizzazione Mondiale della Sanità) oggi, nel nostro Paese, il tasso di mortalità dei bambini sotto i 5 anni è inferiore a quello medio europeo e a quello degli Stati Uniti, tant’è che nel 2011, in Italia, si sono registrati solo 2.084 decessi di bambini sotto i 5 anni di vita.

Di fatto con il trascorrere del tempo anche in Italia sono più che mai mutate e migliorate le condizioni sanitarie nonché molto progredite sia la medicina natale e sia quella pediatrica, per cui, tanto per fare un esempio, a differenza di un tempo, oggi, con una semplice ecografia, è possibile riconoscere sin dai primi mesi di gravidanza                                                                                                                                                                                                                                                                         il sesso del nascituro.

Di contro, in passato, non disponendo di adeguati strumenti clinici, la previsione del sesso dei nascituri era quanto mai incerta, fantasiosa, si pensava che dipendesse dalla conformità del ventre della gestante e, in tal senso, un proverbio siciliano sosteneva che la “panza pizzuta nun porta cappeddu”, ovvero pronosticava la nascita di una femminuccia.

I figli erano, comunque, considerati sempre una benedizione di Dio, anche perché i lavori agricoli, soprattutto per le comunità contadine, richiedevano, come è già stato evidenziato, la disponibilità di molte braccia nella famiglia. 

Le mammane di una volte Montella 012La nascita di un maschietto era l’avvenimento più bello che potesse capitare in famiglia  ed è per questo motivo che un tempo, al momento delle nozze, agli sposi veniva detto: “Auguri e figlì màsculi”.

Di fatto i più desiderati erano i figli maschi perché essi (lo ribadisco ancora) significavano una preziosa manodopera, un concreto ed irrinunciabile aiuto nel lavoro.

Di contro la nascita di una femmina era considerata una disgrazia.

Tale evenienza significava dover approntare un corredo per sposarla, per poi perderne la forza lavorativa la quale sarebbe stata appannaggio della famiglia dello sposo.

In correlazione al corredo un antico proverbio affermava: “la figlia rindo a la fascia e la ròta rindo a la càscia” ed un altro proverbio, di stretta “marca maschilista”, diceva finanche che: “Si vuò fa na bona ererità co la figlia fémmena ara commenzà ma éddra a nanno non’addà arrivà” (se vuoi fare una buona eredità devi incominciare con figlia femmina, ma essa deve morire prima di un anno).

Di contro al giorno d’oggi il sesso del nascituro non è più motivo di lamento; qualunque esso sia e comunque (essendo diminuita la natalità) i pochi bambini che nascono sono - usando una espressione di papa Francesco - “un raggio di sole per l’intera famiglia”.

Ritornando al parto, non appena nato il figlio la madre doveva rimanere, come s’è già detto, allettata per 8 giorni e prima di riprendere la vita comune la mamma doveva ottenere la benedizione in chiesa accompagnata dalla madre o dalla suocera.

Considerando i rischi di mortalità, Il battesimo del neonato, spesso veniva (con tutto il rituale e la gestualità che il Sacramento prevedeva) amministrato in casa, subito dopo la nascita, dalla levatrice, ma subito dopo confermato, al più tardi la prima domenica successiva, con una cerimonia in chiesa alla quale seguivano, con i parenti e gli amici più stretti, adeguati festeggiamenti.

Nonostante i rischi che comportava, fino agli anni ’50 – “60, il parto e la nascita erano eventi familiari intimi, oserei dire caratterizzati da sacralità e il ruolo della “mammana” era un ruolo importante che non si esauriva al momento contingente del parto.

Ma è avvenuto che, a partire da quegli anni, la figura della “levatrice\mammana” è sistematicamente scomparsa lasciando il posto all’” ostetrica condotta”, al “ginecologo” e al cosiddetto “parto assistito”, non più in casa ma unicamente in clinica o all’ospedale.

Le mammane di una volte Montella 013In realtà, col passar degli anni, è invalsa la crescente e sempre più diffusa consuetudine di non partorire più nella propria abitazione ma di ricorrere, in concomitanza dell’evento, all” assistenza” e al “ricovero” presso strutture ospedaliere o a cliniche per lo più private.

La stessa professionalità dell’antica “mammana” nel tempo si è alquanto evoluta e cambiata; come sì è già detto, si è passati dalla lontana “mammana”, alla “levatrice”, all’ “ostetrica” tant’è che le nuove norme su questa figura professionale prescrivono sia il possesso della laurea e sia l’iscrizione ad un albo professionale specifico.

In altri termini oggi giorno l’ostetrica assiste e consiglia la donna nel periodo della gravidanza, durante il parto e nel puerperio, segue in tutte le sue fasi la gravidanza, conducendo e portando a termine i “parti eutocici” (che avvengono per via vaginale e non richiedono interventi medici), con propria responsabilità e autonomia, e presta assistenza al neonato.

Partecipa, inoltre, a interventi di educazione sanitaria e sessuale sia nell’ambito della famiglia che nella comunità nonché alla preparazione psicoprofilattica al parto, alla preparazione e all’assistenza a interventi ginecologici e, specialmente nell’ultimo lustro, le ostetriche sono significativamente coinvolte nella prevenzione e nell’accertamento dei tumori della sfera genitale femminile.

Tale importante figura professionale svolge la sua attività principalmente in strutture sanitarie, pubbliche o private, in regime di dipendenza o come libero professionista in grado di individuare situazioni potenzialmente patologiche che richiedono interventi medici e di praticare, se necessario, le relative misure di emergenza.

Qualcuno ha definito l'ostetrica la “regina” della sala parto in considerazione del fatto che tutti i parti spontanei, senza complicazioni, a prescindere dal fatto che sia o meno una gravidanza fisiologica, vengono assistiti in autonomia dall'ostetrica.

Le mammane di una volte Montella 014E’ l’ostetrica, infatti che accompagna la coppia durante il travaglio ed il parto, che favorisce l'attaccamento precoce madre-padre-bambino, che promuove l'allattamento al seno e supporta il ruolo genitoriale, che sostiene la donna nel puerperio e nel recupero della salute perineale e che partecipa alla preparazione e all'assistenza a interventi ginecologici.

Opera nei consultori pubblici e privati, dove oltre a essere un costante punto di riferimento per le donne, gravide e non, esegue visite in gravidanza, corsi di accompagnamento alla nascita, sostegno all’allattamento e segue la riabilitazione delle puerpere.

Mi risulta che anche a Montella il parto a domicilio è quanto mai raro, anzi negli anni se ne è ormai persa la consuetudine e, là dove esso avviene, richiede criteri precisi ed imprescindibili.

Mi risulta anche che vi “funziona” un Consultorio di ginecologia in via Panico ma in paese non sono presenti né medici ginecologi né ostetriche e che queste figure professionali sono riscontrabili e disponibili, per le esigenze delle partorienti montellesi, principalmente ad Avellino, Atripalda e a Solofra.

In realtà dopo il “ritiro” di Silvana e di Dora De Stefano e quello di Concettina Granese, a Montella, alla loro lunga ed onorevole attività non è subentrata nessun altra nuova ostetrica.

Mi risulta però che di recente due giovani nostre compaesane hanno, nel “passaggio del testimone professionale” delle levatrici montellesi, seguito un corso in Ostetricia, conseguendone la relativa laurea ma operano, entrambe, non a Montella ma in altri contesti geografici.

La prima è Martina De Stefano (figlia di Maurizio e di Raffaela Nigro) la quale (già operatore volontario della Protezione Civile e della Misericordia di Montella) ha conseguito, nel 2019, la laurea presso l'Università degli Studi di Salerno e attualmente opera in Emilia Romagna nel settore dell'ostetricia e di ginecologia.

Nel medesimo settore opera una mia parente, Lucia Marinari (figlia di mio cognato Gaetano Marinari e di Filomena Romano) la quale, frequentando l’Università di Napoli Federico II, ha conseguito la Laurea in Ostetricia, nell’anno 2021 e da subito è stata assunta presso un importante ospedale dell’Emilia Romagna, per l’esattezza a Reggio Em

Le mammane di una volte Montella 015Nell’esercizio professionale di ginecologia, per onore di cronaca, oltre a Lucia, nella mia famiglia, annovero due mie cugine che (mi si perdoni la vanità) ho qui il piacere di ricordare:

Anselm   Grun

la prima è Giovanna Tiretta (quasi mia omonima nonché cugina per ramo di parentela paterno) la quale svolgeva - fino agli anni 80\90 - la libera professione a Padova e ad Abano Terme, in una clinica privata assai prestigiosa e di cui era comproprietaria ; la seconda Antonella Petruzzi (un’altra mia cugina, ma di grado di parentela derivante dalla mia nonna materna, Angelina Petruzzi, originaria, al pari di Antonella, di Rocchetta Sant’Antonio, in provincia di Foggia) la quale ha svolto la professione ginecologica prima nel foggiano e successivamente in Campania, esattamente presso l’Ospedale di Aversa e successivamente, con studio medico proprio, a Napoli,  

Le mammane di una volte Montella 016Ritornando alla nascita il monaco benedettino Anselm Grün (priore dell’abbazia di Münsterschwarzach in Germania ed autore del libro «Il mistero della nascita») la definisce “il momento più grande nella vita di ogni uomo”, la  considera anche come   “un  mistero avvolto sempre dal timore di qualche evento avverso”, “un evento  in grado di mettere in pericolo la vita del nascituro e della madre” da cui, a suo parere, discende  l’invocazione a Dio per implorarne - in quel momento critico -  la misericordia sulle vite sia del nascituro e sia della stessa madre.

Per Anselm Grün la gravidanza è qualcosa di “sacro” e “la nascita ne è la sua forza di vita” e soprattutto in un contesto come quello italiano caratterizzato da una drammatica denatalità) lo stesso autore, con soddisfazione, rimarca la consapevolezza  corrente per cui,    per rallentare il declino demografico, all’interno dell’Unione Europea, quasi tutti i governi sono, finalmente in vari modi molto più impegnati per la rimozione degli ostacoli che si frappongono alla realizzazione dei progetti di vita dei giovani.

Evidenzia cosi che, per esempio, in Svezia, Francia e Germania   vengono, più del passato, offerti vari benefici relativi alla nascita di un figlio e fa notare che, nel complesso, le misure di spesa pubblica per la stessa natalità, in quelle nazioni sono – rispetto al nostro Paese – quanto mai varie, stabili, di qualità, consistenti e generalmente efficaci.  

 Al termine del suo saggio (da me consultato per la stesura di questo articolo) Grün metaforizza “la categoria della natalità” ricordando come il fondatore della filosofia occidentale, Socrate, sia rimasto famoso per la maieutica, l’arte di far nascere, mestiere proprio della madre che era ostetrica, e lui stesso si definiva un maieutico giacchè aiutava a partorire la verità e il monaco benedettino conclude il suo libro rimarcando - attraverso tabelle e grafici - come oggettivamente in alcuni paesi già si registra un positivo e consistente incremento dei parti e delle nascite.

Anche in Italia, seguendo l’esempio scandinavo, le forze governative, in tempi assai recenti, si stanno impegnando sia per rilanciare la natalità, sia per sostenere le famiglie, sia nell’aiutare le donne a conciliare maternità, tempi di vita e lavoro. 

Le mammane di una volte Montella 018E’ stato così che, per esempio, il governo Draghi (con il decreto legge 8 giugno 2021 n. 79) ha adottato un provvedimento importante il quale lascia un segno rilevante in quanto che, con lo stanziamento di tre miliardi, lo Stato finanzia il cosiddetto “assegno unico” vale a dire un sostegno economico alle famiglie che ovviamente varia in base al numero dei figli e del reddito.

Con questo provvedimento e con tutti gli altri già in previsione, anche in Italia, dunque, dopo anni e anni di attesa, prende progressivamente corpo una politica che finalmente riconosce il valore della natalità attribuendole una visione promozionale nonché una forma di investimento proteso e a vantaggio delle nuove generazioni e della società tutta.

Personalmente sono più che mai convinto con l'assegno unico di cui sopra riscriva il modello di protezione sociale italiano e lo adatti alle esigenze di una società che non può – assolutamente - rassegnarsi a un destino di denatalità, di prevalente invecchiamento demografico e di declino sociale.

Occorre che le culle non siano più vuote e pertanto si consolida sempre più la consapevolezza che i giovani, le donne, i genitori, le famiglie debbano essere tutte aiutate attraverso un nuovo modello di Welfare che, con strumenti universali e di facile funzionamento, promuova e faciliti, al meglio, ogni possibile attivazione della programmazione familiare.

Io credo che i figli debbano nascere dall’amore libero e consapevole fra due persone e pertanto avere un figlio è una scelta di vita, intima, ponderata, a volte travagliata, motivata dalle ragioni più diverse che riguardano la vita di una persona o di una coppia.

Contestualmente sono anche del parere che “mettere al mondo dei figli”, oltre ad essere una decisione strategica per una coppia, è un atto di speranza e di fiducia nel futuro giacché “fare figli” rappresenta l’indubbia utilità sociale del rinnovamento biologico della popolazione e pertanto, anche per questo, la nascita ha anche un valore sociale di non poca importanza.

Come sì è detto all’inizio, la nascita - seppur conseguenziale e susseguente al matrimonio-  è la pietra miliare prioritaria della vita e ogni creatura umana per venire alla luce (nel bene e nel male)  avrà – “finché il sole risplenderà su le sciagure umane” - sempre bisogno di una ostetrica, di una levatrice insomma di una donna esperta, di una donna “brava, capace e disponibile”, il cui “antico mestiere”, una volta familiarmente detto “mammana”, vale a dire  un mestiere, ammantato  di dignità, di rispetto, di considerazione nonché da affettuosa nostalgia e che (come ho già scritto in una mia precedente conclusione d’articolo) resta anch’esso un esempio significativo,  appartenente ad una epoca passata caratterizzata - è bene evidenziarlo sempre- da duro lavoro, da sofferenze, sacrifici e privazioni al giorno d’oggi per lo più obliati ed inimmaginabili. 

Le mammane di una volte Montella 019

Lucca, 20\06\2021

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Questo articolo è già stato pubblicato sul periodico "Il Monte"- Sezione "Cara Montella" nel numero  settembre-dicembre 2021

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