LA GUARDIA COMUNALE di Tullio Barbone

La guardia Comunale  Montella 10000Il sole di luglio era già alto sopra il pergolato della Casàra e Marialònga lavava i panni al fontanile pubblico all'incrocio di via Serra col vicolo Cagnano.

A casa dormivano ancora i suoi figlioletti avuti dal marito, il figlio del sellaio, che, da quando l'aveva sposata , partiva a febbraio per la Svizzera e tornava a dicembre. A febbraio compiva il dovere di marito e ripartiva. Così ad ogni ritorno trovava la famiglia cresciuta di età e di numero. I figli erano numerosi ormai, e di panni ce n 'erano da lavare! Marialònga stava strizzando gli ultimi.

La guardia Comunale Montella Av 02-Scappa , Marì'! Scappa! - gridava dalla finestra Pippinèlla- arriva Tezzóne! 

Tezzóne, sì proprio così,  chiamavano su al rione la guardia comunale per via dei suoi occhi di brace che ti fulminavano all’istante!

Marialònga alzò la testa, tese le orecchie, sentì un rumore ferrigno di scarpe chiodate, raccolse tutto nella sporta e stava allontanandosi dal fontanile.

Dove vai tu? Posa quella sporta! Che ci tieni? - tuonò Tezzóne con la voce spremuta e la faccia rubiconda.

-Vado alla piana, porto da mangiare ai mietitori.

-Devono essere in tanti!- ghignò la guardia.

E intanto dalla sporta gocciolava acqua saponata.

-E quella che gocciola cos'è? E cos'è quest' acqua scorsa dal fontanile verso il vicolo Cagnano?

Mentre Marialònga continuava a farfugliare qualche parola, Tezzóne le consegnò la multa; la donna l' afferrò, l'infilò accartocciata nella tasca, guardò con occhi di vipera la faccia dell'uomo e, voltate le spalle, s' avviò verso casa. Avesse potuto, lo avrebbe morso e avvelenato.

La guardia Comunale Montella Av  03

La Casàra la spiava dall'uscio semichiuso. 

-Ben ti sta, faccia di zoccola! - disse quando Marialònga passò davanti alle scale di casa sua.

-Vecchiaccia, sai cosa ci faccio con questa scartoffia? Il fuoco ci faccio, strega!

Tezzóne era rimasto fermo, impietrito davanti al fontanile. Fissava il lastricato.

Una “focaccia” di vacca, bella, grossa, tonda e fumante stava lì e lo sfidava con la sua freschezza. Si riebbe, si lanciò di corsa verso il vicolo, svoltò l'angolo, ma le vacche avevano oltrepassato il castagneto ed erano già lontane nella piana della Lichittèlla.

Tornò trafelato al fontanile, con la faccia sempre più rossa e gli occhi di fuoco. E fissava la “focaccia”.

Di chi poteva essere?

Delle vacche del Ficàro o di quelle del Bottone? Ma sì, era quasi certo che fosse della vacca dell' Addesso il quale, da quando era tornato dall’ Argentina, ne aveva comprata una bella, grossa che pareva sempre incinta. Ma non lo era.

Mangiava, e quanto mangiava! E quando l'Addesso la mungeva, il secchio grande si riempiva di latte mattina e sera. Se mangiava tanto, pensava Tezzóne, doveva di certo essere stata lei a lasciare quell'impronta.

Ma voleva essere certo.

La mattina dopo, di buon'ora, Tezzóne salì alla Serra, si nascose dietro il vicolo cieco ed infossato della Casàra ed aspettò. Sentì quasi subito un abbaiare di cani, poi uno scampanìo scomposto che proveniva dalla Torre; allora si tirò più dietro, mise la mano sulla pistola. C'era! Tutto era a posto.

Dopo un attimo vide le vacche sbucare davanti al fontanile e svoltare verso il vicolo Cagnano; proprio allora una di esse lasciò cadere una freschissima “focaccia” fumante. La guardia balzò fuori come un felino.

-Sei stato tu! - ringhiò rivolto al Bottone ed indicò la “focaccia” - Anche ieri sei stato tu!

-No, io no, è stata Bianchina, quella bruna alpina che ancora non ha finito, la vedi davanti al portone di don Gerardo come semina ancora!

- Bianchina o Reginella... Le vacche, le devi cacciare prima di quest’ora! A concimare la piana della Lichittèlla le devi portare! Sulla strada non devono farla! No!. E poi davanti al fontanile! No!

Il Bottone guardava perplesso la faccia lupigna di Tezzóne e non riusciva a capire perché le vacche dovessero farla ad orario. Nella stalla, per strada o nella piana, la stessa cosa era.

La guardia Comunale Montella Av 04

E intanto si allontanò infilando la scartoffia nella tasca della giacca di velluto da cacciatore dove si perdette tra le tante stoppie che egli raccoglieva di giorno e di sera portava a casa. La giacca si gonfiava, ai due fianchi e dietro, a tal punto che era difficile capire se il Bottone fosse più alto o più largo.

La guardia, gonfia ed impettita, lasciò il fontanile e affrettò il passo verso il sagrato della chiesa dove aveva sentito ragazzi che giocavano a pallone e vetri che si frantumavano. I ragazzi però avevano anch’essi la loro guardia-spia.

- Scappate! -

E tutti, come i figli delle quaglie, volarono a nascondersi dietro gli usci a spiare Tezzóne che osservò a terra gli ultimi vetri rotti del palazzo signorile, si guardò ripetutamente intorno, scosse il capo e poi scese lungo l’acciottolato.

- Prima o poi prenderò pure loro! -

I ragazzi allora sbucarono dai nascondigli gridando e lanciando il pallone verso il cielo a confondersi con l’azzurro. Era ancora una volta salvo.

La guardia Comunale Montella AV 05 bis

E venne il giorno in cui il Consiglio comunale deliberò la costruzione di un pubblico lavatoio.

L’edificio, ai piedi della Serra in via della Piana, era basso, a terrazzo, chiuso per tre lati e aperto avanti, con un’inferriata centrale e con due cancelli laterali; dentro aveva una lunga vasca con due lunghi strofinatoi. Quando Tezzóne che seppe di questo lavatoio s’incupì. Per lungo tempo non si vide più salire alla Serra.

L’edificio intanto, da qualche tempo, faceva mostra di sé con la sua bella scritta sulla facciata “LAVATOIO PUBBLICO”, ma non veniva aperto; finché un manifesto comunale non ne annunciò l’apertura. Alla guardia comunale Tezzóne vennero consegnate le chiavi dei cancelli. Nei primi tempi le donne accorsero numerose, poi di meno, infine scomparvero.

Tezzóne preparò un grande cartello che fissò alla ringhiera del pianerottolo del lavatoio per attirare le donne lavandaie. Si ricordò della tromba da banditore che usava prima di essere guardia comunale e salì spesso alla Serra per convincere le donne a scendere al lavatoio.

Dava squilli di tromba e poi tuonava :

La guardia Comunale Montella AV  06-Guai a voi se vi pesco al fontanile!

Ma le donne non andavano più né al fontanile né al lavatoio.

Tezzóne apriva i cancelli al mattino e, seduto sulle scale, aspettava. Con i gomiti sulle ginocchia ed il mento tra le mani passava ore e ore in un silenzio amaro: rivedeva donne con le sporte gocciolanti sulla testa, palloni che volavano, ragazzi che scappavano, vetri che si frantumavano, “focacce” di vacca ancora fumanti e multe e ancora multe.Ogni tanto scuoteva la testa, si alzava, entrava nel lavatoio e si fermava a fissare l' acqua che usciva da un tubo ad un capo della vasca e si perdeva dall'altro nella fogna. Usciva e si perdeva ininterrottamente e vanamente.

Volle risalire alla Serra: il fontanile era secco e senza il rubinetto con ragazzini che vi si arrampicavano sopra, sbarrate le finestre della Casàra, deserte le scale esterne di casa sua, mentre il sole di mezzogiorno bruciava il sagrato muto e pareva volesse consumare anche il pergolato i cui grappoli rachitici rinsecchivano giorno dopo giorno.

E malediceva la Democrazia Cristiana a cui era venuta la bella idea di costruire lavatoi che di lì a poco divennero fantasmi come i fontanili. E i ragazzi avevano preso a sassate la scritta sulla facciata, ne avevano rotto le lettere diventate ormai caratteri di un'altra lingua. Ognuno poteva leggerle a modo suo e la destinazione di quell'edificio dipese dalla libera fantasia dei passanti.

Le donne in casa avevano ormai una macchina che lavava, strizzava e asciugava. Neanche il sole e il vento erano più necessari. Come Tezzóne!

Ma lui continuava ad aprire ostinatamente i cancelli e a richiuderli. Li apriva e li chiudeva, senza che nessuno li varcasse mai. 

La guardia Comunale  Montella Av 07Una sera in cui il silenzio era più amaro e l' animo più vuoto che mai, li chiuse per sempre e si allontanò con il cartello sotto il braccio e la tromba che gli pendeva dalla cinta, scendendo per via Piana a passi pesanti e lasciandosi alle spalle il sole che si perdeva dietro la collina degli asparagi. E nessuno lo vide mai più.

L'articolopubblicato, senza illustrazioni, sulla rivista Il Monte anno I n° 3 del 2004.