-Ficòzza vuole sposare la Petòsa!
-Ma no, la Petòsa è già sposata!
-Ha pure due figli grandi!
-Se lo sa il marito, Ficòzza è bell'e morto!
-Ficòzza sta bene come sta!
-Non vuole sposare nessuna!
-E allora cosa vuole?
-Non vuole niente, va solo ripetendo da qualche tempo che se proprio dovesse risposarsi, cosa che non accadrà, e gli venisse chiesto di scegliere tra la Petòsa e la segretaria del Partito, sceglierebbe la prima a occhi chiusi!
Montella - Costa delle rose, collina degli asparagi.
-Ma cosa va dicendo? Ficòzza farnetica!
-Ma le ha guardate bene?La segretaria ci mangia con gli occhi e con le labbra...la Petòsa sembra una botte tanto è larga!
-Eppure Ficòzza continua a ripetere di preferire la Petòsa e lo va gridando dappertutto per boschi e campagne, sugli alberi e sui costoni di roccia con le mani a cerchio intorno alla bocca:
-Meglio la Petòsaaa!
E l'eco, dalla collina di fronte pietrosa e spinosa, gli risponde: -...òsaaa!
-Ficòzza è ammattito!
Sulla piazza del paese la gente non parlava che di lui che ormai non poteva più passarci senza che non venisse apostrofato con quella sua stessa frase. Ficòzza era diventato per tutti “Meglio la Petòsa”.
E la gente rideva. Era bastata una mezza frase scappatagli così per caso dalla bocca a cambiargli la reputazione e la vita. Tanti anni di vita e di lavoro andati in fumo!
Ficòzza era cresciuto in una famiglia numerosa composta dai due genitori, da due vecchie zie e da altri nove fratelli e sorelle. Egli era il maggiore.
Il padre, senza mestiere, lavorava da aprile ad ottobre come bracciante nei cantieri comunali e portava a casa un salario da fame che i figli più grandi cercavano di integrare. Infatti Ficòzza e altri due fratelli guadagnavano anch'essi qualche lira cominciando in aprile e finendo in novembre.
Iniziavano a guadagnarsi il pane al tempo degli asparagi. Passavano palmo a palmo la collina pietrosa e spinosa poco lontano dalla loro casa e portavano i mazzetti di asparagi a donna Mena e a donna Fina che li ricompensavano con fette di pane spalmate di burro o di marmellata.
Nel mese di giugno uscivano di casa per le fragole, prima del sole; le cercavano salendo lungo le balze dei giovani castagneti che ancora si lasciavano penetrare dai raggi del sole. Ne riempivano cestini che vendevano nei bar.
In luglio raccoglievano fasci di origano che la domenica vendevano al mercato.
Ma la stagione propizia era quella dei funghi: da agosto ad ottobre i tre fratelli diventavano veri e propri segugi capaci di scovare in lontananza un porcino nascosto tra ciuffi d'erba.
Le montagne e le colline erano loro familiari come gli angoli dell'orto e del cortile di casa e sembrava che davanti ai loro passi i funghi fossero stati seminati. Poi quando i contadini avevano raccolto tutte le noci e le castagne, quando le colline e le campagne erano diventate deserte e la nebbia di novembre aveva intristito tutto, arrivavano i tre fratelli che, con occhi di lince e fiuto di levriero, tiravano fuori da sotto le foglie le noci e le castagne non viste, rubandole ai topi e ai ghiri.
Come li avevano ammaestrati bene le due vecchie zie!
A diciotto anni Ficòzza emigrò. Era ancora molto esile, ma a casa non poteva più vivere con il misero guadagno della vendita degli asparagi, delle fragole, dei funghi, delle noci e delle castagne. Fu chiamato in Svizzera da uno zio che gli aveva trovato un lavoro e una baracca per dormire.
Fu lì che conobbe dopo qualche anno Rosalia, una giovane scappata precocemente da un padre autoritario ed ignorante ed ospite anche lei di una zia. Rosalia era una siciliana alta, già con un seno procace e due labbra rosse e carnose, ma ancora molto ingenua. Ficòzza, di alcuni anni maggiore, più esperto della vita da emigrante, l'aiutò a cercare un lavoro e dopo alcuni mesi la sposò. Quando la loro unica figli fu in età scolare, Ficòzza decise di tornare al paese contro la volontà della moglie. Vivevano in una casa acquistata con i risparmi di emigrante.
Rosalia frattanto era diventata una donna attraente, mentre Ficòzza era rimasto esile, quasi fosse lo specchio della fame patita durante l'infanzia.
Gli occhi di molti giovani e non più giovani si posarono su Rosalia che divenne per tutti “La Siciliana”.

La donna aveva acconsentito malvolentieri a lasciare la Svizzera per tornare al paese del marito, tuttavia per mesi fu indifferente a tutti gli sguardi e agli apprezzamenti. Accompagnava la figlia a scuola, andava a riprenderla. Usciva per la spesa e rientrava subito. E pensava alle luci e ai negozi della città, alle lunghe file al supermercato col carrello stracolmo di roba, ai sabato sera trascorsi in pizzeria con gli amici, ai parchi pubblici e ai giardini. Il paese del marito le sembrava tanto simile al paese nativo. Cercò più volte di convincerlo a ritornare in Svizzera. Invano. Rosalia allora cominciò ad uscire di casa con la bambina per mano, attraversava il corso e la piazza del paese più volte e quando era sazia di essere stata guardata e ammirata, rientrava. I ragazzi, seduti davanti al bar, sgranavano gli occhi e i commenti e gli apprezzamenti si sprecavano. Rosalia non seppe o non volle più resistere a tali apprezzamenti e iniziò a mancare sempre di più da casa senza la bambina che affidava alla suocera.
Ficòzza pensò che la nascita di un altro figlio avrebbe potuto trattenere la moglie in casa, ma non fu così. Infatti le ore che ella trascorreva in casa erano sempre meno di quelle trascorse fuori.
Ficòzza perse la pazienza e una sera in cui la madre gli aveva già riportato la bambina più piccola e la moglie non era ancora rientrata, chiuse il portone e la lasciò per strada. Fece così per diverse sere finché la storia non finì nelle mani degli avvocati e del giudice. Ficòzza chiedeva la separazione e voleva tenere per sé le due figlie togliendole alla moglie che ormai percorreva altre strade. Anche Rosalia voleva le figlie, soprattutto la più piccola ancora troppo bisognosa di lei e, negando ogni addebito, voleva rientrare nella casa da cui Ficòzza l'aveva allontanata costringendola a dormire a casa di un'amica.
E venne il giorno del processo.
Poteva mai perdere Ficòzza? Poteva non credergli il giudice? Poteva non credere a tutti quei testimoni?
C'era lo Sciangato che aveva riferito a Ficòzza di aver visto più volte Rosalia salire sull'auto di Cianghetta lo Speziale e allontanarsi nel buio verso la montagna. Ed era disposto a testimoniare per lui.
E c'era quel sant'uomo di don Franceschino che più volte aveva chiamato la donna in sagrestia per riportarla sulla retta via. Santo Dio, c'erano due bambine ed un marito da rispettare! Gliene aveva fatti di rimproveri minacciandola anche del fuoco dell'Inferno! Ma non c'era stato niente da fare, perciò le aveva perfino vietato di mettere piede in chiesa. Ed ora era anche lui pronto a testimoniare.
E c'era la moglie di Chianghetta lo Speziale che una sera al tramonto aveva aspettato Rosalia davanti al portone di casa sua, l'aveva afferrata per i capelli e trascinata per la strada riempendola di parolacce e intimandole di non importunare più il marito. La Siciliana infatti passava e ripassava per la strada dove Lo Speziale lavorava e spesso a fine giornata, questi non tornava a casa. La moglie aveva giurato di cacciarlo di casa e di uccidere La Siciliana se non avesse smesso di correre dietro al marito. Anche lei era pronta a testimoniare per Ficòzza.
No! Non poteva perdere!
Ed invece perdette! E come se perdette!
Perdette perché don Franceschino a testimoniare non andò mai. Il vescovo aveva saputo di questa testimonianza e gliel'aveva vietata. Non era opportuno impegolarsi nelle faccende private dei parrocchiani e per di più tra marito e moglie che, come si lasciano così si riprendono. Via, non era il caso di farsi dei nemici in parrocchia. Meglio sarebbe stato pregare il Signore affinché desse un po' più di giudizio ad entrambi. Ma in tribunale proprio no.
Perdette perché lo Sciangato non era stato capace di indicare quale fosse la destinazione di quei viaggetti serali nell'auto dello Speziale, né poté affermare di aver mai visto la donna in altri luoghi se non nella piazza e lungo il corso del paese. Quando il giudice elencò alla donna il nome di alcune contrade rurali in cui si diceva fosse stata notata, la donna rispose di non averle mai conosciute. E aveva ragione perché l'ultima preoccupazione che ella potesse avere durante le sue passeggiate serali, era quella di sapere il nome delle contrade in cui si trovava.
Perdette anche perché la moglie di Chianghetta lo Speziale all'ultimo momento cambiò le carte in tavole sostenne che la causa di tutta quella buffonata non era Rosalia ma suo marito perché gli uomini sono uomini, la carne è debole ed egli non era stato capace di resistere ed aveva cominciato a correre dietro la gonnella di Rosalia.
Dunque Ficòzza perdette ed il giudice, pur accogliendo la sua richiesta di separazione, assegnò la sua casa alla moglie e alle due figlie che avevano più diritto di lui ad un tetto sicuro.

Ficòzza trascorse una notte di deliri durante la quale rivide più volte davanti agli occhi il film della sua vita: gli anni della fame trascorsi per montagne, colline e campagne in cerca di asparagi, di fragole, di origano, di noci e di castagne; si rivide a spigolare nei campi di grano da poco falciato, con le gambe nude e rachitiche graffiate dai culmi; rivide gli anni trascorsi in Svizzera, lavorando di giorno e di notte, sotto la neve e sotto il sole anche di sabato e di domenica per acquistare quella casa da cui ora veniva cacciato; rivide gli anni neri e amari dell'epilogo. Il film giunto alla fine si riavvolgeva e ricominciava daccapo per una nuova tortura.
La mattina però Ficòzza si alzò per recarsi come sempre nel bosco del Sacramento con i compagni di lavoro. Vi andò ancora per diversi giorni e la sera si fermava dalla madre rimasta ormai sola dopo che il marito era morto e i figli avevano preso le strade del mondo. Dopo cena, si fermava davanti al bar della piazza con gli amici e vi rimaneva finché gli occhi non erano pronti a chiudersi. Non voleva rimanere neanche un minuto da solo, per non pensare. Davanti la bar parlavano di lavoro e di donne. Parlavano della nuova segretaria del partito arrivata da poco in paese. L'aveva presentata l'onorevole prima delle votazioni ed aveva fatto subito colpo. Era alta, giovane, con due occhi ammalianti e due seni...
Quanto somigliava alla giovane Siciliana!
I ragazzi seduti davanti al bar se la mangiavano con gli occhi ogni volta che arrivava alla sede del partito e, quando a tarda sera ripartiva, i commenti maliziosi si sprecavano. Ma se chiedevano di lei a Ficòzza, questi rimaneva taciturno. Il suo pensiero andava alla Petòsa che abitava vicino alla casa della madre. Era bassa e grassa come una botte, con due gambe grosse e cilindriche come due tronchetti, ricamate da vene varicose.
Era ancora molto giovane, ma sedeva volentieri sulla panca davanti alla casa a chiacchierare con la madre di lui aspettando il rientro del marito. La madre raccontava a Ficòzza di non aver mai sentito la Petòsa ed il marito alzare la voce, né aveva mai visto giovani passeggiare davanti alla casa di lei. Le immagini della segretaria e della Petòsa si erano stampate nella sua mente una a fianco all'altra e spesso la notte, nei frequenti deliri, egli si svegliava gridando:
-Meglio la Petòsaaa!
Ed un giorno in cui era andato nel bosco del Sacramento ed i compagni a mezzogiorno si era seduti in cerchio per consumare la colazione, egli salì sull'albero più alto e iniziò a gridare:
-Meglio la Petòsaaa!
I compagni lasciarono per terra i tascapane e corsero sotto l'albero invitando Ficòzza a scendere.
E lui: -Meglio la Petòsaaa!
Un compagno appoggiò una lunga scala ed iniziò a salire sull'albero, ma Ficòzza dall'alto lo ributtò a terra, minacciando di lanciarsi nel vuoto e gridando:
-Meglio la Petòsaaa!
Passò una mezzora ed in paese si sparse la notizia che Ficòzza s'era arrampicato come uno scoiattolo sull'albero più alto del bosco del Sacramento, si era sistemato in cima e diceva frasi senza senso.
-Ficòzza chi?
-Ficòzza della Siciliana!
-Si è sistemato come? Ha fatto il nido?
-No, si è seduto!
-Ah, Ficòzza dunque cova seduto sul nido e farnetica!
-E cosa dice?
-Che è meglio la Petòsa!
-Meglio di chi?
-Non si sa. Non lo dice!
E tutta la gente accorse nel bosco per vedere Ficòzza sulla cima dell'albero più alto e per ascoltare le sue farneticazioni. Fu chiamata la sua vecchia madre che lo supplicò di scendere, ma alle preghiere e alle lacrime di lei egli rispondeva:
-Meglio la Petòsaaa!
E tutti ridevano, urlavano, fischiavano e qualcuno lanciò anche qualche sasso per costringerlo a scendere. Arrivarono i vigili urbani, i carabinieri e i vigili del fuoco che pararono sotto l'albero una rete, di quelle che si usano nei circhi equestri, e sollevarono le loro lunghe scale che Ficòzza non poté rovesciare.
Verso sera, dopo che era spesso passato a volo da un albero ad un altro costringendo i vigili a spostare più volte la rete, finalmente due di loro lo afferrarono e lo riportarono a terra.
Ora nessuno chiama più Ficòzza a lavorare nel bosco del Sacramento. Dorme dalla madre e vive di un modesto salario del Comune per conto del quale esegue lavori socialmente utili: strappa ciuffi d'erba lungo le cunette e dai muri, pulisce le aiuole pubbliche, pota le piante cittadine e raccoglie per strada ciottoli che getta dal ponte del torrente che attraversa il paese.
Passa spesso lungo il corso e per la piazza e la gente lo chiama con quel nomignolo, così per ridere, sperando magari che egli si imbestialisca. Ma Ficòzza ricambia il saluto alzando il braccio e se ne va senza parlare. Se ne va dietro il rione, sale su un costone di roccia che guarda verso la collina degli asparagi pietrosa e spinosa, mette le mani a cerchio intorno alla bocca e grida:
-Meglio la Petòsaaa!
E l'eco gli risponde: -...òsaaa!
l'articolo è stato già pubblicato dalla rivista "Il Monte " anno terzo numero 3 del 2006





