Lo spazzino comunale di Tullio Barbone

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A quelli che passano  sulla scena della vita  senza lasciare tracce. 

L' impiegato Geremìa seppe della morte dello spazzino comunale Richetto, una sera di giugno tornando al paese dal quale era rimasto lontano per qualche tempo.

- Se ne è andato un mese fa gli disse un amico d'infanzia - l'hanno portato qui da un ospizio del nostro capoluogo dov'era ricoverato e l'hanno sepolto nella zona nuova del cimitero. Pochi hanno saputo della sua morte, non ci sono stati funerali, né cortei.

La mattina dopo Geremìa scese al cimitero; una croce di legno indicava il luogo della sepoltura e portava incisi cognome, nome, data di nascita e di morte. Nessuna frase. E già! Non era stato né onesto, né operoso, non aveva amato la famiglia, non era stato un buon cristiano, né un servo di Dio, non lasciava vuoti nel­l'animo di nessuno, nessuno avrebbe pregato per lui.

C'era però in alto sulla croce una fotografia in­giallita che a Geremìa era familiare. L'aveva scattata proprio lui molti anni prima quando Richetto era già spazzino co­munale ed arrivava puntuale verso mezzogiorno su al rione con la carriola dalla ruota cigolante, la scopa e la pala, imprecando contro i ragazzi che giocavano a pallone.

- Andate a lavorare, vigliacchi, cornuti!

La faccia truce di sempre sotto il cappello bisunto con la tesa pendente, era quella che ancora appariva su quella foto scattata mentre alzava in alto la scopa da spazzino come uno stendardo, come un trofeo.

Uscì dal cimitero portando con sé l'immagine di quella croce seminuda che spiccava tra cappelle e mausolei, tra graniti levigati, bronzi e fiori variopinti.

- Senza lumini a tenergli compagnia la notte - pen­sava - lo spazzino non soffrirà più di tanto, abituato com'era a vivere da sempre nella semioscurità acre e maleodorante della sua casa.

La casa. E già. Gli venne il desiderio di risalire su al rione per entrare proprio nella casa che lo spazzino aveva lasciato quando lo avevano ospitato nella casa di riposo del paese.

Tutto era come una volta; come l'aveva vista più volte da ragazzo. 

Non aveva mai visto una casa così. Era situata al pianterreno, incastrata tra il campanile della chiesa e le abitazioni private ed era costituita da un unico vano senza forma.

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- Una casa senza forma non è una casa - pensava. - anche i pagliai, le capanne, le baracche hanno una forma!

La porta era rimasta seminterrata quando aveva­no rialzato il livello della strada ed ora appariva semichiusa e sbilenca. Uno stretto e breve ingresso portava all'unico vano buio e angusto che serviva da cucina, da camera da letto, da bagno, da ripostiglio e da legnaia. Il pavimento in terra battuta era intriso di un miscuglio di cattivi odori che esalavano stor­dendo i sensi; le pareti di nero catrame non erano intonacate e gli spazi tra le pietre sporgenti servivano per poggiare mozziconi di candele, qualche posata e cianfrusaglie varie: una credenza senza ante!

In alto, sulla parete che dava negli orti, si apriva una finestrella con una inferriata che impediva l'en­trata ai ragazzini, ma non alle zoccole che gli faceva­no visita la notte venendo dalle stalle attigue. Essa era perennemente aperta ai chiari di luna e alle brezze di primavera, ma anche al ponente impetuoso e alle tormente invernali.

Attraverso di essa lo spazzino poteva vedere solo un angusto e sghembo squarcio di cielo nel quale non volava mai una rondine.

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Il sole che filtrava tra i fitti lecci sempre verdi della villa sottostante, trafiggeva la stanza solo nei brevi tramonti invernali; d'estate passava alto come se avesse altro a cui pensare.Lo Spazzino Comunale Montella 003

Dalla finestrella usciva il fumo di un fuoco sem­pre anemico che lo spazzino accendeva sulla terra bat­tuta, sotto un treppiedi contorto, ma lo scirocco maligno spesso lo ricacciava all'interno facendolo uscire dalla porta. Se questa era chiusa per il freddo, il fumo ristagnava all'interno!

Appese ai chiodi conficcati nelle pareti accanto al fuoco stavano due pentole affumicate, mutilate di un manico e col fondo ammaccato, e un secchio di zinco col quale lo spazzino portava l'acqua dal fontanile pubblico. Completavano ...l'angolo cucina una sedia impagliata, sfilacciata e obliqua e una pan­ca su cui erano poggiati dei vecchi piatti.

 

Poco distante si alzava un tavolaccio su cui erano ammucchiati indumenti vari: non si individuavano né lenzuola, né coperte, né cuscini, ma solo brandel­li; su quel giaciglio lo spazzino si lasciava cadere a dormire, vestito, tutte le sere.

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Nell'angolo più buio del tugurio erano ammucchiate le frasche e qualche legna sparuta raccolte nel castagneto o elemosinate nel rione. Da quella casa egli scappava alle prime luci dell'alba per ritornarci la sera il più tardi possibile; infatti rimanere fuori nelle osterie o tra la gente raccolta ai crocicchi sotto i lampioni fiochi, era meno avvilente che entrare nella solitudine acre ed oscura.

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Geremìa sentì il bisogno di uscire. Quando fu all'aperto si ritrovò la camicia bianca punteggiata di nero con pulci che saltellavano per ogni dove.

L'impiegato se lo ricordava da sempre in quel tugurio, ma Richetto non aveva abitato sempre là. 

Quando i genitori dello spazzino erano morti di vecchiaia e una sua sorella di malattia, e quando il padrone della casa dove abitava lo aveva messo fuori, un pastore, vicino di casa, lo aveva accolto come garzo­ne. D'inverno stava in paese, puliva la stalla e gover­nava le mucche, nella bella stagione le portava in collina dove rimaneva anche a dormire. Era felice di starsene da solo la notte nella casetta come guardia­no alle mucche e di portarle di giorno al pascolo per i boschetti di querce che digradavano fino al torrente. Spesso si toglieva le scarpe, si accorciava i pantalo­ni, infilava le mani sotto i grossi massi affondati nel torrente e ne tirava fuori trote guizzanti. E cantava. Non era un canto il suo, ma una cantilena di sillabe senza senso, monotone, che si confondevano col suo­no dei campanacci e col muggito delle mucche: un coro silvestre. Non cantava per nessuno, solo per sé, ed era il signore di quegli anfratti, di quelle selve, di quei ruscelli. Aveva imparato a conoscere i boschetti di querce palmo a palmo come i topi che vi nascon­devano le ghiande e le volpi che vi scavavano le tane, come le serpi che strisciavano tra le ginestre e gli uccelli che accompagnavano le sue cantilene.

Mentre le mucche pascolavano, trascorreva parte del suo tempo sugli alberi dividendone i frutti con i merli e con le gazze, ma una volta dovette mangiare tanti di quei fichi che lo trovarono gemente sul pagliericcio preso da forti attacchi di mal di pancia.

Quando il pastore vendette le mucche, il garzone dovette cercarsi un nuovo padrone. Girovagò per qualche anno da un pastore all'altro accontentandosi di un giaciglio e di un piatto, fin­ché non si accorsero di lui i componenti di una Con­fraternita che lo accolsero tra loro senza la regolare votazione. I ragazzi però per farlo imbestialire gli an­davano dietro ripetendogli che avrebbero messo nel sacchetto usato come urna " le fave", invece dei "fagioli " per esprimergli voto contrario e farlo espellere dalla Confraternita.

- Andate a lavorare, vigliacchi, cornuti! - tuonava loro con la faccia truce.

Ma i confrati lo tennero sempre con loro, gli affidavano lo stendardo del sodalizio in ogni processio­ne e in ogni esequia, ed egli lo portava fiero, senza stancarsi, come un trofeo personale. Il parroco della chiesa gli diede il permesso di alloggiare alla base del campanile ed il Comune lo assunse come brac­ciante nei cantieri di montagna.

Fu allora che Geremìa lo conobbe e fu allora che iniziò il suo calvario; divenne infatti lo zimbello dei ragazzi del rione che, vedendolo, lo salutavano con i nomi­gnoli più irriverenti e più irritanti.

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Ma l'insulto più grave che gli faceva uscire gli oc­chi venati di rosso dalle orbite e la schiuma dalla bocca consisteva nel ripetergli che alla sua morte sarebbe stato condotto al cimitero, non lungo il Corso princi­pale del paese, ma per una via di campagna e senza corteo, come l'ultimo degli uomini. Allora lanciava pietre, ripeteva parole sconnesse e piangeva. Ma i ragazzi, indifferenti al suo pianto, si accanivano fa­cendolo diventare bestiale. Gli riempivano la toppa della porta con sassolini impedendogli di aprirla. La sera al buio volavano allora tutti i santi e tutte le madonne del calendario, mentre i ragazzi, nascosti dietro i portoni, gli ripetevano i nomignoli che più lo inasprivano. Non sarebbe mai entrato in casa se un vicino, stanco delle bestemmie, non lo avesse aiutato a liberare la toppa dai sassolini e ad aprire.

Quando il Comune non organizzò più cantieri per disoccupati, il garzone divenne spazzino comu­nale. I ragazzi lo videro arrivare un giorno su al rione con carriola, pala e scopa e pensarono bene che gli mancava un elemento al suo equipaggiamento: il berretto del Comune con su scritto N.U. che lo qua­lificava compiutamente. Non fu loro difficile procu­rarglielo. Né fu difficile dargli una pistola-giocattolo e fargli credere di poter incutere con essa paura e rispetto. Così, se qualche donna lavava al fontanile, o i ragazzi giocavano a pallone sul sagrato, o qualche autovettura in sosta gli impediva di scopare, lo spazzino tirava fuori un foglio e una matita e scriveva una multa con segni indecifrabili da analfabeta. Allora era conten­to. E rideva spalancando la grande bocca e mostran­do qualche dente rado. Non rideva da tempo. Aveva lasciato il sorriso sulla collina quando da garzone correva dietro le mucche insieme con i cani, quando tirava trote fuori dal torrente, quando si arrampicava sugli alberi e cantilenava con le gazze e con i merli.

Il Comune lo pagava ogni due settimane. Il saba­to della paga era giorno di osteria dalla quale usciva a tarda sera barcollante. Risaliva per l'acciottolato appoggiato ai muri degli orti e, aperta la porta di casa, più che entrare, si lasciava cadere dentro richiudendo con i piedi. Ma non spendeva tutta la paga. Non si sa dove, ma conservava una parte del denaro per la pri­ma domenica di settembre quando si recava alla fe­sta del patrono in un paese vicino. Comprava torro­ne e noccioline che al ritorno distribuiva alle donne del rione che nei giorni del bisogno gli avevano por­tato un piatto caldo.

Una volta lo spazzino si ammalò. Per diversi gior­ni i ragazzi non lo avevano visto arrivare su al rione a mezzogiorno con la carriola dalla ruota cigolante, né l'avevano sentito imprecare e bestemmiare. La porta della sua casa era chiusa. Alcuni di loro allora si ar­rampicarono uno sull'altro a spiare dalla finestrella che dava negli orti, e lo videro disteso sul tavolaccio sotto un ammasso di cenci. Gemeva. Forzarono la porta e lo soccorsero. Si adoperarono per lui diverse donne del rione che bruciarono tutti gli indumenti e i cenci per eliminare pidocchi, pulci e cimici e gli procurarono un nuovo materasso, delle lenzuola, delle coperte, una stufetta vecchia di ghisa e qualche piatto nuovo. Un dottore lo curò.

Ma lo spazzino dormì solo qualche notte su quel materasso e tra quelle coperte che presto ammuffiro­no e furono nuovamente invase da cimici e pulci; non accese mai il fuoco in quella stufetta di ghi­sa che fu presto ricoperta dalla ruggine, né usò mai i piatti nuovi che Geremìa trovò in cocci.

 

Era guarito, ma anche invecchiato e il Comune non aveva più bisogno di lui. Consegnò la carriola, la pala e la scopa da spazzino e visse giorni tristissimi all'ombra del campanile senza poter portare più ne­anche lo stendardo della Confraternita, alto come un trofeo.

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Senza più la paga da spazzino, egli fu assistito dal­le donne del rione finché non fu ospitato nella casa di riposo del paese e poi nell' ospizio del capoluogo dove aveva chiuso gli occhi un mese prima che Geremìa arrivasse in paese, sognando quelli che erano stati i suoi trofei: la verga da garzone, lo stendardo da confrate e la scopa da spazzino comunale. Se n' era andato senza clamori, senza cortei, né per vie princi­pali com'era consuetudine, né per vie di campa­gna come gli auguravano beffardamente i ragazzi. Se n' era andato e basta, senza lasciare tracce.

Il tempo maligno e tiranno ha già consumato anche quella croce al cimitero.

L'articolo è stato già  pubblicato dalla rivista" Il Monte "Anno II n° 2 del 2005