Seduto su una panchina della villa comunale, Peppariéllo si godeva il sole di giugno con le braccia incrociate al petto e la faccia beatamente soddisfatta. Non avendo nè casa, né famiglia, e godendo solo di una modesta pensione sociale, era stato ospitato nella casa di riposo attigua alla villa grazie ad un sussidio dell'Ente gestore del parco. Da giovane, quando gli avevano parlato di contributi e di pensione, aveva sempre candidamente risposto:
- Chéllo, quanno faccio viécchie, me campa 'o Comune! Ricambiava l'ospitalità rendendosi utile a modo suo: nella brutta stagione metteva in ordine le sedie del salone, portava in cucina le cassette di frutta e verdura e la legna per il camino e poi trascorreva le lunghe e grigie giornate nell'inedia e nella noia, allungato a dormire su una panchina del salone col cappello a coprirgli la faccia.
La domenica Peppariéllo resuscitava.
Infatti, invecchiando, era diventato tifoso acceso del Napoli, per cui, puntuale, alle tre del pomeriggio, con la radiolina incollata all'orecchio, seguiva "Tutto il calcio minuto per minuto": sobbalzava sulla panchina del salone, batteva pugni sui braccioli, si alzava, faceva il giro della stanza, si sedeva di nuovo, stiracchiava le gambe rattrappite dal nervosismo, sbuffava, bestemmiava e imprecava:
- Chine 'e corna, muglièreta fa…!
I vecchi non sapevano con chi ce l'avesse e s'affacciavano incuriositi all'uscio del salone.
Ce l'aveva con l'arbitro.
- Chille è 'nu scurnacchiato, à dato 'nu golle ca nun ce steva, chille è 'nu cornutone e 'a muglière fa…! E subito dopo, correndo per la sala come un bambino:
- A'nno atterrato a Giosè Altafini, ànno atterrato a Giosè Altafini! Rigore!
I vecchi riaprivano la porta spaventati.
- Rigore! È rigore!
Ma essi non capivano e richiudevano la porta.
I suoi pomeriggi sportivi finivano però quasi sempre nella delusione.
Nella bella stagione, la mattina di buonora apriva i cancelli esterni del parco e quello del campetto da tennis, bagnava il tappeto di terra rossa, lo appianava passandoci il rullo, apriva il piccolo chiosco, scopava gli aghi di pino caduti sul percorso del campo da minigolf e di tanto in tanto, per conto di qualche signora, cambiava i fiori e l'acqua nel vaso sistemato davanti alla statua del Santo.
Si sedeva infine sulla panchina convinto di aver svolto alla perfezione il suo lavoro giornaliero e di aver ricambiato all'Ente il vitto e l'alloggio che riceveva. Seduto là aspettava che arrivassero i vecchi per raccontare loro per ore le sue avventure di guardiano di pecore.
- Chélla, 'a fatica, si era bbòna , 'a facevano 'e cani! — diceva, e subito dopo, quasi a giustificare ai compagni di panchina il suo particolare rapporto con il lavoro, aggiungeva:
- Chéllo, ca dindo nun c'è niendi 'a fa’, è tutto apposto, ci penza 'o ggiardinieri!
E se il giardiniere sul tardi lo chiamava per affidargli qualche incarico, che so, andare alla vicina farmacia, andare alla canonica a chiamare il prete per una confessione, o al negozio per ordinare la bombola del gas, Peppariéllo rispondeva:
- Chéllo, a chest'ora fa càvero, io songo viécchie, nun ce 'a faccio a cammenà!
A dire il vero Peppariéllo, per il lavoro, era vecchio da sempre, da quando era arrivato da un paese dell'area vesuviana agli inizi degli anni cinquanta. Il pastore che per primo lo aveva avuto come garzone, aveva subito detto che Peppariéllo aveva una rotella mancante e malediceva il giorno in cui aveva dato incarico ad un venditore ambulante che veniva dal Napoletano con un carretto e barattava piatti e bicchieri con panni e ferri vecchi, di procurargli un ragazzo da impiegare come garzone per le sue pecore.
Non era arrivato un ragazzo, ma un uomo oltre la ventina che aveva già prestato servizio di leva, al ritorno dal quale aveva trovato la moglie a vivere con un altro uomo.
- Chélla fetènde se meretava d'èsse accisa!
Era stato questo il suo commento all'accaduto, appena si era presentato al suo primo padrone.
- Meglio garzone ca carcerato — aggiungeva a chi voleva sapere perché fosse andato via dal suo paese, e a conclusione di ogni discorso sulla moglie scuoteva la testa e chiosava:
- Chélla fetènde!
Quando il padrone lo vide trasalì: Peppariéllo aveva una barba incolta da animale forastico, due grandi occhi chiari che gli davano un'aria scanzonata, ed un sorriso inespressivo perennemente stampato sul volto. Sotto un mantello militare grigio-verde sbucavano un paio di pantaloni anch'essi militari infilati negli stivali di gomma alti fino alle ginocchia.
Non era più un ragazzo, ma dimostrò di saper svolgere solo lavori che non richiedevano particolari abilità, per cui gli fu difficile trovare un padrone definitivo. Per alcuni mesi ne cambiò diversi, finché una sera di settembre il pastore Lupinella vide sull'aia in collina uno sconosciuto che spogliava le pannocchie di granturco e chiese chi fosse. Gli rispose proprio Peppariéllo:
- 'A tiéni 'a paglièra? 'E tiéni 'e ppecore? Io saccio pascere 'e ppecore e durmì rind' a paglièra!
Lupinella lo prese con sé e lo mandò in montagna a pascolare le pecore insieme con un altro garzone che già lavorava per lui. Scendevano a turno in paese a fine settimana per radersi la barba ispida, dormire una notte tra le lenzuola e ricevere la paga settimanale che Peppariéllo consumava nel giro di poche ore tra bar ed osterie.
Venne il tempo della festa del patrono che durava due giorni e il padrone chiese a Peppariéllo se voleva andare alla festa il primo o il secondo giorno e questi scelse di scendere in paese il primo giorno; ma la sera non tornò in montagna per dare il cambio al compagno, e non tornò neanche la sera successiva.
Si era infatti addormentato in un castagneto e quando era stato svegliato dai fuochi d'artificio che chiudevano la festa, invece di salire in montagna era tornato in paese a dormire nella paglièra.
Al padrone che il giorno dopo lo rimproverò rispose:
- Chéllo nun era necessario ca ll'àoto iéva a' festa! Che ghiéva a fa’? Chélla 'a festa è pe’ 'e furastieri!
Lupinella lo cacciò via e a Peppariéllo non dispiacque perché in montagna non voleva stare e non gli fu difficile trovare un altro padrone perché diceva:
- Me basta 'nu piatto 'a matina e uno 'a sera, e pe’ durmì 'na paglièra!
Nella bella e nella brutta stagione usciva col nuovo gregge e con i cani e proprio come un cane correva di qua e di là per raccogliere le pecore che si sparpagliavano; le chiamava con versi da cane e quando esse si sdraiavano all'ombra del pioppeto lungo il fiume, anche lui, come un cane, si assopiva seduto con la schiena poggiata ad un albero ed il cappello calato sul viso. Così rimaneva fino al tardo pomeriggio.
E non c'era per nessuno.
Non sapeva fare altro, o non voleva fare altro. Il nuovo padrone Cerafoglia tentò di fargli preparare la rete per tenervi al sicuro le pecore di notte, ma Peppariéllo non legava bene la rete ai pali e le pecore si allontanavano e qualche volta non tornavano più.
Non aveva voluto mai imparare a mungerle e i maligni dicevano che non aveva voluto farlo altrimenti il padrone gliele avrebbe fatte mungere al posto suo quando pioveva. Sapeva fare solo il cane e, ad intervalli regolari, ora dietro il gregge ora ai lati, gridava parole senza senso:
- Barabà teh! Maromemò! Passillà!
Chiamava le pecore storpiando i nomi di persona:
- Carmenè teh! Rusinè teh ! Teh Carulì teh!
Ma le pecore spesso erano sorde ai suoi richiami e continuavano a seguire le altre e non andavano dove voleva lui. Proprio come pecore.
I suoi richiami facevano il paio con gli abbai dei cani e non era facile distinguere gli uni dagli altri. I belati e gli scampanellii delle pecore completavano la sinfonia che i contadini al lavoro accoglievano con gioia. Una festa rusticana!
Essi infatti appena sentivano da lontano il gregge che risaliva la collina tra urla e schiamazzi, drizzavano la schiena salutando Peppariéllo:
- Pepparié, vieni a bere un bicchiere di vino!
Ed egli non se lo faceva ripetere due volte.
- Pepparié, che bella vita la tua, se durasse!
- Chéllo, 'a fatica, si era bbòna, 'a facevano 'e cani.
E salendo più su:
- Pepparié, vieni a mangiare con noi!
Ed egli si sedeva con loro dimenticandosi delle pecore.
- Chélle 'a sanno 'a via!
Il gregge infatti varcava la sommità della collina e si perdeva nel boschetto del conte Capasso sino a scendere al ruscello dell'Avella per dissetarsi a mezzogiorno.
Faceva il cane da guardia anche quando il padrone, nel podere accanto al pioppeto, d'agosto seminava il trifoglio e l'avena per i pascoli autunnali ed invernali: il padrone tracciava i solchi, la moglie spargeva la semenza, il figlio la copriva e Peppariéllo, sdraiato all'ombra, guardava. Ai passanti che, meravigliati, lo esortavano a dare il cambio al ragazzo, rispondeva:
- Chéllo io stongo cca apposta pe’ guardà! Io tèngo ll 'operai!
E rideva aprendo la grande bocca incorniciata dalla barba ispida da istrice e spalancando al cielo i suoi grandi occhi chiari.
Per la verità un operaio ce l'aveva: era un cane neanche troppo grande e cattivo, un bastardello nero che aveva addestrato per bene. Quando qualche pecora si allontanava dal gregge ed egli aveva voglia di rimanere in ozio, faceva un fischio al cane, gli dava certi ordini che capivano solo loro due, e via, il cane partiva a riportare la pecora nel gregge.
- Chéllo a 'stu cane le manca sulo 'a parola! - e gli dava un tozzo di pane secco che aveva apposta conservato nel tascapane.
Una volta dimenticò di essere cane da pastore e lasciò il gregge da solo per andare al bar del paese dove c'era sempre chi gli offriva un caffé e una sigaretta. Venne improvviso un temporale estivo, il fiume si ingrossò, straripò e le pecore rimasero accerchiate dall'acqua. Tornò verso sera e trovò il padrone che, tra bestemmie e imprecazioni, cercava di portare in salvo gli animali; le pecore però non volevano attraversare il fiume diventato torbido e gli agnelli erano trascinati a valle dalla furia dell'acqua.
Peppariéllo vide la faccia truce del padrone e corse nell'acqua alta più delle ginocchia: spinse le pecore a riva, portò in salvo gli agnelli tenendone uno sulle spalle e uno in braccio, entrando e uscendo dall'acqua più volte. Poi, come se nulla fosse successo, si sedette nella baracca davanti al celatiéddro che la figlia del padrone aveva portato, e mangiò.
Mangiò, com'era solito, prima la carne e poi la pasta. A chi gli chiedeva la ragione di questa sua strana abitudine rispondeva con la logica più chiara di questo mondo ridendo e mostrando brandelli di carne tra i denti ingialliti.
- Chéllo, se vène coccherùno trova sulo 'a pasta, si 'o bbòle s'o mangia e si no s'arrangia!
Ma i cani si sa, a volte vanno in amore, vagano liberi a gruppi e tornano dopo giorni. Peppariéllo non andava in amore, ma si allontanava ugualmente tutte le volte che la sua libertà che pure era tanta, gli sembrava stretta e sentiva il bisogno di ubriacarsene. Non gli bastava berla a sorsi regolari, voleva ubriacarsene!
Una mattina d'agosto il padrone arrivò alla baracca e trovò le pecore da sole. Cercò Peppariéllo al fiume, sulla collina, al bar del paese, ma non lo trovò. La sera stessa in piazza seppe che era stato visto al Santuario. E proprio lì lo trovò il giorno dopo: raccoglieva frasche secche di leccio e di quercia per la cucina dell'osteria allestita temporaneamente per i pellegrini. Ne raccoglieva tante quante bastavano per guadagnarsi un piatto a mezzogiorno e uno a sera. Poi si sdraiava sotto un albero con gli occhi chiari spalancati al cielo a ubriacarsi d'azzurro.
I rintocchi della campana si diffondevano nella piana, risalivano le colline e le montagne, arrivavano ai paesi oltre l'orizzonte, fino al paese che Peppariéllo aveva lasciato anni prima.
I rintocchi portavano con loro anche i pensieri di lui: pensava ai tempi della scuola elementare che gli era apparsa subito stretta per cui appena scorgeva la finestra aperta, lanciava fuori la cartella di cartone e poi saltava giù negli orti dal primo piano, seguito da altri compagni. E via su per le colline a cercare asparagi in primavera e a rubare frutti in autunno.
- Chéllo, 'a sckòla nun era pe' mme! Chéllo, io nun sapeva ‘e lettere e i nùmmari e 'o maésto menava schiaffi e càveci.
Quando accadeva di tornarci, le lettere e i numeri erano sempre là e allora volavano altri schiaffi, altri calci e altre cartelle dalla finestra! Sempre così fino a dieci anni quando lasciò la scuola elementare da analfabeta, mentre frequentava ancora la prima elementare e divenne garzone di un pastore.
I suoi pensieri andavano anche alle capre che aveva pascolato per anni fino alle soglie della gioventù, quando Maruzzella, la figlia del pastore cominciò ad aspettarlo la sera, al ritorno dalla collina, in piedi con la schiena appoggiata ad un palo di sostegno della baracca delle capre, con le mani intrecciate al petto e due occhi neri famelici.
- Che bbulìte, Maruzzè? - disse una sera Peppariéllo.
- A te voglio - rispose lei.
E se lo prese veramente, prima di Natale quando la neve ricopri di bianco i campi e le capre rimasero a lungo nella baracca mangiando fieno.
Peppariéllo rimase poco tempo con lei perchè partì per il servizio di leva. Sperava di essere congedato presto, ma passarono alcuni mesi prima di tornare definitivamente a casa. Al ritorno seppe che il padrone aveva preso con sé un nuovo guardiano di capre che aveva preso il suo posto anche nel letto accanto alla moglie.
- Chélla fetènde!
Trascorse molti mesi seduto davanti al bar della piazza aspettando che qualche pastore lo chiamasse e fu lì che conobbe il venditore ambulante di piatti e di bicchieri che gli propose di seguirlo per una nuova avventura in un paese di montagna.
- Meglio garzone ca carcerato - disse Peppariéllo, e lo seguì.
Immerso in questi pensieri sotto l'albero sul Santuario, Peppariéllo chiudeva gli occhi appena buio e li riapriva il mattino dopo per raccogliere altre frasche e guadagnare un altro pranzo e un'altra cena.
Niente di più. Libero.
Non fu facile per il padrone riportarlo all'ovile e fargli passare la sbornia di libertà.
Dopo quell'evento, le fughe di Peppariéllo si fecero sempre più frequenti, seguite però sempre da ritorni a lo iazzo. Quando spariva dal gregge lo si poteva trovare dappertutto: vicino ad una fattoria a caricare letame sul trattore, a seguire d'autunno una mandria di mucche in partenza per la Puglia o di ritorno alla montagna a tarda primavera, con una verga in mano come se fosse uno scettro che ritmicamente batteva a terra accompagnandone il rumore con la sua voce per far sentire alle mucche che, sì, lui c'era e che non potevano andare dove volevano. Lo si poteva incontrare, rasato di fresco, anche accanto al triciclo del gelataio per offrire, sorridente, gelati ai bambini, o, quando la paga settimanale era finita, seduto davanti al bar a chiedere agli amici un caffé e una sigaretta.
Quando i bambini lo scorgevano lo seguivano in processione cantilenando i nomignoli che lui aveva dato alle pecore ed egli rispondeva con i suoi larghi sorrisi e gli sguardi dei grandi occhi chiari.
Una delle sue fughe più durature avvenne alla fine di ottobre quando era vicino alla settantina. Era solito tornare al paese d'origine per il giorno dei morti quando al cimitero faceva visita ai suoi genitori e ad un fratello defunti.
- Chille, 'e muorte s'ànna rispettà cchiù de' vivi!
Davanti alla tomba dei suoi familiari, da qualche anno, lo assaliva un turbamento che diventava via via inquietudine e poi paura: quella di morire da anonimo in un lontano paese di montagna senza nessuno che pagasse per lui un posticino al cimitero per piantarvi magari solo una croce e scriverci sopra, che so: "Peppariéllo, analfabeta, guardiano di pecore e di capre, senza casa e senza famiglia". Tutto qua!
Sarebbe bastato solo questo per non apparire un abusivo e per non essere cane anche da morto. Quando si allontanava dalla tomba concludeva:
- A 'sto munno, manco 'a morte è gratìsse!
Alloggiava presso una sorella nubile che, questa volta, lo fece rimanere con lei per un periodo più lungo del solito e alla fine lo convinse a non far ritorno al paese di montagna perché, avanti negli anni, non poteva più badare alle pecore sotto l'acqua e sotto la neve, al vento gelido di tramontana e al ponente impetuoso.
Peppariéllo ogni mattina, rasato e pulito, usciva di casa da solo, si recava al bar a bere un caffé da solo, poi da solo si sedeva sul muretto della villa comunale aspettando che qualcuno gli si sedesse accanto.
Nessuno.
Passava le ore senza parlare di nulla, senza rispondere a nessuno. Avrebbe magari anche accettato che qualche gruppetto di ragazzi, passandogli accanto gli avesse gridato:
- Barabà teh, Maromemò, Passillà!
Niente !
Sì, gli mancavano i ragazzi, i nomignoli delle pecore! Non sapeva chi chiamare! Voleva gridare :
- Carmenè teh! Rusinè teh! Teh Carulì teh!
Ma le sillabe gli restavano in gola e poi le ingoiava. Erano bocconi amari.
Meglio l'allegria dei ragazzi che l'acre solitudine e la compassione di qualche passante.
Una mattina tolse per caso il berretto dalla testa e si passò più volte la mano fra i radi e lunghi capelli ingrigiti, chissà, forse per farsi venire un'idea, ma una signora vide il berretto capovolto poggiato sul muretto e vi pose dentro una moneta. Peppariéllo la lasciò cadere sul marciapiedi e si avviò verso la scuola elementare.
- Chésta m'à pigliato pe 'nu pezzènde!
Era l'ora di uscita dei bambini, si confuse tra loro sperando che qualcuno si facesse scappare di bocca, che so, una sillaba, se non proprio un Maromemò, un Passillà, un Barabà teh, che gli avrebbe illuminato il viso e aperto al cielo i suoi grandi occhi chiari.
Niente!
Provò per qualche giorno a ripetersele da solo ad alta voce, ma nessuno gli faceva eco. Tornò a casa da solo.
La mattina dopo all'alba, salutò la sorella, si allontanò dal suo paese, camminò per giorni a piedi e tornò alle pecore. Vi giunse con i piedi sanguinanti e coperti di vesciche. Ma cosa importava? Appena entrò in paese e incontrò le prime persone senti un vociare disordinato, ma allegro come quello di uno stormo di passeri nell'azzurro fresco di una mattina di primavera:
- Passillà! Barabà teh! Maromemò!
E ancora camminando oltre:
- Carmenè teh! Rusinè teh! Teh Carulì teh!
Tutti lo chiamavano, gli davano pacche sulle spalle, lo invitavano al bar.
Gli occhi chiari gli si allargarono come un tempo. Di nuovo spalancò la bocca incorniciata di barba sorcigna, per risate che aveva dimenticato da quando era partito. Peppariéllo, che era nato guardiano di capre e aveva vissuto con le pecore e con i cani, era tornato tra la sua... gente.
" Si accasò dal vecchio padrone Cerafoglia che lo accolse benevolmente come aveva sempre fatto dopo ogni sua fuga, ma vi rimase per poco tempo, perché Peppariéllo, avanti negli anni, non era più il cane da pastore di un tempo e non riusciva ad arrampicarsi per balze e fra i cespugli per badare alle pecore. Cerafoglia continuò ad assicurargli un piatto e una paglièra ma cercò un altro garzone.
"Trascorreva le giornate in piazza, ma un giorno in un bar, aspettando che gli offrissero un caffè e una sigaretta ebbe un malore. Fu ricoverato, curato e riportato in paese, ospite della casa di riposo per vecchi.
Pubblicato sul MONTE n°1 anno VI del 2009









