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Cultura & Tradizioni

Antonio Palatucci, un montellese assai benemerito nella cultura e nella scuola

Redazione 21 Gennaio 2026

Le pubblicazioni di A PalatuccijpgANTONIO PALATUCCI, nato a Montella (AV) il 20 dicembre 1938, vive a Napoli, dove, già docente nelle scuole superiori, svolge attività giornalistica e pubblicistica. Laureatosi a pieni voti in Lettere classiche nell'Ateneo Federico II° (NA.) con una dissertazione sulla lingua latina in età tardoimperiale, che per l'originalità delle tesi sostenute gli valse una borsa di studio presso la "Facoltà di Lettere e Filosofia" per l'anno accademico 1962-63, alla carriera universitaria preferì l'insegnamento negl'istituti secondari di 2° grado, perché più consono alla molteplicità dei suoi interessi culturali, spazianti dalle lingue antiche alle moderne, dalla letteratura italiana a quella straniera, dalla storia alla sociologia, dalla filosofia alla linguistica.

Abilitatosi in tempi brevissimi all'insegnamento delle discipline umanistiche e classiche, ottenne la cattedra di materie letterarie, latine e greco, superando nel 1965, il concorso in cui si classificò al secondo posto su scala nazionale.

Conosciuto e apprezzato dagli organi centrali e periferici del Ministero dell'Istruzione, espletò !e mansioni di docente nei corsi abilitanti speciali, di presidente di commissione negl'Istituti d'Istruzione secondaria legalmente riconosciuti, di commissario nei concorsi per borse di studio, d'ispettore agli esami nelle Scuole pareggiate.

Parallela a quella didattica, continua a svolgersi l'attività pubblicistica di ANTONIO PALATUCCI che, entrato a far parte dell'Ordine Nazionale dei Giornalisti da numerosissimi anni, ha dato prova di grande spessore dottrinale, indagando sulle tematiche più disparate e prestando attenzione agli autori più differenziati per cronologia, nazionalità e interessi, per cui ha prodotto saggi rilevanti su Fedro come su David Herbert Lawrence, su Nicola Misasi come su Orazio, su Virgilio come sulla Real Fabbrica di Porcellane a Capodimonte, su Carducci come sulla Questione meridionale, sulla scultura del Novecento come sulla Letteratura d'Avanguardia, sulla matrice borghese della poesia italiana del Trecento come su Cesare Pavese e sulla poesia dialettale napoletana del diciannovesimo secolo ... Per il suo costante impegno culturale ha ottenuto numerosi riconoscimenti a livello nazionale, quali il «Premio della Cultura» sia della Presidenza del Consiglio dei Ministri la prima volta già nel 1973 sia del Ministero per Beni Culturali  e Ambientali.

Tra i suoi volumi vanno ricordati

  • POESIE E POEMETTI DEL MARCHESE DI CACCAVONE 1972

Accolta, attribuzione e commento dei componenti in versi di Raffaele Petra, marchese di Caccavone      (oggi Poggio Sonnita, nel Molise), nobile economicamente in difficoltà, che per un periodo andò a lavorare nell’ufficio Ipoteche di Avellino, nato nel 1978 e morto nel 1873, fu uno dei più grandi epigrammisti napoletani dell’ottocento. All’autore del volume fu attribuito nel 1973 il PREMIO DELLA CULTURA “PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI” per il contributo letterio da lui dato.

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Poesie e poemetti del Marchese di Caccavone di Antonio Palatucci

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  • UN PURISTA DELLA TARDA LATINITA’: FLAVIO VEGENZIO RENATO 1973

Dimostrazione della raffinatezza linguistico degli scrittori romani del periodo tardivo, impropriamente detto della decadenza.

Una purista della tarda latinita Flavio Vegenzo Renato di Antonio Palatucci

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  • TUTTO CACCAVONE 1980

Edizione critica di tutta la produzione in versi del Caccavone, imprese, opere precedentemente di dubbia attribuzione e ora ascritte all’epigrammista napoletano. All’autore del volume furono attribuiti nel 1981 il PREMIO DELLA CULTURA “ PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI” entrambi di rilevanza nazionale per il contributo da lui apportato

Tutto Caccavale di Antonio Palatucci

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  • CHESTA E’ L’ITALIA DE CICERENELLA 1984

Raccolta di poco meno di un centinaio e mezzo di epigrammi che talvolta in maniera scherzosa e bonaria, tavolta in maniera più sferzante  - evidenziano i difetti di persone e situazioni.

Chesta e LItalia de Cicerenella di Antonio Palatucci

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  • IDEOLOGIA E LETTERATURA 1991

Prima raccolta di saggi su personagi e fatti letterari italiani e non ( del tipo: l’influenza di Lina Piva

Ideolopgia e Letteratura di Antonio Palatucci

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  • AD ALTIORA ITINERA1993

Temi di versioni latine per il primo ciclo delle secondarie  graduati docimologicamente

Ad Altiora Itinera di Antonio Palatucci

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  • AD SUMMA ITINERA 1994

Temi di versioni latine per il secondo ciclo delle secondarie.

Ad Summa Itinera di Antonio Palatucci

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  • PER VARIA ITINERA 1997

Antologia di autori per le secondarie, strutturata tematicamente

Per Varia Itinera di Antonio Palatucci

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Le cisterne di Montella di Tullio Barbone

Barbone Tullio 16 Gennaio 2026

Le cisterne di Montella 0003Quando ho scritto questo articolo non ero a conoscenza di un lavoro simile pubblicato dall'amico Nino Tiretta su Montella.eu.

Ho deciso comunque di pubblicarlo sia perché il mio abbraccia un argomento molto più settoriale e ristretto del suo, sia per aggiungere qualcosa di nuovo a quanto già edito.

La ricostruzione post-sismica ci ha consegnato abitazioni più sicure, più comode, più igieniche, ma non più belle di quelle precedenti.

Nel corso di progettazione, una smania sfrenata del nuovo ed altri motivi hanno prevalso su una più oculata e razionale opera ricostruttiva che non cancellasse del tutto le tracce del passato. E così durante gli abbattimenti delle case sono andati perduti alcuni superbi portali in pietra, imponenti scale anch'esse in pietra, ringhiere finemente lavorate, finestre ad oculo, pensiline di balconi sostenute da particolari pietre sporgenti murate (gattoni), cornicioni di tetti alla romana, il tutto sostituito da fredde lastre di marmo, di granito, di travertino, di pietra di Trani e di breccia irpina, tutte ugualmente squadrate.

Ho girato per le vie del paese soprattutto Nei rioni “alti” alla ricerca di elementi architettonici sopravvissuti alla modernità che potessero rappresentare tracce di una vita passata e che potessero parlarmi di storie dimenticate.

Mi sono fermato di fronte ad una vecchia cisterna in un vicolo stretto di via Sott.te Carlo Ragone, alla quale faceva compagnia una gatta solitaria. Tutt'intorno un silenzio grigio e una irreale solitudine.

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Le cisterne di Montella 01

È stato in quel momento che ho deciso di limitare il mio interesse ad una ricognizione il più possibile esauriente delle varie cisterne che sono sfuggite alla follia degli uomini.

Fino ad allora non potevo immaginare che, in un tempo neanche tanto lontano, prima che nel 1939 fosse ultimato l'acquedotto Alto Calore, le cisterne a Montella fossero numerosissime, decine e decine e anche centinaia, e rispondevano al fabbisogno idrico di persone, animali e piante.

Ad onor del vero prima di tale acquedotto già esisteva un canale coperto voluto dal sindaco S. Capone e realizzato poi da amministratori successivi a fine Ottocento, che partiva dalla sommità della cascata presso il Ponte del Fascio e arrivava in paese snodandosi lungo la S.S. 164. Grazie a tale canale le zone a valle di via M.lo Cianciulli e di piazza Bartoli disponevano di acqua quasi potabile che scorreva per caduta naturale (dico quasi potabile perché la captazione non era avvenuta alla sorgente ma qualche chilometro più a valle). Per tale ragione, in questa parte “bassa” del paese, pozzi e cisterne per uso potabile furono dismesse almeno 40 anni prima rispetto alla parte “alta”. Erano state costruite infatti fontane pubbliche. Io ne ricordo alcune: quella a largo Piediserra, quella di fronte alla vecchia caserma dei Carabinieri e vagamente quella all'inizio di via Michelangelo Cianciulli, ma ce n'erano certamente altre.

Le prime due non erano belle, né monumentali, ma costituivano il punto di incontro di un rione intero dove si riempiva acqua potabile, si abbeveravano gli animali, si faceva il bucato e si socializzava. Sono state spazzate via sciaguratamente negli anni Sessanta/Settanta dalla modernità. Meglio sarebbe stato restaurare opportunamente magari solo quella a Largo dell'Ospizio che avrebbe costituito fonte d'acqua potabile per i passanti e insieme fonte di storia locale. Della terza è rimasto solo il nome preso in prestito da una gelateria sorta nelle sue vicinanze.

Le cisterne di Montella 02

Torniamo alle cisterne. C'erano quelle private appartenenti ad una sola famiglia per lo più agiata o benestante su cui nessun altra vantava diritti. Se mai i proprietari concedevano a mezzadri e coloni o anche ad estranei, solo per liberalità, la possibilità di attingere acqua.

Ma ce n'erano tante altre sulle quali vantavano diritti (lo iusso) di attingere l'acqua molte famiglie che magari condividevano lo stesso viottolo di accesso all'abitazione, o lo stesso portone d'ingresso, o lo stesso piccolo corridoio (la passàta) su cui si affacciavano più proprietari, o lo stesso cortile dove per la maggior parte dei casi era situata la cisterna.

Com'era possibile che tante famiglie vantassero il diritto di servirsi di una cisterna situata in un locale non di loro proprietà?

Si trattava comunque di famiglie che abitavano nello stesso caseggiato, o in case contigue che magari un tempo erano state di un unico proprietario. In seguito a divisione o vendita, chi ereditava o comprava una parte dell'abitazione acquisiva anche i diritti connessi ad essa.

Legati a questi diritti vi erano usi e consuetudini tacitamente accettate dai condomini che tuttavia davano spesso luogo a incomprensioni, litigi, dispetti e ripicche. Esistevano infatti dei vincoli e degli obblighi: uno degli obblighi del proprietario del locale che dava adito a controversi era quello di dover lasciare aperta la porta di accesso fino a tarda ora in tutte le stagioni, con la pioggia, col vento, con la neve e col freddo.

Altro obbligo era quello di tenere libero il locale da ogni deposito di materiale che potesse costituire impedimento all'esercizio del diritto. Si creavano situazioni incresciose.

Mi racconta un tale di una situazione simile da lui vissuta. 

 Infatti in un locale seminterrato della sua casa c'era una cisterna che lui però già dai primi anni '50 ricordava sempre vuota, triste e solitaria. Dal cortile era visibile ancora un resto di grondaia che la aveva alimentata di acqua piovana.

Diverse famiglie del caseggiato avevano vantato il diritto di attingere acqua raggiungendo la cisterna attraverso vari cortili posteriori al  fabbricato intercomunicanti. Non era certamente in discussione il diritto acquisito per consuetudine trattandosi dell'approvvigionamento di un bene primario come l'acqua potabile tutelato dalla legge.

La cosa strana e fastidiosa era che tale diritto lo vantassero anche quando per le vie e nelle case era da tempo arrivata l'acqua potabile. La porta del locale continuava però a dover stare sempre aperta e ogni sera suo padre era costretto a chiuderla (pe' la varra) perché i furti erano all'ordine.........della notte. Inoltre non era permesso di occupare il vano di proprietà in cui c'era la cisterna con legna, frasche, fieno, paglia né di farci ammasonare le galline.

Le cisterne di Montella 03

Con la ricostruzione post-sismica tutte le controversie si appianarono, e la cisterna pure, riempita di calcinacci. Si rinunciò finalmente ad ogni diritto, prima anacronisticamente accampato pur avendo acqua potabile in casa.

Quasi tutte le cisterne utilizzate in condominio, con la ricostruzione ebbero lo stesso destino, ed oggi risultano interrate, eccetto qualcuna che continua ad essere utilizzata come serbatoio d'acqua per l'irrigazione degli orti.

Queste cisterne erano costituite da un vanoserbatoio sotterraneo e da un anello esterno non necessariamente circolare come parapetto; erano alimentate da acqua piovana mediante grondaie discendenti dai tetti.

L'acqua non era potabile anche se era consuetudine lasciarci vivere dentro delle anguille che dovevano fare opera di depurazione cibandosi di alghe e di impurità varie. Anche se fino ad un secolo fa l'atmosfera non era inquinata come oggi, comunque l'acqua piovana, che di per sé dovrebbe essere pura anche se povera di sali minerali utili, nella sua caduta incontrava sostanze inquinanti e tossiche, due delle quali l'anidride solforica e quella nitrica che, reagendo con l'acqua, formavano acido solforico e acido nitrico responsabili delle piogge acide.

Per tale motivo l'acqua piovana era utilizzabile per le faccende domestiche, per l'abbeveraggio degli animali, per l'irrigazione, ma quanto a berla era un azzardo perché si trattava comunque di acqua stagnante. Non era raro che in alcune zone “basse” del paese l’acqua affiorasse dal suolo a pochi metri di profondità.

In quel caso bastava scavare pochi metri e si ricavava un pozzo che assicurava acqua sorgiva più potabile di quella delle cisterne.

Racconta un signore che abitava nel rione Garzano che nel suo cortile, ancora negli  anni 50 c’era un pozzo alimentato da una falda acquifera perenne dal quale tutti i condòmini e anche altra gente del vicinato attingevano acqua di sorgente. Nei periodi di troppo pieno, l'acqua esondava, ma veniva fatta scorrere in una canaletta ricavata sul pavimento tra le fughe dei basoli e condotta fuori nelle cunette. Altri tempi!!! L'acqua potabile ti scorreva sotto i piedi!

Questo pozzo non era l'unico nel rione di Garzano, zona che per ragioni geomorfologiche e tettoniche è ricca di acqua sotterranea.

A proposito di approvvigionamento idrico e di pozzi, ce n'era uno particolare rimasto nella memoria collettiva dei Montellesi  “lo puzzo re San Zumióne” che ha dato il nome anche al microtoponimo del luogo in cui era situato. Per la verità il microtoponimo Lo Puzzo era usato anche per indicare un cortile di via S. Silvestro e un breve tratto di via G. Capone presso il Campo sportivo.

Il pozzo in oggetto si trovava all'incrocio di via S. Simeone con via Serra Padulana, era alimentato da una copiosa falda acquifera ed era comunale. Esso era sotto un arco con soffitto a lamia facente parte del fabbricato attiguo, arco che serviva da riparo sia al pozzo, che alla gente in attesa del proprio turno.

Le cisterne di Montella 05

Fu interrato dopo il secondo conflitto mondiale sia per allargare la strada sia perché nel frattempo era stato ultimato l'acquedotto Alto Calore per cui tutti i rioni erano stati dotati di una o più fontane in ghisa; da alcuni anni queste sono state eliminate del tutto frettolosamente. Ne è rimasta qualcuna nelle campagne periferiche, ma solo quella presso la croce di S. Francesco ne ricorda la forma.

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Ma torniamo alle cisterne. Non è il caso di presentarle tutte, perciò se ne farà una scelta tra quelle che presentano qualche tratto particolare, quelle alle quali è stato possibile e permesso l'accesso.

Al casale Cisterna, nell'abitazione del signor Felice Chiaradonna, c'è una cisterna che è rimasta allo stato di quand'era in uso. La casa è stata parzialmente riparata a livello di copertura, ma i locali a piano terra e seminterrati non sono stati ricostruiti. Essendo al di sotto del livello dell’orto e non avendo sfiati per il troppo pieno, aveva la parte finale della grondaia girevole per cui l'acqua piovana finiva nella cisterna solo se era necessaria, altrimenti scorreva nell'orto.

La cisterna è in un ambiente che non ha nulla da invidiare ad una sezione di museo della civiltà contadina. Infatti le fanno compagnia, in locali attigui botti enormi, tini giganteschi, torchi, un lavatoio in pietra monoblocco, scale a pioli, panieri, arnesi agricoli vari, un graniere tutto particolare progenitore delle “cannacàmbere” e un ricovero per l’asino che, più che una stalla, sembra una grotta.

 È volontà del proprietario di dare una sistemazione all'intero ambiente, senza stravolgerne la peculiarità per conservare intatta l'atmosfera che vi si respira. Anche su questa cisterna c'era chi vantava il diritto di attingere acqua venendo da una casa completamente distante dal locale dove essa era, addirittura dal lato opposto della strada. E vi lascio immaginare i malumori, i capricci e i dispetti!!!

In via Serra, tra le varie cisterne interrate o nascoste, ne è rimasta una in bella vista. È nel cortile dell'abitazione degli eredi di Michele Barbone. La parte prospiciente la strada porta le iniziali G. C. del primo proprietario e la data del 1926. In quell'anno la casa era abitata dal sig. Carfagno Giuseppe cui corrispondono le iniziali citate, sposato con Palma Fierro morta nel 1953. Su quella cisterna nessuno vantava diritto di attingere acqua: era chiusa da alte inferriate.

Alla via Sott.te Carlo Ragone sono visibili, in quanto esterne, due cisterne, due autentici reperti-gioiello di un tempo che fu. La prima è all'inizio della via ed è ancora utilizzata dai condomini per l'irrigazione degli orti; la seconda è quasi alla fine della via in uno stretto vicolo, ed è interrata. Meriterebbero entrambe di essere restaurate, magari dopo essere state acquisite dal Comune.

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La cisterna più in vista del paese è quella nel parco intitolato al Cap.le Bersagliere E. Caldarone al Largo Dottore Ferruccio Apicella già Largo dell'Ospizio. Prima del sisma del 1980 la cisterna aveva alle spalle la vecchia Caserma dei Carabinieri. La parte esterna ha forma ottagonale, la faccia prospiciente la strada porta incisa la data del 1779.

In quell'anno il fabbricato, da poco costruito, era abitato dai monaci conventuali minori di S. Francesco. La data non è casuale, ma quasi certamente collegata agli avvenimenti miracolosi di quell'anno legati alla venerazione del popolo montellese per il SS. Salvatore.

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Al casale di S. Giovanni, all'angolo della casa che fu di M.lo Cianciulli, dove hanno abitato poi lungamente le suore di S. Giuseppe, c'era una cisterna coperta da un arco a lamia.

Essa era esterna al fabbricato ed era alimentata da acqua piovana. Un'altra cisterna stava nel cortile del fabbricato. Della prima non c'è più traccia, la seconda è ancora esistente. Quella esterna era al servizio di un intero casale, come se fosse pubblica.

Era impropriamente chiamata “puzzo re cimma” ( pozzo superiore)  rispetto  ad un altro pozzo che stava dove ora è il giardino dell'asilo infantile delle suore di S. Giuseppe, che invece era chiamato “puzzo re’mpieri” (pozzo inferiore). In realtà il primo era una cisterna ad acqua piovana, il secondo era un pozzo di acqua sorgiva.

Alla via Laurini, in un locale appartenente agli eredi di Giuseppe De Stefano (Zi' Peppo r'Angelóne), c'è una cisterna un tempo alimentata da acqua piovana. Non se ne vedono più le grondaie.

 È in un angolo del casale un po' interno, ma molto popolato. Diverse famiglie vantavano il diritto di attingervi l'acqua. È sistemata sotto un arco a lamia dov'è infisso un gancio per attaccarvi la carrucola.

Durante il mio giro ho incontrato altre due cisterne, non interrate, una nel giardino di casa Abiosi utilizzata per uso irriguo, e una nel giardino della Fondazione Opera Pia S. e G. Capone. Di quest'ultima è singolare un aspetto. Essa è nella proprietà Capone, ma era alimentata dalle grondaie di casa Passaro situata al di là del muro di cinta del giardino. Il vano cisterna però, al di sotto del suolo, si estende anche nella proprietà Passaro per cui si poteva attingere acqua dall'una e dall'altra parte del muro. I Capone ci mettevano la cisterna, i Passaro l'acqua e se ne servivano entrambi. Un mutuo soccorso!!!

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Posso anche porre termine alla mia ricerca.

Risulta ormai evidente che, fino agli inizi del ventesimo secolo, in queste nostre zone, nel progettare e realizzare una casa, era indispensabile prevedere una cisterna di raccolta dell'acqua piovana necessaria alle persone e ai loro numerosi animali domestici. Non avere una cisterna significava elemosinare acqua più necessaria del pane.

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Mentre erano ancora in uso pozzi e cisterne, i Montellesi avevano comunque altre fonti di approvvigionamento idrico: c'erano infatti, ed alcune ci sono ancora, diverse piccole sorgenti di acqua potabile, alcune perenni altre stagionali, ai piedi di colline periferiche e di monti. Erano Chiamate  "fondaniéddri" quello della Rotonda, quello del Mortale, quello del  Salecunito, la fontana di “Peppo Milano”  alle  Mezzane, la Fontana r'Aùsto, lo puzzo re Lao e tanti altri, che dissetavano contadini, boscaioli e pastori. Una di queste piccole sorgenti è rimasta nella memoria degli anziani, quella dei Travettini.

Si trova presso il “Pónde re lo Chianiéddro” Sul fiume calore, a poco meno di un chilometro a monte della più famosa cascata della Madonnella, lungo il sentiero da poco tempo intitolato al compianto Carmine Palatucci, amante della nostra terra La sorgente dista dall'abitato 2,5 Km circa per cui si impiegava abbastanza tempo per andare e tornare.

Spesso da bambino ho sentito dagli adulti questa espressione di rimprovero Addo' si gghiùta a piglià l'acqua, a li Travettini?!

Il rimprovero era rivolto dai genitori alla loro figlia che, scesa in strada a riempire acqua con la “conca” alla fontana pubblica, aveva incontrato il fidanzato ed era rientrata più tardi del dovuto. Questa espressione rende bene l'idea della distanza della sorgente dall'abitato. Poiché di questi tempi la falda acquifera si è abbassata, la piccola sorgente è scesa di livello quasi a lambire l'acqua del fiume.

A conclusione di questo articolo mi preme fare una considerazione. Nel testo sono spesso ripetute espressioni e riferimenti che rimandano alla storia locale. Tutto questo perché la storia locale è quella che ci vede attori e protagonisti.

Affermava il grande storico francese Le Goff scomparso nel 2014, che  la storia è quella che vediamo passare davanti agli occhi, fatta di avvenimenti che trasformano la vita quotidiana, molto più delle guerre e dei Re. La storia è storia sociale” Per l’argomento  che ci riguarda, quale trasformazione della vita quotidiana più importante di quella che vide il nostro approvvigionamento idrico passare dalle cisterne ad acqua piovana, all'acquedotto di acqua di fonte? Una trasformazione che interessò la nostra igiene, la nostra salute, il nostro costume di vita, che ridusse la mortalità infantile ed aumentò il limite della nostra vita media.

Le cisterne di Montella 10

Molte persone nate negli anni Trenta e ancora viventi hanno visto passare davanti ai loro occhi questa trasformazione, l'hanno vista entrare nelle loro case; inoltre i loro genitori sono stati attori protagonisti di questa storia avendo anche lavorato alla realizzazione dell'acquedotto. Per tale ragione ogni elemento che costituisca fonte e documento di questa storia va salvaguardato, non per una sterile nostalgia, ma per una piena e sana consapevolezza delle nostre origini.

Tullio Barbone per montella.eu

Carbone e carbonai di una volta a Montella (di Nino Tiretta)

Giovanni Tiretta 13 Gennaio 2026

CARBONE 19

Carbone e carbonai di una volta a Montella .  Il carbone a legna esiste da quando esiste il fuoco tant'è che lontanissime incisioni rupestre ne testimoniano l’uso antico così come tracce di carbone si trovano in reperti antropologici risalenti all'età del rame, vale adire a un'epoca compresa tra il 3.300 e il 3.100 a.C. .
La sua produzione ordinariamente avviene attraverso un procedimento che sfrutta una combustione imperfetta del legno, in condizioni di scarsa ossigenazione.
Più dettagliatamente il carbone a legna viene generato attraverso la tecnica della “carbonaia” che, in tempi lontani, consentiva di trasformare la legna utilizzando, preferibilmente, quella di faggio nonché quella di abete, larice, frassino, castagno, cerro e di pino.
CARBONE 01La sua produzione fu praticata - per numerosi secoli - in gran parte del territorio montagnoso italiano, in quello alpinico, subappenninico ed appenninico per cui, nella generalità, i boschi italiani furono luoghi di lavoro per molti “carbonai”.
Il mestiere del carbonaio era molto diffuso – soprattutto nella prima metà del secolo scorso - tant'è che esso, tra i lavori della montagna, era quello che ne testimoniava meglio la durezza e la complessità.
Quello del carbonaio era infatti un mestiere antico, alquanto difficile da praticare, fatto di sapienza e di molta fatica, impegnativo; un mestiere in cui erano fondamentali sia l’esperienza e sia i legami con la montagna.
Per fare il carbonaio occorreva avere pratica e competenza e soprattutto era richiesto amore per la montagna, avere con lei un rapporto corretto, cioè possedere la consapevolezza che essa è vita e dunque esercitare, con naturalezza, un confronto corretto tra uomo e territorio tale da salvaguardarne ogni possibile equilibrio.
Era un mestiere complesso, in cui l’abilità manuale giocava un ruolo essenziale, un’attività che richiedeva zelo ed implicava abilità e procedure, decisamente complesse, che l’uomo tecnologico del duemila non riesce a immaginare. Per praticarlo occorrevano pochi strumenti che il carbonaio utilizzava con perizia e che, spesso, produceva con il legno che trovava nel bosco, ad eccezione della zappa e della pala.
Era un mestiere che non si apprendeva dai manuali, si apprendeva direttamente sul campo, in una palestra naturale, attraverso un lavoro che esigeva un lungo, paziente e defaticante tirocinio; un’attività appresa da giovanissimi e tramandata nel tempo dai propri genitori, praticata per numerosi secoli fino ai primi del '900.
CARBONE 02

 I boschi italiani furono luogo di lavoro per molti di questi "artisti del fuoco" e Il carbone da loro prodotto (prima dell’arrivo del gas e dell’elettricità in tutte le case) era, molto richiesto soprattutto per il riscaldamento e per cucinare, per cui veniva trasportato verso le città, anche per altri usi, i più vari e disparati.
Come in altre realtà locali d'Italia, anche a Montella la produzione del carbone vegetale è stata, accanto a quella boschiva, una attività economica importante per parecchie generazioni nei secoli passati, fino agli anni '50 e '60 del secolo scorso.


Questa attività era per lo più di “appannaggio” di alcune famiglie che l’hanno a lungo esercitata, in esclusiva, soprattutto per tradizione e per competenza.
In previsione della stesura di questo articolo, come al solito, mi sono confrontato con alcuni mie amici, essenzialmente quasi miei coetanei ed insieme abbiamo, senz’altro con qualche imprecisione ed omissione, ricordato i “caraoniéri” presenti una volta a Montella.
Prevalentemente la maggior parte dei “caraoniéri” montellesi appartenevano alle famiglie Recupido, Sabatino e Gambone; erano queste le tre famiglie che per anni e anni sono stati i più esperti nella produzione del carbone, nei boschi delle nostre montagne .
Alla famiglia Recupido apparteneva Alessandro, il papà del mio amico e coetaneo “Totonno”, il quale, la scorsa estate, mi ha a dettagliatamente descritto, con passione e competenza, la fatica e il mestiere praticato, dai suoi progenitori.
“Totonno” mi ha detto che suo nonno Antonio Recupido era un abilissimo carbonaio in attività già alla fine dell’ ‘800.
Egli fu il capostipite di vari “caraoniéri” montellesi; abitava a San Silvestro, di fronte al palazzo Boccuti; tenne le sue “caraonere” a Verteglia, ai “Candraloni” e alla Celica.
La sua attività fu portata avanti dal figlio Alessandro (vale a dire il papà del mio amico) e in parallelo, lavorando in proprio, anche dai suoi fratelli Amato (che abitava in Via Piedipastini), Domenico (che abitava ai Ferrari), Salvatore (che abitava al Casaliello) e Vincenzo (il quale abitava sulla prima rampa della Libera).
Alessandro Recupido lavorò fino agli anni ’50 e l’ultimo “catuòzzo” l’allestì ai Candraloni.
Un altro mitico “caraoniére” montellese correlato alla famiglia Sabatino fu Rocco Sabatino il quale con la sua attività, all’epoca fece fortuna e divenne benestante tanto da acquistare, tra l’altro, un vasto terreno, quello attualmente circoscritto dalla via del Corso, via dietro Corte, Viale Europa e via Principe di Piemonte.
Alla sua persona era, tra l’altro, riferita la voce (rice ca….) secondo cui la svolta della sua fortuna economica fosse da attribuire al ritrovamento di un tesoro di monete d’oro, nascosto, nel cavo di un albero, da alcuni briganti.
Io l’ho conosciuto quando era ormai anziano perché era il papà di zia Peppa, la moglie di mio zio Matteo e ricordo di avergli chiesto conferma di quel “ritrovamento” e ricordo anche il suo “tiepido” diniego, ironico e alquanto sornioso.
Resta comunque il fatto che una volta zia Peppa, casualmente, mi mostrò alcuni “marenghi d’oro !
Nell’attuale Piazza Matteotti abitava Sabatino Salvatore, cioè il papà di Domenico, Virginio, Italo e di “Iuccia”.
Alla famiglia Sabatino apparteneva Carmine, che in vece abitava ai Ferrai e nella sua attività era aiutato dai figli Lorenzo, Salvatore, Amedeo e dalle varie sue figlie. Un suo cugino, Rocco Sabatino (omonimo del Rocco già citato) era anch’esso “caraoniére” e abitava in via San Silvestro.
A Fontana, in via Gambone, abitava Felice Gambone, detto “Boccaccio” anch’egli aiutato dal fratello Alfonso (che abitava in via Gamboni) e dai figli Salvatore (che abitava in via Fontana), Gerardo e Felice il quale abitava in via San Silvestro, sotto al “catafalco”.
Nello stesso rione abitava poi Salvatore Maio, detto anche “Turillo re Faone”; invece in via Gamboni abitava Albino Moscariello che, figlio” di Rosario, svolse l’attività di “caraoniére” oltre che a Montella anche a Capaccio, in provincia di Salerno
A Piazzavano abitava il caraoniére” Delli Gatti Giuseppe papà di Rinaldo, Virgilio e Giovanni.
La prima fase del lavoro dei carbonai consisteva nella preparazione della legna.
I carbonai tagliavano gli alberi, generalmente nel periodo di luna calante, in una parte di bosco loro assegnato, rispettando alcune disposizioni di legge che prevedevano un diradamento delle piante e non un esbosco.
Mio padre – Gualtiero Tiretta - era maresciallo forestale e, a proposito dei carbonai, mi diceva che per legge, dalla fine dell’800, la legna di faggio per fare carbone doveva provenire dai tagli di diradamento eseguiti nelle giovani faggete. Mi ricordava le cosiddette “martellate”.
Mio padre ed alcune sue vecchie foto relative alla "martellata"

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Questa operazione, mi spiegava, consisteva nella “segnatura (fatta appunto con un particolare martello-sigillo) e nella “marcatura” delle piante che, precludendo un disboscamento selvaggio, potevano essere abbattute nel demanio statale.
La “martellata veniva fatta con la collaborazione degli operatori boschivi interessati all'acquisto, all'abbattimento degli alberi e alla loro successiva utilizzazione e lavorazione. Richiedeva tempo e, svolgendosi per settimane e settimane, si concludeva immancabilmente con una bella “mangiata” e “bevuta”.
All’epoca, oltre ad Antonio Ziviello, ai fratelli Gramaglia e De Simone, la più attiva, principale e più funzionale “segheria” montellese era quella di Carmine Marinari vale a dire il padre di mia moglie Silvana e dunque mio suocero.
A livello industriale la sua azienda ebbe origine negli anni ‘50/’51 e, con la sua attività ha dato, per anni ed anni, lavoro e sostentamento a una larghissima schiera di operai ed è stata, fuor dubbio, fino agli anni 60-70 forse l’azienda boschiva più attiva di tutta la regione in quanto che forniva legname di noce, di castagno e di faggio evaporato, a largo raggio e, con spedizioni ferroviarie, finanche ai mobilifici brianzoli.

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Mio suocero Carmine Marinari ed alcune foto della “sua segheria” Fratelli Marinari , situata a Montella, nei pressi dello scalo ferroviario.


Dopo la diramatura del legname, questo veniva selezionato, tagliato, con le roncole, in pezzi (di circa un metro di lunghezza) che, trasformati in legna, venivano accatastati; dopo un periodo di 10-15 giorni di essiccazione, la legna, con l’uso di muli, veniva trasportata nella “piazza da carbone”, vale a dire uno spiazzo, in cui venivano allestiti i cosiddetti “catuòzzi“, vale a dire le “carbonaie”.

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Per il loro allestimento si utilizzava, nel bosco, uno spiazzo pianeggiante, pulito da sassi e radici; al centro si piantava un palo alto circa m 2,50 costruendovi attorno una incastellatura vuota, con un condotto centrale, attorno al quale venivano da prima appoggiati i pezzi di legna più grossi (che abbisognano di maggior tempo di cottura) e poi via via quelli più piccoli; in definitiva la “carbonaia - catuòzzo” era costituita da diversi strati i quali facevano assumere alla catasta un aspetto cupoliforme.

Successivamente il cumulo di legna veniva rivestito con fronde di faggio e quindi ricoperto con uno strato di terra di circa 10 cm di spessore per impedire sia l’afflusso dell’aria e sia di assorbire i vapori che si sprigionavano durante la carbonizzazione.
Il mio amico Totonno mi ha spiegato che la carbonaia veniva accesa introducendo dal condotto centrale (in gergo detto “fornello”) dei pezzi di legna in combustione. Mi ha anche chiarito che la bocca del “fornello” veniva chiusa solo dopo che il fuoco si era diffuso dal fornello all'interno della catasta.

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Con tale chiusura aveva, inizio la fase della "cottura" la cui durata era in relazione al quantitativo di legna impiegato, per cui, tanto per fare un esempio, per circa 60 q.li di legna necessitavano circa 7 giorni di combustione e da quei 60 q.li di legna si ricavavano circa 10 quintali di carbone.
Durante tale periodo, quel “cumolo di legna e terra” andava costantemente controllato giorno e notte per cui i carbonai erano obbligati a vivere, lontano dalle proprie famiglie, in “baracche” (fatte di legno, con frasche e cannicci), risposando su scomodi giacigli e accontentarsi di cibi semplici, fatti per portare al sacco e da conservare per svariati giorni prima di un successivo approvvigionamento.
 

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Nei primi due giorni la carbonizzazione veniva fatta alla cieca, cioè senza aprire fori nella copertura di terra. Successivamente, procedendo dall'alto verso il basso, venivano aperti appositi sfiatatoi per consentire al fumo di uscire e per estendere la carbonizzazione a tutta la catasta. Quando il fumo assumeva una colorazione turchina significava che il carbone era “fatto”; i buchi venivano tappati e se ne facevano altri più in basso fino a contatto del terreno. Quando anche da questi usciva fumo turchino la carbonizzazione era finita.

In definitiva era la combustione che trasformava il legno in carbone e pertanto essa andava “governata” con costante controllo, per ore e ore, per giorni e notti per cui i “carbonai”, (svolgendo un lavoro duro, difficile, pericoloso, complesso) erano costretti, senza nessuna pausa, a rimanere a lungo nei boschi onde “vegliare” e dare assistenza continua al fuoco similmente ……alle sacerdotesse romane consacrate alla dea Vesta !

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Dopo una decina di giorni la carbonaia assumeva un aspetto diverso: il terriccio di copertura diventava nero e le dimensioni si riducevano notevolmente; anche i fumi che uscivano dai fori assumevano un colore diverso. In sostanza era in base al colore del fumo che il carbonaio poteva vedere l'andamento della combustione: il carbone, come già detto, era pronto solo quando il fumo era turchino e trasparente.

In presenza di tali condizioni la fase di “cottura” era conclusa ed iniziava la fase della “scarbonizzazione” che richiedeva 1-2 giorni di lavoro. Per prima cosa si doveva far raffreddare il carbone con numerose palate di terra e, successivamente, si procedeva, con opportune precauzioni, all'estrazione del carbone spegnendo (con l'acqua o ricoprendoli di terra) eventuali focolai e braci rimaste accese.

Una volta raffreddato, il carbone veniva raccolto e, dai boschi, trasportato dai mulattieri e dai carrettieri in paese per essere stoccato in spaziosi capannoni (caranoàri) i cui muri e volte diventavano tanto nere da non poterci più distinguere niente al suo interno. Ricordo che anche chi vi lavorava, dalla mattina alla sera, era sempre coperto da una fuliggine nera che sembrava una maschera grottesca da cui si distingueva solo il bianco degli occhi e il rosso delle labbra del povero carbonaio.
Lì il carbone veniva selezionato e raccolto in robusti sacchi di iuta o in capaci cestoni di legno allo scopo di smistarlo e venderlo sia per uso domestico che industriale.

 La qualità del carbone ottenuto variava a seconda della bravura ed esperienza del carbonaio, ma anche dal legname usato. Il carbone di ottima qualità doveva “cantare bene”, cioè fare un bel rumore bruciando.
Ordinariamente il carbone prodotto, in quei capannoni veniva, per le necessità di allora, “ripartito”, per cui la pezzatura più grossa era destinata ad essere, prevalentemente, utilizzata per cucinare mentre la più piccola, la “caraonéddra” (in italiano carbonella) era destinata al riscaldamento domestico utilizzandola in appositi contenitori (la “vraséra”) in cui, ripostane un certo quantitativo a “montagnella”, se ne provocava l’accensione.
In cucina il carbone alimentava la “fornacéddra” che – come chiarisce Virgilio Gambone, era “una sorta di caminetto (“focagna”), in muratura e ferri” che (alimentata per lo più da frasche e carboni), serviva, una volta, come piano di cottura su cui cuocere cibi e riscaldare acqua.
Oltre che per utilità domestica, il carbone prodotto era utile come combustibile per i mezzi di locomozione ed era anche il combustibile preferito per la lavorazione tradizionale del ferro, del vetro e dei metalli preziosi. Il carbone di legna infatti bruciava a temperature elevate, raggiungendo i 2700 °C nelle giuste condizioni e dunque era idoneo per quelle attività lavorative.
Per secoli la produzione del carbone vegetale è stata un’attività economica importante e (come già detto all'inizio) praticata, oltre che nella nostra Irpinia, anche in parecchie località italiane, soprattutto nelle montagne del trentino, del pistoiese, del modenese, nell'Abruzzo e sui monti della Sila fino agli anni '50 e '60 del secolo scorso tant'è che al mestiere del carbonaio, in provincia di Trento, nel comune di Bordone fu eretto finanche un monumento dedicato proprio ai carbonai !
Per secoli, accanto al legno, il carbone è stato il combustibile più richiesto, più importante e di larga disponibilità; tale primato è stato mantenuto a lungo, fino al sopraggiungere del gas prima e dell’elettricità poi, per cui (con l’avvento di tali “nuovi combustibili”) grandi cambiamenti sono sopraggiunti, specialmente nel corso del XX secolo, tant'è che l’uso del carbone è andato progressivamente ridimensionandosi al punto che oggi esso, (prodotto per lo più in Cina, Argentina e Paraguai) è essenzialmente utilizzato………. per allegre e socializzanti “grigliate”, al barbecue.
Con il regredire dell’uso del carbone anche l’attività dei “caraonièri” si è andata sistematicamente ridimensionando per cui, a quel che mi risulta, quell'antico mestiere a Montella, è interamente scomparso.
Oggi in Italia la produzione in argomento è scarsissimamente praticata tanto che, anche a Montella, i “discendenti” di quelle antiche “famiglie di carbonai” hanno dismesso l’attività dei loro progenitori, molti sono emigrati e tanti altri ancora hanno preferito svolgere diverse attività professionali.
Nella generalità è dunque evidente che, ahimè, con la diffusione delle “nuove combustioni” industriali, la professione dei “caraonièri”, come quella dei “sarti”, degli “scarpari”, dei “ferraciucci”, dei “trainieri”, della “lavannare” è diventata anch'essa un “mestiere di una volta”, un mestiere che, sebbene legato a una “sapiente” e dignitosa tradizione artigianale appartiene, ormai, al passato, tra qualche anno sarà una delle “professioni dimenticate”, vale a dire una “professione del tempo trascorso” che, come tutte le altre, è simbolo della civiltà montellese di quegli anni lontani, una civiltà, quella, caratterizzata da duro lavoro, da sofferenze, da sacrifici e da privazioni al giorno d’oggi inimmaginabili e, per lo più, dimenticati.

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Questo articolo è già stato pubblicato sul periodico "Il Monte"- Sezione "Irpinia Magica" - Anno XV - n. 2 maggio-agosto 2018

Le paure prima di USA ’94 e i timori di oggi: un video del 1992 che parla al presente

Redazione 15 Gennaio 2026

Intorno al Calcio Tele C 04Nel gennaio del 1992, sulle frequenze della tv locale Tele C, si discuteva animatamente delle qualificazioni dell’Italia ai Campionati del Mondo che si sarebbero disputati negli Stati Uniti nel 1994. A condurre la trasmissione sportiva era Ferruccio Capone, affiancato dall’opinionista Cesare Di Nardo, che esprimeva un forte pessimismo sulla possibilità della Nazionale di partecipare al Mondiale.
Oggi, gennaio 2026, a 34 anni di distanza, montella.eu ripropone quel filmato storico, che assume un valore ancora più simbolico. Anche oggi, infatti, tornano le stesse paure: il timore che l’Italia possa non qualificarsi per il Campionato del Mondo che si svolgerà nuovamente negli USA. Una strana e suggestiva coincidenza che unisce passato e presente, ricordandoci come nel calcio certe ansie sembrino ciclicamente riaffiorare.

Vittorio Sica montella.eu

Il Miracolo del Sacco: Quando il Pane di San Francesco Sfidò le Nevi di Montella

Redazione 11 Gennaio 2026

Il Miracolo Il Sacco di San Francesco 18Nel cuore dell'Irpinia, tra le mura del Convento di San Francesco a Folloni, si tramanda da otto secoli una storia di salvezza che sembra uscita dalle pagine di un antico manoscritto. Era l'inverno del 1224, uno dei più rigidi che la memoria locale ricordi. Il convento, situato allora in un bosco isolato e infestato dai lupi, era completamente sepolto sotto metri di neve.

L'assedio del gelo e la carestia

I frati francescani, rimasti bloccati all'interno della struttura, avevano esaurito ogni scorta di cibo. Isolate dal mondo e senza possibilità di soccorso, le comunità religiose della zona stavano affrontando i morsi della fame. La leggenda narra che, mentre i frati pregavano per un intervento divino, udirono dei colpi decisi alla porta del convento.

Quando aprirono, non trovarono anima viva: solo un sacco di tela adagiato sulla neve immacolata, su cui non vi era alcuna traccia di passi. All'interno, il sacco era colmo di pane fresco e fragrante. Un dettaglio colpì immediatamente i presenti: sulla tela del sacco erano impressi i gigli di Francia.

La provenienza miracolosa

Secondo la tradizione agiografica, in quel medesimo istante San Francesco d'Assisi si trovava in Francia, alla corte di re Luigi VIII. Mosso a compassione per la sofferenza dei suoi confratelli lontani, il Santo avrebbe chiesto al sovrano del pane da inviare loro. Si dice che un angelo abbia poi trasportato il sacco attraverso le Alpi fino alla soglia del convento di Montella, salvando i frati dalla morte certa.

dipinto miracolo del sacco di San Francesco Montella

Dalla leggenda alla scienza: la conferma del C-14

Per secoli, il "Sacco di San Francesco" è stato considerato una semplice leggenda devozionale. Tuttavia, nel 2017, uno studio internazionale condotto dall'Università di Pisa, insieme a ricercatori danesi e olandesi, ha gettato una luce nuova sul reperto.

  • Datazione al Radiocarbonio: Le analisi sui frammenti del sacco (custoditi oggi in un prezioso reliquiario nel convento) hanno confermato che il tessuto risale proprio al periodo compreso tra il 1220 e il 1295.
  • Tracce Molecolari: Attraverso la spettrometria di massa, i chimici hanno rinvenuto tracce di ergosterolo, un marcatore molecolare che indica la presenza di lievito. È la prova scientifica che quel sacco ha effettivamente contenuto prodotti da forno.

Un simbolo di carità universale

L'immagine di un frate che, ricevuto il dono, distribuisce il pane ai confratelli e ai bisognosi incarna perfettamente lo spirito francescano. Oggi, il Convento di San Francesco a Folloni non è solo un monumento nazionale di straordinaria bellezza architettonica, ma rimane il custode di una delle poche reliquie al mondo "certificate" sia dalla fede che dalla scienza.

Ogni anno, l'evento viene ricordato durante le celebrazioni di "Francesco d'Incanto", mantenendo vivo il legame tra la cittadinanza di Montella e quel gesto di carità che, ottocento anni fa, bucò il silenzio della neve.

Vittorio Sica montella.eu

Il Sacco di San Francesco 03

  1. Giovanni Palatucci beato nel ... Limbo di Antonio Palatucci
  2. I vicoli di Montella nascosti e dimenticati di Tullio Barbone
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