Nel maggio del 1779, secondo la tradizione popolare, si racconta di un miracolo avvenuto sul monte Sovero a Montella, dove oggi sorge il Santuario del Santissimo Salvatore: il miracolo dell’acqua. - Cosa accadde e perché proprio in quel luogo?
- È possibile ricostruire i fatti restando fedeli alle fonti storiche ufficiali?

Verso la fine del settecento Montella era un piccolo paese montano, immerso nei boschi dell’Irpinia, con meno di 4.000 abitanti, una comunità da sempre provata e spesso depredata dalle diverse dominazioni succedutesi nei secoli.
A Napoli regnava Ferdinando IV di Borbone, proclamato re di Napoli già all’età di 8 anni nel 1759, quando suo padre Carlo di Borbone dovette abbandonare il trono napoletano per salire al trono di Spagna; essendo Ferdinando minorenne, il potere fu affidato a un consiglio di reggenza fino al raggiungimento della maggiore età del re.

Dal 1778 il re Ferdinando IV, allora ventisettenne, si trovò ad affrontare una serie di eventi sconvolgenti, destinati a cambiarlo nel profondo e a scuotere il regno.
Nel 1778 a Napoli scoppiò un’epidemia di vaiolo che, nel dicembre dello stesso anno, causò la morte del primogenito del sovrano. Tra il 1778 e il 1785, la famiglia reale visse un periodo familiare drammatico: dei nove figli maschi del re, otto morirono in età giovanissima, lasciando un segno doloroso nella vita del sovrano.
Inoltre, in quegli anni il regno di Napoli, in quanto dominio borbonico, iniziava ad essere coinvolto indirettamente sul piano economico e logistico nelle tensioni legate alla Guerra d’indipendenza americana, le cui ripercussioni si facevano sentire in tutta Europa.
Ma non furono soltanto le questioni sanitarie e internazionali a segnare quel periodo: a partire dalla fine del 1778 ebbe infatti inizio una delle più gravi crisi di siccità, che provocò carestie con pesanti ripercussioni quasi universali, dalla Spagna fino alle coste del Mar Nero. In Spagna si registrarono sei mesi senza piogge, in Dalmazia otto e nel Lazio addirittura dieci mesi. I maggiori fiumi, come il Po, erano così in secca da poter essere guadati a cavallo; a Venezia le lagune risultavano completamente scoperte e quasi tutti i canali asciutti. A causa di tale siccità, come riportano le cronache dell’epoca, si verificarono vasti incendi che devastarono ampie aree territoriali per mesi, senza interruzione. In Italia meridionale si sperimentò una delle più drastiche riduzioni della produzione agricola: le aree più colpite furono il Tavoliere delle Puglie, la Basilicata e la piana di Caserta; mentre sull’Appennino, le precipitazioni non mancarono del tutto, sebbene risultassero estremamente scarse.
Alla fine del mese di maggio del 1779, sul Monte Sovero, dove attualmente sorge il Santuario del Santissimo Salvatore, la popolazione gridò al miracolo e da quel momento, nell’area del Comune di Montella, la siccità terminò e il prodigio fece accrescere il numero di fedeli che si recavano sul monte per rendere grazia per la fine della carestia.
Tuttavia, ovunque la situazione rimase drammatica.
Infatti, la siccità continuò, tanto che a partire dal mese di luglio del 1779 si registrarono estesi fenomeni di autocombustione che devastarono quasi completamente i raccolti in Puglia e in Basilicata, causando la perdita di gran parte delle produzioni agricole.
A rendere la situazione ancora più drammatica, un altro evento inaspettato scosse il regno di Napoli: dal 19 luglio al 15 agosto del 1779, il Vesuvio registrò una intensa attività eruttiva, con esplosioni ed emissioni di cenere e fontane di lava che raggiunsero oltre quattro km di altezza.

Nel frattempo, la siccità continuò per tutto l’inverno del 1779 e anche per l’intero anno successivo, il 1780, aggravando ulteriormente la crisi agricola e alimentare.
L’Italia meridionale tra il 1778 e il 1780 viveva un periodo di catastrofe su catastrofe!
Le risorse militari ed economiche destinate alla Guerra d’indipendenza americana, unite a una prolungata siccità che causò gravi perdite dei raccolti, difficoltà e un aumento dei prezzi, alimentarono il malcontento della popolazione. A ciò si aggiunse l’epidemia di vaiolo che colpì Napoli, provocando numerose vittime e diffusi disagi; inoltre, le colonne di cenere e di lava del Vesuvio che si abbatterono sull’area circumvesuviana, interessando zone abitate e coltivate, causarono un’ulteriore distruzione di raccolti già indeboliti dalla siccità, danni materiali e una paura diffusa tra la popolazione, contribuendo allo scoppio di rivolte popolari, note come rivolte del pane.
La via del grano, che collegava il Tavoliere delle Puglie ai porti di Salerno attraverso la fondovalle del Sele, era spesso teatro di assalti da parte di cittadini affamati, con saccheggi ai danni di magazzini e convogli di grano destinati alla vendita e all’esportazione.
In quegli anni, presso la reggia di Versailles in Francia, regnava Maria Antonietta, moglie di Luigi XVI e cognata di re Ferdinando IV di Borbone. Re Luigi XVI è spesso descritto come un sovrano timido e riservato, mentre Maria Antonietta è storicamente nota per il suo stile di vita sfarzoso e per le elevate spese come regina. È proprio in questo periodo di carestie, limitazioni delle esportazioni delle risorse agricole dall’Italia meridionale, limitazioni di approvvigionamento del grano, malcontento e tensioni sociali che viene tradizionalmente collocato il celebre episodio a lei attribuito: alla frase “Il popolo ha fame”, la regina avrebbe risposto “Qu’ils mangent de la brioche” (“che mangino brioche”), espressione divenuta simbolo della distanza tra la corte e il popolo.

Intanto, il popolo francese stava vivendo un forte periodo di cambiamento: il pensiero illuminista prendeva sempre più piede, facendo leva sul malcontento di un popolo affamato, situazione aggravata dalla siccità del 1779. Basti pensare che di lì a poco, precisamente nel 1789, vi fu la presa della Bastiglia, nel 1791 la regina Maria Antonietta fu arrestata e nel 1793 ghigliottinata.

Maria Carolina d’Asburgo-Lorena, moglie di re Ferdinando IV e sorella di Maria Antonietta, inizialmente appoggiò le riforme ispirate all’Illuminismo; infatti, in questo contesto promosse la creazione di un borgo sperimentale fondato su ideali di società “perfetta” e razionale, il Borgo di San Leucio presso Caserta. Tuttavia, in seguito alle rivolte scoppiate in Francia e vista la situazione di pericolo della sorella Maria Antonietta, la regina prese progressivamente le distanze dall’Illuminismo politico, poiché tali riforme miravano a ridimensionare il potere assoluto dei monarchi.
In un clima storico ormai ingestibile, tra le grandi rivoluzioni e le gravi crisi alimentari, Ferdinando IV di Borbone re di Napoli, profondamente preoccupato per le sorti di un regno segnato, fu chiamato ad assumere decisioni cruciali per contenere le rivolte.

Il re dopo aver preso le distanze dall’Illuminismo, rafforzò il legame tra monarchia e Chiesa, usando anche restauri e valorizzazione di complessi religiosi come strumento politico e ideologico. Sostenne e favorì il restauro e la valorizzazione di chiese e abbazie, soprattutto in Irpinia, come quelle dell’area di Morra De Sanctis, Sant’Angelo dei Lombardi, Abbazia del Goleto e Abbazia di Montevergine. Tutte opere strategiche e simboliche: canalizzare il malcontento popolare, rafforzare l’ordine tradizionale e contrastare la diffusione delle idee illuministiche e rivoluzionarie, nonché potenziare il controllo della via interna del grano in Irpinia.
Il Comune di Montella, all’epoca come oggi, vantava un vasto patrimonio artistico e religioso: oltre quindici chiese, la collegiata in piazza di Santa Maria del Piano, il convento di San Francesco a Folloni, la chiesa sul monte dedicata alla Madonna delle Nevi e il convento dei Francescani, anch’esso situato sul monte. Dunque, non vi era, per Montella, una reale necessità di ulteriori interventi o ampliamenti per la costruzione di nuovi santuari o chiese.
Eppure, il re intraprese una decisione del tutto inaspettata.
È facile immaginare lo stupore dei generali e dei funzionari di corte quando il sovrano annunciò la volontà di trasformare in un Santuario, una cappellina diroccata sulla cima d'un monte, in un piccolo paese dell’Irpinia, ovvero a Montella.
Scelta formalizzata con la bolla reale del 1780.
Cosa mai avrà spinto il re a intraprendere, per una comunità così piccola e isolata, un’opera imponente a circa 1000 metri di quota, in una zona priva di strade di accesso, senza particolari mezzi meccanici, senza acqua corrente, in un paesino già ricco di chiese, e dove gli interventi erano possibili solo in limitati periodi dell’anno? Come mai proprio in quel luogo la siccità sembrava terminata, mentre ovunque la situazione era drammatica e indomabile?
Il re era stato rincuorato dall’accaduto nel Comune di Montella: vi era stato un segno, quando tutto sembrava perduto, ecco un segno: “Dio non abbandonava il regno!”
C’è da dire che il sovrano aveva vissuto momenti felici nelle nostre terre, ci tornava per la caccia, ma nell'inverno tra il 1779 e il 1780 era affranto, preoccupato, quella gioia sperimentata tra i nostri sentieri, nei boschi, tra i faggeti, a cavallo del suo persano, rischiava di spegnersi, svanire.
C’è da immaginarsi il re che, di ritorno dalle battute di caccia tra Montella e Laceno, decida di fermarsi a visitare e perché no, a pregare in quella piccola cappellina sul monte Sovero. Una cappellina diroccata, dall’apparenza insignificante, ma capace di suscitare in lui un interesse profondo. Su quella vetta il sovrano probabilmente sperimentò una pace interiore indescrivibile, una serenità che “tutto l’oro del mondo” non avrebbe potuto donargli. Un sussulto, una gioia così intensa lo avvolsero al punto che, in un momento storico di profonda crisi, egli decise di investire somme colossali, per una comunità così esigua, nella costruzione di un santuario in onore di Gesù fanciullo, che certamente, in quei frangenti così difficili, lo rinfrancò nel profondo dell’animo.

La presenza, in quella cappellina, di una statuetta in onore di Gesù fanciullo con il mondo in una mano simbolo di un potere affidato e accettato con fiducia, fragilità e innocenza è segno di un’autorità che non nasce dalla forza. Questo elemento potrebbe aver assunto anche un significato personale per re Ferdinando IV, salito al trono nella fanciullezza.
In un periodo di profonda crisi, la cappellina diroccata di Montella rappresentava simbolicamente, per il re, uno Stato fragile, ma ancora redimibile.
L’edificazione del Santuario del Santissimo Salvatore sulla cima del Monte Sovero, montagna conica piramidale dal profilo netto e simmetrico, assunta in antichità anche come marcatore visivo del ciclo solare, non rispondeva a criteri pratici, bensì a un forte valore simbolico di elevazione, visibilità e dominio spirituale del territorio. Essa si collocava, oltretutto, consapevolmente in controtendenza rispetto ai principi razionalistici e secolarizzanti dell’Illuminismo, valorizzando la cima come luogo di contatto tra cielo e terra e come sede di una devozione cattolica fondata non sul potere terreno, ma sull’umiltà e sull’obbedienza alla volontà divina.

La venerazione del Cristo, nella sua dimensione fanciulla, intesa come simbolo di purezza, sapienza e dominio spirituale, rappresentava una concezione del sacro profondamente alternativa alla logica del becero potere oppressivo.
Quella comunità così minuta e isolata, da secoli coltivava una così grande sapienza che non poteva più essere trascurata.
In rarissimi santuari al mondo si celebra con tale intensità Gesù fanciullo: si venera la figura di Gesù bambino, Gesù in croce, Gesù risorto, Gesù misericordioso, ma Gesù fanciullo con il mondo in una mano, posto su un alto monte dalla forma piramidale, rappresenta una devozione di straordinario valore teologico-dottrinale. Questa immagine era, peraltro, in totale contrapposizione ai riti pagani antichi: secondo la tradizione storica e le fonti medievali, infatti, sui monti Picentini e soprattutto sul Partenio, dove oggi sorge l’abbazia di Montevergine fondata da San Guglielmo, in età pagana si praticavano riti religiosi e magico-iniziatici. E proprio contro queste pratiche che San Guglielmo combatté con la sua opera di evangelizzazione, promuovendo il culto cristiano e la devozione mariana. Tali elementi non costituiscono leggende isolate, ma risultano coerenti con il contesto storico-religioso dell’Irpinia antica e riconducibili ai riti delle “primavere sacre” celebrate sugli alti monti dagli antichi popoli dei Sanniti e degli Irpini.
Nel 1780 c’era una crisi generalizzata, a corte imperava un’avidità insaziabile, e il sovrano decide comunque di far costruire, in un paesino di montagna lontano dalle lussuose corti, un’opera imponente.
Ebbene sì, l’opera si concretizzò, e ancora oggi possiamo contemplarne la meraviglia.
A mio modesto parere, questo fu il miracolo più importante del 1779: un miracolo morale, maturato nell’intimo del sovrano, capace di dar vita a un’opera degna di fede, in grado di segnare il proprio tempo e di attraversare i secoli. Il celebre detto «Non si muove foglia che Dio non voglia» si concretizzava davanti agli occhi della corte e a beneficio di quella piccola comunità cattolica montellese, che tanto aveva sofferto ma mai abbandonato la fede in Colui nel quale c’è salvezza.
I lavori di edificazione del Santuario proseguirono dal 1780 al 1789, anno in cui vi fu l'interruzione: nel 1789 morì il padre del sovrano ed il 14 luglio, dello stesso anno, ebbe inizio la presa della Bastiglia.
Noi Montellesi, e soprattutto grazie agli insegnamenti dei nostri avi, non abbiamo abbandonato l’opera, tutt’altro, abbiamo continuato con passione e devozione portando avanti l’edificazione del Santuario, e il seguito lo conosciamo, testimoniato dalla bellezza e dalla spiritualità che questo luogo trasmette.