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Cultura & Tradizioni

Crotone commemora Giovanni Palatucci

Redazione 12 Febbraio 2026

Giovanni Palatucci Crotone 2026 AL’Associazione Amici di Crotone di Giovanni Palatucci, guidata dal Cav. Vincenzo Costa, ha partecipato alla solenne commemorazione del Questore Giovanni Palatucci, in occasione dell’81° anniversario della sua scomparsa nel campo di concentramento di Dachau.

Giovanni Palatucci Crotone 2026 B

La cerimonia, svoltasi presso la Chiesa “Beata Maria Vergine del Rosario” di Pompei, ha visto la presenza del Prefetto di Crotone, Dott.ssa Franca Ferraro, del Questore Renato Panvino, il Presidente della Provincia di Crotone Fabio Manica, del Sindaco Ing. Vincenzo Voce e delle massime autorità civili e militari del territorio. Alla cerimonia hanno inoltre partecipato degli alunni con relativi accompagnatori dell'Istituto Comprensivo "Rosmini-Giovanni XXIII" della 3 C Anna Frank. La funzione religiosa è stata officiata da Mons. Pancrazio Limina, Cappellano della Polizia di Stato di Crotone.

Giovanni Palatucci Crotone 2026 D

Al termine della celebrazione, in Piazza Umberto I, da parte della Questura, è stata deposta una corona d’alloro in memoria del Questore di Fiume ed è stato piantumato un ulivo quale simbolo di pace e memoria.

Giovanni Palatucci Crotone 2026 C

L’Associazione rinnova il proprio impegno nel custodire e diffondere i valori di coraggio, legalità e solidarietà incarnati da Giovanni Palatucci, affinché il suo esempio continui a rappresentare un punto di riferimento per le nuove generazioni.

Giovanni Palatucci Crotone 2026 E

Crotone 11 Febbraio 2026


Associazione Giovanni Palatucci Crotone

La collina degli asparagi di Tullio Barbone

Barbone Tullio 03 Febbraio 2026

La Collina degli Asparaci  Montella AV. 01-Ficòzza vuole sposare la Petòsa!

-Ma no, la Petòsa è già sposata!

-Ha pure due figli grandi!

-Se lo sa il marito, Ficòzza è bell'e morto!

-Ficòzza sta bene come sta!

-Non vuole sposare nessuna!

-E allora cosa vuole?

-Non vuole niente, va solo ripetendo da qualche tempo che se proprio dovesse risposarsi, cosa che non accadrà, e gli venisse chiesto di scegliere tra la Petòsa e la segretaria del Partito, sceglierebbe la prima a occhi chiusi!

La Collina degli Asparaci 02

Montella - Costa delle rose, collina degli asparagi.

-Ma cosa va dicendo? Ficòzza farnetica!

-Ma le ha guardate bene?La segretaria ci mangia con gli occhi e con le labbra...la Petòsa sembra una botte tanto è larga!

-Eppure Ficòzza continua a ripetere di preferire la Petòsa e lo va gridando dappertutto per boschi e campagne, sugli alberi e sui costoni di roccia con le mani a cerchio intorno alla bocca:

-Meglio la Petòsaaa!

E l'eco, dalla collina di fronte pietrosa e spinosa, gli risponde: -...òsaaa!

-Ficòzza è ammattito!

Sulla piazza del paese la gente non parlava che di lui che ormai non poteva più passarci senza che non venisse apostrofato con quella sua stessa frase. Ficòzza era diventato per tutti “Meglio la Petòsa”.

La Collina degli Asparaci  Montella AV. 02

E la gente rideva. Era bastata una mezza frase scappatagli così per caso dalla bocca a cambiargli la reputazione e la vita. Tanti anni di vita e di lavoro andati in fumo!

Ficòzza era cresciuto in una famiglia numerosa composta dai due genitori, da due vecchie zie e da altri nove fratelli e sorelle. Egli era il maggiore.

Il padre, senza mestiere, lavorava da aprile ad ottobre come bracciante nei cantieri comunali e portava a casa un salario da fame che i figli più grandi cercavano di integrare. Infatti Ficòzza e altri due fratelli guadagnavano anch'essi qualche lira cominciando in aprile e finendo in novembre.

Iniziavano a guadagnarsi il pane al tempo degli asparagi. Passavano palmo a palmo la collina pietrosa e spinosa poco lontano dalla loro casa e portavano i mazzetti di asparagi a donna Mena e a donna Fina che li ricompensavano con fette di pane spalmate di burro o di marmellata.

Nel mese di giugno uscivano di casa per le fragole, prima del sole; le cercavano salendo lungo le balze dei giovani castagneti che ancora si lasciavano penetrare dai raggi del sole. Ne riempivano cestini che vendevano nei bar.

Raccolta Funghi Montella

In luglio raccoglievano fasci di origano che la domenica vendevano al mercato.

Ma la stagione propizia era quella dei funghi: da agosto ad ottobre i tre fratelli diventavano veri e propri segugi capaci di scovare in lontananza un porcino nascosto tra ciuffi d'erba.

Le montagne e le colline erano loro familiari come gli angoli dell'orto e del cortile di casa e sembrava che davanti ai loro passi i funghi fossero stati seminati. Poi quando i contadini avevano raccolto tutte le noci e le castagne, quando le colline e le campagne erano diventate deserte e la nebbia di novembre aveva intristito tutto, arrivavano i tre fratelli che, con occhi di lince e fiuto di levriero, tiravano fuori da sotto le foglie le noci e le castagne non viste, rubandole ai topi e ai ghiri.

Come li avevano ammaestrati bene le due vecchie zie!

A diciotto anni Ficòzza emigrò. Era ancora molto esile, ma a casa non poteva più vivere con il misero guadagno della vendita degli asparagi, delle fragole, dei funghi, delle noci e delle castagne. Fu chiamato in Svizzera da uno zio che gli aveva trovato un lavoro e una baracca per dormire.

Picozza Montella Sorbo 02

Fu lì che conobbe dopo qualche anno Rosalia, una giovane scappata precocemente da un padre autoritario ed ignorante ed ospite anche lei di una zia. Rosalia era una siciliana alta, già con un seno procace e due labbra rosse e carnose, ma ancora molto ingenua. Ficòzza, di alcuni anni maggiore, più esperto della vita da emigrante, l'aiutò a cercare un lavoro e dopo alcuni mesi la sposò. Quando la loro unica figli fu in età scolare, Ficòzza decise di tornare al paese contro la volontà della moglie. Vivevano in una casa acquistata con i risparmi di emigrante.

Rosalia frattanto era diventata una donna attraente, mentre Ficòzza era rimasto esile, quasi fosse lo specchio della fame patita durante l'infanzia.

Gli occhi di molti giovani e non più giovani si posarono su Rosalia che divenne per tutti “La Siciliana”.

Siciliana

La donna aveva acconsentito malvolentieri a lasciare la Svizzera per tornare al paese del marito, tuttavia per mesi fu indifferente a tutti gli sguardi e agli apprezzamenti. Accompagnava la figlia a scuola, andava a riprenderla. Usciva per la spesa e rientrava subito. E pensava alle luci e ai negozi della città, alle lunghe file al supermercato col carrello stracolmo di roba, ai sabato sera trascorsi in pizzeria con gli amici, ai parchi pubblici e ai giardini. Il paese del marito le sembrava tanto simile al paese nativo. Cercò più volte di convincerlo a ritornare in Svizzera. Invano. Rosalia allora cominciò ad uscire di casa con la bambina per mano, attraversava il corso e la piazza del paese più volte e quando era sazia di essere stata guardata e ammirata, rientrava. I ragazzi, seduti davanti al bar, sgranavano gli occhi e i commenti e gli apprezzamenti si sprecavano. Rosalia non seppe o non volle più resistere a tali apprezzamenti e iniziò a mancare sempre di più da casa senza la bambina che affidava alla suocera.

Ficòzza pensò che la nascita di un altro figlio avrebbe potuto trattenere la moglie in casa, ma non fu così. Infatti le ore che ella trascorreva in casa erano sempre meno di quelle trascorse fuori.

Ficòzza perse la pazienza e una sera in cui la madre gli aveva già riportato la bambina più piccola e la moglie non era ancora rientrata, chiuse il portone e la lasciò per strada. Fece così per diverse sere finché la storia non finì nelle mani degli avvocati e del giudice. Ficòzza chiedeva la separazione e voleva tenere per sé le due figlie togliendole alla moglie che ormai percorreva altre strade. Anche Rosalia voleva le figlie, soprattutto la più piccola ancora troppo bisognosa di lei e, negando ogni addebito, voleva rientrare nella casa da cui Ficòzza l'aveva allontanata costringendola a dormire a casa di un'amica.

E venne il giorno del processo.

Poteva mai perdere Ficòzza? Poteva non credergli il giudice? Poteva non credere a tutti quei testimoni?

C'era lo Sciangato che aveva riferito a Ficòzza di aver visto più volte Rosalia salire sull'auto di Cianghetta lo Speziale e allontanarsi nel buio verso la montagna. Ed era disposto a testimoniare per lui.

E c'era quel sant'uomo di don Franceschino che più volte aveva chiamato la donna in sagrestia per riportarla sulla retta via. Santo Dio, c'erano due bambine ed un marito da rispettare! Gliene aveva fatti di rimproveri minacciandola anche del fuoco dell'Inferno! Ma non c'era stato niente da fare, perciò le aveva perfino vietato di mettere piede in chiesa. Ed ora era anche lui pronto a testimoniare.

E c'era la moglie di Chianghetta lo Speziale che una sera al tramonto aveva aspettato Rosalia davanti al portone di casa sua, l'aveva afferrata per i capelli e trascinata per la strada riempendola di parolacce e intimandole di non importunare più il marito. La Siciliana infatti passava e ripassava per la strada dove Lo Speziale lavorava e spesso a fine giornata, questi non tornava a casa. La moglie aveva giurato di cacciarlo di casa e di uccidere La Siciliana se non avesse smesso di correre dietro al marito. Anche lei era pronta a testimoniare per Ficòzza.

No! Non poteva perdere!

Ed invece perdette! E come se perdette!

Perdette perché don Franceschino a testimoniare non andò mai. Il vescovo aveva saputo di questa testimonianza e gliel'aveva vietata. Non era opportuno impegolarsi nelle faccende private dei parrocchiani e per di più tra marito e moglie che, come si lasciano così si riprendono. Via, non era il caso di farsi dei nemici in parrocchia. Meglio sarebbe stato pregare il Signore affinché desse un po' più di giudizio ad entrambi. Ma in tribunale proprio no.

Perdette perché lo Sciangato non era stato capace di indicare quale fosse la destinazione di quei viaggetti serali nell'auto dello Speziale, né poté affermare di aver mai visto la donna in altri luoghi se non nella piazza e lungo il corso del paese. Quando il giudice elencò alla donna il nome di alcune contrade rurali in cui si diceva fosse stata notata, la donna rispose di non averle mai conosciute. E aveva ragione perché l'ultima preoccupazione che ella potesse avere durante le sue passeggiate serali, era quella di sapere il nome delle contrade in cui si trovava.

Perdette anche perché la moglie di Chianghetta lo Speziale all'ultimo momento cambiò le carte in tavole  sostenne che la causa di tutta quella buffonata non era Rosalia ma suo marito perché gli uomini sono uomini, la carne è debole ed egli non era stato capace di resistere ed aveva cominciato a correre dietro la gonnella di Rosalia.

Dunque Ficòzza perdette ed il giudice, pur accogliendo la sua richiesta di separazione, assegnò la sua casa alla moglie e alle due figlie che avevano più diritto di lui ad un tetto sicuro.

Ficozza e Siciliana 002

Ficòzza trascorse una notte di deliri durante la quale rivide più volte davanti agli occhi il film della sua vita: gli anni della fame trascorsi per montagne, colline e campagne in cerca di asparagi, di fragole, di origano, di noci e di castagne; si rivide a spigolare nei campi di grano da poco falciato, con le gambe nude e rachitiche graffiate dai culmi; rivide gli anni trascorsi in Svizzera, lavorando di giorno e di notte, sotto la neve e sotto il sole anche di sabato e di domenica per acquistare quella casa da cui ora veniva cacciato; rivide gli anni neri e amari dell'epilogo. Il film giunto alla fine si riavvolgeva e ricominciava daccapo per una nuova tortura.

La mattina però Ficòzza si alzò per recarsi come sempre nel bosco del Sacramento con i compagni di lavoro. Vi andò ancora per diversi giorni e la sera si fermava dalla madre rimasta ormai sola dopo che il marito era morto e i figli avevano preso le strade del mondo. Dopo cena, si fermava davanti al bar della piazza con gli amici e vi rimaneva finché gli occhi non erano pronti a chiudersi. Non voleva rimanere neanche un minuto da solo, per non pensare. Davanti la bar parlavano di lavoro e di donne. Parlavano della nuova segretaria del partito arrivata da poco in paese. L'aveva presentata l'onorevole prima delle votazioni ed aveva fatto subito colpo. Era alta, giovane, con due occhi ammalianti e due seni...

Quanto somigliava alla giovane Siciliana! 

I ragazzi seduti davanti al bar se la mangiavano con gli occhi ogni volta che arrivava alla sede del partito e, quando a tarda sera ripartiva, i commenti maliziosi si sprecavano. Ma se chiedevano di lei a Ficòzza, questi rimaneva taciturno. Il suo pensiero andava alla Petòsa che abitava vicino alla casa della madre. Era bassa e grassa come una botte, con due gambe grosse e cilindriche come due tronchetti, ricamate da vene varicose.

Era ancora molto giovane, ma sedeva volentieri sulla panca davanti alla casa a chiacchierare con la madre di lui aspettando il rientro del marito. La madre raccontava a Ficòzza di non aver mai sentito la Petòsa ed il marito alzare la voce, né aveva mai visto giovani passeggiare davanti alla casa di lei. Le immagini della segretaria e della Petòsa si erano stampate nella sua mente una a fianco all'altra e spesso la notte, nei frequenti deliri, egli si svegliava gridando:

-Meglio la Petòsaaa!

Ed un giorno in cui era andato nel bosco del Sacramento ed i compagni a mezzogiorno si era seduti in cerchio per consumare la colazione, egli salì sull'albero più alto e iniziò a gridare:

-Meglio la Petòsaaa!

I compagni lasciarono per terra i tascapane e corsero sotto l'albero invitando Ficòzza a scendere.

E lui: -Meglio la Petòsaaa!

Petosa Montella

Un compagno appoggiò una lunga scala ed iniziò a salire sull'albero, ma Ficòzza dall'alto lo ributtò a terra, minacciando di lanciarsi nel vuoto e gridando:

-Meglio la Petòsaaa!

Passò una mezzora ed in paese si sparse la notizia che Ficòzza s'era arrampicato come uno scoiattolo sull'albero più alto del bosco del Sacramento, si era sistemato in cima e diceva frasi senza senso.

-Ficòzza chi?

-Ficòzza della Siciliana!

-Si è sistemato come? Ha fatto il nido?

-No, si è seduto!

-Ah, Ficòzza dunque cova seduto sul nido e farnetica!

-E cosa dice?

-Che è meglio la Petòsa!

-Meglio di chi?

-Non si sa. Non lo dice!

E tutta la gente accorse nel bosco per vedere Ficòzza sulla cima dell'albero più alto e per ascoltare le sue farneticazioni. Fu chiamata la sua vecchia madre che lo supplicò di scendere, ma alle preghiere e alle lacrime di lei egli rispondeva:

-Meglio la Petòsaaa!

E tutti ridevano, urlavano, fischiavano e qualcuno lanciò anche qualche sasso per costringerlo a scendere. Arrivarono i vigili urbani, i carabinieri e i vigili del fuoco che pararono sotto l'albero una rete, di quelle che si usano nei circhi equestri, e sollevarono le loro lunghe scale che Ficòzza non poté rovesciare.

Verso sera, dopo che era spesso passato a volo da un albero ad un altro costringendo i vigili a spostare più volte la rete, finalmente due di loro lo afferrarono e lo riportarono a terra.

Ora  nessuno  chiama più Ficòzza a lavorare nel bosco del Sacramento. Dorme dalla madre e vive di un modesto salario del Comune per conto del quale esegue lavori socialmente utili: strappa ciuffi d'erba lungo le cunette e dai muri, pulisce le aiuole pubbliche, pota le piante cittadine e raccoglie per strada ciottoli che getta dal ponte del torrente che attraversa il paese.

La Collina degli Asparaci  Montella AV. 06

Passa spesso lungo il corso e per la piazza e la gente lo chiama con quel nomignolo, così per ridere, sperando magari che egli si imbestialisca. Ma Ficòzza ricambia il saluto alzando il braccio e se ne va senza parlare. Se ne va dietro il rione, sale su un costone di roccia che guarda verso la collina degli asparagi pietrosa e spinosa, mette le mani a cerchio intorno alla bocca e grida:

-Meglio la Petòsaaa!

E l'eco gli risponde: -...òsaaa!

l'articolo è stato già  pubblicato dalla rivista "Il Monte " anno terzo numero 3 del 2006

Giornata della Memoria Crotone 27 Gennaio 2026

Redazione 30 Gennaio 2026

2026 01 27 Palatucci CNella giornata del 27 Gennaio 2026 - Si è conclusa la Dodicesima Edizione del concorso Borsa di Studio, svolta dall’ Associazione Amici di Crotone di Giovanni Palatucci presso l’Istituto Comprensivo Rosmini – Giovanni XXIII “ Plesso Montessori Via N. Calipari a Crotone .
All’evento curato dal Presidente dell’associazione Cav. Vincenzo in collaborazione con la Dirigente Dott.ssa Maria Fontana Ardito, hanno presenziato oltre un centinaio di studente dell’omonimo Istituto. Oltre Autorità ed Associazioni Militari . Nutrita schiera di soci di varie associazioni del Crotonese.
Costa nella sua introduzione ha ringraziato i ragazzi con il soffermarsi sulle gesta del personaggio Venerabile Giovanni Palatucci, in occasione questa Giornata della Memoria, con l’auspicio di non dimenticare quanti hanno sacrificato la loro vita per salvare tante vite umane, innocenti ed Ebrei.
Giusy Regalino ha sottolineato la causa di beatificazione in corso di Giovanni Palatucci mentre Sestito Filippo del CSV Calabria Centro, ha raffrontato il periodo dello sterminio nazista all’attuale situazione creatasi in tante zone del mondo, evidenziando la figura di Palatucci soffermandosi nel ribadire l’importanza di portare avanti tali eventi nelle scuole.
A Gaza ove esistono più di due milioni di Ebrei.

2026 01 27 Giornata della Memoria Palatucci A
Le slides proiettate dal Presidente Costa hanno evidenziato la vita di Palatucci e gli orrori del periodo nazifascista per concludere, altre slides dei lavori dei ragazzi dell’Istituto Rosmini- Giovanni XXIII sono state visionate dal pubblico presente .
Pertanto la giuria affidata a persone esperte , ha esaminato i lavori presentati ritenendo accentrati nel tema del concorso :
“ Giovanni Palatucci “ Servo di Dio e Giusto fra le Nazioni “ Il Questore Buono “ Sacrificarsi a 36 anni per salvare 5000 Ebrei “ Martire per il prossimo
Per ricordare Il Servo di Dio, Giusto fra le Nazioni e Medaglia d’oro al Merito Civile, Giovanni Palatucci ( Questore reggente la Questura di Fiume ) morto il 10 Febbraio 1945 a solo 36 anni nel campo di concentramento di Dachau in Germania.
La vincitrice è risultata
I° Classificata della XII Borsa di Studio Giovanni Palatucci
Maria Paola Vona della Terza C della Scuola Anna Frank
Alla vincitrice assegnataria della XII Borsa di Studio Giovanni Palatucci sarà consegnato il 31 Maggio 2026 un assegno di euro 250,00 ( Una tantum) ) inoltre nella giornata odierna è stata consegnata una Targa Ricordo offerta del Maestro Cav. Michele Affidato ed un Attestazione di Benemerenza.
Agli altri studenti partecipanti un’Attestazione di partecipazione e ringraziamenti.
Crotone 27 Gennaio 2026
Cordialmente
Associazione Amici di Crotone

di Giovanni Palatucci
La segreteria

“Tutto l’oro del mondo.” - a cura di Roberto Bosco

Redazione 01 Febbraio 2026

Tutto loro del mondo San Salvatore MontellaNel maggio del 1779, secondo la tradizione popolare, si racconta di un miracolo avvenuto sul monte Sovero a Montella, dove oggi sorge il Santuario del Santissimo Salvatore: il miracolo dell’acqua. - Cosa accadde e perché proprio in quel luogo?
- È possibile ricostruire i fatti restando fedeli alle fonti storiche ufficiali?

Tutto loro del mondo San Salvatore Montella 002

Verso la fine del settecento Montella era un piccolo paese montano, immerso nei boschi dell’Irpinia, con meno di 4.000 abitanti, una comunità da sempre provata e spesso depredata dalle diverse dominazioni succedutesi nei secoli.

A Napoli regnava Ferdinando IV di Borbone, proclamato re di Napoli già all’età di 8 anni nel 1759, quando suo padre Carlo di Borbone dovette abbandonare il trono napoletano per salire al trono di Spagna; essendo Ferdinando minorenne, il potere fu affidato a un consiglio di reggenza fino al raggiungimento della maggiore età del re.

Tutto loro del mondo San Salvatore Montella 003

Dal 1778 il re Ferdinando IV, allora ventisettenne, si trovò ad affrontare una serie di eventi sconvolgenti, destinati a cambiarlo nel profondo e a scuotere il regno.

Nel 1778 a Napoli scoppiò un’epidemia di vaiolo che, nel dicembre dello stesso anno, causò la morte del primogenito del sovrano. Tra il 1778 e il 1785, la famiglia reale visse un periodo familiare drammatico: dei nove figli maschi del re, otto morirono in età giovanissima, lasciando un segno doloroso nella vita del sovrano.

Inoltre, in quegli anni il regno di Napoli, in quanto dominio borbonico, iniziava ad essere coinvolto indirettamente sul piano economico e logistico nelle tensioni legate alla Guerra d’indipendenza americana, le cui ripercussioni si facevano sentire in tutta Europa.

Ma non furono soltanto le questioni sanitarie e internazionali a segnare quel periodo: a partire dalla fine del 1778 ebbe infatti inizio una delle più gravi crisi di siccità, che provocò carestie con pesanti ripercussioni quasi universali, dalla Spagna fino alle coste del Mar Nero. In Spagna si registrarono sei mesi senza piogge, in Dalmazia otto e nel Lazio addirittura dieci mesi. I maggiori fiumi, come il Po, erano così in secca da poter essere guadati a cavallo; a Venezia le lagune risultavano completamente scoperte e quasi tutti i canali asciutti. A causa di tale siccità, come riportano le cronache dell’epoca, si verificarono vasti incendi che devastarono ampie aree territoriali per mesi, senza interruzione. In Italia meridionale si sperimentò una delle più drastiche riduzioni della produzione agricola: le aree più colpite furono il Tavoliere delle Puglie, la Basilicata e la piana di Caserta; mentre sull’Appennino, le precipitazioni non mancarono del tutto, sebbene risultassero estremamente scarse.

Alla fine del mese di maggio del 1779, sul Monte Sovero, dove attualmente sorge il Santuario del Santissimo Salvatore, la popolazione gridò al miracolo e da quel momento, nell’area del Comune di Montella, la siccità terminò e il prodigio fece accrescere il numero di fedeli che si recavano sul monte per rendere grazia per la fine della carestia.

Tuttavia, ovunque la situazione rimase drammatica.

Infatti, la siccità continuò, tanto che a partire dal mese di luglio del 1779 si registrarono estesi fenomeni di autocombustione che devastarono quasi completamente i raccolti in Puglia e in Basilicata, causando la perdita di gran parte delle produzioni agricole.

A rendere la situazione ancora più drammatica, un altro evento inaspettato scosse il regno di Napoli: dal 19 luglio al 15 agosto del 1779, il Vesuvio registrò una intensa attività eruttiva, con esplosioni ed emissioni di cenere e fontane di lava che raggiunsero oltre quattro km di altezza.

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Nel frattempo, la siccità continuò per tutto l’inverno del 1779 e anche per l’intero anno successivo, il 1780, aggravando ulteriormente la crisi agricola e alimentare.

L’Italia meridionale tra il 1778 e il 1780 viveva un periodo di catastrofe su catastrofe!

Le risorse militari ed economiche destinate alla Guerra d’indipendenza americana, unite a una prolungata siccità che causò gravi perdite dei raccolti, difficoltà e un aumento dei prezzi, alimentarono il malcontento della popolazione. A ciò si aggiunse l’epidemia di vaiolo che colpì Napoli, provocando numerose vittime e diffusi disagi; inoltre, le colonne di cenere e di lava del Vesuvio che si abbatterono sull’area circumvesuviana, interessando zone abitate e coltivate, causarono un’ulteriore distruzione di raccolti già indeboliti dalla siccità, danni materiali e una paura diffusa tra la popolazione, contribuendo allo scoppio di rivolte popolari, note come rivolte del pane.

La via del grano, che collegava il Tavoliere delle Puglie ai porti di Salerno attraverso la fondovalle del Sele, era spesso teatro di assalti da parte di cittadini affamati, con saccheggi ai danni di magazzini e convogli di grano destinati alla vendita e all’esportazione.

In quegli anni, presso la reggia di Versailles in Francia, regnava Maria Antonietta, moglie di Luigi XVI e cognata di re Ferdinando IV di Borbone. Re Luigi XVI è spesso descritto come un sovrano timido e riservato, mentre Maria Antonietta è storicamente nota per il suo stile di vita sfarzoso e per le elevate spese come regina. È proprio in questo periodo di carestie, limitazioni delle esportazioni delle risorse agricole dall’Italia meridionale, limitazioni di approvvigionamento del grano, malcontento e tensioni sociali che viene tradizionalmente collocato il celebre episodio a lei attribuito: alla frase “Il popolo ha fame”, la regina avrebbe risposto “Qu’ils mangent de la brioche” (“che mangino brioche”), espressione divenuta simbolo della distanza tra la corte e il popolo.

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Intanto, il popolo francese stava vivendo un forte periodo di cambiamento: il pensiero illuminista prendeva sempre più piede, facendo leva sul malcontento di un popolo affamato, situazione aggravata dalla siccità del 1779. Basti pensare che di lì a poco, precisamente nel 1789, vi fu la presa della Bastiglia, nel 1791 la regina Maria Antonietta fu arrestata e nel 1793 ghigliottinata.

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Maria Carolina d’Asburgo-Lorena, moglie di re Ferdinando IV e sorella di Maria Antonietta, inizialmente appoggiò le riforme ispirate all’Illuminismo; infatti, in questo contesto promosse la creazione di un borgo sperimentale fondato su ideali di società “perfetta” e razionale, il Borgo di San Leucio presso Caserta. Tuttavia, in seguito alle rivolte scoppiate in Francia e vista la situazione di pericolo della sorella Maria Antonietta, la regina prese progressivamente le distanze dall’Illuminismo politico, poiché tali riforme miravano a ridimensionare il potere assoluto dei monarchi.

In un clima storico ormai ingestibile, tra le grandi rivoluzioni e le gravi crisi alimentari, Ferdinando IV di Borbone re di Napoli, profondamente preoccupato per le sorti di un regno segnato, fu chiamato ad assumere decisioni cruciali per contenere le rivolte.

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Il re dopo aver preso le distanze dall’Illuminismo, rafforzò il legame tra monarchia e Chiesa, usando anche restauri e valorizzazione di complessi religiosi come strumento politico e ideologico. Sostenne e favorì il restauro e la valorizzazione di chiese e abbazie, soprattutto in Irpinia, come quelle dell’area di Morra De Sanctis, Sant’Angelo dei Lombardi, Abbazia del Goleto e Abbazia di Montevergine. Tutte opere strategiche e simboliche: canalizzare il malcontento popolare, rafforzare l’ordine tradizionale e contrastare la diffusione delle idee illuministiche e rivoluzionarie, nonché potenziare il controllo della via interna del grano in Irpinia.

Il Comune di Montella, all’epoca come oggi, vantava un vasto patrimonio artistico e religioso: oltre quindici chiese, la collegiata in piazza di Santa Maria del Piano, il convento di San Francesco a Folloni, la chiesa sul monte dedicata alla Madonna delle Nevi e il convento dei Francescani, anch’esso situato sul monte. Dunque, non vi era, per Montella, una reale necessità di ulteriori interventi o ampliamenti per la costruzione di nuovi santuari o chiese.

 

Eppure, il re intraprese una decisione del tutto inaspettata.

È facile immaginare lo stupore dei generali e dei funzionari di corte quando il sovrano annunciò la volontà di trasformare in un Santuario, una cappellina diroccata sulla cima d'un monte, in un piccolo paese dell’Irpinia, ovvero a Montella.

Scelta formalizzata con la bolla reale del 1780.

Cosa mai avrà spinto il re a intraprendere, per una comunità così piccola e isolata, un’opera imponente a circa 1000 metri di quota, in una zona priva di strade di accesso, senza particolari mezzi meccanici, senza acqua corrente, in un paesino già ricco di chiese, e dove gli interventi erano possibili solo in limitati periodi dell’anno? Come mai proprio in quel luogo la siccità sembrava terminata, mentre ovunque la situazione era drammatica e indomabile?

Il re era stato rincuorato dall’accaduto nel Comune di Montella: vi era stato un segno, quando tutto sembrava perduto, ecco un segno: “Dio non abbandonava il regno!”

C’è da dire che il sovrano aveva vissuto momenti felici nelle nostre terre, ci tornava per la caccia, ma nell'inverno tra il 1779 e il 1780 era affranto, preoccupato, quella gioia sperimentata tra i nostri sentieri, nei boschi, tra i faggeti, a cavallo del suo persano, rischiava di spegnersi, svanire.

C’è da immaginarsi il re che, di ritorno dalle battute di caccia tra Montella e Laceno, decida di fermarsi a visitare e perché no, a pregare in quella piccola cappellina sul monte Sovero. Una cappellina diroccata, dall’apparenza insignificante, ma capace di suscitare in lui un interesse profondo. Su quella vetta il sovrano probabilmente sperimentò una pace interiore indescrivibile, una serenità che “tutto l’oro del mondo” non avrebbe potuto donargli. Un sussulto, una gioia così intensa lo avvolsero al punto che, in un momento storico di profonda crisi, egli decise di investire somme colossali, per una comunità così esigua, nella costruzione di un santuario in onore di Gesù fanciullo, che certamente, in quei frangenti così difficili, lo rinfrancò nel profondo dell’animo.

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La presenza, in quella cappellina, di una statuetta in onore di Gesù fanciullo con il mondo in una mano simbolo di un potere affidato e accettato con fiducia, fragilità e innocenza è segno di un’autorità che non nasce dalla forza. Questo elemento potrebbe aver assunto anche un significato personale per re Ferdinando IV, salito al trono nella fanciullezza.

In un periodo di profonda crisi, la cappellina diroccata di Montella rappresentava simbolicamente, per il re, uno Stato fragile, ma ancora redimibile.

L’edificazione del Santuario del Santissimo Salvatore sulla cima del Monte Sovero, montagna conica piramidale dal profilo netto e simmetrico, assunta in antichità anche come marcatore visivo del ciclo solare, non rispondeva a criteri pratici, bensì a un forte valore simbolico di elevazione, visibilità e dominio spirituale del territorio. Essa si collocava, oltretutto, consapevolmente in controtendenza rispetto ai principi razionalistici e secolarizzanti dell’Illuminismo, valorizzando la cima come luogo di contatto tra cielo e terra e come sede di una devozione cattolica fondata non sul potere terreno, ma sull’umiltà e sull’obbedienza alla volontà divina.

Tutto loro del mondo San Salvatore Montella 009

La venerazione del Cristo, nella sua dimensione fanciulla, intesa come simbolo di purezza, sapienza e dominio spirituale, rappresentava una concezione del sacro profondamente alternativa alla logica del becero potere oppressivo.

Quella comunità così minuta e isolata, da secoli coltivava una così grande sapienza che non poteva più essere trascurata.

In rarissimi santuari al mondo si celebra con tale intensità Gesù fanciullo: si venera la figura di Gesù bambino, Gesù in croce, Gesù risorto, Gesù misericordioso, ma Gesù fanciullo con il mondo in una mano, posto su un alto monte dalla forma piramidale, rappresenta una devozione di straordinario valore teologico-dottrinale. Questa immagine era, peraltro, in totale contrapposizione ai riti pagani antichi: secondo la tradizione storica e le fonti medievali, infatti, sui monti Picentini e soprattutto sul Partenio, dove oggi sorge l’abbazia di Montevergine fondata da San Guglielmo, in età pagana si praticavano riti religiosi e magico-iniziatici. E proprio contro queste pratiche che San Guglielmo combatté con la sua opera di evangelizzazione, promuovendo il culto cristiano e la devozione mariana. Tali elementi non costituiscono leggende isolate, ma risultano coerenti con il contesto storico-religioso dell’Irpinia antica e riconducibili ai riti delle “primavere sacre” celebrate sugli alti monti dagli antichi popoli dei Sanniti e degli Irpini.

Nel 1780 c’era una crisi generalizzata, a corte imperava un’avidità insaziabile, e il sovrano decide comunque di far costruire, in un paesino di montagna lontano dalle lussuose corti, un’opera imponente.

Ebbene sì, l’opera si concretizzò, e ancora oggi possiamo contemplarne la meraviglia.

A mio modesto parere, questo fu il miracolo più importante del 1779: un miracolo morale, maturato nell’intimo del sovrano, capace di dar vita a un’opera degna di fede, in grado di segnare il proprio tempo e di attraversare i secoli. Il celebre detto «Non si muove foglia che Dio non voglia» si concretizzava davanti agli occhi della corte e a beneficio di quella piccola comunità cattolica montellese, che tanto aveva sofferto ma mai abbandonato la fede in Colui nel quale c’è salvezza.

I lavori di edificazione del Santuario proseguirono dal 1780 al 1789, anno in cui vi fu l'interruzione: nel 1789 morì il padre del sovrano ed il 14 luglio, dello stesso anno, ebbe inizio la presa della Bastiglia.

Noi Montellesi, e soprattutto grazie agli insegnamenti dei nostri avi, non abbiamo abbandonato l’opera, tutt’altro, abbiamo continuato con passione e devozione portando avanti l’edificazione del Santuario, e il seguito lo conosciamo, testimoniato dalla bellezza e dalla spiritualità che questo luogo trasmette.

Montella nel mio cuore di Angelo Moscariello

Redazione 26 Gennaio 2026

Angelo Moscariello 002Tante volte nel corso degli anni sono tornato nel ricordo o nel sogno a Montella. Ci andai da L’Aquila al seguito dei miei genitori nel 1957 da adolescente in visita agli zii paterni Salvatore e Gemma con un viaggio in treno lungo e avventuroso dalle aspre montagne abruzzesi fino al dolce paesaggio dell’Irpinia che mi sembrò un altro mondo   .Dopo non ci sono più stato se non nel ricordo, un ricordo che come una proustiana intermittenza del cuore mi è di recente riaffiorato in occasione del Festival Laceno d’oro svoltosi a dicembre dello scorso anno e da me seguito da remoto per ragioni professionali in quanto ancora attivo nel campo della critica cinematografica.

Angelo Moscariello 003Ecco quindi che ho rivissuto quell’esperienza e il luogo e le persone ad essa legati , eccomi tornato nella casa sita in via San Giovanni (se non ricordo male) in alto nel paese sottostante alle pendici del bosco di castagni e rivedo la grande cucina (che poi mi avrebbe ricordato l la cucina del castello di Fratta descritta da Ippolito Nievo nelle confessioni di un italiano ) ,eccomi in attesa di qualche dolce girare intorno al grande tavolo di marmo dove gli zii preparavano mostaccioli e roccocò da vendere al bar della piazza centrale gestito da una parente comune, eccomi nel grande orto dietro la casa a due passi dal castagneto ( i cui frutti avrei poi scoperto essere Doc e unici al mondo) in una sempre più audace esplorazione della zona limitrofa verso l’alto e verso il basso.

Angelo Moscariello 004

 E poi ancora la gita in calesse con zio Salvatore che mi fece visitare Avellino e conoscere altre persone della città a lui care e poi ancora ricordo la visita a casa di una amica con un mio compagno del posto dove fummo ricevuti in poltrona mentre le tre amiche della padron di casa erano sedute ai nostri piedi quasi fossimo dei sultani (o almeno così mi sembrò visto che a L’Aquila non mi era mai capitata una simile accoglienza ) . Molti anni dopo a metà circa degli anni ’90 Montella tornerà a riapparire in una circostanza radiofonica allorchè in un programma della Rai ci fu un intervento di Aurelio Fierro e poiché anche io ero collegato per altri motivi ci fecero interloquire e, saputo di me, Aurelio mi disse che era stato compagno di scuola di Mario Moscariello, cioè mio padre, con il quale aveva compiuto varie imprese da adolescenti creativi, mandolino compreso. Ma per quanto mi riguarda io già a metà anni ’60 collaborai con alcuni scritti sul cinema la rivista Cinemasud diretta da Camillo Marino, esperienza alla quale mi ha riportato con la mente il recente Festival del Laceno d’oro che ho seguito da remoto come una madeleine proustiana. Spero quando e se potrò di poter tornare a riveder Montella e i luoghi di cui ho ancora vivo le immagini, il sapore e l’odore nel ricordo.

Angelo Moscariello

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