Giovanni Palatucci beato nel ... Limbo di Antonio Palatucci

Antonio Palatucci 03Settantacinque anni fa precisamente il 10 febbraio 1945 - veniva trucidato nel campo di sterminio di Dachau in Germania, il funzionario di P.S. a Fiume Giovanni Palatucci, personaggio che pur avendo giocato un ruolo notevolissimo sul piano della pacifica con­ vivenza fra i popoli, non ancora ha ottenuto da parte degli storici del martrologio dell'Italia democratica, quel più rimarchevole riconoscimento che doverosamente gli spetta a tre quarti di secolo dal suo assassinio.

001 Giovanni PalatucciDegno di essere annoverato a pieno titolo fra i Padri della Patria libera e repubblicana, alfiere dell'uguaglianza dei diritti dell'Uomo senza pregiudizi di frontiere o di razza o di fede  egli proclamato Servo di Dio il 10 febbraio 2004, il giorno in cui se fosse vissuto avrebbe compiuto 95 anni, offrì in olocausto la sua esistenza quando non ancora ne aveva 36, ad un'età inferiore a quella in cui il boia fascista stroncò la vita di Giacomo Matteotti, dei fratelli Carlo e Nello Rosselli di Giovanni Amendola, Antonio Gramsci, don Giovanni Minzoni e tantissimi altri martiri.

Nato nel 1909 a Montella in Irpinia, da una delle famiglie più in vista per interessi culturali, Giovanni Palatucci fu fin da bambino indirizzato dai suoi congiunti all'amore per il prossimo particolare ascendente avevano in tal senso su di lui i tre zii paterni tutti Frati Minori Conventuali: Antonio , scrittore e "maestro provinciale", Alfonso  che in qualità di rettore dei conventi di Napoli e delle Puglie, aveva dato disposizioni ai confratelli perché svolgessero intensa opera assistenziale in favore degli Ebrei perseguitati dai nazifascisti ,, Giuseppe, che a Campagna (Salerno), dove era ve, scovo, aveva coraggiosamente istituito un campo di raccolta, da ogni parte della peni, sola, della gente d'Israele raminga e vessata.

E a Campagna, appunto, il giovane funzionario indirizzerà, presso lo zio presule, varie centinaia di Ebrei (e si trattò solo di una piccola parte rispetto al ben più cospicuo numero da lui sicuramente sottratto ai forni crematori hitleriani).

Portatosi dalla sua terra d'origine nella città di Torino, Giovanni Palatucci vi frequentò l'Università laureandosi in Giurisprudenza, non per fare l' vvocato - come pure volevano i suoi , bensi per accedere quale funzionario al servizio di Pubblica Si­curezza. Commissario presso la Questura di Fiume e responsabile dell'Ufficio Stranieri, avrebbe dovuto in ottemperanza alle leggi razziali del "regime" schedare arrestare e consegnare al supplizio gli Ebrei, per la sal­vaguardia della razza ariana.

002 Giovanni Palatucci

E invece il futuro Servo di Dio trasse in salvo, secondo le più attendibili fonti oltre cinquemila vite umane soltanto dal settem­bre del 1943 allo stesso mese dell'anno suc­cessivo (quando venne arrestato per dela­zione di un funzionario prono all'ideologia nazifascista), parte inviando al suddetto cen­tro di accoglienza allestito dallo zio vescovo parte spedendo in altre località con docu­menti e passaporti falsi, al cui rilascio prov­vedeva egli personalmente.

Il salvataggio degli Ebrei ad opera di Pala­tucci era, in verità, incominciato fin dal suo primo arrivo a Fiume quando egli non an­cora rivestiva cariche di rilievo: giunto, in­fatti, nella città giuliana all'inizio del 1938, nel marzo dell'anno successivo accolse 800 Israeliti, fuggiti su di un vapore greco, e in­ vece di consegnarli alla Gestapo, come ave­ va l'ordine di fare, li affidò alle premure di rilevanti personalità del mondo della Chie­sa: il che dimostra quanto sia difficile (e insieme riduttivo) nella carenza di docu­menti di cui disponiamo - determinare il numero complessivo delle persone salvate dall'eroico funzionario, numero che in ogni caso è nell'ordine di varie migliaia.

L'opera svolta in favore degli Ebrei rappresenta senz'altro l'aspetto più noto dell'attività di Palatucci, come attesta anche la dovizia dei ri­conoscimenti a lui tributati: la piantagione di 36 alberi, tanti quanti gli anni della sua vita -lungo una pittoresca strada di Ramat Gan (alle porte di Tel Aviv) a lui intitolata; l'intito­lazione di una foresta nella Giudea presso Gerusalemme; l'attribuzione di una medaglia d'oro da parte dell'Unione del­le Comunità Israelitiche d'Italia in occasione del decennale della

Liberazione e poi anco il conferimento del titolo onorifico di "Giusto fra le Nazioni", che rappresenta il massimo tributo elargibile da parte degli Ebrei ad un benemerito a livello mondiale; l'assegnazione, ad opera del Capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro, della Medaglia d'oro al Meri­to Civile alla Memoria; il conio di un medaglione ricordo con la stampigliatura del volto dell'Eroe (a non contare, perché in­numerevoli, l'intitolazione al Servo di Dio di strade, istituti scolastici, circoli culturali, caserme, scuole di polizia e quant'altro, nelle località più disparate della nostra Nazione).

Ma l'opera dell'intrepido funzionario  che oltre agli Ebrei salvò anche un grandissimo numero di Slavi e perseguitati politici spazia in altre e sicuramente più prestigio­ se e notevoli ancorché meno conosciute direzioni verso le quali sarebbe finalmente il caso di condurre una più puntuale inda­gine storica visto che a distanza di settantacinque anni dal crimine nazista, molto ancora rimane da acclarare sulla posizione che nei confronti dei servi di Hitler andava assumendo la Questura di Fiume, rappre­sentata ormai da Giovanni Palatucci che, in seguito alla fuga a Roma del titolare Tommaselli, prono al nefasto regime, ne era di­ventato il massimo responsabile.

Dopo 1'8 settembre 1943 la situazione in Italia precipitava con drammatica rapidità. Liberato, ad opera dei paracadutisti tede­schi dall'albergo-prigione del Gran Sasso (12 settembre 1943), Mussolini fondò la RSI, inglobandovi anche il territorio di Fiume che i nazisti avevano provveduto a "liberare" dalle forze armate fedeli a Bado­glio e alla monarchia.

Il 1° ottobre venne costituito - con capita­le Trieste e con l'inclusione di varie città fra le quali Udine Gorizia, Pola e Fiume  l'Adriatisches Kusterland ("Costiera Adriatica"), vera e propria "appendice" del Reich tedesco. In tale frangente, mentre venivano allestiti campi per lo sterminio degli Ebrei (famigerato il lager della "Risiera" a San Sabba, in Trieste, dove vennero cremate migliaia di vittime), il titolare della Questu­ra di Fiume, come dinanzi detto, nell'incertezza degli eventi e della linea da seguire, si metteva al riparo a Roma, la­sciando ogni responsabilità a Palatucci.

Questi, quand'anche non avesse voluto fuggire pure lui, avrebbe potuto come gli suggerivano molti dei suoi colleghi - accon­discendere alla politica nazifascista e "perfe­zionare" la "sudditanza" di Fiume al Reich: e invece concepì l'ardimentoso disegno di sottrarre al Fuhrer l'Adriatisches Kusterland, rendendosi campione e martire del riscatto di tali terre.

Fiancheggiatore e sostenitore quindi del Movimento di Liberazione Nazionale  se non proprio organicamente inserito in esso col nome di battaglia "dott. Danieli", come pure ammette qualche fonte che troppo sbrigativamente viene ritenuta poco attendi­bile - l'alacre funzionario di Polizia, all'inter­no della struttura di cui ormai era diventato il vertice, ebbe modo di conoscere con anticipo tutte le mosse dei nemici dell'umanità, di intercettare e falsificare documenti, di de­pistare indagini e far cadere sospetti, di indebolire e sabotare il potere miliziano, re­pubblichino e nazista. Organizzata la sua Questura come una cellula clandestina di ita­lianità, il "dott. Danieli", come oggi lo si de­nomina, lavorava febbrilmente, stringeva rapporti sempre più ampi e più intensi con gli antifascisti, contattando personaggi di spicco della Resistenza, portandosi da una località all'altra senza sosta e senza tregua.

E, a proposito dei suoi spostamenti, rite­niamo doveroso arrecare una nostra attesta­zione in merito ad un avvenimento del qua­le nessuno finora ha mai avuto contezza e che invece, secondo noi, assume una note­vole importanza ai fini di una più completa delineazione del quadro delle molteplici e complicate attività del Servo di Dio.

All'epoca dei fatti in questione, nel Con­vento dei Frati Minori di Friburgo (Svizzera) riscuoteva un'alta considerazione la figura di Padre Luigi Santoro, pure lui montellese Palatucci per parte di madre e cugino di se­condo grado di Giovanni.

Egli, docente di discipline filosofiche e umanistiche, teologo, poliglotta e autore di numerosi saggi di rilievo, rientrato poi in Italia, diede impulso, nella Basilica di Santa Croce a Firenze, al periodico Città di Vita che, attivo da oltre settant'anni, si pubblica ancora ai nostri giorni.

Inviato successivamente a Mantella dai vertici del suo Ordine, istituì, negli anni Cinquanta del secolo scorso, un biennio ginnasiale nella Basilica (allora "Convento") di San Francesco a Folloni, assolvendovi il duplice ruolo di docente e dirigente.

003 Giovanni Palatucci

Chi detta queste note, allievo, appunto, di tale istituto, ebbe il privilegio di apprendere - insieme a una nipote di Padre Luigi (la quale attualmente vive negli U.SA, a Norristown) - che Giovanni Palatucci si era re­cato da lui a Friburgo, "due o tre volte" a fargli visita. Chi ha avuto l'onore di conoscere Padre Santoro, sa quanto egli fosse schivo, riservato, alieno da iattanze e protagonismi di sorta. in quel tempo, era il 1953, conosceva solo di nome il "poliziotto morto in un campo di sterminio in Germania" (come si diceva in famiglia): pertanto non diede peso alla rile­vante confidenza. A distanza, però, di tanti decenni e alla luce di tanti accadimenti e                 documenti, quello che era un particolare dato quasi en passant assume un ben diverso rilievo, che dovrebbe indurre biografi ed esegeti a più attente e più complete valutazioni e con­clusioni.

La prima domanda che, al riguardo, ci si dovrebbe porre è questa: per quale ragione Palatucci, in un momento cosi critico, si re­cava da Fiume a Friburgo, spostandosi di oltre 800 chilometri? Non certo per fare una visita "disinteressata"; non certo per parlare del più e del meno col cugino ...

La Svizzera, evidentemente, doveva essere sentita come una casa " propria " , come una casa sicura, dall'eroico funzionario di Poli­zia, il quale proprio verso la frontiera elveti­ca indirizzerà molti Ebrei da porre in salvo, e tra essi quella Mika Eisler per la quale, a ragione o a torto, forse più a torto che a ra­gione, alcuni ipotizzano che egli avesse del tenero tutto particolare.

Tali, invero, essendo gli eventi e le circo­ stanze, non è forse più che legittimo supporre che Padre Santoro, scomparso prema­turamente nel 1958, abbia fornito a Pala­tucci un valido sostegno nell'utilizzo del "canale svizzero", come lo si potrebbe defi­nire, al fine di salvare vite umane?

O qualcuno è in grado di dare una spiega­ zione diversa?

Intanto l'opera del coraggioso responsabi­le dell'Ufficio Stranieri si faceva sempre più intensa. Egli, assieme ad altri patrioti, tra cui l'ing. Giovanni Rubini, elaborò un Pia­ no per Io Stato Libero di Fiume, che avrebbe dovuto essere recapitato agli Alleati e che prevedeva, nell'ipotesi ormai concreta di una vittoria di questi ultimi, la creazione di un piccolo Stato-cuscinetto tra l'Italia e la ex-Jugoslavia, quello di Fiume appunto, li­bero e sovrano.

Ma Palatucci si lasciò tradire da un eccesso di entusiasmo, e peccò d'ingenuità: trascu­rando di essere circondato da gente infida, portò nel suo ufficio una copia del Piano che era stato stilato proprio in casa Rubini, fa­cendosi così cogliere con le mani nel sacco.

Denunciato da un commissario suo di­pendente, venne arrestato da un capitano delle "SS" all'alba del 13 settembre 1944 e immediatamente tradotto a Trieste.􀔨 dì qui.

004 Giovanni Palatucci

dopo poche settimane. di prigionia - fu spedito nel campo di concentramento di Dachau, presso Monaco di Baviera, dove subì il martirio a causa delle massime "colpe-" della sua vita: l’abnegazione per il prossimo e l'attaccamento alla Patria.

Tale, dunque fu la fine terrena di uno dei più nobili fautori della libertà, di ,un intrepido assertore della parità dei diritti umani: es.­ sete gettato. ammalato, e ancora vivo, .in una fossa comune, tra caterve di corpi umani in decomposizione, a ridosso di un campo di sterminio tedesco, cosa che avvenne come ricordato all'iniziò, il 10 febbraio 1945.

Ha questo punto è opportuno e doveroso per il riguardo che menta l’olocausto del Servo di Dio, fare due considerazioni, pur se possono suonare amare relative la prima agli onori tributati all’eroico martire la seconda alla causa per la sua canonizzazione.

Per quanto concerne i riconoscimenti riscossi dal coraggioso funzionario di Pubblica Sicurezza va rilevata quella che è una innegabile indolenza, una colpevole neghittosità, una biasimevole infingardaggine dello Stato italiano;· è veto, infatti che a "Palatucci, come detto prima, venne conferita la Medaglia d’oro al Mento Civile alla Memoria dal Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro: ma questo si verificò solo nel 1995; ossia cinquant’anni tondi tondi dal martirio del giovane patriota, mentre a questi, già un quarantennio prima,. e cioè nel 1955, lo Staro, d'Israele aveva. tributato, come riferito sopra numerose onorificenze: quali l’intitolazione di una foresta nei pressi di. Gerusalemme e l'assegnazione di una Medaglia d'oro, sempre in tale anno a cura dell'Unione delle Comunità Israelitiche presenti in .Italia; per non ricordare che anche la piantagione dei 36 alberi lungo un viale di Ramat Gan , nei pressi di Tel Aviv, risale addirittura al 1953 e anche il sommo dei titoli onorifici qual è quello di Giusto fra le .Nazioni􀊮, fu conferito a Palatucci nel 1990, ossia cinque anni prima ma che l'Italia concedesse la suddetta Medaglia al Merito Civile. E’ quindi al riguardo; proprio il caso di dire; che: nemo propheta in patria 'così a Roma come in .altre località italiane, com presa Montella, che al suo eroico figlio si limitò ad intitolare, negli anni cinquanta del secolo scorso􀑮 un "Circolo sociale" e l' edificio scolastico del rione Fontana (recentemente abbattuto); solo molto tempo dopo, quasi per fare ammenda della sua disattenzione nei confronti dell’illustre personaggio,. e comunque a rimorchio dei ben più rilevanti riconoscimenti da parte di svariate comunità italiane: 􀔍 estere, ·il paese natio intitolerà al martire una piazza nel 1997 e, molto più recentemente, un istituto scolastico statale comprensivo.

E questo è quanto, per quel che attiene agli "onori civili" resi al martire.

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Venendo, poi, alla seconda considerazio­ne di cui poc'anzi, va sottolineato che ana­logo, anzi, se possibile, ancora più inespli­cabile si rivela lo status del processo di Bea­tificazione del martire, la cui apertura risale al 9 ottobre 2002, dietro Editto del Vicaria­to di Roma emanato in data 21 marzo 2000, ossia giusto venti anni fa, una genera­zione a tutt'oggi... La chiusura della fase diocesana di tale processo venne, come ricordato all'inizio, il 10 febbraio 2004, quando il proclamato "Servo di Dio" Gio­vanni Palatucci era già stato annoverato tra i martiri del ventesimo secolo, ormai da circa un lustro, da Papa Giovanni Paolo II in oc­casione della cerimonia ecumenica giubilare (7 maggio 2000).

In meno di quatto anni, quindi, quanto tempo intercorre dal maggio del 2000 al febbraio del 2004, l'eroico funzionario di Pubblica Sicurezza ottenne la qualifica di martire da Papa Wojtyla, superò l’esame" su tutta la sua esistenza, venne proclamato Servo di Dio.

Poi l'empasse, lo stallo che per­dura da sedici anni, quasi che la navicella del processo di Beatifi­cazione sia rimasta incagliata nel­le secche di chissà quale bonac­cia. È vero che i tempi di Dio non sono i tempi degli uomini: ma è pur lecito interrogarci sulle ragioni del prolungato "silenzio" in merito.

Fra le cause dell'immobilismo si vanno facendo varie (e talvolta fantasiose) congetture, quali la tessera del PNF di Palatucci o le sue relazioni sentimentali o il mi­racolo ancora di là da venire. Quanto alla tessera fascista, si sa che questa, durante il regime nero, era obbligatoria per chi volesse acce­dere ad un impiego e non vivere di scrocco o di rendita; circa la vita sentimentale, è ri­saputo che per un laico, qual era il Servo di Dio, il voto di castità non è previsto ora e non lo era neppure al tempo di santa Monica, madre di sant'Agostino.

Il miracolo, infine? Ma questo dall'epoca della "guarigione inesplicabile" che si legge nella cartella clinica di un am­malato cui, prima dell'intervento operato no, era " scomparso " il cancro al rene mentre egli per devozione si aggrappava all'immaginetta di Giovanni Palatucci - questo, dicevamo, è un fatto acclarato e conclamato fin dal 2013 ...

Che forse una risposta sullo status attuale del processo di Beatificazione in parola ce la possono fornire direttamente gli organi su­premi del Vaticano? Per il momento non ci resta che attendere.

Antonio Palatucci