Quando ho scritto questo articolo non ero a conoscenza di un lavoro simile pubblicato dall'amico Nino Tiretta su Montella.eu.
Ho deciso comunque di pubblicarlo sia perché il mio abbraccia un argomento molto più settoriale e ristretto del suo, sia per aggiungere qualcosa di nuovo a quanto già edito.
La ricostruzione post-sismica ci ha consegnato abitazioni più sicure, più comode, più igieniche, ma non più belle di quelle precedenti.
Nel corso di progettazione, una smania sfrenata del nuovo ed altri motivi hanno prevalso su una più oculata e razionale opera ricostruttiva che non cancellasse del tutto le tracce del passato. E così durante gli abbattimenti delle case sono andati perduti alcuni superbi portali in pietra, imponenti scale anch'esse in pietra, ringhiere finemente lavorate, finestre ad oculo, pensiline di balconi sostenute da particolari pietre sporgenti murate (gattoni), cornicioni di tetti alla romana, il tutto sostituito da fredde lastre di marmo, di granito, di travertino, di pietra di Trani e di breccia irpina, tutte ugualmente squadrate.
Ho girato per le vie del paese soprattutto Nei rioni “alti” alla ricerca di elementi architettonici sopravvissuti alla modernità che potessero rappresentare tracce di una vita passata e che potessero parlarmi di storie dimenticate.
Mi sono fermato di fronte ad una vecchia cisterna in un vicolo stretto di via Sott.te Carlo Ragone, alla quale faceva compagnia una gatta solitaria. Tutt'intorno un silenzio grigio e una irreale solitudine.
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È stato in quel momento che ho deciso di limitare il mio interesse ad una ricognizione il più possibile esauriente delle varie cisterne che sono sfuggite alla follia degli uomini.
Fino ad allora non potevo immaginare che, in un tempo neanche tanto lontano, prima che nel 1939 fosse ultimato l'acquedotto Alto Calore, le cisterne a Montella fossero numerosissime, decine e decine e anche centinaia, e rispondevano al fabbisogno idrico di persone, animali e piante.
Ad onor del vero prima di tale acquedotto già esisteva un canale coperto voluto dal sindaco S. Capone e realizzato poi da amministratori successivi a fine Ottocento, che partiva dalla sommità della cascata presso il Ponte del Fascio e arrivava in paese snodandosi lungo la S.S. 164. Grazie a tale canale le zone a valle di via M.lo Cianciulli e di piazza Bartoli disponevano di acqua quasi potabile che scorreva per caduta naturale (dico quasi potabile perché la captazione non era avvenuta alla sorgente ma qualche chilometro più a valle). Per tale ragione, in questa parte “bassa” del paese, pozzi e cisterne per uso potabile furono dismesse almeno 40 anni prima rispetto alla parte “alta”. Erano state costruite infatti fontane pubbliche. Io ne ricordo alcune: quella a largo Piediserra, quella di fronte alla vecchia caserma dei Carabinieri e vagamente quella all'inizio di via Michelangelo Cianciulli, ma ce n'erano certamente altre.
Le prime due non erano belle, né monumentali, ma costituivano il punto di incontro di un rione intero dove si riempiva acqua potabile, si abbeveravano gli animali, si faceva il bucato e si socializzava. Sono state spazzate via sciaguratamente negli anni Sessanta/Settanta dalla modernità. Meglio sarebbe stato restaurare opportunamente magari solo quella a Largo dell'Ospizio che avrebbe costituito fonte d'acqua potabile per i passanti e insieme fonte di storia locale. Della terza è rimasto solo il nome preso in prestito da una gelateria sorta nelle sue vicinanze.
Torniamo alle cisterne. C'erano quelle private appartenenti ad una sola famiglia per lo più agiata o benestante su cui nessun altra vantava diritti. Se mai i proprietari concedevano a mezzadri e coloni o anche ad estranei, solo per liberalità, la possibilità di attingere acqua.
Ma ce n'erano tante altre sulle quali vantavano diritti (lo iusso) di attingere l'acqua molte famiglie che magari condividevano lo stesso viottolo di accesso all'abitazione, o lo stesso portone d'ingresso, o lo stesso piccolo corridoio (la passàta) su cui si affacciavano più proprietari, o lo stesso cortile dove per la maggior parte dei casi era situata la cisterna.
Com'era possibile che tante famiglie vantassero il diritto di servirsi di una cisterna situata in un locale non di loro proprietà?
Si trattava comunque di famiglie che abitavano nello stesso caseggiato, o in case contigue che magari un tempo erano state di un unico proprietario. In seguito a divisione o vendita, chi ereditava o comprava una parte dell'abitazione acquisiva anche i diritti connessi ad essa.
Legati a questi diritti vi erano usi e consuetudini tacitamente accettate dai condomini che tuttavia davano spesso luogo a incomprensioni, litigi, dispetti e ripicche. Esistevano infatti dei vincoli e degli obblighi: uno degli obblighi del proprietario del locale che dava adito a controversi era quello di dover lasciare aperta la porta di accesso fino a tarda ora in tutte le stagioni, con la pioggia, col vento, con la neve e col freddo.
Altro obbligo era quello di tenere libero il locale da ogni deposito di materiale che potesse costituire impedimento all'esercizio del diritto. Si creavano situazioni incresciose.
Mi racconta un tale di una situazione simile da lui vissuta.
Infatti in un locale seminterrato della sua casa c'era una cisterna che lui però già dai primi anni '50 ricordava sempre vuota, triste e solitaria. Dal cortile era visibile ancora un resto di grondaia che la aveva alimentata di acqua piovana.
Diverse famiglie del caseggiato avevano vantato il diritto di attingere acqua raggiungendo la cisterna attraverso vari cortili posteriori al fabbricato intercomunicanti. Non era certamente in discussione il diritto acquisito per consuetudine trattandosi dell'approvvigionamento di un bene primario come l'acqua potabile tutelato dalla legge.
La cosa strana e fastidiosa era che tale diritto lo vantassero anche quando per le vie e nelle case era da tempo arrivata l'acqua potabile. La porta del locale continuava però a dover stare sempre aperta e ogni sera suo padre era costretto a chiuderla (pe' la varra) perché i furti erano all'ordine.........della notte. Inoltre non era permesso di occupare il vano di proprietà in cui c'era la cisterna con legna, frasche, fieno, paglia né di farci ammasonare le galline.
Con la ricostruzione post-sismica tutte le controversie si appianarono, e la cisterna pure, riempita di calcinacci. Si rinunciò finalmente ad ogni diritto, prima anacronisticamente accampato pur avendo acqua potabile in casa.
Quasi tutte le cisterne utilizzate in condominio, con la ricostruzione ebbero lo stesso destino, ed oggi risultano interrate, eccetto qualcuna che continua ad essere utilizzata come serbatoio d'acqua per l'irrigazione degli orti.
Queste cisterne erano costituite da un vanoserbatoio sotterraneo e da un anello esterno non necessariamente circolare come parapetto; erano alimentate da acqua piovana mediante grondaie discendenti dai tetti.
L'acqua non era potabile anche se era consuetudine lasciarci vivere dentro delle anguille che dovevano fare opera di depurazione cibandosi di alghe e di impurità varie. Anche se fino ad un secolo fa l'atmosfera non era inquinata come oggi, comunque l'acqua piovana, che di per sé dovrebbe essere pura anche se povera di sali minerali utili, nella sua caduta incontrava sostanze inquinanti e tossiche, due delle quali l'anidride solforica e quella nitrica che, reagendo con l'acqua, formavano acido solforico e acido nitrico responsabili delle piogge acide.
Per tale motivo l'acqua piovana era utilizzabile per le faccende domestiche, per l'abbeveraggio degli animali, per l'irrigazione, ma quanto a berla era un azzardo perché si trattava comunque di acqua stagnante. Non era raro che in alcune zone “basse” del paese l’acqua affiorasse dal suolo a pochi metri di profondità.
In quel caso bastava scavare pochi metri e si ricavava un pozzo che assicurava acqua sorgiva più potabile di quella delle cisterne.
Racconta un signore che abitava nel rione Garzano che nel suo cortile, ancora negli anni 50 c’era un pozzo alimentato da una falda acquifera perenne dal quale tutti i condòmini e anche altra gente del vicinato attingevano acqua di sorgente. Nei periodi di troppo pieno, l'acqua esondava, ma veniva fatta scorrere in una canaletta ricavata sul pavimento tra le fughe dei basoli e condotta fuori nelle cunette. Altri tempi!!! L'acqua potabile ti scorreva sotto i piedi!
Questo pozzo non era l'unico nel rione di Garzano, zona che per ragioni geomorfologiche e tettoniche è ricca di acqua sotterranea.
A proposito di approvvigionamento idrico e di pozzi, ce n'era uno particolare rimasto nella memoria collettiva dei Montellesi “lo puzzo re San Zumióne” che ha dato il nome anche al microtoponimo del luogo in cui era situato. Per la verità il microtoponimo Lo Puzzo era usato anche per indicare un cortile di via S. Silvestro e un breve tratto di via G. Capone presso il Campo sportivo.
Il pozzo in oggetto si trovava all'incrocio di via S. Simeone con via Serra Padulana, era alimentato da una copiosa falda acquifera ed era comunale. Esso era sotto un arco con soffitto a lamia facente parte del fabbricato attiguo, arco che serviva da riparo sia al pozzo, che alla gente in attesa del proprio turno.
Fu interrato dopo il secondo conflitto mondiale sia per allargare la strada sia perché nel frattempo era stato ultimato l'acquedotto Alto Calore per cui tutti i rioni erano stati dotati di una o più fontane in ghisa; da alcuni anni queste sono state eliminate del tutto frettolosamente. Ne è rimasta qualcuna nelle campagne periferiche, ma solo quella presso la croce di S. Francesco ne ricorda la forma.
Ma torniamo alle cisterne. Non è il caso di presentarle tutte, perciò se ne farà una scelta tra quelle che presentano qualche tratto particolare, quelle alle quali è stato possibile e permesso l'accesso.
Al casale Cisterna, nell'abitazione del signor Felice Chiaradonna, c'è una cisterna che è rimasta allo stato di quand'era in uso. La casa è stata parzialmente riparata a livello di copertura, ma i locali a piano terra e seminterrati non sono stati ricostruiti. Essendo al di sotto del livello dell’orto e non avendo sfiati per il troppo pieno, aveva la parte finale della grondaia girevole per cui l'acqua piovana finiva nella cisterna solo se era necessaria, altrimenti scorreva nell'orto.
La cisterna è in un ambiente che non ha nulla da invidiare ad una sezione di museo della civiltà contadina. Infatti le fanno compagnia, in locali attigui botti enormi, tini giganteschi, torchi, un lavatoio in pietra monoblocco, scale a pioli, panieri, arnesi agricoli vari, un graniere tutto particolare progenitore delle “cannacàmbere” e un ricovero per l’asino che, più che una stalla, sembra una grotta.
È volontà del proprietario di dare una sistemazione all'intero ambiente, senza stravolgerne la peculiarità per conservare intatta l'atmosfera che vi si respira. Anche su questa cisterna c'era chi vantava il diritto di attingere acqua venendo da una casa completamente distante dal locale dove essa era, addirittura dal lato opposto della strada. E vi lascio immaginare i malumori, i capricci e i dispetti!!!
In via Serra, tra le varie cisterne interrate o nascoste, ne è rimasta una in bella vista. È nel cortile dell'abitazione degli eredi di Michele Barbone. La parte prospiciente la strada porta le iniziali G. C. del primo proprietario e la data del 1926. In quell'anno la casa era abitata dal sig. Carfagno Giuseppe cui corrispondono le iniziali citate, sposato con Palma Fierro morta nel 1953. Su quella cisterna nessuno vantava diritto di attingere acqua: era chiusa da alte inferriate.
Alla via Sott.te Carlo Ragone sono visibili, in quanto esterne, due cisterne, due autentici reperti-gioiello di un tempo che fu. La prima è all'inizio della via ed è ancora utilizzata dai condomini per l'irrigazione degli orti; la seconda è quasi alla fine della via in uno stretto vicolo, ed è interrata. Meriterebbero entrambe di essere restaurate, magari dopo essere state acquisite dal Comune.
La cisterna più in vista del paese è quella nel parco intitolato al Cap.le Bersagliere E. Caldarone al Largo Dottore Ferruccio Apicella già Largo dell'Ospizio. Prima del sisma del 1980 la cisterna aveva alle spalle la vecchia Caserma dei Carabinieri. La parte esterna ha forma ottagonale, la faccia prospiciente la strada porta incisa la data del 1779.
In quell'anno il fabbricato, da poco costruito, era abitato dai monaci conventuali minori di S. Francesco. La data non è casuale, ma quasi certamente collegata agli avvenimenti miracolosi di quell'anno legati alla venerazione del popolo montellese per il SS. Salvatore.
Al casale di S. Giovanni, all'angolo della casa che fu di M.lo Cianciulli, dove hanno abitato poi lungamente le suore di S. Giuseppe, c'era una cisterna coperta da un arco a lamia.
Essa era esterna al fabbricato ed era alimentata da acqua piovana. Un'altra cisterna stava nel cortile del fabbricato. Della prima non c'è più traccia, la seconda è ancora esistente. Quella esterna era al servizio di un intero casale, come se fosse pubblica.
Era impropriamente chiamata “puzzo re cimma” ( pozzo superiore) rispetto ad un altro pozzo che stava dove ora è il giardino dell'asilo infantile delle suore di S. Giuseppe, che invece era chiamato “puzzo re’mpieri” (pozzo inferiore). In realtà il primo era una cisterna ad acqua piovana, il secondo era un pozzo di acqua sorgiva.
Alla via Laurini, in un locale appartenente agli eredi di Giuseppe De Stefano (Zi' Peppo r'Angelóne), c'è una cisterna un tempo alimentata da acqua piovana. Non se ne vedono più le grondaie.
È in un angolo del casale un po' interno, ma molto popolato. Diverse famiglie vantavano il diritto di attingervi l'acqua. È sistemata sotto un arco a lamia dov'è infisso un gancio per attaccarvi la carrucola.
Durante il mio giro ho incontrato altre due cisterne, non interrate, una nel giardino di casa Abiosi utilizzata per uso irriguo, e una nel giardino della Fondazione Opera Pia S. e G. Capone. Di quest'ultima è singolare un aspetto. Essa è nella proprietà Capone, ma era alimentata dalle grondaie di casa Passaro situata al di là del muro di cinta del giardino. Il vano cisterna però, al di sotto del suolo, si estende anche nella proprietà Passaro per cui si poteva attingere acqua dall'una e dall'altra parte del muro. I Capone ci mettevano la cisterna, i Passaro l'acqua e se ne servivano entrambi. Un mutuo soccorso!!!
Posso anche porre termine alla mia ricerca.
Risulta ormai evidente che, fino agli inizi del ventesimo secolo, in queste nostre zone, nel progettare e realizzare una casa, era indispensabile prevedere una cisterna di raccolta dell'acqua piovana necessaria alle persone e ai loro numerosi animali domestici. Non avere una cisterna significava elemosinare acqua più necessaria del pane.
Mentre erano ancora in uso pozzi e cisterne, i Montellesi avevano comunque altre fonti di approvvigionamento idrico: c'erano infatti, ed alcune ci sono ancora, diverse piccole sorgenti di acqua potabile, alcune perenni altre stagionali, ai piedi di colline periferiche e di monti. Erano Chiamate "fondaniéddri" quello della Rotonda, quello del Mortale, quello del Salecunito, la fontana di “Peppo Milano” alle Mezzane, la Fontana r'Aùsto, lo puzzo re Lao e tanti altri, che dissetavano contadini, boscaioli e pastori. Una di queste piccole sorgenti è rimasta nella memoria degli anziani, quella dei Travettini.
Si trova presso il “Pónde re lo Chianiéddro” Sul fiume calore, a poco meno di un chilometro a monte della più famosa cascata della Madonnella, lungo il sentiero da poco tempo intitolato al compianto Carmine Palatucci, amante della nostra terra La sorgente dista dall'abitato 2,5 Km circa per cui si impiegava abbastanza tempo per andare e tornare.
Spesso da bambino ho sentito dagli adulti questa espressione di rimprovero Addo' si gghiùta a piglià l'acqua, a li Travettini?!
Il rimprovero era rivolto dai genitori alla loro figlia che, scesa in strada a riempire acqua con la “conca” alla fontana pubblica, aveva incontrato il fidanzato ed era rientrata più tardi del dovuto. Questa espressione rende bene l'idea della distanza della sorgente dall'abitato. Poiché di questi tempi la falda acquifera si è abbassata, la piccola sorgente è scesa di livello quasi a lambire l'acqua del fiume.
A conclusione di questo articolo mi preme fare una considerazione. Nel testo sono spesso ripetute espressioni e riferimenti che rimandano alla storia locale. Tutto questo perché la storia locale è quella che ci vede attori e protagonisti.
Affermava il grande storico francese Le Goff scomparso nel 2014, che la storia è quella che vediamo passare davanti agli occhi, fatta di avvenimenti che trasformano la vita quotidiana, molto più delle guerre e dei Re. La storia è storia sociale” Per l’argomento che ci riguarda, quale trasformazione della vita quotidiana più importante di quella che vide il nostro approvvigionamento idrico passare dalle cisterne ad acqua piovana, all'acquedotto di acqua di fonte? Una trasformazione che interessò la nostra igiene, la nostra salute, il nostro costume di vita, che ridusse la mortalità infantile ed aumentò il limite della nostra vita media.
Molte persone nate negli anni Trenta e ancora viventi hanno visto passare davanti ai loro occhi questa trasformazione, l'hanno vista entrare nelle loro case; inoltre i loro genitori sono stati attori protagonisti di questa storia avendo anche lavorato alla realizzazione dell'acquedotto. Per tale ragione ogni elemento che costituisca fonte e documento di questa storia va salvaguardato, non per una sterile nostalgia, ma per una piena e sana consapevolezza delle nostre origini.
Tullio Barbone per montella.eu









