A quelli che passano
sulla scena della vita
senza lasciare tracce
di Tullio Barbone
Piangeva Martino quella sera, con le mani aggrappate alla ringhiera del balcone della sagrestia e col viso rivolto alle stelle. Piangeva come non aveva pianto mai. Non era nato per piangere, lui, ma per correre, lavorare, prendere calci e ricevere insulti.
Nessuno su al rione se lo ricordava bambino, nessuno lo aveva avuto come compagno di giochi. Quando era uscito di casa le prime volte, già portava secchi d'acqua dal fontanile pubblico a casa, già girava per il mercato portando sotto il braccio un sacco da riempire di verze di scarto.
Era anche andato a scuola, ma, a dieci anni, mentre frequentava ancora la prima elementare, era stato ritirato senza aver imparato nulla.
Aveva il mento prominente e la fronte sfuggente; una barba ispida e rada gli incorniciava il viso incavato dalla miseria. Quando d'estate rasava i capelli a zero, diventavano più evidenti le sue orecchie a sventola e il suo naso adunco. Due folte sopracciglia nascondevano i suoi occhi piccoli e tondi, eternamente tristi. A vent'anni pareva già vecchio. Correva sempre Martino.
Correva per andare sulla “collina degli asparagi” pietrosa e spinosa a raccogliere ginestre per il fuoco; correva per andare al castagneto per la legna e per le frasche; correva per viottoli di campagna a cavare verdura selvatica, a falciare erba per il maiale e per i conigli; correva con una zappa sulle spalle oltre il ponte sul fiume per zappare un vigneto rachitico come lui, piantato in un terreno cretoso, acquitrinoso nella stagione umida, e secco come la pietra nella stagione calda, quando le crepe si aprivano profonde e pareva volessero inghiottirlo.
Settembre era il mese delle barbabietole da zucchero e per Martino era festa: non doveva più andare a riempire il sacco al mercato, né andare per viottoli e sentieri. A settembre le foglie delle barbabietole erano lì, distese in filari nelle campagne, pronte per il suo maiale e i suoi conigli.
Ma doveva guadagnarsele. Pure quelle !
Quel giorno arrivò nella Piana, dopo aver governato gli animali, quando il sole era già alto e l'aia di compare Rocco era già un'enorme frittata di pannocchie gialle messe ad essiccare. Col sacco vuoto sotto il braccio domandò :
-Cómpa' Cilà', posso riempire il sacco di cuósti che poi ti aiuto a cavare le barbabietole?
Alla risposta affermativa aprì un sorriso largo di soddisfazione scoprendo i denti gialli, si tolse le scarpe per non sciuparle e accorciò i pantaloni scoprendo gli stinchi rachitici e pelosi.
Si lanciò quindi a cavare come una furia, come un lupo sulla preda. Volò di tutto per aria: barbabietole, terra e foglie. Qualche radice rimase nel terreno duro; Martino allora bestemmiò e si mise a cavarla con le unghie lunghe e resistenti, la tirò fuori e la lanciò sul mucchio accompagnandola con una nuova bestemmia.
-Mò basta! - disse, dopo una buona ora, inzuppato di sudore e di terra, circondato da mosche e tafani, e si mise a riempire il suo sacco.
Il sole di settembre, ancora caldo, bruciava le schiene di compare Gerardo e dei suoi figli, mentre un'afa opprimente era calata sulla Piana. Comare Carmela, giunta da poco con la cesta sulla testa, con una bambina per mano, aveva chiamato tutti sotto l'ombra di un noce fronzuto, aveva steso una tovaglia a quadri bianchi e blu e aveva rovesciato in un'ampia zuppiera fiorata la minestra fumante.
I ragazzi la divoravano affondandovi i cucchiai e riportandoli grondanti alla bocca. A gara.
Martino se ne stava distante a guardare. La madre, dal terrazzo della casa lassù nel rione abbarbicato sulla collina, lo avrebbe visto se si fosse seduto per mangiare. E non voleva. Martino però aspettò, a fine pranzo, la solita fetta di melone giallo nella quale affondò voracemente i suoi denti. Mangiava melone e terra, attorniato dalle vespe, ed il succo gli colava lungo il mento ispido sulla camicia militare grigio-verde.
- Se ti mangi anche la buccia te ne diamo un'altra - dissero i ragazzi divertiti.
Martino annuì con la testa, girò le spalle alla collina, masticò rumorosamente ed ingoiò il tutto. E rideva. Ridevano i ragazzi.
Rideva pure alla festa del casale quando i ragazzi gli davano le arachidi ed egli ne mangiava anche le bucce, senza sputare niente; e quando mangiava anche i torsoli delle mele e le rape rubate dai sacchi pieni che gli asini, d'autunno, portavano alle stalle risalendo l'acciottolato.
Se qualche briciola usciva ai lati della bocca la ricacciava dentro. Solo così si riempivano le sue guance scarne e incavate.
Si avviò poi verso casa col sacco pieno sulla testa; volò su per l'acciottolato, vuotò il sacco e giù di nuovo nella Piana. Trovò compare Gerardo e la famiglia a riposare sotto il noce fronzuto. E comare Carmela per ingannare il sonno prese a ricordare gli anni precedenti quando, al tempo di caricare le barbabietole sul camion, Martino non voleva mancare. Neanche di notte. Rimaneva per ore ed ore ad aspettare il camion, con la schiena appoggiata ad un noce, mentre i ragazzi si rincorrevano nel buio e una sinfonia di grilli allietava le notti di settembre ancora tiepide.
Compare Gerardo preparava scale a pioli, tavoloni e mine (2) mentre le figlie intonavano stornelli maliziosi e ridevano ammiccando. Le risate cristalline fendevano il silenzio e si fondevano col canto dei grilli.
Martino non capiva e spesso si addormentava e russava. Ma quando arrivava il camion era di nuovo una furia.Volava sui tavoloni, si arrampicava sulle scale a pioli con la mina in testa, la rovesciava nel cassone e via giù per caricarsene un'altra.
Altre cento.
Voleva essere ricompensato in denaro .
E compare Gerardo aggiunse che Martino il denaro lo voleva di "carta" che valeva più di quello di “ferro” e gli serviva per le scarpe nuove, quelle chiodate, che sono resistenti, fanno rumore e fanno anche male quando si tirano calci. E di calci Martino ne doveva sferrare parecchi: quando andava al fontanile con due secchi e i ragazzi glieli rovesciavano o gli sporcavano l'acqua; quando in chiesa gli rubavano il cappello posato sul parapetto vicino all'acquasantiera; quando gli andavano dietro ripetendogli ritornelli e filastrocche irritanti.
Calci ne dava, ma meno di quanti ne prendeva: calci per alzarsi al mattino presto per governare gli animali; calci per andare al mercato la domenica a riempire il sacco di verze di scarto; calci per riempire il letame e per andare al castagneto a raccogliere le frasche buttate giù dal vento e dalla neve. E ancora calci la sera prima di dormire!
La sera però non si addormentava se non era andato prima in chiesa a suonare le campane per le litanie. Smetteva solo quando il canonico lo ricompensava con qualche moneta sonante. Allora rideva sonoramente e se ne andava a seguire le litanie in fondo alla chiesa tra il confessionale e l'acquasantiera ripetendo, come un'eco, solamente l'ultima parola di ogni preghiera: -Ammènno !
Quando compare Gerardo smise di raccontare, comare Carmela raccolse tutto, lo adagiò nella cesta e, sollevatala sulla testa, si avviò verso la casa sulla collina.
I ragazzi si erano addormentati a quei racconti, vinti dal caldo e dalla stanchezza. Dormiva pure Martino. Compare Gerardo svegliò tutti e li avviò nuovamente al lavoro.
Le ombre intanto si allungavano e Martino sollevò il sacco pieno di "cuósti" sulla testa e prese anch'egli la via dell'acciottolato richiamato dai grugniti del suo maiale che di giorno rimaneva nel cortile che dava sulla Piana, a scavare sotto il fico e a rotolarsi nella terra.
Quando le ombre scomparvero del tutto, anche compare Gerardo e i ragazzi lasciarono la Piana e risalirono l'acciottolato passando sotto l'arco del campanile che già li chiamava per le litanie.
Quella sera Martino rimase più del solito con i ragazzi e col canonico nella chiesa ormai vuota e pregna del profumo acre dell'incenso e dell'odore grasso dei ceri spenti e fumanti.
Mentre il canonico recitava il breviario inginocchiato davanti all'altare, nella sagrestia i ragazzi presero a canzonare Martino, gli tiravano i lembi della giacca, gli rubavano il cappello.
Vola di qua, vola di là, il cappello prese la via del balcone e s'impigliò tra i rami spinosi di un'acacia.
I ragazzi scapparono.
Martino, rimasto solo, scoppiò in un pianto dirotto. Appoggiato alla ringhiera, tendeva le mani, ma i rami si allontanavano.
Piangeva. Non aveva mai pianto. Eppure ne aveva presi di calci! Ne aveva sentiti di insulti!
Piangeva per tutte le volte che non aveva pianto, per tutti i calci che aveva preso e per quelli che non voleva più prendere. Ed il suo pianto era roco, sommesso, ma disperato. Quando il canonico chiuse il breviario e raggiunse Martino in sagrestia, lo trovò col volto piangente rivolto alle stelle come i lupi che ululano alla luna.
-Tieni - disse, posando una banconota sul tavolo,- domani al mercato comprati un nuovo cappello, di quelli con la visiera che piacciono a te.
Ma Martino questa volta non la prese e non sorrise. Le stelle lassù avevano udito il suo pianto e, luccicando, lo accoglievano più di quanto avessero accolto le litanie da poco terminate.
Martino le vedeva tacite, in ascolto: luccicavano, ma sembrava che parlassero parole che Martino non aveva mai udito da nessuno. Per la prima volta alzava gli occhi in alto, lui che aveva dovuto sempre guardare la terra sorda e cinica, e dall'alto gli arrivava un vento benefico che leniva la sua pena; quel vento che in quel momento avvicinò i rami dell'acacia che gli restituì il cappello. I singhiozzi di colpo si mutarono in una risata liberatoria, lunga e fragorosa che echeggiò nella chiesa vuota e semibuia mentre egli l'attraversava di corsa tra la sorpresa del canonico che rimetteva a posto i paramenti sacri. Poi le luci della chiesa si spensero, la porta si chiuse e Martino scomparve dietro il vicolo scuro, nel silenzio nero, rotto dal rumore ferrigno delle scarpe chiodate che scendevano i gradoni di basalto.
Il rumore si fece tenue, ancora più tenue, poi indistinto, infine si spense.
l. Foglie di barbabietole.
2. Recipiente cilindrico di legno di faggio usato per derrate alimentari.
3. Amen
Pubblicato dalla Rivista Il Monte anno II n°3 del 2005





























È già da qualche anno che mi capita, durante la bella stagione, di essere avvicinato da forestieri che mi chiedono di indicare loro il luogo delle “Cascate di Montella”.








