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Cultura & Tradizioni

Il pianto di Martino di Tullio Barbone

Barbone Tullio 03 Aprile 2026

A quelli che  passano

sulla scena della vita

senza lasciare tracce

di Tullio Barbone

Il Pianto di Martino Montella 00BPiangeva Martino quella sera, con le mani aggrappate alla ringhiera del balcone della sagrestia e col viso rivolto alle stelle. Piangeva come non aveva pianto mai. Non era nato per piangere, lui, ma per correre, lavorare, prendere calci e ricevere insulti.

Nessuno su al rione se lo ricordava bambino, nessuno lo aveva avuto come compagno di giochi. Quando era uscito di casa le prime volte, già portava secchi d'acqua dal fontanile pubblico a casa, già girava per il mercato portando sotto il braccio un sacco da riempire di verze di scarto.

Martino con i secchi dellacqua

 

Era anche andato a scuola, ma, a dieci anni, mentre frequentava ancora la prima elementare, era stato ritirato senza aver imparato nulla.

Aveva il mento prominente e la fronte sfuggente; una barba ispida e rada gli incorniciava il viso incavato dalla miseria. Quando d'estate rasava i capelli a zero, diventavano più evidenti le sue orecchie a sventola e il suo naso adunco. Due folte sopracciglia nascondevano i suoi occhi piccoli e tondi, eternamente tristi. A vent'anni pareva già vecchio. Correva sempre Martino.

Correva per andare sulla “collina degli asparagi” pietrosa e spinosa a raccogliere ginestre per il fuoco; correva per andare al castagneto per la legna e per le frasche; correva per viottoli di campagna a cavare verdura selvatica, a falciare erba per il maiale e per i conigli; correva con una zappa sulle spalle oltre il ponte sul fiume per zappare un vigneto rachitico come lui, piantato in un terreno cretoso, acquitrinoso nella stagione umida, e secco come la pietra nella stagione calda, quando le crepe si aprivano profonde e pareva volessero inghiottirlo.

Il Pianto di Martino Montella 03

Settembre era il mese delle barbabietole da zucchero e per Martino era festa: non doveva più andare a riempire il sacco al mercato, né andare per viottoli e sentieri. A settembre le foglie delle barbabietole erano lì, distese in filari nelle campagne, pronte per il suo maiale e i suoi conigli.

Ma doveva guadagnarsele. Pure quelle !

Quel giorno arrivò nella Piana, dopo aver governato gli animali, quando il sole era già alto e l'aia di compare Rocco era già un'enorme frittata di pannocchie gialle messe ad essiccare. Col sacco vuoto sotto il braccio domandò :

 -Cómpa' Cilà', posso riempire il sacco di cuósti  che poi ti aiuto a cavare le barbabietole?

Alla risposta affermativa aprì un sorriso largo di soddisfazione scoprendo i denti gialli, si tolse le scarpe per non sciuparle e accorciò i pantaloni scoprendo gli stinchi rachitici e pelosi.

Si lanciò quindi a cavare come una furia, come un lupo sulla preda. Volò di tutto per aria: barbabietole, terra e foglie. Qualche radice rimase nel terreno duro; Martino allora bestemmiò e si mise a cavarla con le unghie lunghe e resistenti, la tirò fuori e la lanciò sul mucchio accompagnandola con una nuova bestemmia.

-Mò basta! - disse, dopo una buona ora, inzuppato di sudore e di terra, circondato da mosche e tafani, e si mise a riempire il suo sacco.

Il sole di settembre, ancora caldo, bruciava le schiene di compare Gerardo e dei suoi figli, mentre un'afa opprimente era calata sulla Piana. Comare Carmela, giunta da poco con la cesta sulla testa, con una bambina per mano, aveva chiamato tutti sotto l'ombra di un noce fronzuto, aveva steso una tovaglia a quadri bianchi e blu e aveva rovesciato in un'ampia zuppiera fiorata la minestra fumante.

I ragazzi la divoravano affondandovi i cucchiai e riportandoli grondanti alla bocca. A gara.

Martino se ne stava distante a guardare. La madre, dal terrazzo della casa lassù nel rione abbarbicato sulla collina, lo avrebbe visto se si fosse seduto per mangiare. E non voleva. Martino però aspettò, a fine pranzo, la solita fetta di melone giallo nella quale affondò voracemente i suoi denti. Mangiava melone e terra, attorniato dalle vespe, ed il succo gli colava lungo il mento ispido sulla camicia militare grigio-verde.

- Se ti mangi anche la buccia te ne diamo un'altra - dissero i ragazzi divertiti.

Martino annuì con la testa, girò le spalle alla collina, masticò rumorosamente ed ingoiò il tutto. E rideva. Ridevano i ragazzi. 

Il Pianto di Martino Montella 00

Rideva pure alla festa del casale quando i ragazzi gli davano le arachidi ed egli ne mangiava anche le bucce, senza sputare niente; e quando mangiava anche i torsoli delle mele e le rape rubate dai sacchi pieni che gli asini, d'autunno, portavano alle stalle risalendo l'acciottolato.

Se qualche briciola usciva ai lati della bocca la ricacciava dentro. Solo così si riempivano le sue guance scarne e incavate.

Si avviò poi verso casa col sacco pieno sulla testa; volò su per l'acciottolato, vuotò il sacco e giù di nuovo nella Piana. Trovò compare Gerardo e la famiglia a riposare sotto il noce fronzuto. E comare Carmela per ingannare il sonno prese a ricordare gli anni precedenti quando, al tempo di caricare le barbabietole sul camion, Martino non voleva mancare. Neanche di notte. Rimaneva per ore ed ore ad aspettare il camion, con la schiena appoggiata ad un noce, mentre i ragazzi si rincorrevano nel buio e una sinfonia di grilli allietava le notti di settembre ancora tiepide.

Compare Gerardo preparava scale a pioli, tavoloni e mine (2) mentre le figlie intonavano stornelli maliziosi e ridevano ammiccando. Le risate cristalline fendevano il silenzio e si fondevano col canto dei grilli.

Martino non capiva e spesso si addormentava e russava. Ma quando arrivava il camion era di nuovo una furia.Volava sui tavoloni, si arrampicava sulle scale a pioli con la mina in testa, la rovesciava nel cassone e via giù per caricarsene un'altra.

Altre cento.

Voleva essere ricompensato in denaro .

E compare Gerardo aggiunse che Martino il denaro lo voleva di "carta" che valeva più di quello di “ferro” e gli serviva per le scarpe nuove, quelle chiodate, che sono resistenti, fanno rumore e fanno anche male quando si tirano calci. E di calci Martino ne doveva sferrare parecchi: quando andava al fontanile con due secchi e i ragazzi glieli rovesciavano o gli sporcavano l'acqua; quando in chiesa gli rubavano il cappello posato sul parapetto vicino all'acquasantiera; quando gli andavano dietro ripetendogli ritornelli e filastrocche irritanti.

Calci ne dava, ma meno di quanti ne prendeva: calci per alzarsi al mattino presto per governare gli animali; calci per andare al mercato la domenica a riempire il sacco di verze di scarto; calci per riempire il letame e per andare al castagneto a raccogliere le frasche buttate giù dal vento e dalla neve. E ancora calci la sera prima di dormire!

La sera però non si addormentava se non era andato prima in chiesa a suonare le campane per le litanie. Smetteva solo quando il canonico lo ricompensava con qualche moneta sonante. Allora rideva sonoramente e se ne andava a seguire le litanie in fondo alla chiesa tra il confessionale e l'acquasantiera ripetendo, come un'eco, solamente l'ultima parola di ogni preghiera: -Ammènno !

Quando compare Gerardo smise di raccontare, comare Carmela raccolse tutto, lo adagiò nella cesta e, sollevatala sulla testa, si avviò verso la casa sulla collina.

Il Pianto di Martino Montella 01

 

I ragazzi si erano addormentati a quei racconti, vinti dal caldo e dalla stanchezza. Dormiva pure Martino. Compare Gerardo svegliò tutti e li avviò nuovamente al lavoro.

Le ombre intanto si allungavano e Martino sollevò il sacco pieno di "cuósti" sulla testa e prese anch'egli la via dell'acciottolato richiamato dai grugniti del suo maiale che di giorno rimaneva nel cortile che dava sulla Piana, a scavare sotto il fico e a rotolarsi nella terra.

Quando le ombre scomparvero del tutto, anche compare Gerardo e i ragazzi lasciarono la Piana e risalirono l'acciottolato passando sotto l'arco del campanile che già li chiamava per le litanie.

Quella sera Martino rimase più del solito con i ragazzi e col canonico nella chiesa ormai vuota e pregna del profumo acre dell'incenso e dell'odore grasso dei ceri spenti e fumanti.

Mentre il canonico recitava il breviario inginocchiato davanti all'altare, nella sagrestia i ragazzi presero a canzonare Martino, gli tiravano i lembi della giacca, gli rubavano il cappello.

Vola di qua, vola di là, il cappello prese la via del balcone e s'impigliò tra i rami spinosi di un'acacia.

I ragazzi scapparono.

Martino, rimasto solo, scoppiò in un pianto dirotto. Appoggiato alla ringhiera, tendeva le mani, ma i rami si allontanavano.

Piangeva. Non aveva mai pianto. Eppure ne aveva presi di calci! Ne aveva sentiti di insulti!

Il Pianto di Martino Montella 02

Piangeva per tutte le volte che non aveva pianto, per tutti i calci che aveva preso e per quelli che non voleva più prendere. Ed il suo pianto era roco, sommesso, ma disperato. Quando il canonico chiuse il breviario e raggiunse Martino in sagrestia, lo trovò col volto piangente rivolto alle stelle come i lupi che ululano alla luna.

Il Pianto di Martino

-Tieni - disse, posando una banconota sul tavolo,- domani al mercato comprati un nuovo cappello, di quelli con la visiera che piacciono a te.

Ma Martino questa volta non la prese e non sorrise. Le stelle lassù avevano udito il suo pianto e, luccicando, lo accoglievano più di quanto avessero accolto le litanie da poco terminate.

Martino le vedeva tacite, in ascolto: luccicavano, ma sembrava che parlassero parole che Martino non aveva mai udito da nessuno. Per la prima volta alzava gli occhi in alto, lui che aveva dovuto sempre guardare la terra sorda e cinica, e dall'alto gli arrivava un vento benefico che leniva la sua pena; quel vento che in quel momento avvicinò i rami dell'acacia che gli restituì il cappello. I singhiozzi di colpo si mutarono in una risata liberatoria, lunga e fragorosa che echeggiò nella chiesa vuota e semibuia mentre egli l'attraversava di corsa tra la sorpresa del canonico che rimetteva a posto i paramenti sacri. Poi le luci della chiesa si spensero, la porta si chiuse e Martino scomparve dietro il vicolo scuro, nel silenzio nero, rotto dal rumore ferrigno delle scarpe chiodate che scendevano i gradoni di basalto.

Il rumore si fece tenue, ancora più tenue, poi indistinto, infine si spense.

l. Foglie di barbabietole.

2. Recipiente cilindrico di legno di faggio usato per derrate alimentari.

3. Amen

Pubblicato dalla Rivista Il Monte anno II n°3 del 2005

Il brigantaggio post-unitario a Montella tra storia e fantasia.di Tullio Barbone

Barbone Tullio 23 Marzo 2026

001 CIl brigantaggio post-unitario a Montella tra storia e fantasia.di Tullio Barbone

001

Pe’ dind’ a ‘ste mondagne

 nge sóngo sèmbe stati

 breàndi e malandrini

 ra li tiémbi passati.

 

Ma ròppo Garibaldi,

 carènno lo Borbóne,

 pe’ ‘no mutivo o n’ato

 crescètte ‘sto bobbóne.

 

‘Na massa re vagliùni,

 chiamati pe’ sordati,

 si riéro a la “cambagna”

pe’ ‘na sckoppètta armati;

 

mariuóli e dilinguèndi

 re case abbandonàro

 e pe’ no’ gghi ‘ngalera

 a quiri s’ accocchiàro.

 

    Si formào accussì

'na banda re breàndi

chi semmenàva attuórno

relùri, lutti e chiandi.

 

‘No certo Cicco Cianci

 facìa lo capo banda,

 uardànnolo mittìa

 paura a tutti quanda.

 

Era ‘no pilirusso

chiuttosto vascio e chino

portava ‘na barbetta

e puro ‘n’ avricchìno.

 

Quann’ era ‘no vaglióne

già era ‘no furfande

chi ìa facènno scòla

pe’ arrevendà breànde.

 

Crescènno arrevendào

caìno, senza còre,

quanno tinìa vind’anni

chiù “dindo” stìa ca fòre.

 

Chi no’ li ìa a genio

te lo facìa a conzèreva,

addo’ passava isso

no’ ngi criscìa l’èreva.

 

Borbóni o Garibaldi

mìca lo ‘nderessàvano

pecchè erano r’ate

re cose chi condàvano.

 

A Cianci li fu facile

formà brèandi armati

mettènno tutti nziémo

‘sta massa re sbandati.

 

A mórra ‘sti breàndi

scurrìano la "cambagna",

re notte s’accambàvano

pe’ cìmma a la mondagna.

 

Rurmìano a cielo apiérto

o rind’a re pagliàra

e non se ne futtìano

re fa’ ‘na vita amara:

 

‘na vita re mucìrii,

sequestri e de ricatti,

re 'mbuósti e de vendette,

r’arruóbbi e de riscatti.

007

 

Saglìano re mondagne

chiù liésti re re crapi

parìa c’abbolàvano

liggiéri comm’a r’api.

 

Virìano re notte

chiù meglio re re gatti

passànno ro ‘nfrattùso

calàti quatti quatti.

 

Sindìano ‘no remóre

ra ‘no miglio londàno

o ‘no fruscìo re frasche

chi li sonàva strano.

 

Zombàvano li fuóssi,

scinnìano li vaddrùni,

mo’ erano a Mondéddra,

ma crài già a Ghifùni,

 

e dòppo còcche gghiuórno

già erano a Bagnùlo,

si re cercavi a Aciérni

erano a Barrizzùlo.

 

Furbastri “manutengoli”

tinìano ‘nformàta

re ogni spostamiéndo

la banda annaccoàta,

 

portavano mmasciàte,

spiavano li signuri,

re mòsse re la Forza

e de li traritùri.

002

Accussì li breàndi,

già primo re si mòve,

sapìano re non trovà

pe’ nnandi ‘rògne nòve.

 

Quann’era tutto próndo,

e gira cata gira

‘no ricco alandòmo

pigliavano re mira.

 

A lo posto ‘nzengàto

pe’ gghiuórni lo ‘mbostàvano

e quanno drà passava

re certo lo 'nguicchiàvano.

 

Mannàvano mmasciàte,

menàzze a familiari,

cercànno pe’ riscatto

‘no maro re renari.

 

E si po’ s’ accurgìano

re la male paràta

tinìano pe’ riquèsta

‘na mossa preparata.

 

A lo povero Cristo

tagliavano n’ avrécchia

e priésto a la famiglia

mannàvano ‘na ‘ndécchia.

 

Allora li pariéndi,

non sapènno che fa’,

mittìano ra parte

li sòrdi pe’ paà.

 

‘Sti sòrdi “...guaragnàti”

non se r’annaccoàvano,

no’ re tinìano appriésso,

ma priésto re spartìano:

 

‘na parte a la famiglia,

‘na parte a soci e spie,

e quéro chi restava

pigliava àte vie.

 

E succirìa accussì

‘no fatto assai curiùso:

te l’aspettavi tu

ca ne facìano ‘st’ uso?

 

La banda funzionava

quasi com’a ‘na banga,

mbrestàva li renari

a mano ritta e manga.

 

Accussì ‘no breànde

quasi s’assicurava

‘na rènnita sicura

pe' tutta la vecchiaia.

 

‘Sta specie re breànde

 non era mai re còre,

 non era Robbi Nudde

 e mango ‘no signore.

 

Ngiarmàvano vendette

ferùci e assai bistiàli,

parìano chiù che uómmini

‘na specie r’animali.

 

Chi li facìa ‘no sgarro

avìa piroccolàte

e ndèrra lo finìano

a uócchi r’accettàte.

 

Re tutte re guagliòtte

chi avìano la sfortuna

re re trovà pe’ ‘nnandi

non ne lassàvano una.

 

Non stìano sèmbe suli

re notte li breàndi

avènno spesso visite

re ‘nnammoràte e amàndi.

 

Tinìano po’ vagliòtte

quasi sèmbe arrobbàte,

pe' cóse e cucinà,

ma senza èsse paàte.

003

Chi prattica lo zuóppo

si ‘mbàra a zuppichìa

e puro ‘ste guagliòtte

finiéro pe’ sparà.

 

Assètte po’ ‘na legge,

chiamata legge Pica,

chi pe’ sternà ‘ste bande

non pazziàva mica.

 

Mannàro ra lo Norde

sordàti e bersaglieri

quasi com’a ‘n’esercito

e puro carbiniéri.

 

Chiciùnga facìa parte

re ‘no gruppo armato

o era criminale

vinìa fucilato;

 

potètte capità

rind’a lo òsco stesso

senz’aocàti e giùrici

e senza ‘no pruciésso.

 

Chi po’ si conzegnàva

la pèddra salevàva,

ma la galera a bbita

nisciùno la levava.

 

Si po' iéri sospetto

“ozioso e vagabondo

complice o camorrista”

non t’aspettavi scondo.

 

A fatià forzato

vinìvi condannato,

ra càseta e famiglia

pe’ anni allondanato.

 

La legge lo chiamava

“domicilio coatto”:

si propio non murìvi

ra drà assìvi matto.

 

Non è ‘na bella cosa

però puro è succiéso:

‘sta legge ti primiàva

pe’ ogni breànde acciso.

 

E non mangàva chi

pe’ fa’ róppio uaràgno

‘na bòtta rìa a lo chirchio

e ‘n’ ata a lo tombàgno. 

 

Pigliava ra la Forza,

pigliava ra la banda,

a la fine pigliava

pe’ féssa a tutti quanda.

 

Però a còcche breànde

‘sta gende li puzzava

te l’acchiappava ‘mbiétto

e la scolonozzàva.

 

‘Mmiézzo a ‘sto ngarauóglio

bastava ‘na sosciàta

la legge condannava

a bbòte a la cecàta:

 

chi a fatìà portava chiù

de quando si mangiava

pe’ “manutengolismo”

la Forza l’arrestava.

 

Famiglie sane sane

finìano ‘ngalèra,

però pe’ li breàndi

nisciùna léia ng’era. 

 

Chi ngimm'a re mondagne

cucìa li caraùni

a bbòte si trovava

re frónde li spiùni:

 

- Vistìti, pane e bbino

portàti a li breàndi

pe' non passà 'no uàio

scondànnore pe' 'nnandi!

 

'Mbaurùto s'abbiàva

perciò lo poviriéddro

re bòtta capitato

tra 'ngùnia e lo martiéddro.

 

ma po' che succirìa

ca 'sto caraoniéri

a posto re breàndi

scondàva carbiniéri...

 

'Ngalèra lo portavano

pe' la combricità,

ma che giustizia era

re fatto quéra drà?

 

Ma pe’ ‘sta legge Pica

re bande si sfasciàro

e tutti li breàndi

perciò si sparpagliàro:

 

ngi fu chi s’arrendètte

e chi morètte acciso,

chi a bbita carcerato,

e cocchirùno appiso.

 

‘Na massa re sbandati

scappànno ètte angòra,

pe’ Cicco Cianci puro

era arrivata l’ora.

 

A lo monde Calvello

re guardie lo pigliàro,

‘ngimm’a lo posto stesso

drà te lo fucilàro.

 

'Ngimm'a 'no carro stiso

girànno lo portàro

finghé sott’a la tèglia

a bbista lo posàro.

 

Curriéro ra Fondàna,

ra Suório e da Arzàno,

ra tutto Sanzumióne,

ra Serra e Chiazzavano.

004

Curriéro ra lo Corso,

la Torre e li Lavrini,

ra cimma Tagliaòsco,

ra vascio li Curuìni.

 

La gende s’accanètte:

ngi fu chi lo sfreggiào,

chi lo pigliào pe’ féssa,

quaccùno li sputào.

 

Ngi fu còcche vigliacco

chi prima lo nginziàva,

pe’ non paré ‘no còmbrice,

ra muórto lo ngiuriàva.

 

Finìa accussì ‘na storia

pe’ certi r’avvendure

ma pe’ tand’ ati angòra

‘na storia re sciaùre.

Pubblicato sulla rivista IL MONTE  anno XX n° 3 del 2023.

 

“Dai fatti alla fantasia: il racconto di Tullio Barbone e gli approfondimenti della redazione”

Senza titolo

LEco DellIrpinia 02 07 1868 Montella

LEco DellIrpinia 18 09 1868 Montella

Za Nicolètta di Tullio Barbone

Barbone Tullio 26 Febbraio 2026

Zi Nicoletta con ascia 001Za Nicolètta stìa  a re case re Ròn Camillo ra lo mese re marzo quanno li mastri re lo Cumune aìano menàta ndèrra la casa sua p’allargà la via re lo casale. Ma lo iuórno ca li mastri aìana métte mano soccerètte la fina re lo munno. Za Nicolètta re primo matino sbalangào re fonèstre e, quanno arrivào lo parrocchiàno e sendètte sonà a messa, cumingiào a alluccà:

- Marònna re lo Càrmino, fammi la grazia, falli caré la casa nguóddro a quiri chi vuónno allargà la via menànno ndèrra la mia. Marìtimo pe’ se l’accattà à ghiettàto lo sango notte e gghiuórno rindo Brucculìno e mò me la vuónno menà ndèrra! Sandissimo Salevatore mio, io ra qua no’ mi mòvo; ànna menà ndèrra primo a me e a quér’anima re Dio chi ròrme angòra e po’ a la casa!

Za Nicolètta si sindìa ra ‘no miglio londàno. Sendènnola alluccà assètte ra la gghiésia lo parrocchiàno.

- Tu si’ lo capo giurèo - alluccàva - si tu non bbulìvi la via non s’allargava!

Lo prèote se ne trasètte rindo facènnosi la croce!

Arrivaro li mastri e lo ngigniéri e za Nicolètta scennètte mmiézzo a la via pe’ ‘na fàoce.

- Si non te ne vai - recètte a lo ngigniéri - ti taglio lo cuóddro com’a ‘na addrìna!

Lo ngigniéri e lo parrocchiàno cercavano re la fa’ arraggionà recènnoli ca lo sìnnico l’era promessa ‘n’ata casa.

- Lo sìnnico è chiù scornacchiàto re ui, tène la casa isso , che se ne fótte re l’ati!

S’erano accòvete ‘na ricina re fémmene e ognirùna  ricìa la sua a bbóce àota pe fa’ sènde a za Nicolètta.

- Quanno la via è larga, è larga pe’ tutti!

- Puónno saglie re camionètte re Tóre Lènzi e de Sckuttìno pe’ portà castagne, ròbba, patàne, granurìnio, léona e frasche!

-Quanno ng’è la via larga nisciùno vai chiù a rùole pe’ lo ciuccio a la mondàgna e a frasche ngapo a Costa re Rosa!

- Putìmo portà la bréccia e ro gimèndo!

- La via larga è ‘na cummirità pe’ tutti!

- Ma la casa la ménano nderra sulo a me - recètte za Nicolètta chi sceppào lo sciamàrro ra mano a ‘no mastro e re facètte fuì tutte.

Pe’ la sanda paciénzia lo parrocchiàno e lo ngigniéri la faciéro accovetà e la portàro a fa’ veré la casa re Ròn Camillo ca lo Cumune aìa affittato pe’ essa.

Ròppo ‘na sittimàna za Nicolètta si sacrerètte e li mastri cumingiàro a fatià.

Zi Nicoletta 01

La casa re ròn Camillo tinìa sulo ‘na cucina grossa e ‘na càmmera ra liétto. La cucina tinìa re mura néore re fumo, la crate e dóe fonèstre grosse ma chiuse ra cangèddre pecché s’affacciàvano rind’ a l’uórto re Nenna la Lònga ca stìa a lo piano re cimma. Rind’a ‘no zénne ng’era lo furno e a fiàngo la fazzatóra.

Rind’a n’ato zénne vicino a la fonèstra ng’era lo fucurìle e a fiàngo ‘n’appienniràma e ‘na scanzéa pe’ li piatti.

Appisi a la crate ng’erano róe pèrteche re sausìcchi, ‘no chirchio re sopersàte, quatto piézzi re lardo, róe spaddri, róe vendréscke, certe nóglie e lo…parsonàle1 re lo puórco. Re presótta se r’era vinnùte. Tutta ‘sta grazia re Dio era vicino a re cangéddre pe’ piglià viéndo e si virìa ra rind’a l’uórto re Nenna la Lònga ca saglìa pe la stessa graliàta. Ròppo picca iuórni ca za Nicolètta era arrivata, olàro re primo scatéddre. Si scondàro ngimm’a l’affio e Nenna recètte:

- Ri’ a fìglito che lassa sta’ a fìgliema e, quanno la scónda, che gira la facci si no te lo cónzo!

- Tienitélla rindo fìglieta si non te la vuó fà sconzecà, pènza a pulizzà re panèddre re lo ciuccio rind’a lo curtiglio ca non è sulo lo tuo, leva li truócchi re fiéno ra rind’a la passàta e portatérre rind’a la paglièra si no te re meno fòre a ro chiòve o te r’appìccio!

- E tu accìri lo addro ca la matìna stòna prima re fa’ iuórno, si no te lo ndòsseco!

- Lo addro non dài fastìrio a nisciùno, tu chiuttòsto, quanno la matìna cacci la vacca, pulìzza la passàta re l’uórto si no ti ndòsseco la vacca, la scrófa e puro li purciéddri. Fazzo na chiànga!

Re scatéddre, re zeppàte, r’occhiàte storte cundinuàro pe’ quacche mese pecché re criatùre sciarràvano ogni ghiuórno, li panni spasi ra Nenna pisciculiàvano ngimma a quiri re za Nicolètta, re graliàte erano sèmbe sporche re fiéno e za Nicolètta la matìna iettàva lo pesciatùro rind’a l’uórto e la puzza saglìa fino a re fonèstre re la nimìca.

- Quacche matìna te lo fazzo véve pe cafè, brutta zéngara! - ricìa  Nenna sbattènno re fonèstre.

- Non ti fà trovà ngimm’a re graliàte ca te la rao io la zéngara, ti pélo! - rispunnìa za Nicolètta.

- Tutti ‘sti sckattamiéndi te r’aggia fà paà! - rispunnìa l’ata.

‘Na matina r’abbrìle  zi’ Minicùccio, lo marito re za Nicolètta, s’azào priésto pe’ gghì a monnà la ròbba a la Còveta.

Appicciào la luce rind’a la cucina e bberètte la cangèddra sceppàta e re pèrteche e lo chirchio vacàndi.S’aìano futtuto tutto: sausìcchi,sopersàte, spaddri, piézzi re lardo, vendréscke e nóglie; aìano rimasto sulo lo parsonàle re lo puórco.

- Curri Nicolètta ,curri! E come ulìmo fà mò? S’ànno arrobbàto tutto!

Zi Nicoletta 02

Quanno za Nicolètta verétte la crate vacànda arrevendào prima rossa, po’ verde, po’ lìvera e cumingiào a alluccà menànno pónea vicino a la porta re la càmmera e sbattènno li pieri pe’ terra.

- Marònna re lo Càrmino mio, si pòzzano trovà muorti addo’ so’ mò! Li pòzza vinì ‘no càngaro maligno! Pòzza arrevendà tuóssico tutto quéro ca s’ànno arrobbàto! Sandissimo Salevatore mio pecché no r’a’ fatti restà ‘mbizzicàti vicino a la cangèddra? T’aggio cercàta ‘sta grazia ra parécchio tiémbo, ma tu à’ menàta sèmbe l’avrécchia sórda nnandi!

Aviramènde za Nicolètta ulìa veré gènde mbizzicàta pe la péce a tutte re parti ra parécchi anni: ra quanno si portàro lo puórco sano, sano, vivo, ra rind’a lo catuóio sott’a la càmmera addó essa rurmìa: ra quanno ‘na notte li ndossecàro tutte re gaddrìne rind’a lo curtiglio e nge re faciéro trovà stennecchiàte la matìna; ra quanno si portàro propio lo ciuccio pe’ tutta la varda e la capézza; ra quanno ‘na sera si ritirào ra lo Prato e non trovào chiù la cascia pe’ li panni re re dóe figlie, e re poverèddre allora se ne ièro pe’ fòre ra llòco pe’ se re tornà a fa’ e non si so’ mai viste chiù.

Za Nicolètta era scesa mmiézzo a la via e l’allùcchi, li chiàndi e re ghiastéme olàvano angòra pe l’aria:

- Sandissimo Salevatóre mio, no’ re fa’ murì a liétto! Che li rao a mangià a quest’anima re Dio ca ròrme angòra?

Ma l’anima re Dio s’era rescetàta e chiangìa sendènno alluccà la mamma. S’era rescetàto puro miézzo casale: chi era curso addó si sindìano l’allùcchi, chi spiava ra rèto a re porte e a re fonèstre, chi si facìa la croce a re ghiastéme re za Nicolètta e chi cercava re l’accovetà; ma essa, pe l’uócchi ra fòre, li capìddri scigliàti e ‘na scopa mmano, ulìa sapé chi era lo mariuólo.

Zi Nicoletta con ascia 01

Stìa sagliènno pe la sélece a mmónde puro lo parrocchiàno. Quanno sendètte quéro ca era succiésso, recètte  a za Nicolètta re ì a la chiànga re Sciacquariéddro e de si piglià quéro ca li serevìa ca ròppo se la virìa isso pe lo chianghiéri. - Che sand’òmo! -

Lo marito però era iùto a dà parte a la légge e, tramènde lo parrocchiàno se ne ìa, arrivàro rui carbiniéri. Tutti scappàro com’a li figli re re quàgliare. Li carbiniéri trasiéro rind’a la cucina, uardàro rind’a l’uórto, sindiéro che dicìa za Nicolètta e scriviéro.

- Cos’è quell’affare appeso al soffito?- recètte ‘no carbiniéri nzengànno lo parsonàle re lo puórco.

- Quiro l’aggia ra’ a chi rico io! - Responnètte za Nicolètta.

Zi Nicoletta Arrabbiata  02

Li carbiniéri non capiéro e se ne iéro.

Còcche mese ròppo chiamàro lo marito a la caserma e li riciéro ca non aìano trovato niéndi, nì sausìcchi, nì sopersàte, nì lo riésto e mango li mariuóli.

-Aggio capito, quéra notte trasètte lo viéndo rindo casa e si portào tutto! - Responnètte lo pover’òmo e se ne iètte tocolànno la capo. Quanno arrivào a la casa e portào la risposta, za Nicolètta ienghètte re iastéme puro a li carbiniéri.

- Chini re còrna puro loro! Mò nge pènzo io!

‘No iuórno ca Nenna la Lònga no ng’era, scennètte abbàscio a re paglière e aprètte citto, citto quéra re la nimica. Cumingiào a menà la paglia pe’ l’aria pe’ ‘no forcàto. Ro passào parmo a parmo finghé lo forcàto non toccào ro tuósto. Lo tirào fòre e bberètte nfilata vicino a li riéndi ‘na sopersàta. Reotào angòra e trovào nfassàti rind’a ‘no linzùlo ro lardo, re spaddri e quacche sopersàta. No ng’erano chiù li sausìcchi, re nóglie e re bbendréscke! Accogliètte tutto e se ro portào a la casa, ròppo pigliào lo parsonàle appìso a la crate e l’appennètte a lo traviérso re la porta re Nenna la Lònga com’a ‘no condruócchi! Aspettào pe’ dóe sopersàte mmano  ca la sera s’arritirasse la nimica, e quanno quéra arrivào rind’a lo curtìglio no’ li rètte tiémbo re scappà, l’afferrào pe’ li capiddri e la zinzuliào tutta.

- Brutta zòccola mariòla, mò ti fazzo veré io chi è zéngara! T’aggia accìre, t’aggia fà cacà tutti li sausìchi chi t’ arrobbàti! Ti òglio sternà ‘na òta pe’ sèmbe!

E menàva pónea, mózzeca e tirava capìddri. S’accogliètte gènde, nge la levàro ra sótta e la faciéro scappà a la casa. Era male cumbinàta! Quanno aprètte la porta li vattètte nfrónde lo parsonàle re lo puórco ca pinguliàva com’a ‘no battaglio re cambàna.

Zi Nicoletta con carabiniere  in cucina annerita 003 02

Zezzàta nnandi a lo pertóne re la casa, za Nicolètta, pe’ re pónea angòra chiuse poggiate ngimma a re denócchia, uardàva li ciucci ca saglìano càrrichi pe’ la sélece ammónde e penzàva a lo marito ca era assùto a l’arbi p’attrocchià ro fiéno e non s’era angòra arritiràto. Ro scuro era sciso rind’a lo vico e attuórno a li fasci re fiéno, chi  zi’ Minicùccio  scarrecàva, olàvano re caticatàsce. Era arrivata la metà re giugno.

 A lo mese re marzo lo ngigniéri aìa ritto a za Nicolètta ca pe’ la Marònna re lo Càrmino se ne ìa ra la casa re Ròn Camillo, e essa aspettava c’arrivava quiro iuórno. Li mastri aìano finùto r’abbatte re case, aìano allargata la via e mò s’aìa sulo ngatrammà. La casa re za Nicolètta no ng’era chiù, ma, arrèto a la sua era rimasta quèra re n’ato cristiano chi l’aìa vinnùta a lo  Cumune e se n’era iùto ‘ngambagna. Za Nicolètta se ne ètte drà re casa, accussì, ròppo quatto misi, si levào ra rind’a lo Nfiérno.

- Refréscka l’anima re lo Preatòrio! - recètte pe’ re mmano ngiélo ra cimma a re graliàte re la casa nòva ròppo c’aìa finuto re carrià li stangiéddri.

E si chiorètte ra rindo.

Nota 1. Parsonàle: altro termine meno volgare per indicare l’organo genitale del maiale maschio, più comunemente chiamato cazzonàle e usato per ungere e ammorbidire il cuoio degli scarponi.

Za Nicoletta : PUBBLICATO DALLA RIVISTA "IL MONTE" ANNO II N°4 DEL 2005.

Lo spazzino comunale di Tullio Barbone

Barbone Tullio 10 Marzo 2026

Lo Spazzino Comunale Montella 001

A quelli che passano  sulla scena della vita  senza lasciare tracce. 

L' impiegato Geremìa seppe della morte dello spazzino comunale Richetto, una sera di giugno tornando al paese dal quale era rimasto lontano per qualche tempo.

- Se ne è andato un mese fa gli disse un amico d'infanzia - l'hanno portato qui da un ospizio del nostro capoluogo dov'era ricoverato e l'hanno sepolto nella zona nuova del cimitero. Pochi hanno saputo della sua morte, non ci sono stati funerali, né cortei.

La mattina dopo Geremìa scese al cimitero; una croce di legno indicava il luogo della sepoltura e portava incisi cognome, nome, data di nascita e di morte. Nessuna frase. E già! Non era stato né onesto, né operoso, non aveva amato la famiglia, non era stato un buon cristiano, né un servo di Dio, non lasciava vuoti nel­l'animo di nessuno, nessuno avrebbe pregato per lui.

C'era però in alto sulla croce una fotografia in­giallita che a Geremìa era familiare. L'aveva scattata proprio lui molti anni prima quando Richetto era già spazzino co­munale ed arrivava puntuale verso mezzogiorno su al rione con la carriola dalla ruota cigolante, la scopa e la pala, imprecando contro i ragazzi che giocavano a pallone.

- Andate a lavorare, vigliacchi, cornuti!

La faccia truce di sempre sotto il cappello bisunto con la tesa pendente, era quella che ancora appariva su quella foto scattata mentre alzava in alto la scopa da spazzino come uno stendardo, come un trofeo.

Uscì dal cimitero portando con sé l'immagine di quella croce seminuda che spiccava tra cappelle e mausolei, tra graniti levigati, bronzi e fiori variopinti.

- Senza lumini a tenergli compagnia la notte - pen­sava - lo spazzino non soffrirà più di tanto, abituato com'era a vivere da sempre nella semioscurità acre e maleodorante della sua casa.

La casa. E già. Gli venne il desiderio di risalire su al rione per entrare proprio nella casa che lo spazzino aveva lasciato quando lo avevano ospitato nella casa di riposo del paese.

Tutto era come una volta; come l'aveva vista più volte da ragazzo. 

Non aveva mai visto una casa così. Era situata al pianterreno, incastrata tra il campanile della chiesa e le abitazioni private ed era costituita da un unico vano senza forma.

Lo Spazzino Comunale Montella 002

- Una casa senza forma non è una casa - pensava. - anche i pagliai, le capanne, le baracche hanno una forma!

La porta era rimasta seminterrata quando aveva­no rialzato il livello della strada ed ora appariva semichiusa e sbilenca. Uno stretto e breve ingresso portava all'unico vano buio e angusto che serviva da cucina, da camera da letto, da bagno, da ripostiglio e da legnaia. Il pavimento in terra battuta era intriso di un miscuglio di cattivi odori che esalavano stor­dendo i sensi; le pareti di nero catrame non erano intonacate e gli spazi tra le pietre sporgenti servivano per poggiare mozziconi di candele, qualche posata e cianfrusaglie varie: una credenza senza ante!

In alto, sulla parete che dava negli orti, si apriva una finestrella con una inferriata che impediva l'en­trata ai ragazzini, ma non alle zoccole che gli faceva­no visita la notte venendo dalle stalle attigue. Essa era perennemente aperta ai chiari di luna e alle brezze di primavera, ma anche al ponente impetuoso e alle tormente invernali.

Attraverso di essa lo spazzino poteva vedere solo un angusto e sghembo squarcio di cielo nel quale non volava mai una rondine.

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Il sole che filtrava tra i fitti lecci sempre verdi della villa sottostante, trafiggeva la stanza solo nei brevi tramonti invernali; d'estate passava alto come se avesse altro a cui pensare.Lo Spazzino Comunale Montella 003

Dalla finestrella usciva il fumo di un fuoco sem­pre anemico che lo spazzino accendeva sulla terra bat­tuta, sotto un treppiedi contorto, ma lo scirocco maligno spesso lo ricacciava all'interno facendolo uscire dalla porta. Se questa era chiusa per il freddo, il fumo ristagnava all'interno!

Appese ai chiodi conficcati nelle pareti accanto al fuoco stavano due pentole affumicate, mutilate di un manico e col fondo ammaccato, e un secchio di zinco col quale lo spazzino portava l'acqua dal fontanile pubblico. Completavano ...l'angolo cucina una sedia impagliata, sfilacciata e obliqua e una pan­ca su cui erano poggiati dei vecchi piatti.

 

Poco distante si alzava un tavolaccio su cui erano ammucchiati indumenti vari: non si individuavano né lenzuola, né coperte, né cuscini, ma solo brandel­li; su quel giaciglio lo spazzino si lasciava cadere a dormire, vestito, tutte le sere.

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Nell'angolo più buio del tugurio erano ammucchiate le frasche e qualche legna sparuta raccolte nel castagneto o elemosinate nel rione. Da quella casa egli scappava alle prime luci dell'alba per ritornarci la sera il più tardi possibile; infatti rimanere fuori nelle osterie o tra la gente raccolta ai crocicchi sotto i lampioni fiochi, era meno avvilente che entrare nella solitudine acre ed oscura.

Lo Spazzino Comunale Montella 005

Geremìa sentì il bisogno di uscire. Quando fu all'aperto si ritrovò la camicia bianca punteggiata di nero con pulci che saltellavano per ogni dove.

L'impiegato se lo ricordava da sempre in quel tugurio, ma Richetto non aveva abitato sempre là. 

Quando i genitori dello spazzino erano morti di vecchiaia e una sua sorella di malattia, e quando il padrone della casa dove abitava lo aveva messo fuori, un pastore, vicino di casa, lo aveva accolto come garzo­ne. D'inverno stava in paese, puliva la stalla e gover­nava le mucche, nella bella stagione le portava in collina dove rimaneva anche a dormire. Era felice di starsene da solo la notte nella casetta come guardia­no alle mucche e di portarle di giorno al pascolo per i boschetti di querce che digradavano fino al torrente. Spesso si toglieva le scarpe, si accorciava i pantalo­ni, infilava le mani sotto i grossi massi affondati nel torrente e ne tirava fuori trote guizzanti. E cantava. Non era un canto il suo, ma una cantilena di sillabe senza senso, monotone, che si confondevano col suo­no dei campanacci e col muggito delle mucche: un coro silvestre. Non cantava per nessuno, solo per sé, ed era il signore di quegli anfratti, di quelle selve, di quei ruscelli. Aveva imparato a conoscere i boschetti di querce palmo a palmo come i topi che vi nascon­devano le ghiande e le volpi che vi scavavano le tane, come le serpi che strisciavano tra le ginestre e gli uccelli che accompagnavano le sue cantilene.

Mentre le mucche pascolavano, trascorreva parte del suo tempo sugli alberi dividendone i frutti con i merli e con le gazze, ma una volta dovette mangiare tanti di quei fichi che lo trovarono gemente sul pagliericcio preso da forti attacchi di mal di pancia.

Quando il pastore vendette le mucche, il garzone dovette cercarsi un nuovo padrone. Girovagò per qualche anno da un pastore all'altro accontentandosi di un giaciglio e di un piatto, fin­ché non si accorsero di lui i componenti di una Con­fraternita che lo accolsero tra loro senza la regolare votazione. I ragazzi però per farlo imbestialire gli an­davano dietro ripetendogli che avrebbero messo nel sacchetto usato come urna " le fave", invece dei "fagioli " per esprimergli voto contrario e farlo espellere dalla Confraternita.

- Andate a lavorare, vigliacchi, cornuti! - tuonava loro con la faccia truce.

Ma i confrati lo tennero sempre con loro, gli affidavano lo stendardo del sodalizio in ogni processio­ne e in ogni esequia, ed egli lo portava fiero, senza stancarsi, come un trofeo personale. Il parroco della chiesa gli diede il permesso di alloggiare alla base del campanile ed il Comune lo assunse come brac­ciante nei cantieri di montagna.

Fu allora che Geremìa lo conobbe e fu allora che iniziò il suo calvario; divenne infatti lo zimbello dei ragazzi del rione che, vedendolo, lo salutavano con i nomi­gnoli più irriverenti e più irritanti.

Lo spazzino Comunale Montella 10

Ma l'insulto più grave che gli faceva uscire gli oc­chi venati di rosso dalle orbite e la schiuma dalla bocca consisteva nel ripetergli che alla sua morte sarebbe stato condotto al cimitero, non lungo il Corso princi­pale del paese, ma per una via di campagna e senza corteo, come l'ultimo degli uomini. Allora lanciava pietre, ripeteva parole sconnesse e piangeva. Ma i ragazzi, indifferenti al suo pianto, si accanivano fa­cendolo diventare bestiale. Gli riempivano la toppa della porta con sassolini impedendogli di aprirla. La sera al buio volavano allora tutti i santi e tutte le madonne del calendario, mentre i ragazzi, nascosti dietro i portoni, gli ripetevano i nomignoli che più lo inasprivano. Non sarebbe mai entrato in casa se un vicino, stanco delle bestemmie, non lo avesse aiutato a liberare la toppa dai sassolini e ad aprire.

Quando il Comune non organizzò più cantieri per disoccupati, il garzone divenne spazzino comu­nale. I ragazzi lo videro arrivare un giorno su al rione con carriola, pala e scopa e pensarono bene che gli mancava un elemento al suo equipaggiamento: il berretto del Comune con su scritto N.U. che lo qua­lificava compiutamente. Non fu loro difficile procu­rarglielo. Né fu difficile dargli una pistola-giocattolo e fargli credere di poter incutere con essa paura e rispetto. Così, se qualche donna lavava al fontanile, o i ragazzi giocavano a pallone sul sagrato, o qualche autovettura in sosta gli impediva di scopare, lo spazzino tirava fuori un foglio e una matita e scriveva una multa con segni indecifrabili da analfabeta. Allora era conten­to. E rideva spalancando la grande bocca e mostran­do qualche dente rado. Non rideva da tempo. Aveva lasciato il sorriso sulla collina quando da garzone correva dietro le mucche insieme con i cani, quando tirava trote fuori dal torrente, quando si arrampicava sugli alberi e cantilenava con le gazze e con i merli.

Il Comune lo pagava ogni due settimane. Il saba­to della paga era giorno di osteria dalla quale usciva a tarda sera barcollante. Risaliva per l'acciottolato appoggiato ai muri degli orti e, aperta la porta di casa, più che entrare, si lasciava cadere dentro richiudendo con i piedi. Ma non spendeva tutta la paga. Non si sa dove, ma conservava una parte del denaro per la pri­ma domenica di settembre quando si recava alla fe­sta del patrono in un paese vicino. Comprava torro­ne e noccioline che al ritorno distribuiva alle donne del rione che nei giorni del bisogno gli avevano por­tato un piatto caldo.

Una volta lo spazzino si ammalò. Per diversi gior­ni i ragazzi non lo avevano visto arrivare su al rione a mezzogiorno con la carriola dalla ruota cigolante, né l'avevano sentito imprecare e bestemmiare. La porta della sua casa era chiusa. Alcuni di loro allora si ar­rampicarono uno sull'altro a spiare dalla finestrella che dava negli orti, e lo videro disteso sul tavolaccio sotto un ammasso di cenci. Gemeva. Forzarono la porta e lo soccorsero. Si adoperarono per lui diverse donne del rione che bruciarono tutti gli indumenti e i cenci per eliminare pidocchi, pulci e cimici e gli procurarono un nuovo materasso, delle lenzuola, delle coperte, una stufetta vecchia di ghisa e qualche piatto nuovo. Un dottore lo curò.

Ma lo spazzino dormì solo qualche notte su quel materasso e tra quelle coperte che presto ammuffiro­no e furono nuovamente invase da cimici e pulci; non accese mai il fuoco in quella stufetta di ghi­sa che fu presto ricoperta dalla ruggine, né usò mai i piatti nuovi che Geremìa trovò in cocci.

 

Era guarito, ma anche invecchiato e il Comune non aveva più bisogno di lui. Consegnò la carriola, la pala e la scopa da spazzino e visse giorni tristissimi all'ombra del campanile senza poter portare più ne­anche lo stendardo della Confraternita, alto come un trofeo.

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Senza più la paga da spazzino, egli fu assistito dal­le donne del rione finché non fu ospitato nella casa di riposo del paese e poi nell' ospizio del capoluogo dove aveva chiuso gli occhi un mese prima che Geremìa arrivasse in paese, sognando quelli che erano stati i suoi trofei: la verga da garzone, lo stendardo da confrate e la scopa da spazzino comunale. Se n' era andato senza clamori, senza cortei, né per vie princi­pali com'era consuetudine, né per vie di campa­gna come gli auguravano beffardamente i ragazzi. Se n' era andato e basta, senza lasciare tracce.

Il tempo maligno e tiranno ha già consumato anche quella croce al cimitero.

L'articolo è stato già  pubblicato dalla rivista" Il Monte "Anno II n° 2 del 2005

 

Le cascate montane di Montella di Tullio Barbone

Barbone Tullio 15 Febbraio 2026

001 Le cascate di Montagma di MontellaÈ già da qualche anno che mi capita, durante la bella stagione, di essere avvicinato da forestieri che mi chiedono di indicare loro il luogo delle “Cascate di Montella”.

Io per un po' di tempo li ho sempre indirizzati verso la cascata situata a monte del “Ponte della Lavandaia”, la più vicina e facile da raggiungere, senza rendermi conto di cosa avesse di tanto bello e straordinario questa cascata da attirare visitatori forestieri.

Conoscevo altre due cascate, quella della Madonnella e quella presso il “Ponte del Fascio” delle quali i forestieri non mostravano di essere interessati.

 Tutte e tre queste cascate del fiume Calore non sono salti naturali dell'acqua, ma sono opera dell'uomo, costruite per ragioni simili: sollevare di quota il letto del fiume; la prima costruita già nel '500 per portare acqua al vicino mulino comunale e poi più volte ricostruita, la seconda costruita fine '800 per portare l'acqua, attraverso un condotto in ferro, al fontanone della stazione ferroviaria, che riempiva la caldaia dei treni a vapore, la terza, sempre a fine '800, per portare, mediante un canale a caduta naturale, acqua in paese per uso potabile e irriguo.

Nessuna delle tre ha mai attratto la mia attenzione.

01 Cascate naturali lungo Fiumicello

  Quando da giovane cominciai a frequentare le nostre zone montane, fui attratto invece dalle tante cascate e cascatelle dei vari rami fluviali che contribuiscono a formare il fiume Calore: Fiumicello, la Tufara, il Troncone, il Tronconcello, la Scorzella, le basse pendici dell'Acellica. Ogni sorgente che pullulava dalla terra, o sgorgava alla base di una roccia, o dalle pareti di una dolina e cominciava la sua discesa a valle saltellando sulle pietre, mi affascinava e mi dava il senso della vita che nasce.

  È in queste zone che voglio condurre il lettore che abbia voglia di conoscere gli angoli più reconditi dei nostri monti dove l'acqua affiora, salta, s'acqueta, e poi si tuffa e si rituffa ancora in un caleidoscopio di luci, di suoni e di colori.

02 Cascata e marmitta di Fiumicello

Partiamo dal “Ponte del Fascio” lasciandoci alle spalle le tre cascate antropiche andando alla scoperta di quelle naturali, semisconosciute ai più, ma più attraenti. Andremo per sentieri di montagna che fiancheggiano torrenti d'acqua chiara, impetuosi e limpidi allo stesso tempo, mormoranti un linguaggio che vale la pena ascoltare ed imparare in quanto appagante e consolatorio.

Percorriamo un viottolo ombreggiato da carpini, lecci e querce e dopo mezzora di cammino arriviamo ad un incrocio; prendiamo il sentiero a destra che risale il torrente Fiumicello, primo affluente del ramo fluviale della Scorzella.

Saliamo a fatica e vediamo che la pendenza del torrente è irregolare: tratti scoscesi sono intervallati da brevi tratti pianeggianti, seguiti di nuovo da tratti di forte pendenza che creano una serie di cascate e cascatelle: dei veri e propri presepi d'acqua.

03 Serie di cascate di Fiumicello

Nel corso dei millenni le acque hanno eroso in maniera diversa le rocce composte da minerali diversi e quindi variamente resistenti alla forza erosiva delle acque correnti. È questa una delle ragioni della formazione di questi salti naturali delle acque. Tralasciamo le altre cause perché non è questa la sede per discuterne. E mentre ammiriamo stupefatti questo turbinìo di rumori, di luci e di colori, uno stridìo forte che viene dall'alto ci fa alzare gli occhi al cielo: è un'aquila che volteggia alta dirigendosi verso il nido situato alla nostra destra fra le pareti rocciose del versante Sud-Ovest di Sassosano. Il suo volo è un vai e vieni dal nido alle ripe opposte di Cercetàno dove forse ha fatto precipitare le sue prede.

04 Aquila reale presso Li Ripuni

Alla nostra sinistra iniziano invece “Li Ripùni re Cercetàno”, delle vere e proprie pareti verticali alte diverse decine di metri. Il sentiero ci passa sotto, ai loro piedi, e noi ci sentiamo piccoli piccoli, quasi stretti in una morsa a destra e a sinistra.

Saliamo ancora uscendo finalmente da questa strettoia e dopo circa un'ora di cammino ci appare all'improvviso qualcosa di meraviglioso: la cascata dello Scannolaro, un salto d'acqua di una ventina di metri. Non è solo il salto a sorprenderci, ma l'intera depressione della zona sottostante che precipita vertiginosamente. Immaginiamone il fragore nei periodi di piena. Uno spettacolo! L'aggiriamo e ci troviamo sulla parte superiore di essa e ci sembra di trovarci su un balcone senza ringhiera da cui l'acqua precipita nel vuoto. La guardiamo ballerina sulle rocce e pensiamo che noi, in fin dei conti, il Paradiso lo abbiamo in casa! 

05 Cascata dello Scannolaro Fiumicello

A monte di questa cascata confluiscono tutte le acque di risorgenza dei diversi versanti montuosi che circondano “Lo fuósso re la cambana” e che sostanzialmente danno origine al torrente Fiumicello. Siamo arrivati a Verteglia dopo alcune ore di risalita, e qui termina la nostra prima faticosa arrampicata. Siamo stanchi, ma ne è valsa la pena.

                                                                       ***

La seconda arrampicata ci porta a risalire un altro affluente del ramo fluviale della Scorzella, cioè il torrente della Tufara che in linea di massima è pressoché parallelo a Fiumicello, ma si trova più a monte a circa mezzora di cammino.

I due torrenti sono separati dal massiccio montuoso di Cercetàno.

Cominciamo la risalita lungo un sentiero che serpeggia alla sinistra del torrente; ci accorgiamo subito che la sua pendenza è meno difficile da affrontare ed è più regolare: le acque scendono a valle senza grossi salti, ma attraverso un continuo saltellare sulle pietre formando innumerevoli cascatelle. Di salto in salto troviamo la cascata più imponente nel senso che ha un'altezza di una ventina di metri; il rumore dell'acqua che si infrange sulla roccia è forte, il sentiero è insicuro perciò procediamo col cuore in gola. Arrivati sotto la cascata siamo stupiti dall'eccezionale portata d'acqua. Di fronte a quel salto imponente ci sentiamo minuscoli.

06 Cascata della Tufara Pelatone

Quasi tutte queste cascate, come quella del precedente torrente, nel punto di caduta dell'acqua, hanno formato la loro marmitta del gigante, una sorta di pozzo più o meno profondo che l'acqua, cadendo sulla roccia sottostante, ha scavato attraverso un lavorìo di erosione millenaria.

Di questo fenomeno erosivo abbiamo un esempio poco lontano dal centro abitato di Montella lungo la strada che porta alle Mezzane. Nei pressi della località Macèra, il fiumiciattolo Lacìnolo prima ha eroso le pareti rocciose delle sue rive creando una sorta di canyon in miniatura, e poi più a valle,  dopo un salto di pochi metri, ha scavato sulla roccia sottostante una marmitta del gigante molto profonda che noi chiamiamo “Lo puzzo re li priéuti”. 

07 Altra cascata con marmitta

Torniamo alla Tufara. Alla fine di questa serie numerosa di cascate, cascatelle e di conche, troviamo l'unica risorgenza che alimenta questo torrente, chiamata “La fondàna re la manga re l'agènde” (dove manga sta per luogo esposto a Nord e agènde sta per guardia boschiva del signore feudatario di quelle zone). Confluiscono a formare il torrente della Tufara le acque superficiali e sotterranee del bacino idrografico delle Acque Nere, del Fosso dei Campanari, di Ischitella e del versante Sud del monte Cercetàno.

Siamo a questo punto giunti alla fine della seconda ascesa.

                                                                       ***

La terza, dopo qualche giorno, ci porta alla scoperta del più importante corso d'acqua, quello della Scorzella alimentato dalle acque di esubero della sorgente omonima e di quelle del Tronconcello e del Troncone.

Il nostro viaggio inizia dove il precedente torrente della Tufara si tuffa nelle acque della Scorzella. Dal ponte che attraversa il torrente, formato dall'acquedotto dell'Alto Calore, guardiamo verso il basso e scorgiamo una serie di salti d'acqua e di conche (marmitte) con cui il torrente Tufara termina la sua discesa nell'  “Ùrio Cùpito”.

08 Cascata alta della Scorzella

  Dopo lungo cammino arriviamo ad una biforcazione dove ci arriva alle orecchie lo scrosciare di acque saltellanti che scendono impetuose a valle. Le sentiamo senza vederle perché scorrono nascoste in una forra stretta, profonda e quasi inaccessibile.

Sono quelle del Tronconcello, che, dopo una tortuosa e precipitosa discesa di un centinaio di metri, confluiscono dalla sinistra nel fiume della Scorzella.

Noi però proseguiamo verso destra in quanto il nostro obiettivo è arrivare alla risorgenza di tale fiume per scoprire nuove meraviglie montane. Il sentiero si fa più stretto e ripido e dopo una mezz'oretta troviamo la più importante cascata di questo ramo alta una decina di metri.

09 Cascata della Scorzella

  Ma siccome la maggiore quantità dell'acqua che, in quel punto, scorre nel fiume Scorzella non proviene dagli esuberi delle risorgenze captate, proseguiamo oltre lungo il fiume e dopo pochi minuti scopriamo davanti a noi una bocca d'acqua con una copiosa portata: è la vendàra della Scorzella. Il fragore dell'acqua ci trasmette tanta euforia superata forse solo dalla bellezza di un alto faggio che sta a fianco alla vendàra e che con la sua imponenza sembra quasi proteggerla.

 Lasciamo le risorgenze della Scorzella salutando un tasso secolare protetto dal WWF che troneggia poco distante dalla sua cascata. Il nostro viaggio alla scoperta delle cascate montane termina qui, ma non prima di averne visitata un'altra alquanto nascosta, in quanto si trova isolata in una zona lontana dalle precedenti. La troviamo infatti in fondo al pianoro delle Acque Nere a poche centinaia di metri dietro il casone occupato nei mesi estivi dai pastori della famiglia Addesso. La cascata è alimentata dalle acque provenienti dal “Fuósso re li Campànari” e scorre solamente nei periodi autunnali/invernali. L'acqua non fa un salto unico; infatti, a causa della natura fortemente carsica del luogo, diversi rivoletti fuoriescono dalle pareti laterali, a varie altezze, facendo da corona alla massa d'acqua principale. 

10 Cascata a valle del Fosso dei Campanari

  Prima delle diverse captazioni dell'acquedotto Alto Calore questi luoghi dovettero essere ancora più paradisiaci di adesso. È indiscutibile però che la necessità di acqua potabile è di gran lunga prioritaria rispetto agli aspetti estetici. Discutibile invece è il fatto che le captazioni siano diventate quasi totali nel periodo estivo a scapito della flora e della fauna fluviali con evidente rottura del relativo ecosistema.

L'articolo è stato già  pubblicato dalla rivista" Il Monte " anno XXI n° 1 del 2024.dal titolo " Montella e le sue cascate montane".

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