A Resino il falò ardeva già da qualche ora sul sagrato della chiesa in quella sera fredda e stellata della vigilia di santa Lucia. Le fiamme salivano alte fino alle finestre del mezzadro Carùso e le scintille ancora più alte fino a confondersi con le stelle. I ragazzi si rincorrevano festosi intorno al fuoco tra lampi e botti, mentre il marito della Casàra, seduto su uno sgabello, preparava patate da cuocere sotto la cenere.
Suonavano le campane e le prime donne già entravano nella chiesa illuminata per la messa serale. Il mezzadro Carùso invece era ancora riunito con la famiglia intorno alla tavola e raccomandava ai suoi bambini di affrettarsi perché don Antonio li aspettava per accendere le candele sull'altare e mettere l'incenso nell’incensiere .
In quel momento bussarono al suo portone. Carùso scese di corsa e aprì. Era Marietta la domestica di don Calogero, il padrone.
- Corri, Carùso, corri! Il padrone sta male! Lo chiamo ma non mi risponde! Dio mio cosa gli succede! Signore, aiutalo Tu!
E tornò indietro di corsa seguita dal mezzadro. Quando giunsero sotto il portone aperto sentirono piangere la signora Mèna e Liùccia sua sorella. Don Calogero se n'era andato nella fredda e stellata sera della vigilia di santa Lucia.
La notizia scese di bocca in bocca dalla casa di don Calogero fino alla chiesa: il sagrato ammutolì, lentamente si spopolò, e un silenzio di morte invase anche il vicolo che saliva verso il palazzo. Si udiva solo lo scoppiettìo secco dei ceppi di ulivo che ardevano.
Due giorni dopo si tennero i funerali. C'erano tutti: gli amministratori comunali col sindaco in testa, gli avvocati, i medici, il farmacista, i coloni, i mezzadri e le loro famiglie. C'erano tanti forestieri e c'era pure la donna dai capelli corvini.
I ragazzi del sagrato avevano cominciato a vederla solo da alcuni anni quando, ancora adolescente, saliva lungo la stradina stretta e ripida, lastricata di ciottoli. Essi allora smettevano di giocare e la guardavano passare davanti alla chiesa, ogni volta senza parole, finché non entrava nel portone di don Calogero. La sua immagine rimaneva a lungo nei loro occhi, nella loro mente e nei loro commenti maliziosi.
Era bellissima.
La conoscevano come la nipote del padrone, figlia di una sua sorella che viveva in una casa di proprietà della famiglia in un esteso podere, nella piana di Lentino, distante mezza giornata di treno. La donna era rimasta vedova e senza figli e di tanto in tanto riceveva la visita del fratello.
Una mattina di oltre vent'anni prima la donna lo aveva visto arrivare con una bambina per mano.
- Sorella cara - aveva detto - ti porto un angelo. Non è vero che è un angelo? L'ho portato per lasciartelo. D'ora in avanti questa mia bambina resterà qui con te. Avrai cura di lei, come se fosse tua; potrai venire a casa mia quando vorrai e portare anche lei che per mia moglie sarà però una tua figlia adottiva. Tornerò spesso qui, prima che tu e lei possiate aver bisogno di me.
La sorella conosceva la tristezza di don Calogero per non aver potuto aver un figlio dalla moglie. Capì tutto.
Tenne con sé la nipote e, d'estate, quando i suoi mezzadri avevano terminato la mietitura e riempito i granai, la portava dal padre per una breve vacanza. La ragazza dai capelli corvini passeggiava lungo i viali del giardino fino ai bordi del muro che lo separava dall'uliveto, si sedeva a leggere sotto un pergolato di glicini, mentre i ragazzi, nascosti dietro gli ulivi, si riempivano gli occhi di lei, a lungo.
Don Calogero allora si appartava nel suo studio che dava sul giardino per sbrigare qualche pratica, ma, in piedi dietro le finestre chiuse, spostando le tendine leggermente, dimenticava ogni pratica e guardava la ragazza passeggiare, e poi sedersi a leggere e poi di nuovo passeggiare.
Come cresceva in fretta il suo angelo!
Poi gli occhi umidi si perdevano nel vuoto ed il pensiero andava alla donna che aveva amato in una notte d'estate e che gli aveva donato quell'angelo.
Lasciava la tendina e si sedeva alla scrivania preso da un'angoscia mortale, da una ragnatela di pensieri che gli irretivano il cervello. Lo trovava in quelle sabbie mobili la moglie che bussava, apriva la porta e con voce stizzita diceva:
-È arrivato il mezzadro Carùso, dice che le capre hanno rovinato il boschetto di querce giovani su in collina... E compare Rocco vuole sapere se può cominciare a mettere le reti sotto gli ulivi... C'è la moglie del colono Felice con la bambina da visitare, la faccio entrare?... E poi c'è mia sorella da controllare. L'hai sentita tossire?
E il giorno dopo, e tutti gli altri giorni e da sempre era una continua estenuante lagna. Una noia mortale!
Don Calogero qualche volta si alzava furibondo, batteva forte un pugno sulla scrivania e sbottava:
- Andate alla malora tu, tua sorella, i coloni, i mezzadri, i pazienti, il boschetto e l'uliveto! Andate tutti alla malora!
La moglie tirava la porta, si allontanava frignando e andava a lamentarsi dalla sorella.
La cognata! Sì, c'era per casa anche Liùccia, la cognata di don Calogero. E c'era anche la domestica! Tre donne, tre incubi. Don Calogero scappava da loro la mattina e si fermava nel suo studio medico che si affacciava sulla vallata, fino a tarda mattinata. Passava poi sul municipio dove sbrigava pratiche di assessore comunale e solo verso le due del pomeriggio si avviava verso casa ogni giorno a passi più lenti. Appena apriva il portone sentiva la cognata, ormai a letto da anni, che chiamava con voce stridula ora la sorella, ora la domestica:
- Mèna, Mèna, portami la borsa con l'acqua calda!
- Marietta, Marietta, voglio lo sciroppo, portami lo sciroppo! Soffoco!
A don Calogero allora veniva la voglia di riaprire il portone, e uscirsene di nuovo, imboccare il vicolo che portava all'uliveto e perdersi. Ma si faceva coraggio e saliva. Appena sul pianerottolo, di nuovo: - Mèna, Mèna, soffoco, soffoco!
- Marietta, corri da mia sorella, lascia perdere i piatti!
Correva Marietta da Liùccia. Mèna non poteva perché pure lei era quasi sempre a letto. Sì, era a letto, dove si metteva all'inizio dell'autunno e da dove si alzava a primavera inoltrata. Pareva cadesse in letargo. Passava il giorno a letto sfogliando riviste, attenta a qualche vestito nuovo da richiedere in città. Chi entrava la trovava con alcuni cuscini dietro la schiena per tenersi dritta, con una lunga sciarpa avvolta al collo e con una specie di turbante in testa. La domestica, una spilungona dalle gambe leste, faceva la spola dalla cucina alla camera per portare mattoni caldi da infilare sotto le lenzuola.
Don Calogero nel frattempo aveva appeso il cappello e il bastone, era passato nel bagno e poi in cucina e si era seduto a tavola, solo. Le tre donne avevano pranzato a mezzogiorno. Calogero usciva da solo, rientrava da solo e da solo pranzava. Toglieva il coperchio ai piatti poggiati sulla tavola, assaggiava e ricopriva. Da tempo ormai rimaneva a tavola pochi minuti, poi ripassava nel bagno e si chiudeva nello studio aspettando le visite dei coloni e dei clienti.
Bussò una volta lo Sciangato, di professione spione, per dirgli che il mezzadro Galeotto teneva nascosti alcuni sacchi di grano sottratti all'ammasso. Li aveva visti lui, con i suoi occhi, spiando nella cisterna del condominio da anni senz'acqua.Voleva avvisare anche i carabinieri, ma don Calogero gli batté tre volte la mano sulla spalla dicendogli:
- Quel grano è frutto del sudore del mezzadro e serve per sfamare i suoi figli; tu ringrazia Dio che sei tornato dalla guerra sciangato come sei, e puoi vivere di pensione senza lavorare. Da quella volta lo Sciangato smise di fare lo spione.
E il giorno della Madonna del Carmelo si presentò a don Calogero piangendo la moglie di compare Rocco con una bambina in braccio per dirgli che il campo di fichi d'India preso in fitto era stato danneggiato dall'ultima grandinata e che non avrebbe guadagnato tanto da potergli pagare il fitto.
- Non ti preoccupare — rispose don Calogero — il fitto me lo pagherai l'anno prossimo se avrai fatto un buon raccolto. Poi chiamò la domestica e le disse di dare alla donna due barattoli di latte condensato per la bambina e un pacco di zucchero. Che felicità per la donna!
Una sera, poco prima che don Calogero uscisse per fare quattro chiacchiere col farmacista, arrivò al palazzo la sua guardia campestre a riferirgli che aveva sorpreso i figli della Casàra a raccogliere nel boschetto le frasche destinate al palazzo. Calogero gli rispose di passare per la casa della Casàra e di dirle che poteva raccogliere tutte le frasche che voleva come se fosse lei la padrona. Diede alla domestica il verbale destinato alla Casàra dicendole di metterlo nel fuoco.
La donna si allontanò borbottando e andò a riferire le malefatte del padrone alla moglie che sbottò:
- In rovina andiamo prima o poi! Questo palazzo è diventato la casa dei coloni, dei pezzenti e dei loro figli col moccolo sotto il naso e con i pantaloni aperti dietro!
E metteva un fazzoletto davanti alla bocca temendo che i coloni avessero portato una nuova «Spagnola», e ordinava alla domestica di pulire tutti i pomi e tutte le maniglie e di lavare i pavimenti e le scale dove essi avevano camminato!
La vecchia Liùccia rincarava la dose:
- Cafoni stiamo diventando! Ecco chi siamo ormai. Cafoni! Arrivammo signori ed ora siamo cafoni!
Ma don Calogero si sentiva sempre signore e quando chiamava i potatori del pergolato di uva rosata del cortile, li faceva sedere a tavola e faceva loro servire ogni grazia di Dio. La domestica brontolava e la vecchia diceva:
- Con quella roba mangia un' intera compagnia di soldati!
La sua casa diventava veramente la casa dei cafoni quando certe sere andava via la corrente delle già flebili lampadine e, prima che i rombi sinistri degli aerei tedeschi e americani rasentassero il paese, essi erano già tutti nei sotterranei del palazzo dove trascorrevano la notte.
Don Calogero ascoltava queste lagne e queste cattiverie ogni giorno e allora gli veniva la voglia di prendere le tre donne e di buttarle dal balcone. Ma egli era un signore e perciò le piantava nei loro letti e scendeva giù nel giardino. Passeggiava lungo i viali fiancheggiati da bossi con le mani dietro la schiena, a testa bassa come se volesse mettere i piedi là dove li aveva poggiati la ragazza dai capelli corvini. I suoi pensieri andavano alla madre di lei e si rammaricava di non essere nato colono.
Questa vita don Calogero la conduceva da sempre, da quando, sposandosi, la moglie aveva portato con sé dal suo paese anche la vecchia sorella e la domestica. Da sempre aveva dovuto convivere con i capricci della cognata, con le manie di pulizia e le fobie di malattie della moglie e con i brontolii della domestica. Dopo qualche anno dal matrimonio la moglie abortì e, tra le sue fantasie, attribuì a don Calogero e alle sue presunte scappatelle la causa di quell'aborto. Decise allora di non dormire più col marito e di trasferirsi nella stanza della sorella. Don Calogero sentiva nell'animo un vuoto enorme, che non era stato colmato dalla nascita di un figlio; sentiva una totale indifferenza per le frivolezze e le fobie della moglie e cominciava a sentire il bisogno di riempire quel vuoto.
Perciò una sera d'estate di circa trent'anni prima, durante la quale le tre donne si erano trasferite per vacanza al loro paese di origine, don Calogero era uscito di casa diretto al pagliaio che era nel suo podere oltre la ferrovia, dove lo aspettava la figlia di un suo colono. Era la sera della festa del patrono e la signorina aveva detto al padre che sarebbe uscita con le amiche a passeggiare lungo il corso illuminato, ma appena fuori dal rione aveva preso la via del campo. I due si incontravano da un po' di tempo, da quando lui l'aveva vista nei campi a mietere il grano e s'era innamorato delle sue guance cotte dal sole, dei suoi capelli neri legati alla nuca e della sua aria un po' selvaggia; innamorato di lei che, quando il sole picchiava forte sulle schiene ricurve si sedeva sotto un albero con le sorelle e col padre, scoperchiava la pentola e distribuiva la pasta con i fagioli nei piatti poggiati sulle loro gambe incrociate; poi, con le mani nere e incallite, tagliava a metà dei pomodori e li condiva col sale per completare il pasto; innamorato di lei che non aveva a schifo di sdraiarsi sull'erba o sulle stoppie a riposare aspettando che le ombre si allungassero un po'. Come era diversa dalla moglie dalle carni bianche, incipriate e un po' sfatte, coperte di veli e di merletti! La ragazza aveva ceduto all'aspetto signorile anche se un po' austero del padrone, alla sua nobiltà d'animo che traspariva da ogni sua parola, da ogni suo gesto, allorquando si recava nei campi e offriva cioccolatini alle ragazze e tabacco al colono.
Quella sera, dopo essere usciti dal pagliaio, i due avevano camminato per ore lungo i viottoli di campagna, complice la luna piena di agosto, che per anni rimase l'unica testimone muta di quella notte d'amore. Avevano camminato per ore, il padrone e la figlia del suo colono, lui dimentico delle tre donne lontane e delle loro fisime, lei dimentica della festa, del padre, della gente; lui sognando di vivere un po' più da colono, lei sognando di vivere un po' più da padrona. Ma i sogni dei due rimasero affidati ad una stella cadente di una notte d'agosto.
La figlia del colono non si vide mai più in paese e don Calogero ripiombò nel grigiore di sempre, illuminato di tanto in tanto solo da i suoi viaggi a casa della sorella a mezza giornata di treno e dai brevi ritorni in paese della ragazza dai capelli corvini.
Ma questi ritorni a volte si rivelavano dei veri tormenti per don Calogero che doveva atrocemente dissimulare tutto l'affetto che invece avrebbe voluto esternare alla ragazza.
Un giorno d'estate, durante uno dei brevi soggiorni della ragazza in paese, a tavola la Mèna la guardò e, rivolta alla cognata, disse:
- Come somiglia a Calogero questa ragazza! Ha un modo di parlare molto spigliato, proprio come lui; il taglio delle labbra è identico!
E la sorella Liùccia dal letto fece eco:
- Hanno pure lo stesso neo sulla guancia con la sola differenza che la ragazza lo ha su quella destra e tuo marito su quella sinistra!
E la domestica:
- Non avete notato che il modo di sorridere è lo stesso!
Don Calogero ammiccò, ma non rispose, ingoiò i vari bocconi amari e accennò a dei sorrisetti più simili a ghigni. Ancora una volta sentì le tre donne coalizzate contro di lui e la bile si diffuse nelle vene. Il cibo era diventato veleno!
La sorella allora intervenne per toglierlo dall'imbarazzo e, rivolta alla cognata, disse:
- La ragazza viene da un paese dove sono diffusi i nei sul viso. Tutte le donne laggiù hanno il colorito bruno, i capelli neri e un taglio marcato delle labbra. Sono molto belle ed io sono contentissima di averne adottata una.
- È vero, sono bellissime! - rispose Mèna. E tacque.
Di quella notte d'amore nessuno seppe nulla per lungo tempo, ma quando i viaggi di don Calogero al paese della sorella si fecero più frequenti e le ragioni apparvero alla moglie sempre meno credibili, la sua vita che era stata da sempre un Purgatorio, divenne un Inferno e il suo cuore cominciò a cedere.
I ragazzi che da sempre lo avevano visto salire piuttosto lesto lungo il ripido acciottolato a gradoni, si erano accorti che ogni giorno che passava, impiegava sempre più tempo per arrivare davanti al sagrato. Vi giungeva ansante, affaticato e prima di prendere la via di casa, si sedeva sul muretto e poggiava il mento sulle mani che reggevano il bastone.
- Quanto sangue corre davanti a questa chiesa ! - diceva vedendo i ragazzi rincorrere un pallone.
- Quanto mi manca questo sangue! - aggiungeva scuotendo la testa.
I ragazzi non capivano e continuavano a correre. Don Calogero poi si alzava e lentamente si avviava verso casa.
Ma agli inizi di dicembre don Calogero non uscì più di casa. I ragazzi non lo videro più sbucare laggiù all'angolo dell'orto del fattore e chiesero di lui. Seppero che una febbre lo teneva da giorni a letto.
Vi rimase fino alla sera della vigilia di santa Lucia .
l"articolo è stato pubblicato sulla rivista Il Monte anno III n° 4 del 2006





