Chi osserva una cartolina illustrata che ritrae il panorama completo del centro abitato di Montella degli anni '50, si accorge che esso è disposto a raggiera con al centro Piazza Bartoli, dalla quale si dipartono cinque strade principali: Via Don Minzoni verso Nord, Via M. Cianciulli verso Sud-Est, Via del Corso verso Est e la strada che porta a S. Simeone e poi a Sorbo verso Ovest; da questa si divide subito la strada che porta a Garzano verso Nord-Ovest.
Da queste cinque arterie principali si dipartono via via strade più brevi che portano ai rioni periferici e infine da queste ultime una serie di vicoli e vicoletti che possiamo considerare come i capillari del sistema urbanistico e viario del paese. Tra un'arteria principale e un'altra l'osservatore nota grandi polmoni verdi, costituiti da parchi di case signorili, da orti e da campi coltivati.
Dagli anni '60 in poi questi grandi spa-zi verdi sono stati via via urbanizzati, cosicché oggi di essi rimangono solamente spezzoni di orti, giardini striminziti e a volte neppure questi. Non capisco le ragioni per le quali il verde urbano sia stato così tanto ridotto in quegli anni.
Al forestiero che arriva a Montella, ancora oggi le prime strade che si presentano sono Via D. Minzoni, Via M. Cianciulli e Via del Corso con piazza Bartoli al centro. Del resto anche le cartoline illustrate dell'abitato fondamentalmente ritraggono solo questi luoghi ignorando le periferie. Ma Montella è anche altro. Ci sono vicoli, soprattutto nei rioni alti del paese, che hanno un fascino particolare e sono carichi di tantissima storia paesana, anche se non sono intitolati a personaggi illustri.
Non sono né larghi, né dritti, né alberati, sono angusti, tortuosi e a volte aspri, come la vita che hanno visto vivere, ma egualmente belli. Sono libri aperti e a chi li sa leggere rivelano una parte dell'anima della nostra gente non sempre raccontata e conosciuta.
Però la storia di una comunità, di un paese, non è fatta solo di proprietari terrieri che abitavano lussuosi palazzi, ma anche di contadini, di coloni e di mezzadri che coltivavano le loro terre e abitavano case modeste. Per queste ragioni voglio farmi una passeggiata in mezzo a questi vicoli, che abbia anche il sapore di un ritorno e di una rilettura.
Devo premettere che con la ricostruzione post-sismica qualche vicolo situato in zone più disagiate, è stato abbandonato ed i proprietari di abitazioni da abbattere hanno ceduto il suolo al Comune e accettato case costruite fuori sito. Però la maggior parte dei vicoli ha visto le abitazioni ricostruite, ma con poco rispetto per gli elementi architettonici preesistenti. Ne è venuto fuori un ibrido con elementi eterogenei che non generano armonia.
Vi entro e mi sembrano deserti, muti, ma un comignolo che fuma, dei panni stesi ad asciugare, un'antenna televisiva ad un balcone, un cane accovacciato davanti ad un portone, mi dicono che c'è qualcuno che ci vive. Alcuni vicoli sono ciechi e si aprono solo verso l'alto ad un nastro di cielo, ma la maggior parte di essi, oltre il muro di fondo che li delimita, hanno gli occhi aperti sugli orti e sulla vallata sottostante o verso la montagna.
Hanno delle caratteristiche comuni. Mi colpiscono subito le scale esterne di molte abitazioni: pochi scalini di accesso ai portoni occupano suolo pubblico e permettono di guadagnare superficie abitabile all'interno. Questi pochi scalini per lo più sono frontali al portone, ma, dove il piano stradale è molto più basso del portone, gli scalini, necessariamente più numerosi, sono addossati al muro perimetrale e terminano con un pianerottolo di accesso. Scalini e pianerottolo sono ricoperti da tettoie che un tempo erano coperte di embrici e sorrette da pali di legno; questi materiali sono stati sostituiti dal ferro, dall'alluminio e dalla plastica. Questi pochi scalini che ora hanno solo la funzione pratica, una volta erano anche panchine su cui stare a chiacchierare e sferruzzare: chissà quante confidenze e pettegolezzi, storielle e confessioni avranno ascoltato. Erano salotti all'aperto.
All'inizio o all'interno dei vicoli a volte è presente un arco, sul quale naturalmente sono costruiti vani abitati affinché nessun metro quadrato di superficie e nessun metro cubo di spazio vadano perduti. Anche gli archi, come gli scalini, erano animati: vi si radunavano i bambini per giocare quando all'esterno era cattivo tempo.
Ancora vedo in qualche vicolo una vite contorta che si arrampica fino ad un balcone o ad un terrazzino. Una volta ce n'erano ovunque ci fosse uno spazio fra due case e di settembre si caricavano di uva rosata e profumata che appartiene ormai ai ricordi. Protette dal vento, dal freddo e dall'umidità, queste viti erano più resistenti alle malattie ed erano capaci di cercarsi l'acqua allungando le radici sotto le case, sotto le strade acciottolate o lastricate. Inoltre ogni orto e ogni cortile aveva la sua "preola" di uva rosata. Ma quanti orti sono rimasti? Oggi quasi tutti i rioni hanno avuto la loro variante esterna che ha portato maggiori comodità, ma ha disintegrato gli orti, riducendoli a brandelli. È vero che i rioni sono meglio collegati fra loro e col centro, ma questo non ne ha impedito lo spopolamento. L'area del vicolo, che era pur sempre suolo pubblico, in realtà era tacitamente sfruttata dai soli "condomini" che d'estate vi spandevano ad essiccare fagioli, ceci e granturco come se il vicolo fosse un'aia privata di campagna. E vi sostavano pure gli asini, legati con la cavezza ad un anello in pietra murata a fianco al portone, in attesa di partire per un altro viaggio.
Tra i condomini del vicolo vigeva una sorta di mutuo soccorso fatto di prestiti e di scambi. Si prestava innanzitutto il lievito naturale (lo crescènde) per la panificazione, che, dopo l'uso, veniva rinnovato e restituito, pronto per un'altra famiglia.
Si prestavano oggetti per la casa (chiurnìcchi, setàcci, caoràre), attrezzi da lavoro; capitava di prestare, in situazioni particolari, anche l'asino per il trasporto di frasche e legna, paglia e fieno, anche se una massima popolare recitava che era meglio prestare la moglie anziché l'asino. È vero che la massima evidenziava l'importanza di questo animale domestico per l'economia della famiglia, ma è pur vero che evidenziava la scarsa considerazione del ruolo della donna in quella società piuttosto maschilista. La qual cosa non ci fa onore.
Le famiglie del vicolo si scambiavano perfino giornate lavorative: infatti in un tempo in cui la moneta liquida scarseggiava, era il baratto a regolare i rapporti economici, per cui una giornata di lavoro resa non era pagata ma ricambiata.
Occorre però dire che tra le famiglie del vicolo molto spesso c'erano rapporti di parentela che favorivano questi aiuti reciproci.
C'erano particolari attività della vita contadina che si prestavano ad aiuto reciproco: la mietitura, la raccolta delle barbabietole da zucchero, la spagliatura delle pannocchie di granturco, la vendemmia, le varie fasi della raccolta delle castagne.
Inoltre non tutti avevano sempre attrezzature necessarie per tutte le attività. Basta pensare che avere un torchio per la spremitura delle vinacce era quasi una ricchezza che non tutti potevano permettersi per cui, nelle sere d'ottobre, (di giorno no, perché la gente era impegnata nei castagneti) capitava di assistere ad un via vai di ragazze con recipienti in testa che trasportavano a casa di chi aveva il torchio, le uve pigiate e fermentate per la spremitura definitiva.
Credo che sentire l'odore di mosto e di vino di cui era pregna l'aria del vicolo sia stata tra le esperienze più belle e più irripetibili della civiltà contadina.
Mi viene da fare una considerazione: la gente del vicolo si ritrovava a darsi reciproco aiuto soprattutto nell'ultima fase delle attività agricole, cioè quella della raccolta. Infatti si aiutavano non per potare o irrorare le viti, ma solo per vendemmiare, non per sarchiare o rincalzare il granone, ma solo per sfogliare le pannocchie, non per seminare o mondare il grano, ma solo per batterlo sulle aie. Credo che questo dipendesse dalla necessità di mettere il raccolto al sicuro dalle intemperie e dai furti prima possibile, ma credo pure che fosse un modo di rendere partecipi i vicini del piacere e della gioia derivanti da un abbondante raccolto che rappresentava dopo tutto la sola ricompensa per un intero anno di lavoro.
tutti aspettavano freneticamente e gioiosamente vivevano queste attività perché erano anche occasioni di socializzazione, di divertimento e favorivano incontri galeotti fra giovani innamorati.
È Minuccia che racconta.
Quann'era vagliotta facìa l'amore pe' no' vagliane re 'n'ato casale, ma mamma non mi ulìa mai fa' assì. Venètte Settembre e a casa re l'amica mia Filuccia si spogliavano re spiche re granurinio. lo addommannai a mamma si putia i a aiutà 'st'amica a spoglià, sapènno ca nge ia puro lo 'nammorato mio. Mamma mi mannao. Quanno finiémmo re spoglià, lo patre re Filuccia pigliao l'organetto e abbiao na tarandeHa. Accumingiammo a baHà. A 'no certo pundo tozzolaro a lo pertone. Era mamma! Subito mi faciéro annaccoà mmiézzo a lo squarcio re 'no muro addo' ng'era la fonèstra ra fore e li scuri ra rindo. Addo' è Minuccia?- recette mamma pe' 'na mazza 'n mano! Se n'è binuta a caseta - rispunniéro r'amiche. lo tre mava e mi stia pescianno sotta. Mamma se ne ètte, io assiétti ra la tana e curriétti a casa. Quanno arrivai no' ngi furono scuse e 'no paliatone non me lo levavo nisciuno.
Affinché l'aiuto reciproco fosse reso effettivo, alcune attività venivano programmate per quanto possibile, onde evitare che le famiglie si trovassero a svolgerle contemporaneamente.
Poteva però capitare di non potersi aiutare perché certe attività non potevano essere rinviate, altrimenti sarebbero capitate nel giorno della settimana "proibito": di S. Sebastiano. Secondo il calendario la ricorrenza capita il 20 gennaio, ma il giorno della settimana in cui capitava diventava "proibito" per l'intero anno.
In quel giorno di ogni settimana non si potevano svolgere tante attività pena la loro cattiva riuscita: il legname tarlava, i salumi irrancidivano, le conserve ammuffivano, il pane non lievitava nel modo giusto, il vino s'intorbidiva ...
Erano credenze che sapevano tanto di magia e di superstizione, ma intanto scandivano e condizionavano lo svolgimento di tante attività. Non posso credere ad un S. Sebastiano così esigente e così vendicativo!
Meno magica appare la convinzione dei contadini circa l'influenza delle fasi lunari nelle loro attività, seguendo la quale alcune di esse era opportuno svolgerle nel periodo di luna crescente (re crescènza) altre in quello di luna calante (re manganza).
Per quanto io ricordi era considerato più favorevole il periodo di luna calante.
Essere rigidamente condizionati dalla possibile influenza del succedersi delle fasi lunari era un altro motivo per cui spesso non era possibile anticipare o posticipare determinate attività per poter usufruire dell'aiuto del vicinato. Tale convinzione, che non ha basi scientifiche, derivava unicamente dall'esperienza che, accumulata nel corso degli anni e dei secoli, era diventata come un'eredità culturale, trasmessa oralmente. Sono altre le variabili che in agricoltura determinano buoni o cattivi raccolti.
Ma la vita del vicolo non era tutta un idillio. Si litigava pure, eccome! Infatti la condivisione di superfici e spazi abbastanza ristretti portava a volte a scontri. Erano per o più le donne a litigare, ma per fortuna poche e sempre le stesse, per le quali ogni futile controversia, risolvibile col buon senso, diventava motivo per attaccare brighe. Intanto i mariti erano assenti per il lavoro. Le liti per lo più verbali, a volte finivano a botte.
Poteva capitare che due fratelli che si sposavano a distanza di pochi anni, per ristret tezze economiche e per mancanza di nuove abitazioni, rimanessero ad abitare nella casa paterna avendo alcune stanze proprie separa te, ma anche varie pertinenze comuni: ingressi, corridoi, cortili, orti.
Questa promiscuità generava occasioni di litigio fra cognate.
È sempre Minuccia che racconta, non più ragazza, ma donna sposata.
A casa mia pe' ghi ngimm'a la crata io assia fore a la cucina e ghia ngimm'a 'na loggia addò ng'era 'na scala chi mi portava ngimm'a la crata passanno pe' dindo a 'na fonestrèddra. La loggia era re tutte e doe: la mia e de cainàtema, e drà io ngi tinia certi cascittini appilàti. 'Na bella matina scéngo rind'a lo curtiglio e trovo li cascittini menàti abbascio. La chiamai e li riciétti:-Che so' 'sti cascittini pe' terra! A chi riano fastirio?
So' stata io a menàrre abbascio pecché puzzavano re pisci!
-'Sti pisci te r'a' sonnàti, io pisci non n'aggio accattàti li riciétti, e e tornai a portà ngimma. Essa retornào a bottà abbascio. Menào abbascio puro la scala. Chiorètte la fonestrèddra e la nghiovavo pe' doe tàole accussi ngimm'a la crate io non putia i chiù. Allora io sciovài re tàole e sckasciài la fonestrèddra. Quanno verètte la fonestrèddra scasciàta, acchiappào 'na iàtta e me la fottètte nfronde. Lo sango pisciculiava. Me ne trasiétti a casa. Quanno la sera venètte maritimo, acchiappai lo riésto, recènno ca se l'aia veré isso! Ra quiro iurno, nimiche a morte!
E tutto era succiésso pecché quir'anno tata no l'era fatte coglie re castagne pecché aia avuto 'na manganza ra cainàtema e da lo marito. Pe' ghi ngimm'a la crate apriémmo 'na cataratta e sagliémmo ra rind'a la cucina nosta. Aetta vini lo terramoto pe' fa' paci.
Oggi nei vicoli non si litiga più perché mancano gli attori e quindi i motivi per farlo.
Si litiga altrove: sull'"Isola dei famosi", nella casa del "Grande Fratello", negli studi televisivi di "Uomini e donne" e a volte anche in Parlamento! Con una differenza.
Prima nei vicoli si litigava... gratis, nel senso che gli attori non percepivano alcun compenso e gli spettatori non pagavano biglietti, assistendo, divertiti, a questi spettacoli a cielo aperto, magari nascosti dietro portoni, finestre e balconi socchiusi.
Oggi per litigare a televisione gli attori percepiscono lauti compensi e gli spettatori pagano canoni salati. Potete immaginare a chi vanno le mie simpatie.





