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Opinioni & Lettere

Antibiotico-Resistenza di Peppino Volpe

Giuseppe volpe 22 Febbraio 2024

Peppino dott Volpe 04

ANTIBIOTICO-RESISTENZA  L’Influenza è una malattia stagionale che in Italia si manifesta soprattutto nel periodo invernale che colpisce milioni di persone. L’esordio della malattia è caratterizzato da brividi, febbre che aumenta fino a raggiungere e a volte superare i 39°C, tosse, faringite, raucedine dolori articolari, spossatezza,ecc. Le suddette manifestazioni, di solito, si risolvono nel giro di pochi giorni (1 settimana circa) anche se vi sono casi che hanno anche una maggiore durata. In pochi casi vi possono essere complicanze cardio-polmonari che necessitano di ricovero.
I farmaci da usare in queste malattie virali sono sostanzialmente sintomatici (antiinfiammatori, antipiretici ecc) senza dimenticare i classici rimedi dei nonni che consistevano nel riposo (non contemplato in questa frenetica società), nel brodino caldo e nel miracoloso “tiolo mbietto “(mattone riscaldato). La predetta terapia è valida anche per il covid anche se in quest’ultimo caso, nei pazienti ad alto rischio, può essere somministrato il Paxlovid (farmaco antivirale).
Molto utile per prevenire l’influenza è la vaccinazione che non è obbligatoria ma è fortemente raccomandata nelle persone anziane e nei pazienti giovani affetti da patologie a rischio (oncologici- diabetici, cardiopatici ecc-ecc). Bisogna ricordare, tuttavia, che anche chi si è sottoposto a vaccinazione può ugualmente contrarre l’infezione anche se con una sintomatologia molto sfumata.
Peppino dott Volpe 02Gli antibiotici NON sono efficaci contro le infezioni causate da virus come il normale raffreddore, l’influenza, il covid ecc., anzi, l’uso eccessivo e inappropriato negli uomini e negli animali sta contribuendo ad accelerare drammaticamente il fenomeno dell’antibiotico-resistenza che rappresenta una delle principali minacce alla salute pubblica.
Si stima che in Italia (seconda solo alla Grecia) in un elenco di 29 paesi, per 100000 abitanti vi sono almeno 19 decessi/anno attribuibili ad infezioni di microorganismi multiresistenti. In Olanda, ultima dell’elenco è di 2 decessi/anno ogni 100000. Si prevede che nel mondo, nel 2050, le infezioni batteriche causeranno circa 10 milioni di morti all’anno, superando ampiamente i decessi per tumore (8,2 milioni), diabete (1,5 milioni) o incidenti stradali (1,2 milioni). Il problema, pertanto, non appartiene ad un futuro lontano ma è dietro l’angolo.
È bene sottolineare che il rischio di essere infettati da batteri antibiotico-resistenti riguarda non solo la persona che prende gli antibiotici in modo improprio ma anche coloro che saranno successivamente contagiati da quegli stessi batteri, quindi, l'antibiotico-resistenza non è un problema solo individuale ma sociale. Pertanto, è una battaglia importante che possiamo vincere solo se c’è la consapevolezza della gravità del problema ed ognuno, nel proprio piccolo, può dare un contributo evitando il “fai da te” e rispettando le indicazioni terapeutiche dei medici. Anche l’AIFA, in collaborazione con il Ministero della Salute, ha cercato di sensibilizzare l’opinione pubblica sulla gravità del problema promuovendo spot sui vari mass media nazionali.
Anche quest’anno tra la fine del 2023 e l’inizio del 2024 c’è stato un vero tsunami di contagiati tra influenza e covid che ha rischiato di travolgere il già traballante sistema sanitario nazionale, dalla medicina territoriale a quella ospedaliera. Noi medici abbiamo faticato non poco a tranquillizzare i pazienti e a limitare al minimo la prescrizione di antibiotici scontrandoci, qualche volta, con la richiesta insistente del paziente apprensivo o con le teorie bizzarre di qualche “virologo” di noi altri. A volte il paziente rimbalza tra i vari servizi medici (Medico di famiglia- guardia medica- pronto soccorso, medico ospedaliero e/o privato) intasandoli, fino a quando qualcuno, stremato, non gli prescrive qualcosa.
Anche nel settore veterinario, è necessario evitare il “fai da te” e attenersi scrupolosamente alle indicazioni terapeutiche del medico veterinario, che prescriverà l’antibiotico “quando serve e quanto serve”. Pericolosissimo è l’uso scriteriato degli antibiotici negli allevamenti intensivi.
La scoperta degli antibiotici è stata una conquista che ha cambiato la storia dell’essere umano salvando milioni di persone da morte sicura, cerchiamo di non renderli inefficaci.

                                                                                                                                                     Peppino Volpe

Passa il Natale ma l'egoismo rimane di Graziano Casalini

Graziano Casalini 20 Gennaio 2024

Passa il Natale ma l'egoismo rimane . E' passato Natale, il periodo più importante per le feste della nostra religione, un periodo di generosità di scambi di regali, di buoni propositi per il futuro, tutto quello che ogni Natale quando eravamo bambini promettevamo scrivendo una letterina ai nostri genitori, da leggere prima dell'inizio del pranzo natalizio. Le belle intenzioni, le grandi promesse, però in pratica, durante il nuovo anno, molte volte, queste venivano in parte disattese, e perché? Perché tutti noi umani abbiamo un gravissimo difetto insito nel nostro DNA, siamo egoisti. Ed è da questo difetto che scaturiscono tutti i problemi dell'umanità. A sostegno di questo posso descrivere il comportamento egoistico di bimbi piccolissimi, che non essendo ancora in grado di parlare e di riflettere su il loro modo di essere, si litigano le prime cose necessarie alla loro vita e sopravvivenza: il ciucciotto, il cibo, i giocattoli, e altre cose che a noi sembrano banali. Crescendo, questo grosso difetto viene limitatamente tenuto a bada e sotto controllo dallo sviluppo dell'intelligenza, ma negli adulti rimane alcune volte rovinosamente a prevalere sulla ragione. Anche le società, giuste, o sbagliate, che gli uomini in tutto il mondo si sono costruite, inducono ad agire a favore degli interessi personali e delle stesse loro comunità, provocando da sempre conflitti insanabili e guerre, anche fraticide. Nei paesi dove le leggi si ispirano alla migliore delle democrazie, si riscontrano delle gravi incongruenze, disuguaglianze, ingiustizie. Il comunismo, ( predicato anche da Gesù Cristo), nato da una rivoluzione del popolo affamato dagli Zar possessori di immense ricchezze e edificatori di cupole d'oro, è rovinosamente crollato, perché le parola comunismo è l'opposto di egoismo. Nel mondo prevale oggi il capitalismo, basato su un consumismo sfrenato, che si manifasta, sempre, ma in particolare in occasione delle feste natalizie, usate allo scopo di far girare l'economia, sotto la formula: + consumo + lavoro + ricchezza, insomma, il gatto che cerca sempre più velocemente di mordersi la coda, senza riuscirci. Però alla fine di questo ciclo, che io definirei perverso, la ricchezza va a finire quasi sempre completamente tutta nelle tasche di pochi uomini società di uomini, che inevitabilmente, lasceranno la stragrande maggioranza delle popolazioni mondiali nella povertà o costretta a vivere alla giornata fra mille espedienti. E' risaputo che chi più ha, più vuole avere, e non è egoismo questo? Sarà difficile, prima controllare, e poi, indurrre a un cambiamento radicale questo ingiusto sistema, perché tenuto in piedi, sviluppato e consolidato dagli uomini più potenti della terra, capaci con le loro politiche furbesche e i loro enormi arsenali e armamenti di contrastare qualsiasi movimento contrario ai loro interessi, invadendo anche, come sta avvenendo da più di un anno in Ucraina e oggi con il conflitto israelo-palestinese, che coinvolgono popolazioni civili con tanti morti e danni materiali incalcolabili. Vogliamo dire che il Natale è una festa di serenità, di solidarietà, di fratellanza, però non per tutti, e subito dopo torniamo alle solite meschinità e ai soliti egoismi di sempre. Un problema è quasi sempre legato ad un altro problema, e cioè quello attualissimo dei cambiamenti climatici, indotto, a mio avviso da questo sistema molte volte predatorio e non curante delle catastrofi e dei danni, che in futuro potrà provocare. Molte volte le guerre fra popoli e nazioni scoppiano per contendersi territori o porzioni di questi, in modo allargare i domini la dove ci sono ricchezze e grandi risorse naturali. Rispetto al tempo infinito, la lunghezza della nostra vita non è che meno di niente, e allora perchè per così poco, dobbiamo essere sempre egoisti, con noi e con i nostri simili ?Sperando sempre in un mondo migliore per tutti, in cui l'egoismo sia tenuto sotto controllo in modo positivo dal buon senso, non mi resta che augurare ai lettori credenti e non credenti, un futuro di pace di salute e di serena convivenza. Per montella.eu

Graziano Casalini

 

 

Come te la scuòrdi ‘sta ‘Mmacolàta?! di Giuseppe Marano

Giuseppe Marano 14 Gennaio 2024

Come te la scuòrdi ‘sta ‘Mmacolàta?! di Giuseppe Marano Caro Vittòrio! Scusa se ti scrivo ogni mòrta re papa (tra parèntesi: a Suorio dicono mòrta, a la Chiàzza dicono morte! Ricchezza linguistica. Almeno quella!); tu sai che non ti scrivo a bèllo ggènio, quànno mi schòcca ‘ngàpo, ma solo quando succede ‘na cosa gròssa, che può essere un po' importante e utile pure per gli altri;
non mi interessa la lagna personale (la nostra letteratura strabocca di piagnisteo!).
Ma veniamo a noi: come te la scuòrdi ‘sta ‘Mmacolàta?! L’ 8 dicembre scorso.
Te la faccio corta: dopo aver preso una comprèssa non riesco più ad andare a bagno: blòcco urinario. Due di notte. Mi vedo perso.
Che fai? Solo chi c’è passato può capire. “Qua sotto c’è la guardia medica!”. Ci vado subito. C’è una giovane dottoressa, espongo il problema sottolineando la necessità impellente di un catetere e subito mi gela: Non posso metterlo(!) dovete andare al Pronto Soccorso più vicino.
E chi t’accompagna? Nessuno in famiglia è in condizione di accompagnarmi, e non sentendomi di guidare, chiamo un amico che svolge servizio di accompagnamento co la macchina, ma lui e tutti gli operatori purtroppo sono impegnati.
Mi vedo costretto a…portàrmi da solo al PRONTO SOCCORSO più vicino: Sant’Angelo Lombardi, ove mi apre un infermiere giovane il quale sentendo il mio accidente mi gèla per la seconda volta: non c’è il reparto di UROLOGIA, però, avvertendo l’urgenza del problèma, sembra improvvisamente disponibile a mettermi il catetere, MA un vocione, con inflessione vocale velletariamente partenopea, lo sorprende alle spalle: “E chi s’ ’a pìgl’ ssà rescponsabilità!?” (= “e chi si prende questa responsabilità!”): dev’essere un collega più anziano che dall’interno quasi lo rimprovera. “Deve andare al PRONTO SOCCORSO, a Ariano o Avellino!”.

Marano 03
Questo il secondo “soccorso”: quello di Santàngilo.
Non ce la fàccio a replicare e, devo anche cercare di tranquillizzare il familiare che m’accompàgna. Un’altra stampìta per Avellino? E chi ce la fa!
“A pena” (il caso di dire) faccio ritorno a casa dove un familiare chiama il Servizio Infermieristico H 24 (!) per avere un operatore a domicilio, risposta: “Signò so’ re quàtto re notte!”, a significare l’antifona: “Ma tu ha’ pèrsa la capo!”= nessun operatore disponibile, nonostante la formula chimica: H24.
Chiamiamo il 118: miracolo, un barlume di voce umana accorda l’invio di un’ambulanza che dopo poco arriva, due infermieri professionali, compìti, svolgono con cura il loro intervento.
Il mio ringraziamento va a loro.
Eccezione alla sofferta regola: vilipendio della sofferenza.
Caro Vittorio se la sincerità è per gli amici, ti ho scritto senza alcuna speranza…migliorativa; per carità le dovute eccezioni sono d’obbligo: <<exceptis excipiendis>> = …fammelo dire in latino, se no, che l’ho studiato a ffà per tant’anni? Per scoprire la “luna re Nàpoli”? -come dicevano i mitologici sorevesi di Nànzi la Cupa.
Mi stavo dimenticando un piccolo corollario. Qualche giorno fa vicino alla posta incontro un vecchio amico: -Come stai Peppì?- Come non raccontargli la fresca storiella. Segue il mio racconto non meravigliato, e sono io che me ne meraviglio; mi dice: -Mi fai rivivere quello capitato a mio padre 28 anni fa stesso posto. Non c’era chi gli mettésse un catetere! Dovetti accompagnarlo ad Avellino!- Mentre parlava ricordavo un detto nostrano: “Guard’ a li uài re l’àti ca s’addòrcano li tua”, scoprendone l’egoismo di fondo: l’insensibilità o meglio il sollievo per i mali altrui!
Sparo qualche bbòtta di ricorso, esposto-colpo a ricerca di calore ai… Capaddòzi? Ma che ne cavo, povero féssa! I Di Pietro, i Borrelli & C. che fine hanno fatto? Saranno cancellati dalla storia perché colpevoli di essere anticorpi.
Qua non ce vòle la zéngara o un principe del foro per capire che sono stato, con pregnanza simbolica, vittima di “omissione di soccorso”, ma non da parte di un passante che mi trova a terra, ma da un servizio nazionale che deve soccorrere la tua salute. Caro Vittorio, ma…a che gioco giochiamo?!
Ti saluto aff.te
Giuseppe Marano

Guardia medica Azzoppata di Giuseppe Marano

Giuseppe Marano 15 Gennaio 2024

Guardia Medica Azzoppata 01Guardia Medica Azzoppata - Ciao Vittòrio! Prima di scriverti ti voglio preavvertire che probabilmente qualche lettore che mi darà l’onòre di leggere queste chiacchiere fra noi, sbotterà con scalpore paesano: “Ma sto…..re prèsite parla sulo re fatti ca capitano a ìsso! Si sente no magalòmano, chi se ne fotte re li uài sua!” (traduciamo per qualche strànio che non capisce: “Ma sto prèside parla solo dei guai che gli capitani, ma con tanti che ne abbiamo, chissenefréga!”. Ma no! Vittòrio, tu sai che le EPISTOLE che ti scrivo non hanno gradevole volatilità fantasiosa, ma portano fatti reali di casa nostra che solo per un …càso son capitati a me, ma possono capitàre a ttùtti! Come vèdi mi son giustificato di fronte al pubblico con moderato ricorso al sociologismo del politicamente corretto (per come lo pronunziano “sociologismo” mi verrebbe da scriverlo con due “g”).
Sparo il problema: essendo chiuso lo studio del mio medico,  sabato 13 gennaio , presento alla guardia medica la prescrizione di analisi cliniche prescritte e sottoscritte da un noto specialista. Il medico con molto garbo, mi dice che può limitarsi solo a prescrivere medicine, non analisi (solo per evocazione di colleganza professionale l’anno scorso una dottoressa si è rifiutata di mettere il catetere in situazione di conclamata necessità, perché non le competeva, mentre un provvidenziale infermiere della MISERICORDIA accorso dopo una nottata di tribolazione l’ha egregiamente installato evitando il peggio…Non posso aggiunger altro).
Nel caso di sabato scorso il dottore guardia medica, non si è rifiutato, ma mi ha gentilmente informato che non poteva prescrivere all’ASL le analisi, per disposizioni dall’alto. Vallo a trovare questo ALTO: il Padreterno o qualche altro inquilino illustre dell’ALTRO MONDO? Se ti trovi in un’emergenza del genere di sabato, non ne parliamo di domenica, questo ti regala quell’ALTO! E questa è la nostra sanità declinata e declamata “eccellente” con particolare ricalco vocale, dal nostro governatore cui in ultima analisi fa capo la nostra sanità. Al lume della mia modesta logica normale, direi banale, non capisco perché un medico fornito di laurea non farlocca, possa prescrivere medicinali ma non analisi peraltro suggerite “autorizzate” da un collega specialista.
La “eccellenza” di De Luca mi fa vedere una maglia di sacco con nodini d’oro isolati sparpagliati brillanti qua e là, irrelati: non virtuosamente connessi in una efficientante (quant’è brutto!) struttura organica d’insieme. Il filato dovrebbe essere unico: lo stesso.
Amico Vittorio, già sai che la mia lagnanza, per quello che può valere nel nostro “sistema”, la mando anche ai “capezzoni pesanti” che tengono lo stèrzo del paese e ci tirano a capézza; la mando al mio solito come fosse un “razzo a ricerca di calore”, che a volte coglie però! Si può trovare qualche “calorosa mano pulita” che…fa piazza pulita, (non dimentichiamo la bonifica storica di un gruppo di giudici che azzerò, anche se per poco, la politica politicante che sembrava immortale). A volte ‘sto ràzzo coglie e mi faccio pure “li nimìci”. E per questo mica mi metto il lutto! Mica perdo voti!
Mi pare Musolìno dicesse: “Molti nemici, molto onore!”, condivido…ma a sto punto sicuro esce lo scarapàppolo che stava in agguato: “Lovillòco lo prèsito s’è mostrato quello che è: “No fasccìsto!”
Giuseppe Marano

Interessante intervista da parte del noto giornalista GENZALE al non meno noto clinico SORRENTINO, sulla situazione critica della nostra situazione sanitaria nonostante tante “eccellenze” purtroppo isolate. 

https://www.francogenzale.it/Paolo-Sorrentino-l-Epatologo-con-il-pallino-della-Ricerca

 

Il Natale e una storia di Miseria di Graziano Casalini

Graziano Casalini 24 Dicembre 2023

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Il Natale e una storia di Miseria di Graziano Casalini - Una vecchia storia di Natale, era l'anno 1950, io avevo otto anni, vivevo con i genitori e mia sorella più piccola, che aveva solo cinque anni, in una antica casa in affitto nella bella campagna, sulla riva destra del fiume Arno, in un piccolo borgo chiamato Osteria, tagliato in due dalla via provinciale Lucchese o Francesca, che collegava il paese di Empoli a quello di Fucecchio, in Toscana, i due centri più vicini facilmente raggiungibili con i mezzi allora disponibili, quasi esclusivamente biciclette, motorini "mosquito", qualche rarissima auto "topolino o balilla" alcune motociclette, poi i barrocci trainati da un cavallo usati per ogni tipo di trasporto merci e i mezzi agricoli, carri trainati dalle vacche ad uso esclusivo dei contadini per il trasporto da e per le coloniche di tutto quello che erano i raccolti dei poderi e i vari attrezzi per lavorare la terra. Alcune carrozze decappottabili e piccoli calessi, in dotazione alle famiglie di ricchi proprietari terrieri si vedevano transitare in modo spettacolare, per noi piccoli bambini, sulla via provinciale, suscitando quella che oggi si definirebbe invidia.

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La grande maggioranza dei compaesani viveva con ciò riusciva a produrre nella coltivazione dei terreni col sistema allora molto diffuso della mezzadria. Dopo la seconda guerra mondiale, la miseria attanagliava più o meno tutte le famiglie paesane, soprattutto quelle non impegnate in agricoltura, i lavoratori delle fabbriche erano quelli che dovendo comprare di tutto, soprattutto il cibo, ma anche il rimanente necessario per vivere. Le fabbriche non si erano ancora riprese del tutto dall'evento bellico, e gli operai dovevano per alcuni periodi rimanere disoccupati. In alcune famiglie anche le donne, oltre che alla cura della casa cercavano di guadagnare qualcosa facendo le trecciaiole o le rivestitrici di fiaschi. Comunque, insieme alla povertà c'era tanta tantissima dignità, e non passava giorno che anche il più miserabile del paese, si facesse vedere ben vestito alle varie feste religiose, messe e funzioni varie celebrate dal nostro Parroco nella bella Chiesa di S.Maria Assunta, oppure alla Casa del Popolo " il diavolo e l'acqua santa" dove oltre alle riunioni di partito, vi erano tutte le sere appassionate discussioni sulle varie partite di calcio di cui si ascoltavano le radiocronache la domenica pomeriggio.

Natale Casalini 02Un giorno alla settimana, si riunivano i tanti cacciatori a raccontare ognuno le proprie avventure venatorie, c'era poi il solito gruppetto di giocatori incalliti che per poche lire passavano ore e ore a giocare a carte e a biliardo, quasi tutti fumavano le sigarette di allora, senza filtro oppure fatte a mano con la scatoletta del tabacco e le cartine, riempiendo il locale di fumo che rendeva l'aria quasi irrespirabile. Gli unici due principali ritrovi dove distrarsi e dimenticare le fatiche delle lunghe giornate di lavoro, erano frequentati da tutti i paesani. La domenica in chiesa, alle tre o quattro messe del mattino, partecipavano indistintamente oltre alle donne, anche moltissimi uomini. Per dare una idea della povertà, nei due negozi di alimentari, uno privato, l'altro gestito dalla Cooperativa di Consumo, nessuno pagava la spesa giornalmennte, si usava scrivere gli importi su un doppio libretto e pagare o con degli acconti ogni tanto, o a saldo quando capitavano i periodi migliori per quanto rigurdava i raccolti dei contadini, o un lavoro continuativo per gli operai. Le grandi feste, specialmente il Natale, il Capodanno, l'Epifania e la Pasqua, erano quanto di più bello ci poteva essere per noi bambini. I nostri genitori, nonostante la miseria, cercavano in quei giorni di non farci mancare niente, anche se per loro era molto ma molto difficile. Alcune cose: oggetti, giocattoli, dolciumi, si vedevano molto di rado, però per Natale nonostante le ristrettezze economiche in cui si trovavano la maggioranza delle famiglie, non mancava qualcosa che ci potesse far divertire e rallegrare.

Si preparava una specie di albero di Natale, un ramo di pino o di qualche altra pianta sempre verde, piantato nel terriccio di un vaso, con sotto una cassetta di legno vuota foderata con dei ritagli di stoffa, cassetta che sarebbe servita la notte di Natale al Babbo, quello vero, per depositarci dentro, le poche cose che avremmo voluto avere anche durante gli altri giorni dell'anno. Un piccolo giocattolo di lamiera, una pistola a fulminanti, un fucilino col sughero, una moto con carica a molla, o una bambolina, completa di accessori per cucire, piccoli recipienti stoviglie e finti fornellini per cucinare, o piccoli utensili da parrucchiera, per le femminucce e poi la frutta, qualche arancia, qualche mandarino o dei fichi secchi. I dolci semplici tipici natalizi toscani, i cosiddetti cavallucci, poche caramelle, cioccolatini, torroncini si trovano appesi qua e la sull'albero.

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La mattina di Natale, il suono a doppio delle campane, cominciava a creare l'atmosfera natalizia, ci si svegliava prima del solito per correre a vedere cosa ci aveva lasciato Babbo Natale nella notte. Eravamo contentissimi anche se quello che si trovava era poco rispetto a quello che avremmo voluto. Insieme a miei primi alberi di Natale, io facevo anche un piccolo presepe, costruendo la capanna della nascita, la stella cometa, le casette, le montagne, il cielo stellato, la campagna con tanto di stradine inghiaiate, il fiume, la cascata, il ponte, il mulino, il laghetto con un pezzetto di vetro o di specchio, tante piccole piante, il prato fatto esclusivamente da muschio fresco raccolto nei boschi vicini, il tutto sul piano di un piccolo tavolo. Per la preparazione dei vari soggetti, capanna, case, ponti, rocce, usavo vecchie scatolette di cartone, stecche di legno ricavate dalle cassette della frutta, tronchetti ricavati dalla potatura delle viti e degli olivi.

Per colorare gli acquarelli. L'uniche cose che compravo, con qualche spicciolo risparmiato durante tutto l'anno: alcune statuine, delle pecorelle, la sacra famiglia col bue e l'asinello, i re magi, gli angeli volanti da legare con lenza da pesca sopre alla capanna, tutto comunque da riutilizzare, al successivo Natale. Il priore Don Ugo, in un angolo della chiesa preparava un presepe con pochi personaggi molto grandi fatti da lui stesso in terracotta, io non ero abbastanza abile e non avevo la manualità necessaria a modellare, per questo il primo anno che feci il presepe dovetti acquistre tutte le statuine e i personaggi occorrenti. Non c'erano ancora le ghirlande di luci, e allora io provvedevo a illuminare la capanna con alcune lampadine, quelle usate per i faretti delle biciclette, collegandole con fili e interruttori ad alcune batterie. La messa principale celebrata per Natale, era quella cantata delle ore undici a cui partecipavano un po' tutti, dal più povero del paese al più ricco proprietario milanese di una grande fattoria, che per quel giorno si mescolava in chiesa ai sui tanti poveri contadini. Le donne naturalmente, ad eccezione delle più giovani impegnate nel coro, avevano già sentito una delle prime altre messe mattutine e a quell'ora erano impegnate intorno ai fornelli a ai tavoli per la preparazione del pranzo. Mia madre, avendo partecipato da ragazza alla preparazione di pranzi e cene nella casa del proprietario del podere che la sua famiglia lavorava, era molto brava a cucinare e a apparecchiare in modo perfetto anche un grande tavolo per molti commensali. Questa sua abilità, per Natale, ma anche in altre occasioni particolari, la dimostrava quando in casa disponeva tutto, come se noi familiari si fosse i clienti di una grande ristorante.

Il pranzo natalizio, lo organizzava così: apparecchiava il tavolo con la migliore tovaglia del suo corredo, quella con i ricami colorati, i migliori piatti, sempre doppi, bicchieri e posate usati solo pochissime volte. Per Natale, non poteva mancare sotto i piatti del babbo, una letterina, scritta da noi bambini, con le solite promesse e l'emozione di doverla leggere, quando eravamo tutti seduti a tavola in attesa di iniziare a mangiare. Il pranzo di Natale, capitava una volta all'anno, e nonostante la miseria dei tempi, doveva essere, in alcune cose particolari unico e prelibato. Si iniziava con un antipasto di crostini alla toscana fatto con pane abbrustolito e una salsina di fegatini di pollo, coniglio, acciughe e capperi, di seguito da una grande zuppiera venivano serviti, dei tortellini fatti in casa con farina uova fresche, prosciutto, ricotta e spinaci in brodo di pollo o cappone, con abbondante formaggio grana grattugiato. Poi era la volta delle carni, prima quelle lesse, con peperoni sottaceto e altri contorni di verdure cotte, dopo venivano le carni in umido, quasi sempre coniglio con patate, infine qualche frattaglia fritta, come cervello bovino, animelle e ancora coniglio o pollo teneri, questa volta con contorno di insalata verde oppure cavolfiore fritto. A questo punto, dopo aver mangiato un po' di tutto questo ben di Dio, era la volta della frutta, per Natale non poteva mancare l'uva, non quella da tavola, ma quella bianca tipo il trebbiano toscano, conservata fino ad allora appesa ai travicelli nella stanza più fresca della casa, anche un po' di frutta secca, noci, fichi secchi, e datteri insieme alle arance e ai mandarini completavano quella che poteva essere l'ultima portata. Invece non era proprio l'ultima, mancava per finire in bellezza il dolce, ancora non erano arrivati dal nord Italia i panettoni, ma noi avevamo i nostri tipici toscani: il ponforte, i cavallucci (piccoli panetti con nocciole, noci, mandorle canditi e cannella) e i buonissimi ricciarelli, ormai conosciuti ovunque, qualche torroncino. Durante tutto il pranzo a noi piccoli non era consentito bere vino, o qualche altro liquorino che alla fine appariva sul tavolo, ma un goccio di spumante quando c'era, ce lo facevano assaggiare.

L'ambiente era riscaldato da un grande camino, che in particolare per quel giorno, rimaneva acceso in continuazione, anche la cucina economica a legna contribuiva a mantenere un gradevole tepore. Non si usava ancora fare i vari cenoni come si fanno oggi, normalmente la cena dell'ultimo dell'anno era tradizionalmente fatta o con del baccalà cucinato in vari modi, o con cime di rapa condite con semi di finocchietto selvatico, di contorno a delle salsicce e a della "rosticciana" costolette di maiale arrostite. Niente di più, solo qualche dolcetto, e quando c'era, un brindisi con un po' di spumante. A capodanno, si ripetevano, ma con meno abbondanza le pietanze natalizie. La notte prima del giorno dell' Epifania, i ragazzi usavano fare una specie di gioco, che consisteva nel preparare tanti bigliettini con scritti i nomi di donne giovani e vecchie nubili o zitelle e di altrettanti uomini da sposare di tutte le età, tutti nomi di compaesani. Il numero dei bigliettini delle donne doveva essere superiore di uno, rispetto a quello degli uomini, per di più alcuni nomi , non erano di persone reali ma di oggetti per esempio: la scopa, la catena del camino, femminili, oppure il mattarello, lo spazzolone del forno, maschili. I bigliettini con nomi di donna e femminili opportunamente ripiegati venivano riposti in un cestino, anche quelli con nomi di uomo e maschili venivano piegati e depositati in un altro cestino. La sera della vigilia dell'Epifania, dopo cena, un ragazzo a voce alta bandiva quelle che si chiamavano le befane, cioè prelevava un bigliettino da un cesto e uno dall'altro e urlava da una finestra, in modo che i vicini sentissero bene, l'abbinamento, in questi termini: " A Giovanni Rossi, gli è toccata per sua befana Anna Bianchi " e così via, fino a che a qualche giovanotto, per befana non capitava la scopa, o il mattarello a una ragazza. Alla fine quando i bigliettini si esaurivano, rimaneva il bigliettino in più quello delle donne, e il nome che vi era scritto era quello della ragazza che da subito e per l'anno in corso veniva nominata " LA BEFANA". Un modo di divertirsi inventato per quel giorno da giovani che non disponevano di tante opportunità di svaghi e divertimenti. Finite le vacanze, al ritorno a scuola ognuno di noi usava far vedere ai compagni di classe il libro ricoperto con l'incarto del panforte che avevamo mangiato durante le passate feste natalizie. Erano tempi duri, però i nostri genitori, nonostante la miseria, avrebbero fatto qualsiasi sacrificio pur di non far mancare niente in quelle che erano considerate da tutti e soprattuttlo da noi bambini, le feste più belle dell'anno.

Oggi il Natale oltre ad essere, una delle più importanti feste della nostra religione, è anche stato fatto diventare uno strumento simbolo di opulenza e di esagerato ed esasperato consumismo, a livello commerciale, con preparativi che hanno inizio due mesi prima del fatidico 25 dicembre, per la corsa ai regali e a tutto quanto possa essere eccezionalmente grandioso per cercare di rendere quella festa e quel giorno unici e indimenticabili. E come si usa dire oggi (si stava meglio, quando si stava peggio). Questa storia la dedico a molti giovani di ora, che non sono mai contenti di nulla, mentre a noi allora bastavano pochissime cose per renderci veramente felici e contenti. Di questo passo non si può sapere dove andremo a finire, e che cosa i giovani di oggi diventati nonni potranno raccontare di tanto bello ai loro nipoti del ricco Natale della loro lontanissima infanzia.
I miei migliori auguri di un Buon Natale e di un Felice 2024 ai visitatori che avranno avuto tempo e voglia di leggere questa mia vecchia storia natalizia, e a tutto lo staff Redazionale di montella.eu.

 

  1. Grano, farina, mugnai e mulini di una volta a Montella di Nino Tiretta
  2. Il Paradiso parallelo di Totoruccio Fierro
  3. Sciarpigno, una storia vera di Totoruccio Fierro
  4. Bassa e la Sagra del Pesce di Graziano Casalini

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