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Opinioni & Lettere

Montella,città di Casali tratta dal libro di Mario Garofalo Storia sociale di Montella "IL SEICENTO"

Mario Garofalo 15 Agosto 2023

Casali di MontellaMontella,città di Casali - Chi, oggi, osservasse da una posizione altimetrica il panorama della città di Montella ammirerebbe un vasto ed alquanto compatto agglomerato abitativo, disteso in un ampio fondovalle modellato in diffuse aree collinari, in una zona pedemontana, circondata dai colli Castello, San Martino, Toriello e SS. Salvatore, sovrastati e come protetti dalla maestosa imponenza delle montagne Sassosano e Cervialto. Ma nessuna traccia, seppur labilissima, potrebbe scorgere della secentesca topografia della civitas Montellae, sistematicamente e gradualmente modificata già dai primi decenni dell'Ottocento e, a partire dal Novecento, a seguito della crescita demografica, completamente obliterata, fino alla caotica cancellazione dei centri storici dopo l'irrazionale ed irrispettosa esplosione edilizia del dopo-sisma del novembre 1980.
Tuttavia, una pianta di Montella, risalente al secolo XVII, conservata nell'archivio della nobiliare famiglia locale degli Abiosi, ci consente con straordinaria verosimiglianza di poter ridisegnare ed immaginare la topografia di quel tempo.
Si rileva subito che l'università di Montella, dissimile in questo da quasi tutti i paesi del Principato Ultra, non aveva le caratteristiche urbanistiche del borgo, sviluppatosi a partire dal Medioevo: non circondata da mura, né organizzata intorno alla residenza del feudatario o alla cattedrale.
Si presentava dislocata in diversi nuclei sparsi, detti casali, che erano, probabilmente, insediamenti derivanti dai modelli abitativi delle popolazioni irpine e dei contadini romani: i vici.
Originariamente i casali erano minuscoli agglomerati generalmente a base agricola ed economica autosufficiente. Formati da un esiguo numero di case, ciascuna posta in mezzo a terreni coltivabili (territorio di pertinentia), cominciarono a formarsi quando le condizioni storiche poterono assicurare una relativa tranquillità esistenziale nelle campagne, permettendo alla popolazione di lasciare le antiche dimore a ridosso del Monte, scelte come luoghi di arroccamento e di difesa nelle vicinanze del Castello, e cercare a valle nuovi terreni da mettere a coltura, spinta dalle impellenze dell'espansione demografica verificatasi tra l'IX e il X secolo. Furono, inizialmente, degli aggregati rustici. Con la istituzione e la nascita dell'università a partire dal secolo XII si avviarono sempre più verso un accrescimento numerico ed una pressoché uniforme conformazione geometrica, che appariva ormai tipica e consolidata già dal XIV secolo in età angioina: una topografia caratterizzata da un policentrismo urbanistico e dall'assenza di mura, con agglomerati abitativi costituiti da fabbricati che si accentravano in maniera abbastanza fitta attorno ad una chiesa o contornanti piccole corti, cui si poteva accedere da un unico ingresso ad arco, che ne preservava la tipologia "chiusa" e la "inattaccabilità" dall'esterno.
Le case rispecchiavano la tipologia cosiddetta "italica", prevalente nella civiltà contadina: una struttura edilizia unifamiliare su due piani, con pianta per lo più rettangolare e con tetto a pioventi poco inclinati.
Nel corso del Seicento, in prosieguo di uno sviluppo edilizio già in atto nella metà del Cinquecento, si andavano mutando l'habitat e la forma urbis.
Accanto alle semplici e modeste abitazioni dei ceti popolari e contadini si ergevano le dimore signorili, le case palazziate delle famiglie aristocratiche e della borghesia possidente, ubicate in siti strategici dei casali, le quali, unitamente alle nume­ rose strutture edilizie ecclesiastiche, ridisegnavano lo spazio fisico del paese, assumendo al contempo la simbolica presen­ za di un potere sociale ed economico che finiva con l'instaurare un rapporto di patronage sulle classi meno abbienti e, in definitiva, un rapporto di «subordinazione di frange di popolazione verso singole famiglie patrizie», impegnate a consolidare il proprio potere locale attraverso la «partecipazione all'amministrazione civica, il controllo delle cariche pubbliche, della finanza locale e di tutte le principali forme di protezione economica e commerciale». Erano già esistenti i palazzi signorili di famiglie nobili o benestanti e socialmente influenti, come Abiosi, Capone, Boccuti, Lepore, Delli Bovi, Cianciulli, Palatucci, Pascale, Volpe, Vernicchi; più tardi sorgeranno quelli dei Trevisani, Bruni, Carfagni, Gambone, Marano, Motta, Coscia.
In questo processo di aristocratizzazione dello spazio il ruolo preminente era rappresentato dal palazzo baronale, ormai insediato - dopo l'abbandono del Castello del Monte già diruto - nel centro urbano, nella zona bassa del paese, in uno spiazzo denominato originariamente Piazzile di Corte, il quale con la sua imponenza, la sua inaccessibilità, la sua magnificenza veniva visto non più come luogo di riparo, di accoglienza e di difesa (come il Castello medievale) bensì come segno di un dominio, come muta presenza di un potere coercitivo.
In un documento del 1613 ne viene descritta e decantata la sua grandiosità: “l'abitazione di detto barone è situata in un piano, consistente in un cortile grande murato con 2 gradiate, una di essa a mano destra, per la quale si sale sopra un corridore coperto, che gira attorno tutto lo palazzo predetto, sino all'altra gradinata; e da detto corridore s'entra in una sala bella e gran­ de, in piano della quale vi sono tre camere grandi et tre mediocri, et una torretta, tutte intempiate, dove stanno coperte di scandole; et sotto di esse vi sono cocina, cantina per conservare vino, stalle, magazzeni per conservare et altre comodità. A mano sinistra l'altra grada, per la quale s'implana al corridore medesimo, dove si trova un altro partamento antiquo, con una sala, quale si cerca accomodare, et più camere, divise in camerette, coverte similmente a scandole. In testa di detto palazzo è lo giardino murato fruttato di diversi frutti, per comodo di detto palazzo. Accosto di detto palazzo e giardino vi è un altro giardino grande, con molti piedi di di­ verse pera bellissime, tra le quali vi sono le pere boncristiano, ed altri frutti bellissimi•”

Alquanto imponenti apparivano anche le case palazziate dell'aristocrazia terriera e nobiliare, le quali, pur conservando una essenzialità e severità di linee, tentavano di emulare lo "spagnolesco" gusto barocco delle sfarzose dimore della capitale partenopea, dove essa aveva talvolta altra residenza familiare. Costruite su due livelli, annoveravano decine di stanze. Dopo l'ingresso, con portale sormontato dallo stemma gentilizio in pietra scolpita, si dischiudeva il cortile, solitamente coperto, di forma quadrata, pavimentato con ciottoli di fiume o basoli resistenti al traffico di animali e carrozze, che immetteva nel giardino interno ricco di fiori e frutti. Al piano terra si aprivano sulle ali gli ambienti di servizio: cantine, rimesse, stalle, fienili per i foraggi, cisterne, magazzini, cucine con focolari, lavatoio e "formali" per il rifornimento dell'acqua e ripostigli ricavati nella spessa muratura di tufo. Al centro dell'atrio uno scalone in pietra portava al piano superiore adibito a residenza.
Gli appartamenti (i quarti o quartini) erano costituiti da un salone centrale comunicante con la cucina e la dispensa e con accesso alle camere da letto. Le stanze, con pavimento in riggiole in cotto, lucidate con cera e grassi per ravvivare l'argilla, avevano soffitti a volta o piatti. Le camere, quasi sempre, erano infilate l'una nell'altra. C'erano lo studio-biblioteca con alte librerie in legno e grande scrivania, dove facevano bella mostra fermacarte, calamai e penne d'oca finemente lavorati; c'era talvolta la cappella di famiglia con altare in stucco. Diffusi erano divani e poltrone di legno imbottiti, e tavolini rettangolari (boffette) sormontati da grandi specchi o da quadri raffiguranti antenati del casato o scene mitologiche.

Dal cortile si poteva accedere attraverso un cancello al grande giardino recintato, solcato da viali ed ornato di piante, fontane, tavoli e sedili in pietra sotto ombrosi chioschi: il palazzo, cioè, inteso come piccolo mondo chiuso ed autosufficiente, vivace e laborioso, nel quale si affaccendavano servette addette a rassettare, stirare, cucinare; garzoni per spaccar legna, tra­ sportare derrate di lunga conservazione e cesti colmi di masserizie provenienti dalle terre di proprietà o recapitare private missive; giovani addetti ai cavalli e alla manutenzione di carri e carrozze.
Le case del popolino, dei contadini e dei poveri artigiani nella loro sobria e semplice struttura rispecchiavano l'umile e faticoso tenore di civiltà dei suoi abitanti.
Edificate pietra su pietra con malta di arena di fiume (in altre province limitrofe veniva ancora usato il loto), al pianterreno (sottano) avevano il locale rustico (catuoio), stalla, fienile, porcile o bottega; al primo piano (soprano) l'abitazione, cui si accedeva per mezzo di una scala esterna solitamente fornita, al termine superiore, di una loggetta o balcone sporgente, privi di ringhiera di protezione.
La vita quotidiana della famiglia si svolgeva in una o tutt'al più due stanze: cucina e dormitorio. In cucina minimi ed essenziali l'arredo e le suppellettili. Al centro una tavola piallata di pioppo fungeva da desco e banco di lavoro. Il focolare, con o senza canna fumaria, addossato ad un muro era contornato da qualche scranno o da cilindri di legno come sedili (zizzi) e da una cassapanca contenente legna da ardere. Veniva utilizzato come posto di cottura. Poche persone avevano una cucina realizzata in pietra, con al massimo due fuochi, sotto i quali veniva ricavato un piccolo spazio per la legna o il carbone. Appesa qualche fuligginosa scansia dove venivano riposte indispensabili derrate, come farina, olio, sugna, farina, aceto, vino, sacchetti di legumi. In qualche angolo erano alloggiati un braciere di stagno e una sorta di cesta di legno dolce a larghe maglie capovolta per asciugare i panni (asciuttapanni). Pochissime le stoviglie, che solitamente venivano portate in dote dalla sposa: una caldaia grande (caorara), una piccola, un tegame (sertania), una cocchiara, un bollilatte d'argilla (pignata), alcuni bicchieri di legno o terracotta (il vetro era un lusso), qualche tovaglia.
In un'altra stanza un sesquipedale letto occupava quasi tutta la superficie della camera.
La lettiera era costituita da quattro o cinque tavole di pioppo poggiate su due cavalletti di ferro, sulle quali era posizionato il materasso composto da un saccone di stoffa ripieno di foglie di granturco. Il materasso con imbottitura di lana era privilegio di classi benestanti; era un bene portato in dote e lasciato in eredità.
Nel letto trovavano posto i genitori ed i figli più piccoli. Nelle famiglie numerose gli adulti, quando non avevano la disponibilità di un secondo letto, erano costretti a dormire nella stalla, dividendo lo spazio con qualche animale domestico.
A lato del letto, in un'apposita nicchia scavata nella muratura, erano poggiate una bugia con stearica per la notte e l'immancabile coroncina del rosario; a capo, in alto, un quadro raffigurante la Madonna con Bambino; sotto l'indispensabile cantaro per i bisogni corporali (orinale), a lato una cassa di legno contenente la biancheria.
Nelle case non esistevano bagni. I bisogni fisiologici si espletavano all'aperto, dietro cespugli od anfratti nelle vicinanze dell'abitazione o nel cantaro, che di notte veniva normalmente svuotato in strada dalle finestre, così ammorbando ancor più l'aria e le teste di malaccorti passanti. Solo nelle dimore signorili o in case con terreni di proprietà esistevano pozzi ciechi scavati negli orti, che venivano periodicamente nettati da persone addette a questo «inverecondo» lavoro.

Per lo smaltimento delle acque nere e dei liquami urbani non esistevano cloache o fognature. Venivano regolarmente gettati in strada e si incanalavano in corsi acquosi «puzzolenti, perniciosi per le esalazioni che emanavano», che invadendo le vie (non tutte selciate bensì «petrose, penninose e brecciose») le tra­ sformavano, specie nelle giornate piovose, in canaloni fangosi a cielo aperto, formando laghetti, transitabili solo a dorso di asino o di mulo, con carrozze o lettighe o servendosi, dietro compenso di qualche grana o tornese, dei cosiddetti passalava, persone nullafacenti che trasportavano a braccia chi voleva attraversare la strada. Nonostante le severe disposizioni emanate dall'università per il deposito delle immondizie in appositi spazi palizzati, spesso i rifiuti venivano lasciati per giorni in strada al sole e alla pioggia, per cui, solidificatisi o divenuti melma, si stratificavano. Il sindaco finiva col dare ad appaltatori privati la raccolta del letame, che veniva venduto come concime o come materiale edilizio.
Nella zona centrale del paese si apriva la Piazza Maggiore, nel casale detto Li Favali, luogo di rapporti comunitari, di ritrovo e di socializzazione. Nel largo «con arbore di teglia ed olmo, con botteghe ed artigiani» era situata la chiesa madre Collegiata di Santa Maria del Piano, affiancata dalla tozza torre campanaria di due piani di recente costruzione, dotata di due campane, una delle quali serviva da orologio. Le campane scandivano i tempi della vita religiosa e del lavoro, annuncia­ vano le feste e i funerali; ritmavano le ore del mattutino, del pomeriggio, della controra e del vespro.
Dirimpettai sorgevano i locali del carcere e quelli del pubblico Parlamento, nel cui ingresso era situata la campanella per convocare i cittadini nelle occorrenze delle assemblee del popolo.
A sud, adiacente al ponte detto della Lavandara, sul fiume Calore, sorgeva il mulino comunale fatto costruire dal conte Garzia Cavaniglia fin dal 1564•
Straordinaria la presenza nell'università delle chiese: 17 edifìci di culto, un numero che non trovava riscontro in alcun paese di Principato Ultra.

Chiese nel sec. XVII:
1. Santa Maria del Piano (Collegiata)
2. S. Benedetto
3. S. Giovanni
4. S. Nicola
5. S. Michele Arcangelo
6. Santa Lucia
7. S. Silvestro
8. Santa Maria la Libera
9. S.S. Annunziata
10. Santa Maria del Carmine
11. S. Antonio Abate
12. S. Leonardo avanti Corte
13. Santa Maria Visita Poveri
14. Santa Maria del Monte (detta della Neve)
15. S. Francesco a Folloni
16. S. Vito
17. S. Pietro

Di esse soltanto sette erano parrocchie, alle quali era stata at­ tribuita dal vescovo della diocesi di appartenenza (Nusco) la cura pastorale degli abitanti dell'università, secondo una ripartizione territoriale dei casali, effettuata sulla distanza di questi dall'ubicazione delle chiese e sulla quantità dei fuochi.
Alla Collegiata erano ascritti i casali Favali, Rialboro, Piazzavante, San Mauro e Serra Rocca.

A San Michele Arcangelo, i casali di Sorbo e Sorbitello.
A Sant'Antonio Abate quelli di Serrapadulana e San Simeone. A Santa Lucia, i casali di Piedi-lo-Pastino, Santa Lucia e Gamboni. A San Silvestro quelli di Pendino e Fontana.

A San Giovanni, i casali di Ferrari e San Giovanni.
A San Pietro e San Nicola facevano riferimento religioso i casali di Garzano, Serra, Cisterna, Spinella, Pensone e Laurini

Come le case palazziate anche le chiese contribuivano alla trasformazione della forma urbis, determinando non soltanto una caratterizzazione architettonica degli spazi urbanistici, ma anche una interferenza significativa nel tessuto politico­sociale. La pletorica diffusione dei luoghi di culto sull'intero panorama abitativo, oltre ad essere segno di profonda sacralizzazione del territorio, diveniva altresì simbolica e semantica presenza di un'interferenza capillare nella vita sociale, nello stile di vita della popolazione, nonché nella realtà politica ed economica dell'università.

Nell'Inventario dei censi di S. Francesco, redatto nel 1532 dal
notaio Paolo Gargano, il territorio dell'università di Montella risultava topograficamente suddiviso in sette grossi agglomerati, detti piazze seu cetole, che inglobando ciascuna un certo numero di casali contermini si facevano portavoce di comuni esigenze e petizioni presso il feudatario e l'amministrazione, mediante un proprio rappresentante prescelto, denominato «capopiazza».

Piazze Casali annessi
Li Favali Rialbolo - Piazza - Serrabocca - S. Bene detto - Piazzavano - S. Mauro.
Santa Lucia li Marandoli - Piedipastini – li Gamboni - Piazzale di Corte
Fontana S. Silvestro - Incrocata - li Milani - lo Pendino
San Giovanni San Giovanni de Fundana - li Ferrari.
Sorbo Sorbo - Sorbitello
San Simeone Serrapadulana - S. Eustachio
Garzano La Serra - La Torre - La Cisterna - La Spenella - La Cittadella.

Ma agli albori del secolo XVII alcuni casali apparivano nominalmente obliterati, probabilmente perché abbandonati dai propri abitanti o perché, di minime estensioni e popolazioni, fusi ed integrati in altri più grandi, economicamente e socialmente più ricettivi e vantaggiosi.
Nel 1613 ne venivano censiti soltanto 22, i cui toponimi grazie ad una secolare cristallizzazione nominale sono ancor oggi conservati:

1. li Favali (la pubblica piazza)
2. Realboro (o Rialbero)
3. Piazzavante (o Piazzavano)
4. San Mauro
5. Serra Rocca (o Serrabocca)
6. Sorbo
7. Sorbitello
8. Serrapadulana
9. San Simeone
10. Piedi-lo-Pastino (o Piedipastino)
11. Santa Lucia
12. li Gammoni
13. Pendino
14. Fontana (o Fundana)
15. Ferrari
16. San Giovanni
17. Garzano
18. Serra
19. Cisterna
20. Spinella
21. Pensone
22. Laurini.

Decifrare la genesi e la storia toponomastica dei casali, individuando la spiegazione ed il significato dei nomi di luogo, comporta i consueti problemi interpretativi propri della toponomastica storica, soprattutto di quella di un passato lontano, che non ci ha lasciato precise e motivate registrazioni archivistiche.
Il ricorso a mediazioni etimologiche, geografiche, storiche e antropologiche, appartenenti ad un metodo scientifico di studio, non sempre approda alla certezza esegetica del toponimo, costringendo talvolta lo storico a servirsi di una interpretazione paraetimologica o a formulare ipotesi e persino plausibili congetture.

Dei toponimi dei casali della Montella secentesca non presentano dubbi illustrativi, perché di patente significato, quelli derivanti da nomi di santi, come gli agiotoponimi San Mauro, San Simeone, Santa Lucia, San Giovanni, cui erano dedicate chiese o templi.
Altri sono di semplice e comprensibile lettura, perché collegati a caratteristiche geografiche e morfologiche locali o a specificità del luogo o degli abitanti, come:

- Pendino: luogo scosceso;
- Sorbo e Sorbite/lo: fitotoponimi della zona (detti anche Sorbo grande e Sorbo piccolo);
- Piedi lo pastino: luogo dove terminavano i terreni coltivati a frutta o vigneti (dal lat.pes -dis - parte terminale e pastinum - terreno divelto);
- Cisterna: per la presenza di pozzi d'acqua da attingere;
- Ferrari: casale abitato prevalentemente da lavoratori del ferro;
- Gamboni: antroponimo dal cognome prevalente del posto;
- Laurini: in memoria della tribù dei Laurinates che vi stanziò.
- Li Favali: era il casale della Pubblica Piazza, già denominata "Piazza de li Fabali", da fabalis, le fave che in quel territorio venivano coltivate. Al tempo dei longobardi detta anche li Scarani, da scare, compagnie di contadini e di braccianti addetti alla lavorazione della terra ed alla pastorizia. Meno convincente la derivazione dal verbo latino fabulari·, con riferimento a luogo del Parlamento o di assemblea.
Il toponimo Serra, dal latino serra nel significato di "altura con sommità frastagliata", se ben si addice alla morfologia del casale omonimo, meno persuasivo appare nei due toponimi "composti" di Serrapadulana e Serrarocca, entrambi casali dalla conformazione "piana" e non altimetrica. Ma anticamente era detto serra un «luogo stretto o serrato, ovvero riparo di muro per impedire lo scorrer delle acque o restringerne il corso»1: in tal significato il termine deriva dal lat. serrare (chiudere). E rocca, dal lat. rocca(m), significava semplicemente "roccia", "rupe", non sempre riferita ad una torre o ad un fortilizio, come opinato dallo Scandone. Sicché Serrarocca stava per strada murata, stretta e petrosa, lungo la quale si incanalavano corsi d'acqua limacciosa e putrida che sboccavano nella zona retrostante la grande corte feudale (Dietrocorte).
La stessa variante della parte suffissale rocca-bocca (Serrabocca), già in uso nel '600, dal lat. bucca, nel senso di imboccatura - orifizio - foce di acque, ci dà conto delle caratteristiche di un tracciato viario che si presentava come una angusta cupa maleodorante.
Serrapadulana, dal lat. serra e palus-ude (con la metatesi assai frequente palude.- padule) era anch'essa una strada serrata, dal terreno paludoso, solcato da rivoli acquitrinosi che andavano a sversarsi nel vallone del torrente Santa Maria.
Fontana e Fundana erano entrambi toponimi del medesimo casale. Fino alla fine del '700 furono egualmente utilizzati sia nella oralità che nella scrittura; ma a prevalere nell'uso ed infine a cristallizzarsi (fino ad oggi) è stato Fontana, il cui etimo è di indubbio significato: "zona ricca di sorgenti d'acqua". E però il toponimo Fundana, dell'altro più vetusto, ha goduto di maggiore attendibilità storica, soprattutto da parte degli storici Ciociola e Scandone. Scriveva l'illustre canonico della Collegiata:

“Fontana, credesi che fosse chiamata così dai molti pozzi; ma io la credo detta da Terra fundata o Fundana, in quanto che doveva essere fondo, o fondi dati a Suffendo, e quindi corredati, e fonuti di quanto è necessario alla coltura: come Case, Aratri, ferramenti ed utensili villerecci, Bovi, e Coloni detti Adscripti glebae, Massari, Censuali, Tertiatores, per cui vi si trova congiunto l'altro piccolo casale detto li Ferrari.”

Per il Ciociola, quindi, Fundana è un geonimo derivante dal lat. fundus, fondo, podere, campo a coltura.
Per lo Scandone, invece, Fundana è un etnico attribuito, al tempo di Silla, alla tribù indigena dei Deculani che, assoggettata, aveva acquisito la cittadinanza romana, adottandone le leggi, così divenendo populus fundus e Municipium1 fundanum e per ciò denominata Fundana, nome poi corrotto in "Fontana" in età medievale•
Ipotesi ambedue storicamente e filologicamente plausibili, ma molto diverse. Una terza ipotesi, anch'essa verosimile ed in parte collegata alla tesi ciocioliana, potrebbe far derivare il toponimo Fundana dal lat. volgare fundu, aggettivo significante "profondo", "basso", "meridionale", riferito a luogo situato in zona valliva rispetto ad una altura degradante in piano.
Si può pensare all'abbandono di "Montella-piccola", (ubicata sul colle attaccato al SS. Salvatore) da parte delle antiche popolazioni irpine, discese attraverso la stretta via di Le Trocine, guadando il fiume Calore nel punto in cui si sarebbe poi costruito il ponte della Lavandara, nella zona sud della città fortificata, insediandosi in terreni (fondi) ubertosi, ricchi di acque (di qui "Fontana").
Sui toponimi Pensone, Spinella, Garzano, Piazzavano e Rialbero, Francesco Scandone formulò delle decrittazioni che, se pur supportate da dottrina storico-glottologica, non possono essere assunte che come mere congetture.
Derivare Pensone (o Penzone) dal lat. pensio, una tassa in danaro pagata dagli abitanti del casale ai dominatori longobardi, pare idea alquanto peregrina per la sua assoluta rarità nella toponomastica di quel tempo. Maggiormente attendibile ci sembra la derivazione dal verbo latino pendere, nel senso di "pendente", scosceso, che rispecchia fedelmente la configurazione fisica del luogo, un colle discendente verso il lato sud­ orientale( l'attuale Vesteja).
Anche desumere Spinella dalla voce umbra «spinia» significante «colonna», per la dubbia esistenza sul posto di una qualche stele (di cui non esiste traccia documentaria) risulta alquanto aleatorio. Più convincente l'origine dal fitonimo spinum, arbusto spinoso: quindi roveto, luogo caratterizzato da sterpi, toponimo diffusissimo in tutta l'area peninsulare.
Per Garzano lo storico montellese immaginò trattarsi di una cittadella fortificata, costruita sull'esempio di un «castrum Carissanum» sito nei pressi dell'antica Compsa (Conza), di cui è notizia in Plinio. Il nome Carissanum, a sua volta derivante dal termine greco carenon significante "cima di un monte, cittadella", si sarebbe evoluto attraverso mutazioni d'uso nel toponimo Garzano (Carissanum > Carssano > Carzano > Garzano). In realtà, in nessun documento noto di età medievale e moderna risulta menzionato un castrum in quella parte del territorio di Mantella, per altro già strategicamente munita di due fortilizi con funzioni di avvistamento, costituiti dalla Torre a nord-ovest e dalla Bastéa a sud-est. Inoltre lo stesso toponimo era già esistente in altre zone geografiche della penisola: Garzano, in Terra di Lavoro (oggi prov. di Caserta), Garzano nel territorio di Civezzano (prov. di Trento), Garzeno in area lombarda (prov. di Como). L'etimo, con certezza, è da far risalire al fitonimo lat. medievale garza, da cardeu(m), variante di carduus, "cardo". E però Garzano doveva essere stato un luogo fitto di piante «a foglie e fusti più o meno spinosi», di alberi di castagno con "ricci" (cardi), una zona boscosa ed intricata.
Incerta pare essere anche la decifrazione etimologica di Piazzavano, dal termine latino fanum, tempio, quindi luogo sacro per la presenza di una qualche chiesetta o cappella devozionale. Ma tutti i non pochi toponimi originati da quel termine non hanno mutato la f fricativa di fanum nella corrispondente sonora v. Più verosimile che l'etimo sia il lat. vanu(m), nel senso di "vuoto", di "luogo aperto": quindi Piazzavano da intendere come vasto piazzale che si apriva nella zona orientale rispetto alla Piazza Maggiore, ove era la Collegiata, entrambi lambiti e collegati dal torrente Santa Maria. Un'ipotesi che sembra anche avvalorata dalla variante toponomastica del casale, denominato anche Piazzavante.
Anche per Rialbero va riveduta la derivazione da rivus albulus. "rivo dalle bianche acque". Il torrente Santa Maria, detto Vallone, prima di riversarsi nel fiume Calore presso il Colle del Mulino, nel suo lungo ed anfrattuoso percorso, avente scaturigini dal Terminio, raccoglieva tutte le acque che dai monti e dai colli cingenti il paese si gettavano a valle. Nei piovosi mesi invernali e primaverili si trasformava in una fiumana impetuosa e travolgente, dal colore marrone e grigiastro, capace di trasportare ceppi, rami e persino interi alberi di faggio e castagno. La piena era tale da impedire ogni possibilità di guado a persone ed animali: pastori e porcari erano costretti, con le proprie greggi, a bivaccare per giorni e notti sulle sponde, fino a quando la massa d'acqua fosse decresciuta e prosciugata, lasciando un letto torrentizio lutulento e detritico. Era un rivo tutt'altro che albulus Il toponimo Rialbero deriva sicuramente da rivus e albulus, variante volgare di arbor, e significa rivo che scorre costeggiato da alberi o da vegetazione arborea. Nella parlata popolare e nelle scritture dell'epoca il casale veniva detto Riarbero, in cui evidente è il riferimento al latino arbor.
Ciociola, di 50 anni più vecchio dello Scandone, nella sua storia usò quest'ultimo toponimo.
Probabilmente sul finire del secolo - mancano documentazioni storiche precise - interessi comuni, di tipo agricolo, economico e sociale, legati alla contiguità residenziale, orientarono gli abitanti dei casali ad aggregarsi in ripartizioni territoriali comprensive di più nuclei abitativi, suddivise entro confini non perfettamente delineati, ma chiaramente individuabili dalla popolazione.
Nacquero così i Rioni, sorta di quartieri ante litteram, sull'esempio della Roma del VI sec. a.C., suddivisa in quattro regiones (il termine rione etimologicamente è volgarizzazione del latino regione (m), ed in analogia all'uso di molte città italiane durante il medioevo di suddividere il territorio urbano in quattro settori. I rioni montellesi furono anch'essi quattro e presero i toponimi dei casali più popolosi: Sorbo, Garzano, Piazza e Fontana. Sorti anche per necessità di semplificazione organizzativa ed amministrativa in una università di notevole densità demografica, i rioni risultavano da una riduzione delle sette « piazze seu cetole. » cinquecentesche, di cui conservarono il ruolo di rappresentanza a livello istituzionale tramite la figura del caporione, quasi sempre impersonato da esponenti del ceto medio-alto.
- Sorbo comprendeva i casali Sorbitello, Serrapadulana, San Simeone;
- Garzano i casali Serra, Cisterna, Spinella, Pensane, Laurini;
- Piazza_a quelli di Favali, Rialbero, Piazzavante, San Mauro, Serrarocca, San Giovanni;
- Fontana i casali Piedi-lo Pastino, Santa Lucia, Gammoni, Pendino, Ferrari.

Ognuno di questi rioni (ancor oggi presenti nella toponomastica soltanto "orale" del popolo montellese) subì nel tempo lievi modificazioni fisiche, ma sviluppò una marcata autonomia territoriale, campanilisticamente custodita e difesa, che non di rado sfociò in forme di non sempre sana e pacifica rivalità, le quali evidenziavano i tratti caratteriologici e l'indole dei suoi dimoranti• Ancora in pieno Ottocento, in un canto popolare raccolto da Giulio Capone, un anonimo verseggiatore ne sottolineava "faziosamente" alcune caratteristiche distintive:

Mantella è composta a quatto pizzi! Pizzo pe' pizzo l'aggio cammenata.
'Mponta Suorivo so' li sgarrupizzi,
A Sansomione, li scommenecati;
Mmjezzo a la Chiazza stanno re bellizzi,
Abbascio Fontana so li 'nammorati;
A Santo Ianni so' li juracristi,
'Mpieri a li Pastini so li renneàti•

 Montella,città di Casali tratta dal libro di Mario Garofalo Storia socoale di Montella IL SEICENTO

 Garofalo Montella IL SEICENTO

 

 

Catturando la Fede e la Bellezza: Le Avventure di Riccardo Cianciulli a Montella (di Vittorio Sica)

Vittorio Sica 12 Agosto 2023

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Riccardo Cianciulli, un giovane appassionato di streaming, riprese fotografiche e devoto del Santuario del Santissimo Salvatore a Montella , aveva deciso di creare un documentario per catturare la bellezza del suo amato luogo di culto e la pittoresca cittadina circostante. Appassionato di riprese, Riccardo non perdeva mai l'occasione di trasmettere in streaming le messe direttamente dal Santuario.
343521607 630836995054817 6038894946920726318 nUn giorno, mentre era intento a filmare un'affascinante inquadratura del Santuario del Santissimo Salvatore, inciampò su una pietra e cadde malamente. La sua telecamera volò via e finì per atterrare nell'ampia scala  del piazzale. Disperato, Riccardo si precipitò a recuperarla, ma la telecamera sembrava essersi danneggiata irrimediabilmente.
Con un'espressione di sconforto, si sedette su una panchina nelle vicinanze, guardando la sua preziosa telecamera ormai danneggiata. Proprio in quel momento, un anziano signore si avvicinò e chiese gentilmente cosa fosse accaduto. Riccardo raccontò tutta la triste vicenda, sottolineando quanto fosse deluso.
Il signore prese la telecamera tra le mani, la osservò attentamente e la aprì con cura. Miracolosamente, la telecamera si riavviò e iniziò a funzionare nuovamente! Sorpreso e grato, Riccardo chiese al signore come avesse fatto.
L'anziano sorrise affettuosamente e disse: ". Ho imparato che le cose possono sembrare peggio di quanto siano in realtà. Basta un po' di pazienza e dedizione per farle tornare in forma."
Senza titoloRiccardo ringraziò il signore con entusiasmo e tornò al suo lavoro, riprendendo il suo documentario sul Santuario e la città di Montella . Da quel momento, ogni volta che affrontava una sfida tecnica, pensava all'anziano signore e al suo prezioso insegnamento sulla perseveranza e l'amore per ciò che si fa.
Il documentario di Riccardo Cianciulli sul Santuario del Santissimo Salvatore e Montella divenne un grande successo, non solo per le immagini spettacolari e le dirette streaming delle messe, ma anche per la lezione di vita che aveva imparato grazie alla saggezza dell'anziano signore.

Una fantasiosa storia dedicata al mio amico Riccardo

Un avvocato intrigante (X ed ultimo episodio ) di Totoruccio Fierro

Totoruccio Fierro 04 Luglio 2023

10 episodio Un Avvocato intrigante 10Un avvocato intrigante ( Decimo ed ultimo episodio ) di Totoruccio Fierro - Oramai, le angherie, I soprusi, i tradimenti, le prepotenze, patiti da Forcone, appartenevano ad un lontano passato...
Egli ora viveva in uno stato di beatitudine di appagamento, di serenità e tranquillità d' animo!
Ogni volta che ritornava al Paese, come già evidenziato, si sentiva accettato, amato : tutti lo salutavano, lo abbracciavano...
10 episodio 11La sua presenza sollevava un entusiasmo frenetico e delirante : era come se fosse arrivato improvvisamente George Clooney o come se sfilasse sul Red Carpet del Dolby Theatre di Los Angeles per ricevere l' Oscar per la sua bontà e bellezza!
A casa sua, poi, arrivavano regali di ogni genere e valore e tante richieste di fidanzamento e matrimonio.
Una in modo particolare lo incuriosì, intrigandolo oltremodo e facendolo sorridere... Nella lettera la donna scriveva :
10 Episodio 01" Ti amo e vorrei creare una famiglia con te; io, però, farò il Presidente del Consiglio e tu il Ministro senza... Portafoglio!".
Si recò più volte al Cimitero per onorare e ossequiare la salma della madre defunta.
Volle sostituire la stele di pietra esistente con un'altra, su cui volle che fosse incisa questa epigrafe significativa :
" Il sorriso sul viso di un figlio può essere, a volte, il frutto di una lacrima sul volto di un genitore! "
Nel frattempo ( la narrazione mi prende la mano, mi coinvolge ), nel suo podere, intorno casa sua si era costituito, ad uno ad uno, un branco di sei - sette cani randagi di razze diverse, che, a poco a poco, si erano, come le persone, affezionati a lui!
Si trattava, forse, di una trasmissione affettiva, di un contagio empatico, di una oscura sorta di "metempsicosi" ?
In modo franco, mi riesce difficile spiegarlo e dare una risposta!
Sta di fatto che egli aveva cura di essi, provvedendo alle loro esigenze nutrizionali, igieniche e di ricovero e loro, in segno di riconoscenza totale e fedele, lo gratificavano con salti di gioia e, più spesso, con infinite, lunghe e raspose leccate di mano, eseguendo docili i suoi comandi e i suoi inviti.
La compagnia dei cani gli ricordò l' Alano - Attila dell' avvocato, devastatore e saccheggiato re del suo giardino!
Fu allora che ideò il suo intento vendicativo.
10 episodio 05Una mattina, alle prime luci dell'alba, Forcone entrò nella beccheria di Oreste, losco ed ambiguo soggetto, noto nel Paese come il macellaio dal tritacarne facile e risolutivo!
Acquistò alcuni chili di carne, che, una volta a casa sua, provvide a sfasciare, tagliuzzare e tranciare in piccoli pezzi.
Con essi confezionò decine e decine di rotonde ed appetitose polpette.
Era di luglio e a notte fonda si avviò verso il Paese con lo zaino strapieno degli involucri di carne.
Una leggera brezza scendeva piacevole dai monti : nel cielo appena, appena si distingueva la sagoma della luna nuova, mentre, da contrappunto, palpitavano tremule e silenti miliardi di stelle!
Un Barbagianni appollaiato sul ramo di un nero cipresso, dopo aver gracchiato
" Fraaank ", il suo caratteristico e lugubre verso, gli strizzo più volte ed in modo inquieto il suo occhio rotondo...
Arrivato che fu, scavalcò il muro di cinta del giardino dell' avvocato storpio. Il leguleio nutriva una cura particolare e maniacale per il parco, che si estendeva per circa due tomoli ed offriva uno spettacolo estetico veramente sbalorditivo :
statue, patii, fontane, pergolati, vialetti, siepi di bosso abbellivano il prato di un verde smagliante...
10 episodio 07Per evitare che abbaisse, il primo polpettone con sonnifero lo lanciò tra le fauci dell' enorme Alano, ispiratore inconsapevole di questo melenso ed insipiente racconto.
Con una zappetta cavò tantissime buche nelle quali interrò le polpette che dovevano fungere da esche, da poste-killer!
Ritornò veloce a casa, chiamò a raccolta i suoi cani, digiuni da due giorni, e li sollecitò a seguirlo.
Giunto di nuovo al giardino paradisiaco, li aiutò a scavalcare il muro di protezione e silenzioso, con fredda e risoluta determinazione se ne tornò a casa a dormire il sonno del giusto!
Il mattino susseguente, l' avvocato, ancora in pigiama e papalina, come soleva, guardò dalla finestra con aria distratta e pacata sufficienza il suo amato giardino...
Il racconto a questo punto diventa affannoso, spasmodico, penoso, frenetico :
la visione, lo spettacolo che colpirono i suoi occhi furono terrificanti, raccapriccianti, agghiaccianti, atroci!
La sua oasi verde, lussureggiante, ordinata, florida, ordinata, era completamente e sistematicamente distrutta, devastata, demolita!
Forse l' ineffabile e cinico Putin, catapultando su di esso molte delle sue bombe a grappoli avrebbe provocato meno danni!
Strabuzzò i suoi occhi strabici, mentre un colpo apoplettico lo spedì precipitevolissimevolmente direttamente nell' Inferno!
Sulle rive dello Stige, ( mentre Caronte traghettava le anime dei peccatori ) passeggiava impaziente Lucifero, diavolo di madre spagnola, che, corrucciato e imbronciato per la lunghissima attesa, lo infilzò a volo con una forca con 14 rebbi, esclamando :
" Te estaba esperando hijo di puta! "
( ti stavo aspettando figlio di puttana! ).
Nessuno pianse per la sua dipartita: finanche il batacchio del campanone della Chiesa Madre si rifiutò di rintoccare a
" morto! ".
Che dire?
Un poco mi dispiace, ma il Racconto, come persona viva, non ha più intenzione di proseguire!
Ringrazio dal profondo del cuore tutti coloro che hanno avuto la pazienza e l'ardire di leggere questa mia bizzarra e balzana storia!

 

L'arte di “Figaro” e i barbieri di in un tempo lontano a Montella di Nino Tiretta

Giovanni Tiretta 11 Agosto 2023

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Il più famoso barbiere della storia, forse mai esistito in realtà, è Figaro, personaggio principale della famosa opera lirica “Il barbiere di Siviglia” di Gioacchino Rossini e delle 001“Nozze di Figaro” di Mozart per cui è grazie a queste popolari opere musicali che il termine “figaro” è divenuto sia un modo largamente diffuso per indicare questa professione sia un modo scherzoso, bonariamente ironico, per definirlo.
Tutti, comunque, sanno che il “barbiere” è l'addetto al taglio dei capelli e alla rasatura della barba ed è altresì noto che il lavoro di questo artigiano si svolge ordinariamente in bottega - detta comunemente “barberia” o anche “salone” – e che, in caso di necessità e su richiesta del cliente, il barbiere può intervenire anche a domicilio.
Quello del barbiere è , comunque, un mestiere antichissimo, ha origini “preistoriche” ed è universalmente noto che i barbieri, in un tempo lontanissimo, erano anche in grado di praticare piccoli interventi chirurgici, di fare un salasso, di eseguire l'estrazione di un dente nonché di svolgere le funzioni di cerusici,
Alcuni studi storici sostengono che già nell’era del Paleolitico inferiore colui che tagliava i capelli era persona appartenente ad un alto rango sociale, pari e quello dei saggi e dei sacerdoti.
Si credeva che nei capelli risiedesse l’anima del popolo per cui, tagliarli, significava simbolicamente spazzare sia il male accumulato sia ritrovare nuove energie.
I barbieri erano, dunque, persone riverite, rispettate e rispettabili.
Molti ritrovamenti archeologici nell’antico Egitto (risalenti al 3500 A.C.) testimoniano di pietre aguzze considerate utensili da barbiere.
La storia dei barbieri ha comunque avuto una lunga e costante evoluzione peraltro assai evidente nell’analisi degli “usi e costumi” degli antichi greci e romani.
Di fatto, è storicamente noto che furono proprio i romani ad “adottare la consuetudine” ad essere sempre rasati e ad avere i capelli a posto, ma solo perché essi avevano, di fatto, subito l’influenza ellenica.
Nell'antica Roma colui il quale svolgeva le funzioni di barbiere era denominato “tonsore“ ed era preposto sia all’azione per il taglio della barba sia a quella di parrucchiere per le acconciature dei capelli.
In quell’epoca il barbiere, privato e costoso per i più ricchi o pubblico nella sua bottega o all'aperto in strada, tagliava capelli e sistemava barbe e specificatamente già nel II secolo d.C. sussisteva - per i romani più raffinati - l'esigenza di recarsi più volte al giorno dal barbiere.
Nei suoi “Epigrammi” Marziale e Giovenale nelle sue “Satire” descrivono le botteghe dei barbieri (denominate “tonstrine”) come luogo d'incontro per oziosi, in cui c’era scambio di pettegolezzi nonché scambio di notizie, insomma un vero e variegato salotto di varia umanità, tanto che anche diversi pittori, dal secolo di Augusto in poi, ne fecero oggetto dei loro quadri così come già avevano fatto gli Alessandrini.002

Nel primo periodo dell’Impero Romano, esattamente dal 296 A.C., con il sopraggiungere a Roma e nel Lazio della “gente barbara” e “straniera” si diffuse la moda di barbe e capelli lunghi per cui si ampliò, di molto, la diffusione e l’introduzione di vere e proprie “barberie”.
Come testimonia lo “scritto” di un senatore romano, la bottega del “tonsor” era così organizzata: tutt'intorno alle pareti girava una panca dove sedevano i clienti in attesa del loro turno, alle pareti erano appesi degli specchi sui quali i passanti controllavano la propria condizione “pilifera”, al centro della bottega vi era uno sgabello su cui sedeva il cliente da riordinare, coperto da una salvietta, grande o piccola, oppure da un camice (involucrum).
Attorno al cliente di turno si affannavano il “tonsor” e i suoi aiutanti (circitores) per tagliare o sistemare i capelli secondo la moda che in genere era quella dettata dall'imperatore in carica.
Forse fu dalla dimestichezza nell’uso dei rasoi e delle “cesoie” che derivò, dall’epoca del primo cristianesimo, la consuetudine, da parte dei barbieri, di offrire, oltre ai i servizi di taglio di capelli e di rasatura, anche alcune prestazioni chirurgiche.
Tra queste vi era il compito di effettuare salassi al fine di togliere le “impurità dal sangue.
Come già s’è detto prima, nell’antichità e con molta consuetudine dalla fine del diciannovesimo secolo in poi, il salasso era una pratica medica assai diffusa; tale azione consisteva nel prelevare (con l’applicazione anche di sanguisughe) quantità spesso considerevoli di sangue da un paziente alfine di ridurre l’apporto di sangue nelle arterie.
Tra le altre funzioni mediche i barbieri inglobavano anche l’estrazione dei denti, l’unica cura dentistica rappresentativa di quei tempi; inoltre i barbieri effettuavano clisteri ed incisioni di pustole e bolle varie, procuravano erbe ed altri medicamenti ai malati e ai feriti per cui quei barbieri, in quel tempo e in quelle circostanze, divennero noti come “barbieri-chirurghi”, assai ricercati tanto per i loro servizi di “barbatonsura” quanto per le loro competenze mediche.
In Inghilterra la figura dei barbiere era addirittura riconosciuta pubblicamente come qualificata tant’è che i barbieri ricevettero paghe abitualmente più alte dei chirurghi effettivi.
È di quel periodo la nascita di quello che fu per anni il simbolo e l’insegna dei negozi di barbiere vale a dire il bastone rotante a strisce rosse e bianche, che simboleggiavano la chirurgia (le rosse) e l’arte del barbiere (quelle bianche).

003Con il tempo e il progredire delle competenze e delle esigenza mediche, vennero promulgate delle disposizioni legislative finalizzate a ridurre considerevolmente i servizi medici che i “barbieri-chirurghi” potevano assicurare; inizialmente fu comunque permesso loro la sola pratica dei salassi unitamente a quella della estrazione dei denti.
Successivamente anche queste ultime attività vennero loro precluse anche se, di fatto, la rimozione dei denti continuò ad essere praticata fino al XIX secolo e in alcuni casi fino agli inizi del secolo XX.
Fu così che, in Gran Bretagna, fino al 1745 le corporazioni di chirurghi e le corporazioni dei barbieri lavoravano insieme, poi - per volere di re Giorgio II – ebbe luogo la divisione che separò, di fatto, le due “gilde”. La professione di barbiere fu così ridotta solo alla cura dei capelli e della barba.
Analoga decisione prese poi re Luigi XIV di Francia, con conseguente e progressiva perdita di prestigio della professione in quella nazione e in tutte le altre d’ Europa tant’è che da allora i barbieri persero, in modo inconfutabile, la possibilità di effettuare quelle “pratiche mediche” e vissero, per un certo periodo, una fase in cui la loro professione era guardata con scherno, giacché i barbieri erano considerati individui dalle scarse capacità.
Fu comunque tra la fine del XIX e gli inizi del XX secolo che la bottega del barbiere divenne nuovamente un elemento importante per la comunità tanto è che in quel periodo si ritrovano barbieri in tutte le città e in tutte le piccole comunità, e le catene di negozi di barbierie cominciarono ad essere inaugurate.
I barbieri recuperarono il loro prestigio sociale e la loro attività ebbe una rinascita gloriosa, che per altro, motivò la ricerca di nuovi standard e regolamenti per rendere la professione più affidabile e prestigiosa.
004Fu da quel periodo che gli uomini “ripresero” la consuetudine di frequentare i “saloni” dei barbieri, per rilassarsi e per godersi il lusso di una rasatura effettuata da un esperto barbiere il quale usava un profumato sapone e un pennello da barba, con grande delicatezza e talento e contestualmente era bravissimo nell’uso di un rasoio a mano libera.
La bottega del barbiere divenne anche un luogo dove gli uomini della comunità si riunivano per giocare a dama, a scacchi, dove si strimpellava qualche strumento musicale e si “faceva musica”, si raccontavano le ultime notizie, si discuteva dei raccolti, del prezzo delle sementi e in cui si parlava degli eventi più recenti.
Come in tantissimi centri abitativi d’Italia, tra la fine del XIX e gli inizi del XX secolo, anche a Montella le botteghe dei barbieri erano presenti in numero consistente e, di fatto, la professione del barbiere era un’attività largamente praticata,
Al tempo della mia lontana infanzia - negli anni “45-50” - ricordo che in paese funzionavano diversi “saloni”, per lo più concentrati in piazza Bartoli e in altre strade assai adiacenti.
Proprio all’inizio di Piazza Baroli, nel locale posto ad angolo, all’attuale civico numero uno, in quegli anni remoti vi era il “salone” di Luigi Savino, un “omone” dalla personalità assai ironica, allegra e cordiale il quale faceva anche l’orologiaio.
Nelle vicinanze, attiguo al Bar Scandone, c’era poi il barbiere Alfonso Sica dal carattere affabile e di molto gentile.
Era il mio barbiere e mi recavo dunque da lui, periodicamente, per il taglio dei capelli.
Ricordo che nella sua bottega erano, collocati su una mensola posta tra i due specchi centrali, dei capienti “boccacci” di vetro coperti con una tela poco fitta e colmi di acqua e di tante, tante sanguisughe.
020Alfonso, come mi ha confermato il suo nipote Renato, era l’unico barbiere montellese in grado, su richiesta di un medico, ad applicare le sanguisughe, a domicilio, sia per ictus sia per altre necessità cliniche. Renato mi ha spiegato che le sanguisughe provenivano dal foggiano e il nonno, per lo più, le conservava a casa, in grossi vasi di gres, contenenti argilla umida ed acqua, anch’essi ricoperti con una tela.
Luigi Sica, parente di Alfonso, era anch’egli barbiere; era amichevolmente denominato “Presutto” e aveva la sua bottega accanto all’allora “Bar Cuozzo”, quello della “Maestra”, vale a dire nel locale dove oggi c’è l’edicola di giornali di Matteo Cianciulli.
Peppo Ginelli aveva invece la sua bottega in un locale distrutto dal sisma del 1980 che era attiguo all’attuale Biblioteca Comunale; quella bottega di barbiere fu chiusa allorquando il titolare emigrò, con l’intera famiglia, negli anni “50”, negli Stati Uniti e fu riutilizzata come “salone”, molti anni dopo, negli anni 70-80, da Fernando Iannella.
005Sempre negli anni “45-50” lungo l’attuale via del Corso, in uno dei locali ove è allocata l’attuale “Farmacia SS. Salvatore”, la professione di barbiere era esercitata da Ferdinando De Stefano, detto “Nannuccio”, il marito di Flora Bettini e dunque il padre del mio amico d’infanzia Arnaldo.
Di contro nei locali dove è oggi ubicata la Farmacia Moscariello, negli anni in argomento, l’attività di barbiere era svolta da Angelo Vernacchio, un barbiere serio e abbastanza schivo.
Negli anni “60-70” il numero dei barbieri si incrementò, sia per inizio di attività, sia per subentro professionale e sia per naturale “ricambio generazionale”.
Fu così che al barbiere Alfonso Sica subentrò il figlio Vincenzo il quale, dal 1952, integrò la sua attività con la vendita di quotidiani, giornali e riviste varie divenendo, conseguenzialmente e suo malgrado, concorrente di Orazio Fierro, vale a dire l’altro ed unico edicolante di quel tempo.
Al barbiere Luigi Savino subentrò il figlio Pasqualino il quale tenne in esercizio il salone fino a quando, in anni susseguenti, emigrò, anch’egli in cerca di migliore fortuna, in Canada.
Di fronte alla mia abitazione, in uno dei locali del palazzo Cavallo, Mario Gambone proprio agli inizi degli anni ’70 iniziò la sua attività di barbiere.
Era semplicemente denominato “don Mario”, era appassionato di calcio e possedeva un carattere molto gioviale per cui molti giovani montellesi divennero da subito suoi fedeli clienti.
Anch’io divenni suo cliente, sia per comodità di vicinanza abitativa e sia per simpatia.
“Don Mario” è stato il mio “figaro” fino al 2002, vale a dire fino a quando ha lasciato la sua attività. Con lui ho tutt’ora un rapporto di amicizia e di stima anche perché egli è, per altro, uno dei miei ultimi e preziosi referenti per il riscontro per alcuni argomenti su cui scrivo
Ritornando ai barbieri ricordo che, nello stesso periodo, al Riarboro, Pasquale Vitale aprì un nuovo salone ma, in relazione forse ai pochi clienti trasformò, nel giro di qualche anno, la sua attività di barbiere in quella di “parrucchiere per signora”.
In quella stessa “epoca”, al termine dell’attuale via Filippo Bonavitacola e l’inizio di via F. Cianciulli il giovane (allora) Luigi Lepore aprì il suo negozio di barbiere per lunghi anni in attività ed assai frequentato. Luigi ebbe diversi apprendisti e uno di questi, Vincenzo Vitale, avviò un negozio, tutto suo, negli anni 70-75 in un locale quasi attiguo a quello del suo “mastro”.
Lungo via del Corso quando “Nannuccio” De Stefano andò in pensione suo figlio Cesare non volle continuare l’attività del padre prediligendo, con la sorella Teresa, fare anch’egli il “parrucchiere per signora”, esercitando tale attività presso la sua abitazione, di fronte alla Chiesa di Sant’Anna.
006Nello stesso periodo iniziarono la loro attività di barbieri anche i fratelli Ernesto ed Aurelio Clemente i quali intuendo l’esigenza delle donne montellesi, convertirono, parallelamente a quanto fatto da Ernesto Sesso, la loro attività di barbieri in quella di “parrucchieri per signora”. Di fatto Ernesto è stato, coadiuvato da sua moglie Tittina, il primo parrucchiere montellese ed aveva il suo “laboratorio” in Via del Corso, in un locale dell’”americano”, di fronte al palazzo Marinari,
Ad Angelo Vernacchio, lungo la Via del Corso subentrò il figlio Salvatore il quale era soprannominato “Pinocchio” e restò in “servizio” fino agli anni “70”.
Ad Angelo Vernacchio subentrò poi Antonio Giannotti che proveniva da Battipaglia, in provincia di Salerno, dove aveva appreso e già svolto quell’attività. Antonio Giannotti fu, a onore di cronaca, un barbiere innovativo e “rivoluzionario”, nel senso che fu il primo barbiere montellese ad impiegare nuove tecniche nel taglio dei capelli e ad inserire la consuetudine del lavaggio dei capelli.
Per altro in quel periodo Antonio fu il primo ad esigere un “tariffario” motivato ed articolato per cui, all’epoca, per fare “una barba” si spendevano 250 Lire (pari ad € 0,13), per il “taglio di capelli” 1.000 Lire (€ 0,52) e per “shampoo e capelli” Lire 1.500, meno di un euro attuale, vale a dire …...... solo 0,77 centesimi di euro !!!!
In fondo alla via del Corso, nei pressi dell’allora “Bar Dello Buono”, Erminio Dello Buono, sempre in quel periodo, aprì un negozio da barbiere; egli era fratello di Leopoldo (che all’epoca gestiva una salumeria) e di Carmelino vale a dire il gestore dell’omonimo Bar. Assai intraprendente, Erminio, successivamente - ampliò il suo negozio annettendovi un servizio di “docce pubbliche”, con acqua calda, assicurata tramite una caldaia alimentata a legna.
Infine un altro negozio di barbiere fu avviato, a Fontana, da Salvatore Volpe, detto “Biasiello” il quale, dopo qualche tempo, lasciò quell’attività ed aprì una salumeria, assai nota e di lunga funzionalità.
L’elenco dei barbieri potrebbe ancora continuare ma non sono in grado di ampliarlo ulteriormente giacché la mia memoria, offuscata dall’età, ha difficoltà a “mettere a fuoco” altri nominativi.
007Ho anche consapevolezza che, nel ricordare i barbieri innanzi elencati, ci sono sicuramente delle omissioni e delle imprecisioni dovute per lo più ai non sempre facili “riscontri di ricordi e di memoria” con i miei coetanei, ma l’elenco di quei lontani barbieri ha un suo valore e sta a significare che, ai tempi della mia infanzia, a Montella erano molti i barbieri in attività e dunque questa “professione” costituiva, unitamente a tantissimi altri mestieri, un elemento importante, un simbolo della civiltà della Montella di quegli anni lontani.
Al pari delle altre e molteplici attività artigianali praticate allora, quella del barbiere era un mestiere dignitoso e al tempo stesso modesto, che non assicurava grandi guadagni tant’è che, in quegli anni passati il barbiere, il più delle volte, era obbligato a svolgere, contestualmente, una seconda professione: ordinariamente quella dell’orologiaio o anche quella del sarto

C’ è comunque da dire che negli anni della mia infanzia, il lavoro del barbiere, come già detto, era assai diffuso e, rispetto a quello attuale, molto più semplice tant’è che gli arnesi, con i quali i barbieri lavoravano, si riducevano a pochi pezzi: il pennello da barba, il sapone, qualche rasoio, la pietra di allume, eventualmente la pietra per affilare – unitamente alla “strappa” di cuoio - i rasoi stessi, un pettine, un paio di forbici, la “tosatrice” che serviva per eseguire tagli di capelli a mano, una boccetta (contenete alcool) con pompa a spruzzo, cipria e a concludere: la spazzola per eliminare i residui capelli tagliati.

008Ordinariamente gli elementi indispensabili per un negozio di barbiere includevano poltrone, specchi, mensole, sedie per i clienti in attesa, uno o due lavandini e qualche mobiletto in cui riporre tovaglie e prodotti vari; non vi erano dunque inclusi né lavandini, con acqua corrente, per il lavaggio dei capelli, né carrellini portaoggetti, né registratori di cassa, insomma niente di quando si vede, oggi, nei negozi denominati sia “Salone di bellezza unisex” o sia “Centri di “hayr stylist” che poi altro non sono che i soliti ……..negozi di parrucchieri e di acconciatori di capelli.

In altre parole: “una volta c’era il barbiere adesso c’è l’hair stylist, un po’ come dire che “un tempo c’era il cuoco ed ora c’è lo chef” ! .

Le poltrone, dotate di poggiatesta e poggiapiedi, erano di quelle appositamente progettate in modo da garantire sia il confort del cliente che quello del lavoro del barbiere; erano, dunque a seduta estensibile, tali da permettere di regolarne l’altezza.

Inizialmente erano “rigide” e poi, in un secondo momento, perché dotate di una pompa idraulica a leva, erano “snodabili”, del tipo da fare in modo che il cliente assumesse una posizione perfetta per la rasatura di barba, dei baffi e dei capelli.

In definitiva le poltrone e il loro numero “caratterizzavano” il negozio e costituivano il posto di lavoro vero e proprio del barbiere; esse erano collocate, nella zona centrale e più luminosa della stanza, di fronte ad un ampio specchio e adiacenti ad una mensola o un ripiano su cui erano poggiati gli attrezzi prima elencati.

Ordinariamente lungo la parete contrapposta vi erano allineate un serie di sedie che delimitavano un piccolo “ambiente” in cui fare accomodare le persone in attesa del loro turno; a completamento dell’arredo, oltre agli attaccapanni e al portaombrelli, qualche volta, in un angolo di quella parete, per i clienti in attesa, c’era un tavolino su cui erano appoggiare vecchi giornali di cronaca e di sport.

Erano dunque botteghe “spartane”, sempre prospicenti ad una strada di costante percorrenza, avevano porte a vetri, erano, dunque, abbastanza luminose ed avevano una capienza tale da consentire sia una sistemazione razionale dell’arredo sia quello di accogliere un numero proporzionale di persone.

Al pari dei vari bar/caffè, delle varie “cantine” e delle botteghe dei “sarti” e degli “scarpari”, i barbieri, con le loro botteghe, erano punti di aggregazione e di socializzazione.

Passandovi innanzi, conoscenti ed amici, vi si fermavano con frequenza abitudinaria, salutavano e si intrattenevano. Per lo più erano sempre le stesse persone le quali si fermavano “a chiacchiera”, per un bel po’ di tempo, per il piacere di parlare, come si fa tra amici, del più e del meno o anche per commentare eventi e situazioni.

Non a caso a quei tempi, a Montella (come d’altronde in tutti i paesi della provincia italiana) la gente era più aperta, comunicativa, desiderosa di parlare e di ascoltare, non si andava di fretta e dunque c’era la voglia e il gusto dello stare insieme; le botteghe (tutte) erano dunque luoghi in cui ci si intratteneva piacevolmente, e in cui …si spettegolava anche!!

Nel negozio del barbiere si parlava anche di salute, anzi c’era lo scambio di notizie dei consigli ricevuti dal proprio dottore, del tipo che per la “pressione alta”, occorreva “togliere il sale dalla dieta, mangiare meno cibo fritto, smettere di fumare o ridurre lo stress.

Trovandosi tra soli uomini si parlava anche di donne e lo si faceva, il più delle volte esprimendo giudizi e apprezzamenti sulla involontaria, innocente e casuale ragazzotta che, per pura casualità, era, di passaggio, nei dintorni del negozio.

009L’argomento del sesso era comunque assai “gradito” e trattato, ovviamente, in modi assai circospetti, ironici ed anche sarcastici; ricordo come, in concomitanza delle feste di fine anno, era consuetudine ricevere, in omaggio, dal proprio barbiere, con un un’aria di condiscendenza e di ammiccamento, dei calendarietti, per altro profumatissimi, con immagini di donnine scollacciate e provocanti.

Capitava anche di avere, in quell’epoca, in fugace visione, un qualche giornaletto “particolare” che, proveniva dall’estero (e dunque “portato” da qualche amico emigrante, proveniente dalla Francia o dalla Svizzera); erano pubblicazioni contenenti foto, in bianco e nero, di donnine “pettorute e senza veli”, insomma robetta hard, ingenua e innocente soprattutto se paragonata alla robaccia oggi facilmente e sfacciatamente disponibile, per chicchessia, su internet.

Ancor oggi, nonostante gli anni passati, ricordo chiaramente il mio primo taglio di capelli, un evento vissuto con emozione e mostrato, ritornato a casa, ai pareti ed agli amici.

Ricordo i profumi della schiuma da barba e delle lozioni e ricordo altresì la straordinaria cortesia che il barbiere, immancabilmente mostrava allorquando si varcava la soglia di quegli storici “saloni”.

Per me andare dal barbiere è sempre stata l’occasione particolare, una occasione per un susseguirsi di discorsi infiniti, per ritrovarsi, per confrontarsi e per condividere insomma un momento di piacevole distensione in cui è possibile dare uno stacco alla routine quotidiana.

010In altre parole quel negozio - soprattutto se il barbiere è lo stesso da anni - non solo è un posto dove tagliare i capelli, è un posto “particolare”, esclusivo, in cui si può essere se stessi vale a dire un territorio “tuo”, in cui sei tra amici che condividono la tua storia, i tuoi ricordi, le tue emozioni e i tuoi successi.

E’ per tutte queste motivazioni che, ritornando a Montella, per me era ed è un autentico piacere andare dal mio vecchio barbiere vale adire nella bottega di “Don Mario” e, dopo il suo pensionamento, in quella di Di Nolfi Aurelio il quale, quest’ultimo, gestisce, attualmente, insieme al figlio Gianni, il suo negozio nella maniera “tradizionale”, con l’atmosfera giusta, come quella di una volta; un “salone” per soli uomini, dove sei inebriato dall’odore di talco e di lavanda, dove ritrovi una poltrona in pelle, comoda, avvolgente, su cui stendersi, dove non occorre prendere appuntamento, dove, arrivando, puoi attendere “il tuo turno” dai 20 ai 90 minuti, dove non c’è fretta, dove il cliente è accolto con cordialità e concreta simpatia, dove i clienti, mentre attendono, parlano tra loro, discutono, come s’è già detto innanzi, dei fatti del paese, dove si chiacchera del più e del meno, dove spuntano fuori ricordi ed aneddoti incredibili, lontanissimi, di tanti anni fa.

Per la stesura di questo articolo ho parlato a lungo con Aurelio il quale mi ha testimoniato, soprattutto attraverso i suoi ricordi, che la sua attività, parimente a quella degli altri suoi colleghi, è un’autentica professione artigianale, imparata fin da bambini e, per tradizione, portata avanti da padre in figlio.

Rispetto ai tanti di una volta, attualmente a Montella sono “in servizio” solo cinque barbieri.

011Il primo è Ferruccio Avallone in via del Corso, di fronte alla Farmacia del SS. Salvatore¸ il secondo e terzo sono Aurelio Di Nolfi e suo figlio Gianni, nella stessa via del Corso, al n. 139, nei pressi della Gioielleria “Brunat”; il quarto barbiere è “Peppo” Pizza che ha la bottega in via Fiume Calore, al n. 22; il quinto ed ultimo barbiere è Sergio Volpe, detto anche “Beccalossi”, con bottega a San Simeone.

Oltre a questi cinque “ultimi moicani”, esperti nell’arte dell’antica tonsura, vi sono altri artigiani i quali, per lo più titolari di negozi di parrucchieri per signora, si occupano saltuariamente, anche e con scarsa frequenza, del taglio dei capelli degli uomini; per esattezza di cronaca, questi “barbieri occasionali” sono Aurelio Clemente e suo nipote Ivano, Roberto Chieffo e Fiore Sesso, prossimo, quest’ultimo – dopo anni ed anni di attività, alla “pensione”.

Feruccio e Aurelio hanno appreso “l’arte” dal barbiere Antonio Giannotti attraverso un lungo tirocinio.

Ferruccio Avallone mi ha ricordato che iniziò ad essere “riscipolo” di Giannotti da ragazzo, dopo aver conseguito il diploma di terza media.

La sua formazione durò 6 lunghi anni e ricorda che essa iniziò, esattamente il 26 giugno del 1977.

Nel 1983 (avuto il necessario attestato del versamento dei prescritti contributi assicurativi per tutti i 6 anni di cui innanzi) Ferruccio richiese ed ottenne “la licenza commerciale di barbiere” ed aprì, esattamente nel marzo del 1983 ad oggi, il suo attuale negozio di barbiere, nel locale di via del Corso che, fino ad allora, era stato la “sede” …… del Partito Monarchico Italiano !

012Di contro, Aurelio Di Nolfi, come apprendista, frequentò la medesima bottega dal 1962 al 1970, poi si trasferì a Napoli dove andò un altro salone. Ritornato a Montella nel 1975 riprese il suo “praticantato” da Giannotti, fino al 1979, anno questo in cui, anch’egli aprì una sua attività nel negozio attuale di via del Corso, rilevandola dal “collega” Amerigo Ziviello.

Aurelio mi ha ricordato che, all’epoca, insieme a lui c’erano altri “apprendisti” i quali, appreso il mestiere, emigrarono: esattamente si tratta di Salvatore e Aurelio Soriano che partirono per gli Stati Uniti e di Luigi Savino che, parente del vecchio Luigi Savino, partì per il Canada.

Aurelio mi ha mostrato e mi ha lasciato fotografare alcuni suoi vecchi “arnesi del mestiere e discorso facendo mi ha anche precisato che a Montella, nel 1984, furono censiti 9 barbieri per soli uomini e 9 parrucchieri per signora; in quello stesso anno fu anche stabilito il “principio della distanza obbligatoria” tra due stessi esercizi che fu, di fatto, definita in 150-200 metri l’uno dall’altro.

013Per completare questo “articolo” sono stato in via Calore e “Peppo” Pizza, mi ha ricordato che lui iniziò ad apprendere “l’arte del tonsore“ nella bottega di via del Corso, al n. 139, gestita in un primo tempo (dal 1978 al 1979), dal barbiere Amerigo Ziviello e in un secondo momento (dal 1979 al 1993) da Aurelio Di Nolfi il quale, per l’appunto aveva, come poco innanzi già detto, “rilevato” quel salone giacché Amerigo (che era stato - a sua volta - “riscipolo” re masto” Erminio Dello Buono”) s’era trasferito, in quell’anno, a Verona.

Peppo avviò, dunque, una sua diretta attività, nell’attuale negozio, nel 1993 e mi ha ricordato che, all’epoca, per il servizio completo – di barba, taglio capelli e shampoo - richiedeva la tariffa di lire 10.000, equivalenti, al giorno d’oggi, a poco più di 5 € .

014Sergio Volpe, quinto ed ultimo barbiere ancor oggi in servizio a Montella, esercita, come già detto, la sua attività, in via San Simeone, al numero civico 98.

Il suo salone è alquanto “originale” perché contornato da quadri colorati e da foto storiche assai interessanti ed offre, per incontrollabile passione del titolare, un “sottofondo musicale” costituito da tarantelle e dagli altri noti e numerosi canti folcloristici montellesi.

Sergio, chiacchierando, mi ha ricordato che lui apprese l’arte del barbiere da Luigi Lepore, attraverso un “tirocinio” durato quattro anni, dal 1969 al 1973; egli attuò quel “percorso formativo” insieme ad un suo coetaneo, Carmelino Bosco il quale, poi, emigrò, all’estero, in Canada.

Mi ha anche ricordato che inizialmente, nel 1974, esercitava l’arte in casa e che aprì la sua attuale bottega nel 1977 gestendola, così, con continuità fino ad oggi.

Dopo tanto “divagare” sull’argomento è ora il momento di concludere.

E’ fuor dubbio che l’arte di “Figaro” in passato era un’attività artigianale caratterizzata, tramandata ed affinata sia nell’utilizzo delle forbici e sia in quella dell’uso del rasoio sulla pelle; era un’arte esclusiva che si realizzava con movimenti lenti ma sicuri, attraverso tecniche che trascendono il susseguirsi delle “mode”.

Anche se antichissimo, il mestiere del barbiere è, comunque, un’attività sempre viva, in evoluzione adattandosi, essa alle esigenze e alle mode dei tempi correnti.

Infatti, rispetto al passato, i “barbieri odierni” hanno nuove capacità professionali, poliedriche e fantasiose tant’è che “lanciano” mode e “tagli” spesso originali o ripropongono, ai tempi attuali, usi e abitudini un tempo di appannaggio esclusivamente femminile.

Ne è riprova il fatto che oggi, abbondano i cosiddetti “Saloni di bellezza unisex” i quali offrono servizi per entrambi i sessi, che, escludendo la rasatura del viso, inglobano comunque il taglio e la colorazione di capelli, le depilazioni, i servizi di manicure ed assicurano anche molteplici prestazioni mirate tutte alla cura e all'igiene delle persone e allo loro “immagine”.

E’ evidente che, con questa molteplicità di “nuove” prestazioni, la professione del “barbiere” è, cosi come s’è già detto, di molto mutata e, acquisendo nuove e specifiche peculiarità, essa si è ben correlata alle esigenze moderne.

Come avvenne tra la fine del XIX e gli inizi del XX secolo, i barbieri rivivono, nel nostro quotidiano, una rinascita e un prestigio sociale, insperato negli anni passati.

I “Saloni di bellezza unisex” sono ben frequentati ed offrono, a chi vi lavora, benessere, tranquillità, dignità positiva e nuovo prestigio.

C’è anche che noi anziani, abituati al vecchio “salone”, in questi “Centri di “hayr stylist” ci sentiamo in disagio tant’è che, abituati alle tradizionali e ridotte prestazioni, sta diventando un’impresa trovare un barbiere di “vecchio stampo” per cui, girando per le strade di una normalissima città italiana, difficilmente ci imbattiamo in “saloni” che offrono, con in insegne appropriate, solo servizi per gli uomini.

E’ per queste motivazioni che, per me e per altri miei coetanei, il mestiere del “barbiere tradizionale” assume una valenza particolare ammantata anche da affettuosa nostalgia.

Da ciò discende, e concludo per davvero, che anche il “mestiere del lontano Figaro” (come quello dei “caraonièri”, dei “sarti”, degli “scarpari”, dei “ferraciucci” e dei “trainieri”) resta e rappresenta - soprattutto per noi anziani - un simbolo, un caro e prezioso ricordo della civiltà montellese degli anni lontani e appartiene, dunque, ad un’epoca pregressa, caratterizzata da duro lavoro, da sofferenze, sacrifici e privazioni al giorno d’oggi inimmaginabili, soprattutto per le “giovani leve” alle quali – unitamente ai barbieri montellesi di ieri e di oggi – dedico, con sincera simpatia, questo mio “articolo”.

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“Attrezzi del mestiere” in uso negli anni ‘60/’70 e collezionati da Aurelio Di Nolfi


19N.B. : Questo articolo è già stato pubblicato sul periodico "Il Monte"- Sezione "Cara Montella" - Anno XVI- n. 2 – Maggio/Agosto 2019

 

Omicidi passionali a Montella - Fine ottocento di Graziano Casalini

Graziano Casalini 14 Giugno 2023

Omicidi Montella 06

Omicidi passionali a Montella - Fine ottocento - Ancora dai ricordi di Carmela Marano.
Nella mia famiglia, e nel vicinato di Sorbo, quando ero piccola, si raccontava una tristissima storia che ci riguardava, successa circa 130 anni fa. Fra i numerosi figli di mio nonno, Salvatore Marano, c'era una bellissima ragazza di nome Antonia, che all'età di diciannove anni, aveva già una rivale in amore per un giovane coetaneo del rione San Simeone. La zia aveva anche rinunciato a quell'amore conteso lasciando al ragazzo possibilità di libera scelta. Non ho mai saputo per quali ragioni, come, a causa di questa rivalità, un bel giorno, l'altra ragazza affrontò Antonia mentre camminava tranquillamente in un sentiero di campagna, colpendola più volte con un coltello rudimentale costruito appositamente da sua madre e uccidendola all'istante. In quei tempi, in moltissimi paesi del Sud e anche a Montella vigeva la legge della vendetta, e di lì a poco mio nonno avrebbe dovuto fare giustizia per quell'orrendo fatto. In casa, mia nonna lo incoraggiava a vendicare, l'efferato delitto della loro bella e giovane figlia. Il piano di mio nonno era quello di uccidere, nello stesso luogo e nello stesso modo la rivale assassina, ma questo richiedeva del tempo e gli appostamenti giusti. Ogni volta che mio nonno rientrava dalla campagna, la nonna chiedeva con impazienza, se avesse provveduto a quello che insieme avevano stabilito, fino a che arrivò il giorno che la ragazza si trovò a passare laddove aveva commesso il misfatto, e fu così che a sua volta cadde, nello stesso identico modo e posto dove era caduta la povera Antonia. Dopo questo fatto, mio nonno, sapendo di essere ricercato dalla giustizia ordinaria, si dileguò da Montella, cercando con documenti falsi di imbarcarsi a Genova per gli Stati Uniti, dove avrebbe avuto l'appoggio di alcuni suoi fratelli. Durante il viaggio, in seguito ad un appello di tutti i viaggiatori della nave, ebbe la disattenzione di rispondere al suo vero nome : Salvatore Marano e non al nome falso dei documenti. Così fu scoperto il suo tentativo di fuga, in seguito al quale venne tratto in arresto e carcerato nel penitenziario di Torino. Purtroppo il poveruomo, dopo inimmaginabili patimenti, non resistette al dispiacere e morì dopo soli due anni di carcere, lasciando, mia nonna sola con otto figli, il più giovane di tutti mio padre, che allora aveva solamente due anni. Il giovane conteso, dopo alcuni anni sposò una mia zia sorella maggiore di Antonia, la madre dell'assassina che costruì il coltellaccio, finì anche lei in carcere, comunque posso dire, che la giustizia, anche in quei tempi trionfò. Ho cercato, con mio marito, Graziano Casalini, di ritrovare qualche traccia di questi due delitti, negli archivi del giornale il Mattino, e anche fra le pubblicazione di Mario Garofalo, non essendo riusciti a trovare niente in merito, abbiamo deciso di raccontare, per il Vostro sito, un vecchio grave e luttuoso avvenimento montellese risalente agli anni di fine ottocento, che coinvolse la famiglia Marano detta dei (Flamini) di Sorbo.
Un cordialissimo saluto Carmela Marano e Graziano Casalini

  1. Un medico di Sorbo di Graziano Casalini
  2. Un avvocato intrigante (IX episodio) di Totoruccio Fierro
  3. Montella - La cittadina irpina con le sue potenzialità di Graziano Casalini
  4. Forcone VIII° episodio di Totoruccio Fierro

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