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Opinioni & Lettere

Una protesi con le ali "Tratto da una storia vera " di Totoruccio Fierro

Totoruccio Fierro 29 Ottobre 2023

Una protesi con le ali 01Rendo noto ai miei pazienti, affezionati, benevoli lettori che l'episodio che mi accingo a narrare non è frutto di una spigliata ed incontrollata fantasia, ma è assolutamente vero.
Mutuando uno dei tanti anglicismi, seguendo la moda imperante, è una True Story!
Ricorrere a questi termini, per me è un' operazione molto sofferta, ma necessaria per evitare di essere considerato una persona retrograda, retriva, conservatrice e al di fuori dei tempi!
Tralasciando questo lungo esordio, questo noioso preambolo, mi accingo a narrare il fatto, la vicenda!
Al nostro protagonista, alla nascita gli fu appioppato il nomignolo, il vezzeggiativo di 'Nduniuccio, per rispetto e come "sepponta", (essendo unico nipote) al nonno, il cui nome era, appunto, Antonio!
Crebbe circondato dall'affetto dei suoi familiari; frequentò con profitto la Scuola Elementare e quando si accingeva a sostenere l' esame di ammissione alla Scuola Media, fu convocato dal nonno, uomo d'altri tempi, tutto d' un pezzo, determinato, intransigente, alieno da concessioni o compromessi sul piano delle opinioni e dei comportamenti, proprietario di un latifondo, che, in modo bonario, sconsigliò il nipote dal proseguire il corso degli studi e di dedicarsi, invece, come unico erede, all' agricoltura, al lavoro dei campi com'era nella tradizione familiare.
Una protesi con le ali 02Si rassegnò a poco a poco, trovando dopo anche conforto e convinzione nella lettura delle Georgiche di Publio Virgilio Marone, che nei lavori agricoli, a contatto con la Natura, vedeva il recupero pieno della felicità dell'uomo!
Si sposò, ebbe dei figli e, nonostante la sua età avanzata, tutti lo chiamavano ancora 'Nduniuccio!
Il tempo, l'età, le carie, la piorrea ecc., ecc. avevano operato cinicamente una sistematica e drammatica devastazione nella sua bocca, al punto tale che dei 32 denti gliene erano rimasti solo 3, conficcati, come estremo baluardo, nella gengiva inferiore!
Era ridotto, poveretto, a nutrirsi esclusivamente di brodini vari, passate e vellutate di erbe e sostanze diverse : insomma, più che masticare, inghiottiva, deglutiva...
A ragione di tale regime dietologico, era ridotto pelle ed ossa!
Ostinato, caparbio, testa dura, non accettava di porre rimedio a questa situazione, convinto com' era che era vittima di un bieco determinismo, di un truce fatalismo che lo avevano spinto a poco, a poco nelle braccia di un pessimismo... "cosmico"!
Una protesi con le ali 03Frattanto, il suo stato di salute peggiorava di giorno in giorno e la moglie con l'ausilio dei figli, demolirono le sue pervicaci riserve mentali e lo affidarono alle cure e all'attenzione professionali di un solerte, capace e preparato Dentista.
Quest' ultimo, nel giro di alcune settimane, gli approntò le due protesi, superiore ed inferiore, che, quasi per incanto, gli cambiarono, in modo palingenetico, la sua vita!
Ora masticava, triturava di tutto : finanche la carne dura e cruda, non di un tenero agnello, ma della di lui madre, una pecora adulta, pronta per il macello!
Più volte si recò a far visita al dentista, fautore del suo recuperato stato fisico, per ringraziarlo con devozione e riconoscenza!
Ma la storia non finisce qui : se lo fosse, la sua trama risulterebbe dozzinale, ordinaria, mediocre, di poco pregio!
Allora, seguitemi, leggendo il suo epilogo!
Quel giorno, com' era solito, si recò alla sua campagna, dove, tra l'altro, si dedicava con cura maniacale, alla coltivazione di un ampio orto.
Era felice di non mancare a questo appuntamento giornaliero, perchè si sentiva appagato, lontano dalla complessa vita del paese, e a suo agio immerso nella natura, la cui semplice bellezza gli purificava la mente e restituiva più vigore al suo corpo!
Raccolse un grosso pomodoro, della varietà di Belmonte Calabro, e, dopo averlo tagliuzzato, lo condì solo con spicchi di cipolla, pizzichi di sale e origano : annaffiò la vivanda, tracannando mezzo litro di Aglianico del Vulture...
Si accostò, poi, al ruscelletto dove scorreva veloce un'acqua limpida, "azzurra e chiara" : si sdraiò sulla sua riva, sotto la densa e benefica ombra di un pioppo!
Estrasse dalla bocca la protesi superiore, la lavò con cura e la poggiò delicatamente su una larga foglia per farla asciugare al sole, i cui raggi la fecero di botto brillare e luccicare come una moneta d'oro, una pietra preziosa, una gemma di quarzo!...
A questo punto, rallento, prendo una pausa, recupero il fiato, perchè la narrazione diventa convulsa, frenetica : incomincio ad aver timore, ad aver paura...
Il fatto è che alla distanza di poche decine di metri da lui, appollaiata sul ramo di un alto pero, molleggiandosi ininterrottamente sulle zampette e alzando e abbassando senza sosta la sua lunga coda, nera e bluastra, c'era, spettatrice non invitata, una Gazza Ladra ( non quella di Gioacchino Rossini )!
Una protesi con le ali 04Essa partì come un missile sparato da Cape Canaveral e facendo una picchiata ( degna di quelle dell' aviatore tedesco Manfred von Richthofen, il Barone Rosso, famoso per le sue vittorie durante la* Prima Guerra Mondiale ) planò rasentando il suolo e col suo duro becco, con la destrezza e voracità di un felino e l'agilità di un acrobata circense, acchiappò la protesi e, con la stessa velocità con cui era discesa, volò via, dileguandosi nella nitida altezza del cielo!
Che dire dello sfortunato
'Nduniuccio?
Rimase sbalordito, allibito, stupefatto, smarrito, incredulo : due pesantissime randellate assestate con vigore sulla sua testa l' avrebbero appagato molto di più!
Ripresosi, andò alla ricerca spasmodica, febbrile, affannosa dei suoi denti, nella viva speranza che la Pica-Pica, date le dimensioni del bottino sgraffignatogli, l' avesse potuto perdere durante il volo di ritirata...
Girovagò in lungo e largo, avanti e indietro, di qua, di là, a destra, a sinistra, ma della sua dentatura neanche la minima...puzza!
Intanto, le prime ombre della sera calarono dense e beffarde sul luogo della rapina e l'infelice, affranto e sconsolato, se ne tornò mogio, mogio a casa sua, convinto che, come il
" cornuto e mazziato ", avrebbe dovuto sacrificare anche la cena!
Non oso dare un finale a questa storia vera ed incredibile, ma lascio a voi lettori, depositari di riconosciuta e responsabile autonomia, di adeguata sensibilità, di legittime aspettative, di immaginare e ipotizzare la sua concl

I castagneti e le terre della famiglia Marano Angelo di Sorbo Montella di Graziano Casalini

Graziano Casalini 19 Ottobre 2023

Castagneti Marano 01

I CASTAGNETI E LE TERRE DELLA FAMIGLIA ANGELO MARANO DI SORBO - I RACCONTI E I RICORDI DELLA FIGLIA CARMELA MARANO a cura di Graziano Casalini 
I miei genitori, Angelo e Elisabetta (Bettina) Cianciulli, avevano in diverse località nella campagna e sulle montagne montellesi alcuni appezzamenti di terreno agricolo, ereditati dai rispettivi antenati o acquistati nel corso della loro vita matrimoniale, terreni coltivati e coltivabili, castagneti, frutteti ecc. dislocati in dodici zone montane e nella campagna pianeggiante di Montella, lontani uno dall'altro e dall'abitazione stessa.

Castagneti Marano 03Nel 1956 importanti difficoltà, non permettevano a mio padre, già avanti con l'età, di gestire al meglio, nonostante l'aiuto di una parte della famiglia, tutti questi terreni, neanche con i vari braccianti paesani e non, che a pagamento venivano a lavorare nei periodi delle grandi lavorazioni e raccolte. Allora era quasi impossibile trovare manodopera, perché tutti coloro che non avevano lavoro o terreni di proprietà, emigravano chi all'estero, chi nel centro-nord Italia, dove in quei tempi era possibile trovare facilmente lavoro. Vista la situazione familiare: eravamo sei sorelle, poco adatte ai lavori in campagna e praticamente disoccupate, e due fratelli, Giuseppe (Peppino) il maggiore, studente universitario in attesa di laurea, Gerardo, non troppo convinto di continuare l'attività agricola, fu così che di comune accordo prendemmo la decisione di vendere tutto e emigrare pure noi in Toscana, dove, si era già trasferita la famiglia della fidanzata di mio fratello Gerardo e dove avremmo potuto trovare facilmente lavoro, noi sei giovani sorelle.

Castagneti Marano 04Tutti i terreni e gli appezzamenti si trovavano, in ordine di grandezza a: Contrada Chiavolella in montagna a circa 1050 metri di altitudine, dove erano un grande numero di castagni, Le Ripe, zona montana, sopra i 1000 metri, scoscesa difficile da raggiungere anche a causa dell'attraversamento di un torrente, questa coltivata a castagneto. Bolifano verso Montemarano, territorio montano, coltivazioni miste, Le Copelle, terreno sempre in montagna, coltivato a grano e patate. Piedisava, terreno pianeggiante in zona Volturara Irpina, produzione grano, con grande aia per la battitura, e molte piante di meli. Contrada Lào, conca alluvionale, due appezzamenti, provenienti dalle famiglie Marano e Cianciulli, dove oltre a alberi di noci e meli, si poteva coltivare stagionalmente di tutto, in prevalenza ortaggi, dove per la grandissima fertilità del terreno se ne producevano in grandi quantità e di ottima qualità. Schito, zona stazione pianeggiante, un campo, dove si coltivavano ortaggi, vi erano piante di noci e meli. Lo Prato, ( acquistato dalla mia famiglia ) zona pianeggiante, presso il paese, un grande campo dove si coltivava granoturco, grano, erbamedica, pomodori, barbabietole da zucchero e altri tipi di ortaggi, vi erano anche qui piante da frutto, noci e meli, questa zona era molto redditizia perché il terreno era irriguo.

Castagneti 05 Montella  Piedisava e pianura di Volturara Irpina 002Bisceglieta, zona agricola collinare, fra Montella e Bagnoli Irpino, piante di fichi, ciliegi, e oliveta. Scuorzo, zona agricola collinare Tagliabosco, qui si coltivavano, pomodori, ceci, lenticchie, grano, oltre alle produzione di uve con molte viti e di olive con le diverse piante di olivo. Lo Pasteno, che significa vigna o vigneto, qui si avevano viti locali di aglianico e altre, che con le uve dello Scuorzo, mio padre faceva un vino di ottima qualità. Come si può capire facilmente, se tutti questi appezzamenti agricoli, fossero stati raggruppati, in un unico grande podere, per la fertilità e per svariate tipologie delle ottime culture esistenti, le difficoltà nel gestirli sarebbero state meno gravose, e alla portata della mia famiglia.

Le proprietà agricole, anche relativamente grandi, delle famiglie sempre numerose, per il ripetersi nel tempo di successioni, subivano importanti frazionamenti, riducendone di molto le superfici e logicamente la convenienza del loro sfruttamento. Questo problema, secondo me, è un problema che penalizza il miglioramento in generale delle attività agricole di Montella. Solo una parte, del territorio agricolo, quasi tutto coltivato a castagneto è rimasto relativamente grande; quello appartenente alla chiesa, che anzi nel tempo, per i numerosi lasciti testamentari ha avuto una inversione di tendenza, ingrandendosi. Prima del trasferimento in Toscana, le nostre terre, furono cedute, in parte a parenti, altre vendute a coltivatori paesani, con un misero ricavato, dovuto al fatto, che la richiesta era bassissima, per le ragioni legate alla migrazione e alla carenza di manodopera maschile, il terreno montano, che noi chiamavamo le Ripe, fu donato da mio padre al Comune di Montella, perché difficilmente raggiungibile dal paese, con i mezzi allora disponibili, e quindi invendibile. Questi, alcuni altri miei racconti e ricordi di gioventù, che oggi ripensandoli bene, mi chiedo, ma come era possibile che una famiglia come la nostra potesse continuare a coltivare e gestire, con i mezzi a quel tempo disponibili così tanti appezzamenti di terreno, quasi tutti distanti da casa?

Castagneti Marano 02 Oggi i paesani, agricoltori e castanicoltori, per arrivare ai loro terreni, dispongono quasi tutti di fuoristrada, o di altri autoveicoli, impiegano al massimo qualche decina di minuti, quando prima con i muli e gli asini, servivano ore di cammino, molte volte anche a piedi e alla stanchezza del lavoro si aggiungeva anche quella del viaggio. Fu un grande dispiacere, dover lasciare definitivamente Montella, il paese dove tutti noi eravamo nati e vissuti da sempre, però, allora non avevamo altra soluzione possibile che quella di andare altrove, per trovare lavoro, un futuro e una vita migliori.
A presto altri racconti e ricordi, CARMELA MARANO

Ritorno a Montella di Graziano Casalini

Graziano Casalini 20 Agosto 2023

2023 08 20 Ritorno a Montella Casalini

Ritorno a Montella di Graziano Casalini - Mancavo da Montella dal 2016, a distanza di sette anni, ho trovato in paese diversi cambiamenti, naturalmente in meglio. Ho soggiornato, solo per quattro giorni, troppo poco il tempo a disposizione, per scoprire e vedere tutto il lavoro che era stato fatto per migliorare l'immagine, l'accoglienza, i punti panoramici, le strutture principali del paese. Oltre a gli importanti lavori strutturali, come la risistemazione e la costruzione di nuovi marciapiedi, in alcune delle principali vie cittadine, ho notato la fine dei lavori, nella nuova bellissima sede municipale, degna di una sempre più moderna cittadina. Sono aumentate di molto le manifestazioni culturali, con abbinati spettacoli musicali, conferenze, dibattiti e presentazione di nuove proposte editoriali. Non ho potuto seguire direttamente, e ne sono dispiaciuto, la lunga serie di eventi, nell'ambito del CONVIVIO AL MONTE, la nuova grande iniziativa organizzata in una delle più belle location di Montella. Sta prendendo campo, con successo, su iniziativa privata, l'accoglienza con visite al cosiddetto Bioparco Rosabella, comprendente aree pic-nic, percorso sul fiume Calore, fino a una delle più belle cascate di Montella, questa realizzazione dovrà in qualche modo favorita, in determinati periodi di maggior afflusso, dell'anno, per quanto riguarda la viabilità, i parcheggi e la raccolta rifiuti, allo scopo, di non danneggiare l'integrità del territorio e soprattutto gli interessi dei cittadini. Belle le 2023 08 04 Casalini Montella 05FESTE DEI CASALI, a cui ho avuto l'onore di partecipare, quella del Rione Sorbo, nella serata anteprima, con la presentazione del mio libro "RACCOLTA DI SCRITTI SU MONTELLA. EU", festa che ha visti impegnati, sotto la sapiente organizzazione del Dott. Gabriele Marano, gran parte dei sorewesi, con la rappresentazione teatrale " NA IORNATA A SUORIO GRANDE " della Associazione Culturale Delli Gatti, e altre attrazioni musicali e comiche, allargando l'evento al rione confinante Cappella. Importante anche il grande impegno, nel preparare e poi nell'organizzare, per novembre, la SAGRA FESTA DELLA CASTAGNA IGP DI MONTELLA, grandissima manifestazione, da annoverare, come la più importante, del settore, a livello nazionale. Nei pochi giorni, che sono rimasto a Montella, ho visto anche con piacere, alcune delle varie feste religiose, con le processioni a cui, o per la fede, o per tradizione partecipano in massa tutti, queste processioni hanno in se, un aspetto un po' folcloristico, per la grande sfilata delle Confraternite, con i confratelli nei loro coloratissimi costumi tradizionali, e con alla testa gli stendardi con i relativi simboli religiosi e dei vari santi. Importanti, anche le varie celebrazioni che possono ricorrere, come i centenari ( vedi quello di Aurelio Fierro ) e altri illustri montellesi, che nel tempo periodicamente si presenteranno. E poi che dire, Montella merita di più, sempre di più, mi è sembrato che i paesani siano coscienti e convinti nel realizzare e raggiunge gli obbiettivi, che potranno portare la cittadina al livello delle altre simili cittadine del centro-nord, o addirittura a superarle. La volontà c'è, basta assecondarla. Un cordialissimo saluto a tutti i montellesi, al Direttore Vittorio Sica e al suo staff.

Graziano Casalini

 

È morto Giorgio Napolitano un politico di altri tempi . di Graziano Casalini

Graziano Casalini 23 Settembre 2023

Napolitano Casalini

È morto Giorgio Napolitano un politico di altri tempi . di Graziano Casalini -  Giorgio Napolitano, un importante uomo politico per la sinistra italiana, ma anche per la Repubblica italiana, avendone ricoperto per due volte la carica di Presidente. Uomo appartenente al PCI, e di conseguenza allineato negli anni cinquanta e sassanta alla linea del partito, che riconosceva nell'Unione Sovietica, la guida mondiale per la realizzazione del comunismo. Questa posizione, lo portò a condividere operazioni sbagliate, come l'invasione dell'Ungheria, che purtroppo in quel periodo, la suddetta linea era seguita in maggioranza nel partito. Dopo le varie vicissitudini, e i cambiamenti nel PCI e la trasformazione del nome in PDS e poi PD, con l'ingresso di una parte della ex Democrazia Cristiana, il partito assunse una posizione più moderata, quale maggiore partito della sinistra e dell'Italia, e in questo Giorgio Napolitano si poteva riconoscere, come rappresentante della parte più riformista del partito stesso. E', a mio avviso, il motivo per cui, riuscì ad essere eletto Presidente della Repubblica, espletando in modo esemplare il suo incarico per il periodo previsto. Alla fine, del settennato, non riuscendo i deputati, i senatori, e i rappresentanti delle regioni, a eleggere un nuovo presidente, le fu vivamente richiesto, da tutte le forze rappresentate di accettare di nuovo la sua candidatura, per un successivo incarico, che Napolitano, nonostante l'età avanzata e la situazione politica deteriorata, accettò limitatamente a un breve periodo, in attesa di un miglioramento e il conseguente possibile accordo fra i partiti, per la sua sostituzione. Finì con la sua seconda elezione. Nel suo intervento dopo la votazione, strigliò tutti gli elettori, che non avevano trovato nessun accordo su un altro nominativo. Dopo l'intervento, nonostante, tutti indistintamente lo applaudirono. Quindi un grande uomo politico italiano, da ricordare per la sua linearità politica e per i suoi importanti servigi alla Nazione.

Montella,città di Casali tratta dal libro di Mario Garofalo Storia sociale di Montella "IL SEICENTO"

Mario Garofalo 15 Agosto 2023

Casali di MontellaMontella,città di Casali - Chi, oggi, osservasse da una posizione altimetrica il panorama della città di Montella ammirerebbe un vasto ed alquanto compatto agglomerato abitativo, disteso in un ampio fondovalle modellato in diffuse aree collinari, in una zona pedemontana, circondata dai colli Castello, San Martino, Toriello e SS. Salvatore, sovrastati e come protetti dalla maestosa imponenza delle montagne Sassosano e Cervialto. Ma nessuna traccia, seppur labilissima, potrebbe scorgere della secentesca topografia della civitas Montellae, sistematicamente e gradualmente modificata già dai primi decenni dell'Ottocento e, a partire dal Novecento, a seguito della crescita demografica, completamente obliterata, fino alla caotica cancellazione dei centri storici dopo l'irrazionale ed irrispettosa esplosione edilizia del dopo-sisma del novembre 1980.
Tuttavia, una pianta di Montella, risalente al secolo XVII, conservata nell'archivio della nobiliare famiglia locale degli Abiosi, ci consente con straordinaria verosimiglianza di poter ridisegnare ed immaginare la topografia di quel tempo.
Si rileva subito che l'università di Montella, dissimile in questo da quasi tutti i paesi del Principato Ultra, non aveva le caratteristiche urbanistiche del borgo, sviluppatosi a partire dal Medioevo: non circondata da mura, né organizzata intorno alla residenza del feudatario o alla cattedrale.
Si presentava dislocata in diversi nuclei sparsi, detti casali, che erano, probabilmente, insediamenti derivanti dai modelli abitativi delle popolazioni irpine e dei contadini romani: i vici.
Originariamente i casali erano minuscoli agglomerati generalmente a base agricola ed economica autosufficiente. Formati da un esiguo numero di case, ciascuna posta in mezzo a terreni coltivabili (territorio di pertinentia), cominciarono a formarsi quando le condizioni storiche poterono assicurare una relativa tranquillità esistenziale nelle campagne, permettendo alla popolazione di lasciare le antiche dimore a ridosso del Monte, scelte come luoghi di arroccamento e di difesa nelle vicinanze del Castello, e cercare a valle nuovi terreni da mettere a coltura, spinta dalle impellenze dell'espansione demografica verificatasi tra l'IX e il X secolo. Furono, inizialmente, degli aggregati rustici. Con la istituzione e la nascita dell'università a partire dal secolo XII si avviarono sempre più verso un accrescimento numerico ed una pressoché uniforme conformazione geometrica, che appariva ormai tipica e consolidata già dal XIV secolo in età angioina: una topografia caratterizzata da un policentrismo urbanistico e dall'assenza di mura, con agglomerati abitativi costituiti da fabbricati che si accentravano in maniera abbastanza fitta attorno ad una chiesa o contornanti piccole corti, cui si poteva accedere da un unico ingresso ad arco, che ne preservava la tipologia "chiusa" e la "inattaccabilità" dall'esterno.
Le case rispecchiavano la tipologia cosiddetta "italica", prevalente nella civiltà contadina: una struttura edilizia unifamiliare su due piani, con pianta per lo più rettangolare e con tetto a pioventi poco inclinati.
Nel corso del Seicento, in prosieguo di uno sviluppo edilizio già in atto nella metà del Cinquecento, si andavano mutando l'habitat e la forma urbis.
Accanto alle semplici e modeste abitazioni dei ceti popolari e contadini si ergevano le dimore signorili, le case palazziate delle famiglie aristocratiche e della borghesia possidente, ubicate in siti strategici dei casali, le quali, unitamente alle nume­ rose strutture edilizie ecclesiastiche, ridisegnavano lo spazio fisico del paese, assumendo al contempo la simbolica presen­ za di un potere sociale ed economico che finiva con l'instaurare un rapporto di patronage sulle classi meno abbienti e, in definitiva, un rapporto di «subordinazione di frange di popolazione verso singole famiglie patrizie», impegnate a consolidare il proprio potere locale attraverso la «partecipazione all'amministrazione civica, il controllo delle cariche pubbliche, della finanza locale e di tutte le principali forme di protezione economica e commerciale». Erano già esistenti i palazzi signorili di famiglie nobili o benestanti e socialmente influenti, come Abiosi, Capone, Boccuti, Lepore, Delli Bovi, Cianciulli, Palatucci, Pascale, Volpe, Vernicchi; più tardi sorgeranno quelli dei Trevisani, Bruni, Carfagni, Gambone, Marano, Motta, Coscia.
In questo processo di aristocratizzazione dello spazio il ruolo preminente era rappresentato dal palazzo baronale, ormai insediato - dopo l'abbandono del Castello del Monte già diruto - nel centro urbano, nella zona bassa del paese, in uno spiazzo denominato originariamente Piazzile di Corte, il quale con la sua imponenza, la sua inaccessibilità, la sua magnificenza veniva visto non più come luogo di riparo, di accoglienza e di difesa (come il Castello medievale) bensì come segno di un dominio, come muta presenza di un potere coercitivo.
In un documento del 1613 ne viene descritta e decantata la sua grandiosità: “l'abitazione di detto barone è situata in un piano, consistente in un cortile grande murato con 2 gradiate, una di essa a mano destra, per la quale si sale sopra un corridore coperto, che gira attorno tutto lo palazzo predetto, sino all'altra gradinata; e da detto corridore s'entra in una sala bella e gran­ de, in piano della quale vi sono tre camere grandi et tre mediocri, et una torretta, tutte intempiate, dove stanno coperte di scandole; et sotto di esse vi sono cocina, cantina per conservare vino, stalle, magazzeni per conservare et altre comodità. A mano sinistra l'altra grada, per la quale s'implana al corridore medesimo, dove si trova un altro partamento antiquo, con una sala, quale si cerca accomodare, et più camere, divise in camerette, coverte similmente a scandole. In testa di detto palazzo è lo giardino murato fruttato di diversi frutti, per comodo di detto palazzo. Accosto di detto palazzo e giardino vi è un altro giardino grande, con molti piedi di di­ verse pera bellissime, tra le quali vi sono le pere boncristiano, ed altri frutti bellissimi•”

Alquanto imponenti apparivano anche le case palazziate dell'aristocrazia terriera e nobiliare, le quali, pur conservando una essenzialità e severità di linee, tentavano di emulare lo "spagnolesco" gusto barocco delle sfarzose dimore della capitale partenopea, dove essa aveva talvolta altra residenza familiare. Costruite su due livelli, annoveravano decine di stanze. Dopo l'ingresso, con portale sormontato dallo stemma gentilizio in pietra scolpita, si dischiudeva il cortile, solitamente coperto, di forma quadrata, pavimentato con ciottoli di fiume o basoli resistenti al traffico di animali e carrozze, che immetteva nel giardino interno ricco di fiori e frutti. Al piano terra si aprivano sulle ali gli ambienti di servizio: cantine, rimesse, stalle, fienili per i foraggi, cisterne, magazzini, cucine con focolari, lavatoio e "formali" per il rifornimento dell'acqua e ripostigli ricavati nella spessa muratura di tufo. Al centro dell'atrio uno scalone in pietra portava al piano superiore adibito a residenza.
Gli appartamenti (i quarti o quartini) erano costituiti da un salone centrale comunicante con la cucina e la dispensa e con accesso alle camere da letto. Le stanze, con pavimento in riggiole in cotto, lucidate con cera e grassi per ravvivare l'argilla, avevano soffitti a volta o piatti. Le camere, quasi sempre, erano infilate l'una nell'altra. C'erano lo studio-biblioteca con alte librerie in legno e grande scrivania, dove facevano bella mostra fermacarte, calamai e penne d'oca finemente lavorati; c'era talvolta la cappella di famiglia con altare in stucco. Diffusi erano divani e poltrone di legno imbottiti, e tavolini rettangolari (boffette) sormontati da grandi specchi o da quadri raffiguranti antenati del casato o scene mitologiche.

Dal cortile si poteva accedere attraverso un cancello al grande giardino recintato, solcato da viali ed ornato di piante, fontane, tavoli e sedili in pietra sotto ombrosi chioschi: il palazzo, cioè, inteso come piccolo mondo chiuso ed autosufficiente, vivace e laborioso, nel quale si affaccendavano servette addette a rassettare, stirare, cucinare; garzoni per spaccar legna, tra­ sportare derrate di lunga conservazione e cesti colmi di masserizie provenienti dalle terre di proprietà o recapitare private missive; giovani addetti ai cavalli e alla manutenzione di carri e carrozze.
Le case del popolino, dei contadini e dei poveri artigiani nella loro sobria e semplice struttura rispecchiavano l'umile e faticoso tenore di civiltà dei suoi abitanti.
Edificate pietra su pietra con malta di arena di fiume (in altre province limitrofe veniva ancora usato il loto), al pianterreno (sottano) avevano il locale rustico (catuoio), stalla, fienile, porcile o bottega; al primo piano (soprano) l'abitazione, cui si accedeva per mezzo di una scala esterna solitamente fornita, al termine superiore, di una loggetta o balcone sporgente, privi di ringhiera di protezione.
La vita quotidiana della famiglia si svolgeva in una o tutt'al più due stanze: cucina e dormitorio. In cucina minimi ed essenziali l'arredo e le suppellettili. Al centro una tavola piallata di pioppo fungeva da desco e banco di lavoro. Il focolare, con o senza canna fumaria, addossato ad un muro era contornato da qualche scranno o da cilindri di legno come sedili (zizzi) e da una cassapanca contenente legna da ardere. Veniva utilizzato come posto di cottura. Poche persone avevano una cucina realizzata in pietra, con al massimo due fuochi, sotto i quali veniva ricavato un piccolo spazio per la legna o il carbone. Appesa qualche fuligginosa scansia dove venivano riposte indispensabili derrate, come farina, olio, sugna, farina, aceto, vino, sacchetti di legumi. In qualche angolo erano alloggiati un braciere di stagno e una sorta di cesta di legno dolce a larghe maglie capovolta per asciugare i panni (asciuttapanni). Pochissime le stoviglie, che solitamente venivano portate in dote dalla sposa: una caldaia grande (caorara), una piccola, un tegame (sertania), una cocchiara, un bollilatte d'argilla (pignata), alcuni bicchieri di legno o terracotta (il vetro era un lusso), qualche tovaglia.
In un'altra stanza un sesquipedale letto occupava quasi tutta la superficie della camera.
La lettiera era costituita da quattro o cinque tavole di pioppo poggiate su due cavalletti di ferro, sulle quali era posizionato il materasso composto da un saccone di stoffa ripieno di foglie di granturco. Il materasso con imbottitura di lana era privilegio di classi benestanti; era un bene portato in dote e lasciato in eredità.
Nel letto trovavano posto i genitori ed i figli più piccoli. Nelle famiglie numerose gli adulti, quando non avevano la disponibilità di un secondo letto, erano costretti a dormire nella stalla, dividendo lo spazio con qualche animale domestico.
A lato del letto, in un'apposita nicchia scavata nella muratura, erano poggiate una bugia con stearica per la notte e l'immancabile coroncina del rosario; a capo, in alto, un quadro raffigurante la Madonna con Bambino; sotto l'indispensabile cantaro per i bisogni corporali (orinale), a lato una cassa di legno contenente la biancheria.
Nelle case non esistevano bagni. I bisogni fisiologici si espletavano all'aperto, dietro cespugli od anfratti nelle vicinanze dell'abitazione o nel cantaro, che di notte veniva normalmente svuotato in strada dalle finestre, così ammorbando ancor più l'aria e le teste di malaccorti passanti. Solo nelle dimore signorili o in case con terreni di proprietà esistevano pozzi ciechi scavati negli orti, che venivano periodicamente nettati da persone addette a questo «inverecondo» lavoro.

Per lo smaltimento delle acque nere e dei liquami urbani non esistevano cloache o fognature. Venivano regolarmente gettati in strada e si incanalavano in corsi acquosi «puzzolenti, perniciosi per le esalazioni che emanavano», che invadendo le vie (non tutte selciate bensì «petrose, penninose e brecciose») le tra­ sformavano, specie nelle giornate piovose, in canaloni fangosi a cielo aperto, formando laghetti, transitabili solo a dorso di asino o di mulo, con carrozze o lettighe o servendosi, dietro compenso di qualche grana o tornese, dei cosiddetti passalava, persone nullafacenti che trasportavano a braccia chi voleva attraversare la strada. Nonostante le severe disposizioni emanate dall'università per il deposito delle immondizie in appositi spazi palizzati, spesso i rifiuti venivano lasciati per giorni in strada al sole e alla pioggia, per cui, solidificatisi o divenuti melma, si stratificavano. Il sindaco finiva col dare ad appaltatori privati la raccolta del letame, che veniva venduto come concime o come materiale edilizio.
Nella zona centrale del paese si apriva la Piazza Maggiore, nel casale detto Li Favali, luogo di rapporti comunitari, di ritrovo e di socializzazione. Nel largo «con arbore di teglia ed olmo, con botteghe ed artigiani» era situata la chiesa madre Collegiata di Santa Maria del Piano, affiancata dalla tozza torre campanaria di due piani di recente costruzione, dotata di due campane, una delle quali serviva da orologio. Le campane scandivano i tempi della vita religiosa e del lavoro, annuncia­ vano le feste e i funerali; ritmavano le ore del mattutino, del pomeriggio, della controra e del vespro.
Dirimpettai sorgevano i locali del carcere e quelli del pubblico Parlamento, nel cui ingresso era situata la campanella per convocare i cittadini nelle occorrenze delle assemblee del popolo.
A sud, adiacente al ponte detto della Lavandara, sul fiume Calore, sorgeva il mulino comunale fatto costruire dal conte Garzia Cavaniglia fin dal 1564•
Straordinaria la presenza nell'università delle chiese: 17 edifìci di culto, un numero che non trovava riscontro in alcun paese di Principato Ultra.

Chiese nel sec. XVII:
1. Santa Maria del Piano (Collegiata)
2. S. Benedetto
3. S. Giovanni
4. S. Nicola
5. S. Michele Arcangelo
6. Santa Lucia
7. S. Silvestro
8. Santa Maria la Libera
9. S.S. Annunziata
10. Santa Maria del Carmine
11. S. Antonio Abate
12. S. Leonardo avanti Corte
13. Santa Maria Visita Poveri
14. Santa Maria del Monte (detta della Neve)
15. S. Francesco a Folloni
16. S. Vito
17. S. Pietro

Di esse soltanto sette erano parrocchie, alle quali era stata at­ tribuita dal vescovo della diocesi di appartenenza (Nusco) la cura pastorale degli abitanti dell'università, secondo una ripartizione territoriale dei casali, effettuata sulla distanza di questi dall'ubicazione delle chiese e sulla quantità dei fuochi.
Alla Collegiata erano ascritti i casali Favali, Rialboro, Piazzavante, San Mauro e Serra Rocca.

A San Michele Arcangelo, i casali di Sorbo e Sorbitello.
A Sant'Antonio Abate quelli di Serrapadulana e San Simeone. A Santa Lucia, i casali di Piedi-lo-Pastino, Santa Lucia e Gamboni. A San Silvestro quelli di Pendino e Fontana.

A San Giovanni, i casali di Ferrari e San Giovanni.
A San Pietro e San Nicola facevano riferimento religioso i casali di Garzano, Serra, Cisterna, Spinella, Pensone e Laurini

Come le case palazziate anche le chiese contribuivano alla trasformazione della forma urbis, determinando non soltanto una caratterizzazione architettonica degli spazi urbanistici, ma anche una interferenza significativa nel tessuto politico­sociale. La pletorica diffusione dei luoghi di culto sull'intero panorama abitativo, oltre ad essere segno di profonda sacralizzazione del territorio, diveniva altresì simbolica e semantica presenza di un'interferenza capillare nella vita sociale, nello stile di vita della popolazione, nonché nella realtà politica ed economica dell'università.

Nell'Inventario dei censi di S. Francesco, redatto nel 1532 dal
notaio Paolo Gargano, il territorio dell'università di Montella risultava topograficamente suddiviso in sette grossi agglomerati, detti piazze seu cetole, che inglobando ciascuna un certo numero di casali contermini si facevano portavoce di comuni esigenze e petizioni presso il feudatario e l'amministrazione, mediante un proprio rappresentante prescelto, denominato «capopiazza».

Piazze Casali annessi
Li Favali Rialbolo - Piazza - Serrabocca - S. Bene detto - Piazzavano - S. Mauro.
Santa Lucia li Marandoli - Piedipastini – li Gamboni - Piazzale di Corte
Fontana S. Silvestro - Incrocata - li Milani - lo Pendino
San Giovanni San Giovanni de Fundana - li Ferrari.
Sorbo Sorbo - Sorbitello
San Simeone Serrapadulana - S. Eustachio
Garzano La Serra - La Torre - La Cisterna - La Spenella - La Cittadella.

Ma agli albori del secolo XVII alcuni casali apparivano nominalmente obliterati, probabilmente perché abbandonati dai propri abitanti o perché, di minime estensioni e popolazioni, fusi ed integrati in altri più grandi, economicamente e socialmente più ricettivi e vantaggiosi.
Nel 1613 ne venivano censiti soltanto 22, i cui toponimi grazie ad una secolare cristallizzazione nominale sono ancor oggi conservati:

1. li Favali (la pubblica piazza)
2. Realboro (o Rialbero)
3. Piazzavante (o Piazzavano)
4. San Mauro
5. Serra Rocca (o Serrabocca)
6. Sorbo
7. Sorbitello
8. Serrapadulana
9. San Simeone
10. Piedi-lo-Pastino (o Piedipastino)
11. Santa Lucia
12. li Gammoni
13. Pendino
14. Fontana (o Fundana)
15. Ferrari
16. San Giovanni
17. Garzano
18. Serra
19. Cisterna
20. Spinella
21. Pensone
22. Laurini.

Decifrare la genesi e la storia toponomastica dei casali, individuando la spiegazione ed il significato dei nomi di luogo, comporta i consueti problemi interpretativi propri della toponomastica storica, soprattutto di quella di un passato lontano, che non ci ha lasciato precise e motivate registrazioni archivistiche.
Il ricorso a mediazioni etimologiche, geografiche, storiche e antropologiche, appartenenti ad un metodo scientifico di studio, non sempre approda alla certezza esegetica del toponimo, costringendo talvolta lo storico a servirsi di una interpretazione paraetimologica o a formulare ipotesi e persino plausibili congetture.

Dei toponimi dei casali della Montella secentesca non presentano dubbi illustrativi, perché di patente significato, quelli derivanti da nomi di santi, come gli agiotoponimi San Mauro, San Simeone, Santa Lucia, San Giovanni, cui erano dedicate chiese o templi.
Altri sono di semplice e comprensibile lettura, perché collegati a caratteristiche geografiche e morfologiche locali o a specificità del luogo o degli abitanti, come:

- Pendino: luogo scosceso;
- Sorbo e Sorbite/lo: fitotoponimi della zona (detti anche Sorbo grande e Sorbo piccolo);
- Piedi lo pastino: luogo dove terminavano i terreni coltivati a frutta o vigneti (dal lat.pes -dis - parte terminale e pastinum - terreno divelto);
- Cisterna: per la presenza di pozzi d'acqua da attingere;
- Ferrari: casale abitato prevalentemente da lavoratori del ferro;
- Gamboni: antroponimo dal cognome prevalente del posto;
- Laurini: in memoria della tribù dei Laurinates che vi stanziò.
- Li Favali: era il casale della Pubblica Piazza, già denominata "Piazza de li Fabali", da fabalis, le fave che in quel territorio venivano coltivate. Al tempo dei longobardi detta anche li Scarani, da scare, compagnie di contadini e di braccianti addetti alla lavorazione della terra ed alla pastorizia. Meno convincente la derivazione dal verbo latino fabulari·, con riferimento a luogo del Parlamento o di assemblea.
Il toponimo Serra, dal latino serra nel significato di "altura con sommità frastagliata", se ben si addice alla morfologia del casale omonimo, meno persuasivo appare nei due toponimi "composti" di Serrapadulana e Serrarocca, entrambi casali dalla conformazione "piana" e non altimetrica. Ma anticamente era detto serra un «luogo stretto o serrato, ovvero riparo di muro per impedire lo scorrer delle acque o restringerne il corso»1: in tal significato il termine deriva dal lat. serrare (chiudere). E rocca, dal lat. rocca(m), significava semplicemente "roccia", "rupe", non sempre riferita ad una torre o ad un fortilizio, come opinato dallo Scandone. Sicché Serrarocca stava per strada murata, stretta e petrosa, lungo la quale si incanalavano corsi d'acqua limacciosa e putrida che sboccavano nella zona retrostante la grande corte feudale (Dietrocorte).
La stessa variante della parte suffissale rocca-bocca (Serrabocca), già in uso nel '600, dal lat. bucca, nel senso di imboccatura - orifizio - foce di acque, ci dà conto delle caratteristiche di un tracciato viario che si presentava come una angusta cupa maleodorante.
Serrapadulana, dal lat. serra e palus-ude (con la metatesi assai frequente palude.- padule) era anch'essa una strada serrata, dal terreno paludoso, solcato da rivoli acquitrinosi che andavano a sversarsi nel vallone del torrente Santa Maria.
Fontana e Fundana erano entrambi toponimi del medesimo casale. Fino alla fine del '700 furono egualmente utilizzati sia nella oralità che nella scrittura; ma a prevalere nell'uso ed infine a cristallizzarsi (fino ad oggi) è stato Fontana, il cui etimo è di indubbio significato: "zona ricca di sorgenti d'acqua". E però il toponimo Fundana, dell'altro più vetusto, ha goduto di maggiore attendibilità storica, soprattutto da parte degli storici Ciociola e Scandone. Scriveva l'illustre canonico della Collegiata:

“Fontana, credesi che fosse chiamata così dai molti pozzi; ma io la credo detta da Terra fundata o Fundana, in quanto che doveva essere fondo, o fondi dati a Suffendo, e quindi corredati, e fonuti di quanto è necessario alla coltura: come Case, Aratri, ferramenti ed utensili villerecci, Bovi, e Coloni detti Adscripti glebae, Massari, Censuali, Tertiatores, per cui vi si trova congiunto l'altro piccolo casale detto li Ferrari.”

Per il Ciociola, quindi, Fundana è un geonimo derivante dal lat. fundus, fondo, podere, campo a coltura.
Per lo Scandone, invece, Fundana è un etnico attribuito, al tempo di Silla, alla tribù indigena dei Deculani che, assoggettata, aveva acquisito la cittadinanza romana, adottandone le leggi, così divenendo populus fundus e Municipium1 fundanum e per ciò denominata Fundana, nome poi corrotto in "Fontana" in età medievale•
Ipotesi ambedue storicamente e filologicamente plausibili, ma molto diverse. Una terza ipotesi, anch'essa verosimile ed in parte collegata alla tesi ciocioliana, potrebbe far derivare il toponimo Fundana dal lat. volgare fundu, aggettivo significante "profondo", "basso", "meridionale", riferito a luogo situato in zona valliva rispetto ad una altura degradante in piano.
Si può pensare all'abbandono di "Montella-piccola", (ubicata sul colle attaccato al SS. Salvatore) da parte delle antiche popolazioni irpine, discese attraverso la stretta via di Le Trocine, guadando il fiume Calore nel punto in cui si sarebbe poi costruito il ponte della Lavandara, nella zona sud della città fortificata, insediandosi in terreni (fondi) ubertosi, ricchi di acque (di qui "Fontana").
Sui toponimi Pensone, Spinella, Garzano, Piazzavano e Rialbero, Francesco Scandone formulò delle decrittazioni che, se pur supportate da dottrina storico-glottologica, non possono essere assunte che come mere congetture.
Derivare Pensone (o Penzone) dal lat. pensio, una tassa in danaro pagata dagli abitanti del casale ai dominatori longobardi, pare idea alquanto peregrina per la sua assoluta rarità nella toponomastica di quel tempo. Maggiormente attendibile ci sembra la derivazione dal verbo latino pendere, nel senso di "pendente", scosceso, che rispecchia fedelmente la configurazione fisica del luogo, un colle discendente verso il lato sud­ orientale( l'attuale Vesteja).
Anche desumere Spinella dalla voce umbra «spinia» significante «colonna», per la dubbia esistenza sul posto di una qualche stele (di cui non esiste traccia documentaria) risulta alquanto aleatorio. Più convincente l'origine dal fitonimo spinum, arbusto spinoso: quindi roveto, luogo caratterizzato da sterpi, toponimo diffusissimo in tutta l'area peninsulare.
Per Garzano lo storico montellese immaginò trattarsi di una cittadella fortificata, costruita sull'esempio di un «castrum Carissanum» sito nei pressi dell'antica Compsa (Conza), di cui è notizia in Plinio. Il nome Carissanum, a sua volta derivante dal termine greco carenon significante "cima di un monte, cittadella", si sarebbe evoluto attraverso mutazioni d'uso nel toponimo Garzano (Carissanum > Carssano > Carzano > Garzano). In realtà, in nessun documento noto di età medievale e moderna risulta menzionato un castrum in quella parte del territorio di Mantella, per altro già strategicamente munita di due fortilizi con funzioni di avvistamento, costituiti dalla Torre a nord-ovest e dalla Bastéa a sud-est. Inoltre lo stesso toponimo era già esistente in altre zone geografiche della penisola: Garzano, in Terra di Lavoro (oggi prov. di Caserta), Garzano nel territorio di Civezzano (prov. di Trento), Garzeno in area lombarda (prov. di Como). L'etimo, con certezza, è da far risalire al fitonimo lat. medievale garza, da cardeu(m), variante di carduus, "cardo". E però Garzano doveva essere stato un luogo fitto di piante «a foglie e fusti più o meno spinosi», di alberi di castagno con "ricci" (cardi), una zona boscosa ed intricata.
Incerta pare essere anche la decifrazione etimologica di Piazzavano, dal termine latino fanum, tempio, quindi luogo sacro per la presenza di una qualche chiesetta o cappella devozionale. Ma tutti i non pochi toponimi originati da quel termine non hanno mutato la f fricativa di fanum nella corrispondente sonora v. Più verosimile che l'etimo sia il lat. vanu(m), nel senso di "vuoto", di "luogo aperto": quindi Piazzavano da intendere come vasto piazzale che si apriva nella zona orientale rispetto alla Piazza Maggiore, ove era la Collegiata, entrambi lambiti e collegati dal torrente Santa Maria. Un'ipotesi che sembra anche avvalorata dalla variante toponomastica del casale, denominato anche Piazzavante.
Anche per Rialbero va riveduta la derivazione da rivus albulus. "rivo dalle bianche acque". Il torrente Santa Maria, detto Vallone, prima di riversarsi nel fiume Calore presso il Colle del Mulino, nel suo lungo ed anfrattuoso percorso, avente scaturigini dal Terminio, raccoglieva tutte le acque che dai monti e dai colli cingenti il paese si gettavano a valle. Nei piovosi mesi invernali e primaverili si trasformava in una fiumana impetuosa e travolgente, dal colore marrone e grigiastro, capace di trasportare ceppi, rami e persino interi alberi di faggio e castagno. La piena era tale da impedire ogni possibilità di guado a persone ed animali: pastori e porcari erano costretti, con le proprie greggi, a bivaccare per giorni e notti sulle sponde, fino a quando la massa d'acqua fosse decresciuta e prosciugata, lasciando un letto torrentizio lutulento e detritico. Era un rivo tutt'altro che albulus Il toponimo Rialbero deriva sicuramente da rivus e albulus, variante volgare di arbor, e significa rivo che scorre costeggiato da alberi o da vegetazione arborea. Nella parlata popolare e nelle scritture dell'epoca il casale veniva detto Riarbero, in cui evidente è il riferimento al latino arbor.
Ciociola, di 50 anni più vecchio dello Scandone, nella sua storia usò quest'ultimo toponimo.
Probabilmente sul finire del secolo - mancano documentazioni storiche precise - interessi comuni, di tipo agricolo, economico e sociale, legati alla contiguità residenziale, orientarono gli abitanti dei casali ad aggregarsi in ripartizioni territoriali comprensive di più nuclei abitativi, suddivise entro confini non perfettamente delineati, ma chiaramente individuabili dalla popolazione.
Nacquero così i Rioni, sorta di quartieri ante litteram, sull'esempio della Roma del VI sec. a.C., suddivisa in quattro regiones (il termine rione etimologicamente è volgarizzazione del latino regione (m), ed in analogia all'uso di molte città italiane durante il medioevo di suddividere il territorio urbano in quattro settori. I rioni montellesi furono anch'essi quattro e presero i toponimi dei casali più popolosi: Sorbo, Garzano, Piazza e Fontana. Sorti anche per necessità di semplificazione organizzativa ed amministrativa in una università di notevole densità demografica, i rioni risultavano da una riduzione delle sette « piazze seu cetole. » cinquecentesche, di cui conservarono il ruolo di rappresentanza a livello istituzionale tramite la figura del caporione, quasi sempre impersonato da esponenti del ceto medio-alto.
- Sorbo comprendeva i casali Sorbitello, Serrapadulana, San Simeone;
- Garzano i casali Serra, Cisterna, Spinella, Pensane, Laurini;
- Piazza_a quelli di Favali, Rialbero, Piazzavante, San Mauro, Serrarocca, San Giovanni;
- Fontana i casali Piedi-lo Pastino, Santa Lucia, Gammoni, Pendino, Ferrari.

Ognuno di questi rioni (ancor oggi presenti nella toponomastica soltanto "orale" del popolo montellese) subì nel tempo lievi modificazioni fisiche, ma sviluppò una marcata autonomia territoriale, campanilisticamente custodita e difesa, che non di rado sfociò in forme di non sempre sana e pacifica rivalità, le quali evidenziavano i tratti caratteriologici e l'indole dei suoi dimoranti• Ancora in pieno Ottocento, in un canto popolare raccolto da Giulio Capone, un anonimo verseggiatore ne sottolineava "faziosamente" alcune caratteristiche distintive:

Mantella è composta a quatto pizzi! Pizzo pe' pizzo l'aggio cammenata.
'Mponta Suorivo so' li sgarrupizzi,
A Sansomione, li scommenecati;
Mmjezzo a la Chiazza stanno re bellizzi,
Abbascio Fontana so li 'nammorati;
A Santo Ianni so' li juracristi,
'Mpieri a li Pastini so li renneàti•

 Montella,città di Casali tratta dal libro di Mario Garofalo Storia socoale di Montella IL SEICENTO

 Garofalo Montella IL SEICENTO

 

 

  1. Catturando la Fede e la Bellezza: Le Avventure di Riccardo Cianciulli a Montella (di Vittorio Sica)
  2. L'arte di “Figaro” e i barbieri di in un tempo lontano a Montella di Nino Tiretta
  3. Un avvocato intrigante (X ed ultimo episodio ) di Totoruccio Fierro
  4. Omicidi passionali a Montella - Fine ottocento di Graziano Casalini

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