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Opinioni & Lettere

Sali e tabacchi "Valori Sbollati" di Giuseppe Marano

Giuseppe Marano 03 Febbraio 2025

Giuseppe Marano 03

Fino a poco tempo fa quando mi serviva qualche medicina, che il dottore sapeva, gliene chiedevo la prescrizione tramite wastàpp e lui gentilmente mi mandava onlàin la relatìva ricètta in farmacia. Dove mi recavo e prendevo le medicine senza dovere andare nell’ambulatorio già pieno di pazienti …impazienti ciascuno di entrare e sbuffanti per la durata della visita di chi era entrato prima. Con ogni rispetto umano è una sofferenza per me subire quella rèssa peraltro vociante.
Perché questa complicazione? Il serpeggiamento d’un sottile sadismo mascherato “giustificato” per ragioni di burocratica trasparenza? Un impegno occulto compiaciuto a rendere il facile difficile? Una volta dicevano: a chi giova? Mah.
buca poste

Un’altra cosètta: scrivo una lettera cartacea (sono ancora un primitivo) e la voglio imbucare (a proposito non ricordo se ci sono ancora le “buche” delle Poste Italiane per le lettere) vado al “Sale e Tabbàcchi” -sormontato dall’insegna che porta scritto pure VALORI BOLLATI-. Chiedo il francobòllo, in risposta uno sguardo sbalordito e le parole: -No, no, solo in posta si trova!-. Eggià, peggio dell’ambulatorio del medico, per quel minuscolo quadratino prezioso dentellato devi fare una gloriosa attesa a volte di un’ora per ritirare il cartellino col numero del turno…Una mattinata persa.
Ma altrove è pure così?


Buona giornata Peppino"

Il Natale, le feste di fine anno e quelle per l'anno nuovo... nei ricordi di Carmela (Lina) Marano

Graziano Casalini 17 Dicembre 2024

Ricordi di Natale 01 BIl Natale, le feste di fine anno e quelle per l'anno nuovo... nei ricordi di Carmela (Lina) Marano. Negli anni cinquanta, quando io ero bambina, si iniziava a festeggiare e a sentire la vicinanza del Natale molti giorni prima del 25 dicembre.

 

 

 

Per la grande festa cristiana legata alla nascita di Gesù Bambino, con l'inizio del mese, nelle parrocchie, la mia era quella  di S. Ricordi di Natale 02 BMichele, incominciavano tutti i pomeriggi le novene, a cui partecipavano molte donne in particolare le anziane, noi bambine e bambini, ma anche diversi uomini giovani e anziani liberi da impegni lavorativi nelle terre, nei castagneti, nella custodia, di ricovero per la notte e la mungitura dei vari armenti di pecore, capre e mucche. Allora in alcuni rioni la maggior parte degli abitanti era impegnata in queste diverse attività, ma quando stava per arrivare il Natale tutti si adoperavano per preparare al meglio i festeggiamenti, iniziando col raccogliere tutto il legname in eccesso e poco adatto ad essere bruciato nel focolare, nelle stufe e nelle cucine.

 

 

Ricordi di Natale 02

Questo legname, grossi tronchi, radiche di castagno, fascine di potature varie e altri materiali provenienti dalle sovrastanti montagne, veniva ammassato in modo per così dire artistico a forma conica piramidale in ogni spazio, piazzetta o area campestre in ogni rione. Si apriva così una competizione e un impegno fra i vari rioni a chi creava la "Vègna", più grande e più bella, così si chiamavano e si chiamano ancora oggi quelle masse di legna. Durante la notte della vigilia di Natale, alle vègne veniva appicato il fuoco e che cosa succedeva?
Ricordi di Natale 03 BQuella notte oltre alla partecipazione alle varie messe di mezzanotte, celebrate nelle diverse chiese paesane, gli abitanti dei rioni avevano l'abitudine di visitare uno per uno quei grandi falò, per poter in modo individuale stabilire quale rione aveva vinto la gara delle vègne, i parametri erano quelli della grandezza, dell'altezza, delle fiamme più alte e del tempo che duravano a bruciare quei grandi ammassi. Attorno alle vègne accese, si incontravano quasi tutti i compaesani ed era lì che cominciavano i festeggiamenti natalizi, con canti, balli, e scambi di auguri, quando la notte era particolarmente fredda servivano a riscaldare i visitatori infreddoliti durante gli spostamenti per poter vedere quelle degli altri rioni. Le più grandi e fatte a regola d'arte potevano rimanere accese e fumanti anche durante tutto il giorno di Natale.

Una bellissima tradizione usuale a molte comunità montane, competitiva, ma senza alcun premio in palio. Forse per i prossimi anni sarebbe bello istituire un sistema che riconosca al rione vincitore un trofeo o un premio, come una coppa o uno stendardo, come quelli dei vari palio, che ogni anno vengono assegnati in città come Siena e altre del centro-nord.

Ricordi di Natale 07 BLa giornata di Natale era dedicata alla devozione e alla partecipazione alle varie messe e funzioni religiose nelle diverse chiese. Si iniziava quando era ancora buio, gruppi di donne si affrettavano, attente a non scivolare sui selciati ghiacciati, per arrivare in tempo all'inizio della prima messa, al richiamo delle campane che nell'oscurita rompevano il silenzio notturno. Le donne erano sempre le prime, perché nelle ore successive erano impegnate a preparare le varie pietanze per il grande pranzo di Natale a cui partecipava tutta la famiglia, salvo qualcuno emigrato in paesi lontani a cui in precedenza erano stati inviati gli auguri con cartoline natalizie o con nostalgiche foto paesane. In casa da alcuni giorni, noi, in particolare io e le altre sorelle, avevamo allestito un bel presepe su un ripiano di legno preparato da papà esclusivamente per questo, costruito con la capanna, le casette e le altre varie costruzioni in legno o cartone.

 

 

 

Ricordi di Natale 08 BTutti i vari personaggi e gli animali li modellavamo con terra di creta raccolta lungo il torrente che proveniente da Lao scendeva verso Panno. Ricordo ancora benissimo, Gesù Bambino, la Sacra Famiglia, il Bue e l'Asinello, i Re Magi, la Stella Cometa, le tante pecore e altri animaletti sparsi qua e la sul finto paesaggio ricoperto di muschio raccolto con pazienza in campagna alcuni giorni prima. Avevamo costruito colline, pianure, stradine inghiaiate, un piccolo fiume con un ponticello, un laghetto con pezzetti di vetro o spechi rotti e poi grandi montagne sullo sfondo, in modo che sembrassero vere, fatte con della comunissima carta da pacchi. L'unico elemento mancante era il cielo stellato, perché non riuscivamo a trovare la carta di colore blu adatta. Le luci semplicissime del presepe erano candele di cera d'api, raccolta da nostra cugina Minuccia e preparate da noi bambine, proprio per dare alla creazione l'illusione dei fuochi sicuramente accesi nel paesaggio notturno dove nacque il Bambinello.


Ricordi di Natale 09 BSi faceva anche il tradizionale albero di Natale, usando le punte tagliate di piccole piante di abete ed era per noi un grande divertimento appendere sui rametti qualche pallina di vetro, stelline, dolcetti, piccole immagini disegnate, calzette e anche vari piccoli oggetti facilmente reperibili fra i giocattoli. Oggi per Natale, il mercato offre una infinità di idee regalo per soddisfare tutti i gusti. Negli anni 50 quando eravamo piccole, non esisteva tutto il ben di Dio che il sistema consumistico di oggi ci offre. I soli regali, che i più piccini chiedevano a Babbo per Natale, erano qualche dolce particolare, oppure qualche giocattolo e poteva capitare che in occasione delle feste, qualcosa si poteva trovare sotto l'albero. In famiglia per tutto il periodo si facevano diversi tipi di dolci particolari, che con maestria e ottime materie prime le massaie sapevano fare. Durante il periodo delle feste era usanza paesana, che gli allevatori e i pastori portassero in regalo, ricotte, mozzarelle, scamorze, caciocavalli ai vicini proprietari di terreni dove veniva concesso loro di portare a pascolare gli armenti.

A queste prelibatezze casearie ricevute in regalo, si aggiungevano quelle fatte dalla mamma in casa, ricordo: la jelatina, la buonissima pizza con le jete, i taralli, le zerpole, gli struffoli, il castagnaccio, e altri dolcetti a base di castagne. Anche oggi dopo tanti anni, mi piace fare alcune di quelle ricette, in occasioni di feste, particolari, compleanni, cerimonie ecc. Passata la mattinata di Natale, verso mezzogiorno iniziavano i preparativi della tavola per il grande pranzo, uscivano dai cassetti, tovaglie, tovaglioli, posate, bicchieri, piatti fondi e piani e altri accessori, tenuti accuratamente conservati per le grandi occasioni che riempivano il tavolo della cucina.

 

Gelatina Pizza erba 2 taralli tradizionali 725x545
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Le pietanze erano state preparate con grande cura e attenzione dalla mamma, con l'aiuto delle mie sorelle più grandi, però prima di cominciare a mangiare, quando tutti erano già seduti a tavola, noi più piccole dovevamo leggere la letterina di Natale preparata negli ultimi giorni di scuola prima delle vacanze, tutti gli anni, si trattava di scrivere gli auguri ai nostri genitori, alcune belle parole, di riconoscimento e ringraziamento verso di loro e le solite promesse di essere buone e di comportarsi bene da quel giorno in poi e per sempre. Il pranzo di Natale, di solito durava più tempo dei soliti pasti giornalieri, perché le portate erano più numerose e abbondanti.
Si mangiava pasta all'uovo fatta in casa, le famose stese, oppure ravioli con ricotta e poi ogni tipo di carne cotta in diversi modi, accompagnate da insalate varie, niente pesce, che avevamo mangiato nei giorni delle vigilie precedenti.

Il vino era quello che faceva papà, probabilmente molto meglio dell'attuale aglianico prodotto e imbottigliato da grandi aziende vitivinicole. Poi si passava alla frutta, principalmente castagne infornate, molto buone e gustose, noci, fichi secchi, mele, pere, uva, tutta questa frutta veniva raccolta a suo tempo dalle piante nelle terre di famiglia. Infine i dolci solamente quelli fatti in casa, descritti in precedenza.

Ricordi di Natale 05 B

 

Durante il pomeriggio, andavamo ad alcune funzioni nelle varie chiese, in quella occasione non poteva mancare la visata ai tanti presepi parrocchiali, e anche in questo caso, si poteva parlare di una semplice competizione fra congreghe e chiese a chi aveva fatto il presepe più bello. Faceva presto buio e allora si rientrava a casa a riscaldarsi vicino alla stufa a legna, una novità per quei tempi, comprata da papà dal suo rientro lavorativo negli Stati Uniti. Con giochi, racconti di favole e vecchie storielle si concludeva la giornata di Natale. Nei giorni successivi, si preparava qualcosa per festeggiare la fine dell'anno e il capodanno. Alla fine dell'anno, gli auguri, come per Natale, erano obbligatori e dovevamo farli a chiunque si incontrava per strada.
Una tradizione alimentare della vigilia, era quella di mangiare il baccalà cucinato a piacere in vari e diversi modi. In casa mia non esisteva l'attuale cenone di fine anno. L'evento più bello e divertente per noi bambine era quello di andare, per l'arrivo dell'anno nuovo, a vedere in piazza i grandi fuochi artificiali. Il capodanno, più o meno, si festeggiava come il Natale, e dopo tanti festeggiamenti passata anche l'Epifania si tornava alla solita vita, agli impegni promessi, alla scuola e quando richiesto, anche ad aiutare nei lavori di casa i nostri genitori.
Dai miei ricordi (anni 40-50)
Carmela (Lina) Marano
Per le Feste Natalizie 2024-2025

Una tassa veramente... "epica" di Giuseppe Marano

Giuseppe Marano 30 Novembre 2024

Una tassa veramente Epica 01UNA TASSA VERAMENTE… “EPICA”! Caro Vittorio non ti rompo con “suonni ‘e fantasia” e fregnarìe varie: mi faccio sentì solo quando “ci ‘ngàppo co’ la mano rint’a la pòrta” (come dicevano 70 anni fa i nostri sorevési) e quando mi rendo conto ulteriormente che vivo in un Paese (non paese Montella!) che invece di aiutarci, ci rende la vita sempre più difficile.
Non parlo solo per me, ma per tutti gli interessati, anche se l’egoismo è filosoficamente imprescindibile perché il problema per capirlo devi sentirlo prima personalmente (…anche se mi rendo conto che quelli che non protestano sono più saggi di me, perchè non si illudono, rassegnati come sono, che non serve a niente…). Ma alla fine non ti nascondo il segreto desiderio che la mia scintilla possa cadere nell’immensa polveriera… Tranquilli! nessun invito rivoluzionario, perché anche una intelligenza mediocre, da cinque scolastico, capisce che si tratta del vagheggiamento fantastico di un desiderio irrealizzabile.
Prendo solo lo spunto dalle “accise” passate alla storia come “pizzo di Stato”, per riconoscermi il diritto di dire che pure la tassa che pago per la mia macchina EPICA della Chevrolet, mi pare un…”pizzino”, che …”mi pìzzola” malamente perché frallàltro (come dicono i romàni de Ròma) lo ritengo ingiusto.

Una tassa veramente Epica 02


Per decenni TV stampa “in”, hanno strombazzato che la macchina a gas veniva premiata perché non inquinava: zero tassa. Ma tu vai o vieni!? La mia macchina è nata con l’impianto a gas, e vado sempre a gas senza inquinare, ma pago lo stesso la mazzata annuale di E. 335,00. ògni anno.
A riguardo lo Stato “vampiro insaziabile” ha trovato il sistema gesuitico, “demosdèo”, per fottere me e tantissimi altri “poveretti” come me (invece di ingrassarsi attingendo a piene mani all’immenso capitale dell’evasione fiscale!) immergendoci in un pantano-marasma di confusione normativa gettando il problema in pasto alle regioni che lo hanno risolto in modo geniale ciascuna con le sue leggìne creando a loro volta una galassia normativa in cui ti perdi.
E forse questo era lo scopo: di portarti alla disperazione e di conseguenza farti pagare la tassa piena senza alcuna agevolazione.
A questo punto a che serve tutto il bailamme dell’autonomia differenziata se dal famoso articolo 5° riformato 3/2001, le regioni sono già balcanizzate “autonome”?
Tornando al problema, ecco un ramoscello d’oro pescato nella selva oscura: ”non pagano il bollo veicoli il cui serbatoio di benzina ha una capacità inferiore ai 15 litri” (3-sett. 2924); ma se pensate vi dica “freggnàcce” scorrete qualche sito come https:/brc.it” o zavoligaspoint.it ….
Per accennare al caso mio (che riflette quello di tantissimi) il serbatoio di gas a ciambella della mia macchina è poco più piccolo di quello a benzina e basta questo per affibbiarmi “in soldini” 335,00 E. anno, come premio al valore del risparmiatore non inquinatore.

Un altro motivo d’orgoglio di sentirmi italiano.

E, detto inter nos, per finire (pé mmò) la chiacchierata, questo non è un regalo dell’attuale governo (che pur a riguardo non ha fatto niente!), ma è antico dono ereditario della vecchia politica: l’attuale opposizione d’élite intellettuale che ha governato per venti anni mimetizzandosi dietro i super-tecnici; altro che il grillino “uno vale uno”, qua ha ragione Travaglio: “uno vale l’altro” d’accordo in sostanza su tutto: guerre ecc. ecc.: democristianizzazione sistemica, politica del favore “a la fàcci re lo proletariàto”.
La rivolta sociale vagheggiata da Landini? Esternazioni puramente voluttuarie,,, dovesse esplodere non ne avrei paura.
Ciao Vittorio e Redazione
Peppino Maràno

Una volta a Natale: "Vègne" e "cippuni a capifuòco" (di Nino Tiretta)

Giovanni Tiretta 14 Dicembre 2024

Vegna Montella 001 BCome da tradizione anche quest’anno a Montella, in correlazione delle festività di Natale, sì è avuta qualche replica della preparazione delle cosiddette “vègne di casale”, una tradizione questa che, come quella del lontano e “desueto” rito della posa del cosiddetto “ceppòne a capifuòco”, si perde nella notte dei tempi.
Come chiarito nel “Vocabolario Montellese-Italiano” dell’amico Virginio Gambone, il termine “vègna”, o anche “uègna”, nel dialetto montellese sta ad indicare un grosso ed imponente falò alimentato essenzialmente da grosse ceppaie divelte, con non poco impegno e fatica da terreni disboscati.
Nella tradizione paesana le “vègne” venivano generalmente approntate durante il periodo invernale, specificatamente nel mese di dicembre; ragion per cui, per tradizione, la prima “vègna” stagionale veniva predisposta già l’8 dicembre, in concomitanza della celebrazione della Festa dell’Immacolata, e precisamente nelle adiacenze della chiesa di Sant’Anna, lungo l‘attuale via del Corso, per iniziativa appunto della Congrega dell’Immacolata.
Non tutti sanno che a Montella la Chiesa di Sant’Anna, per ragioni storiche, è denominata anche “Chiesa di San Benedetto”, ma è quasi noto a tutti i montellesi che la Congrega dell’Immacolata” aveva ed ha la sua sede e il suo Oratorio proprio in questa chiesa.
Da bambino frequentavo quella chiesa in quanto che, pur essendo la mia abitazione ad una distanza molto ravvicinata alla Chiesa Madre, la mia famiglia apparteneva per distribuzione parrocchiale a Sant’Anna, trovandosi essa a circa cento-centocinquanta metri dalla mia abitazione
Ricordo dunque che in quella chiesa la ricorrenza dell’Immacolata era celebrata con molta solennità; vi si teneva per l’appunto “la Novena dell’Immacolata” alla quale partecipavano i confrati che, vestiti con la loro “cappa azzurrina”, contornavano la bella statua lignea dell’Immacolata (del 1748), statua che è ancor presente nella chiesa in argomento.
La celebrazione era molto solenne ed era articolata attraverso un cerimoniale e una liturgia assai suggestiva.

Era introdotta dal suono a distesa della campana e, proprio l’8 dicembre, contemplava, sullo spazio antistante alla chiesa, di fronte alla bottega del calzolaio “Pilotto”, anche l’allestimento – per l’appunto - di una “vègna”.

Di fatto, il grosso falò veniva predisposto durante la nottata con l’impegno dei confrati più giovani della congrega e con il coinvolgimento dei parrocchiani, specialmente quelli che abitavano a “Chiazzavano”.

Una volta accesa e bene avviata, la “vègna” contribuiva ad assicurare un clima festoso per altro integrato dalla presenza di qualche “bancarella” abilitata alla vendita di “copèto” (torrone), delle “’andrite” (nocciuole tostate) e quant’altro.

Secondo tradizione la seconda “vègna” stagionale era quella del 13 dicembre, in correlazione della celebrazione di Santa Lucia, nello slargo prospiciente, appunto, della Chiesa dedicata alla Santa; e grosso modo era, per consistenza e grandezza, simile a quella dell’Immacolata, durando anch’essa una sola giornata.

Le “vègne” più importanti, come tutti sanno, erano quelle che si preparavano e si accendevano a Natale, in ogni “casale” di Montella, nessuno escluso.

Vegna Montella 002Per tradizione lontanissima erano esse costruite con ceppaie di dimensioni notevoli, tronchi di varia consistenza e grandezza, nonché con materiale lignifico “d’occasione”, gratuito, raccattato essenzialmente e fortuitamente nei boschi prospicienti i casali stessi; trasportato, nei luoghi prestabiliti per lo più a mano o con mezzi di fortuna; per tempo accantonato, messo da parte e da utilizzare per la “vègna del casale”.

Nei giorni immediatamente a ridosso della Vigilia di Natale, a Sorbo, a Fondana, a San Giovanni, insomma in ogni casale, nei soliti e tradizionali “slarghi” del quartiere c’era animazione e tutti, soprattutto i più giovani e forzuti, si davano da fare, con molta lena ed allegria, a predisporre il falò che, su consiglio e su suggerimenti attenti dei più esperti ed anziani, prendevano forma e consistenza.

Per fare una “vègna” occorreva un accurato e lungo lavoro nonché esperienza, ponderazione e impegno.

Innanzitutto, nei giorni che precedono la Vigilia del Natale, al centro dello spazio prescelto si piantava un palo alto circa m. 2,50 intorno al quale si costruiva una stretta incastellatura vuota, pressappoco un condotto centrale, attorno al quale, in diversi strati, venivano appoggiate, a seconda della loro grandezza e consistenza, le “ceppe”, i tronchi e i pezzi di legna più grossi (che abbisognano di maggior tempo di “cottura”) e poi via via quelli più piccoli.

In definitiva bisognava costruire la “végna” in modo che essa “respirasse”, tanto da durare a lungo, per molti giorni bruciando lentamente, con fiamma comunque scoppiettante, splendente e persistente.

Strutturalmente la “vègna”, dovendo avere una lenta combustione, era, pertanto, molto simile ad un “catuòzzo”, vale a dire a una “carbonaia”; aveva anch’essa un aspetto cupoliforme, ma assai più imponente, più alta, molto simile ad un grande e alto cono rovesciato.

Ad opera conclusa, la “vègna” era rimirata da tutte le angolazioni possibili, con eccitazione, con orgoglio e soddisfazione nonché con la convinzione che quella “vègna”, sarebbe stata ammirata e apprezzata e, rispetto a quelle degli altri casali, sarebbe stata, senza dubbio alcuno, la migliore.
Di fatto nel predisporre le “vègne” era nota, per lontanissima tradizione, la competitività tra i casali, tra i quali poi, alla fin fine, risultavano sempre preferiti i “casali alti” di Montella, quelli che essendo prospicienti a castagneti e boschi avevano a disposizione “cepponi” e tronchi d’albero in abbondanza, sui quali erano esercitati sia un dominio indiscusso ed esclusivo e sia un autoritario possesso, prerogative queste fatte valere con decisione, poche chiacchiere e con non rare zuffe con gli altri “fuori casale”.

Vegna Montella 003
La ” vegna” allestita per Natale 2022 dai fratelli Boccaccio e De Simone


Fino agli anni ’50 del secolo scorso, ricordo che in alcune zone del paese c’era l’usanza di “fare la vègna” anche in agglomerati piccoli e circoscritti dalle contigue strade.

Anche nelle adiacenze della mia abitazione, esattamente all’inizio dell’attuale via Don Minzoni, là dove ora c’è l’accesso al parcheggio dell’edificio delle scuole elementari, nello spazio prospiciente lo storico palazzo Gatta, i ragazzi che abitavano lungo quella strada e nelle sue immediate adiacenze si impegnavano tutti nella realizzazione di una loro “vègna” andando di casa in casa a chiedere il dono di legna e di quant’altro materiale di scarto ignifugo.

Ricordo che anch’io partecipavo a quelle “questue” e ricordo anche che il “nostro gruppo” era soprattutto costituito da giovani e ragazzi appartenenti alla famiglia Cincotti (Enzo, Aldo, Nino, Federico e Rodolfo); alla famiglia Ceccacci (Alberto, Aurelio ed Antonio); alla famiglia Matarazzo (Costatino, Generoso e Antonio); alle famiglie Fiore (Totore, Fernando, Aldo, Mario e Remigio), nonché da Potito Chieffo, da Arduino Marinari, da Giuseppe e Pasquale appartenenti entrambi alla famiglia di Elvira Bosco, la titolare dell’antica cantina.

Assai meno imponente, e di ridimensionata consistenza rispetto a quelle di Sorbo, di San Simeone, di San Pietro, di San Giovanni, della Libera e di Fondana, la nostra “vègna” ci dava lo stesso molta “soddisfazione” anche se essa, obiettivamente, era alquanto modesta al pari di quella che veniva allestita in Piazza, all’inizio del Riarboro, proprio accanto alla fontana pubblica; nonché a quella “fatta” nel vico Ferri, nelle vicinanze della cantina di zia Carmela; a quella innalzata a Piazzavano, anch’essa nello slargo prospiciente la fontana pubblica; o a quella approntata a San Mauro, subito dopo il ponte posto sul torrente Santa Maria.

Vegna Montella 004 BCome da tradizione l’accensione del falò avveniva la sera del 24 dicembre, alla vigilia di Natale, ed era un momento gioioso, e partecipato, di allegria, di condivisione e di unione del casale intero.

Nel buio rischiarato dalle scoppiettanti fiamme le persone erano distese, eccitate e disponibili. Si intrattenevano intorno al fuoco, si scambiavano gli auguri, anche con qualche brindisi estemporaneo e capitava, in qualche casale in modo particolare, che si cantasse e ballasse al suono di qualche provvidenziale organetto.

Ricordo le conversazioni che - seduti intorno al fuoco e in attesa anche della cottura delle patate sotto la cenere - tenevamo, spesso a notte inoltrata, quando la maggior parte delle persone del vicinato era rientrata.

In un “clima” simile a quello che si creava in casa durante le riunioni familiari di fronte al caminetto, discorrevamo a lungo, e ricordo che erano i ragazzi più grandi, quelli più avanti con gli anni, che, con un atteggiamento misterioso e circospetto, raccontavano storie su persone che erano state protagoniste di eventi particolari; né, in tali circostanze, anche data l’ora tarda, mancavano racconti da paura, a volte anche fantasiosi, riferiti al mondo dell’oltretomba, degli “spiriti” e dunque alquanto inquietanti.

In relazione alla tradizione delle “vègne”, in passato m’era sorta la curiosità di conoscerne l’origine, per cui avevo fatto qualche ricerca; e in modo particolare ne avevamo ragionato a lungo durante una recente estate con vari miei amici e conoscenti montellesi.
Nella mia indagine ho seguito le preziose indicazioni dell’amico Virgilio Gambone il quale chiarisce che l’etimologia del termine “uègna”, o “vègna”, deriva con molta probabilità dal nome della divinità indoeuropea “Agni”, la quale donava la grazia del fuoco e il cui nome aveva alla base la radice “egni” (fuoco), temine corrispondente al latino “ignis”.
Dagli approfondimenti da me fatti, e da quanto emerso dal confronto avuto con gli amici di Montella, emerge il sicuro convincimento che l’arcaico rito delle “vègne”, colmo di significati simbolici, discenda dall’arcaica venerazione del fuoco e sia correlato all’antico e noto legame che l’uomo ha con il medesimo fuoco, ritenuto sin dall’alba della sua comparsa come fonte primaria di vita, elemento fecondatore e purificatore della natura.
Sull’argomento sono noti agli studiosi i fuochi rituali dalla Persia alla Normandia e dalla Russia al Galles, vale a dire quelli che gli antichi abitatori dell’Europa e del vicino Oriente accendevano in onore del Dio Sole durante la notte più lunga dell’anno.
Il solstizio - come è noto - è il momento in cui il sole raggiunge, nel suo moto apparente lungo l'eclittica, il punto di declinazione massima o minima. Questo significa che i solstizi di estate e di inverno rappresentano rispettivamente il giorno più lungo e più corto; e si sa anche che il giorno più corto dell'anno cade il 21 dicembre, proprio nel periodo delle nostre feste natalizie.
Da un’altra ricerca sono venuto anche a conoscenza che i temibili Sanniti – da cui la gente di Montella discende - oltre a contendere a Roma per secoli il dominio dell’Italia centro meridionale, erano legati al fuoco, ai suoi significati e alle sue suggestioni.
È, dunque, da questo legame che deriva certamente la tradizione ultra millenaria del “fuoco solstiziale” che a Montella e nel cuore dell’Appennino centro-meridionale si è evoluta nelle “vègne”, vale dire un rito dedicato al sole ed al suo ciclo annuale; un rito arcaico fatto proprio dal Cristianesimo e divenuto, per questo, un fuoco, un falò, una “vègna” in onore al Dio che nasce, al Cristo, Luce e Salvatore del mondo.
In Italia l’usanza di accendere grandi pire è molto diffusa sia nel periodo natalizio sia in altri periodi dell’anno, per lo più con le funzioni di purificare, illuminare e scacciare il male.
Mi risulta che per esempio, percorrendo il Cilento di paese in paese si rintracciano usanze che, pur se diverse nel rituale e nelle caratteristiche, hanno nella propria sostanza, la medesima motivazione.
Venendo in Toscana ho scoperto che, parimenti, in Garfagnana, e più precisamente a Gorfigliano, nel comune di Minucciano, a circa 70 chilometri da Lucca, i falò, ricollegati anch’essi alla “festa della luce” di età romana, vengono - secondo una tradizione che si perde nella notte dei tempi - accesi la sera di Natale, nel momento in cui le campane suonano l'"Ave Maria".
I falò lucchesi sono denominati “Natalecci”; sono alti anche oltre 12 metri; sono costruiti intrecciando rami di ginepro a un palo di castagno; sono prevalentemente eretti in punti molto alti a dominare le vallate circostanti, sulle colline più visibili della zona e hanno, oggi, lo scopo di “scaldare la venuta del Signore” nella fredda notte di Natale.
I “Natalecci” garfagnini sono uno spettacolo straordinario e, secondo tradizione, dalla durata e dalla resistenza di questi grandi falò si traggono importanti auspici sul nuovo anno; e mai come quest’anno - con pandemie e guerre, i minuccianesi hanno osservato con trepidazione i loro “Natalecci” sperando che essi bruciassero alti e a lungo in segno di speranza.

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I “Natalecci” di Gorfigliano, in provincia di Lucca


Senza dubbio alcuno son convinto che anche l’usanza e il “rito" natalizio della posa del “ceppòne a capifuòco” discenda dalla medesima tradizione delle “vègne”, anche se essa è caratterizzata da altri e diversi significati simbolici, tutti riferiti alla vita familiare e tutti correlati, principalmente, sia al ruolo gerarchico della persona anziana e sia alla semplicità della vita contadina dei secoli scorsi.
Quello del rito della posa del “ceppòne a capifuòco” è, come già detto all’inizio, un’usanza oggi assolutamente desueta, da molti giovani montellesi ignorata, ma che, di contro, al tempo della mia lontana infanzia era un rito assolutamente ordinario, scontato e praticato nella generalità da tutte le famiglie del paese. Era una procedura, un gesto semplice, il cui ricordo ha per me (soprattutto perché ormai ultraottantenne) un significato straordinariamente evocativo ed emozionale. Era una consuetudine, un rito che, ricordo, praticato proprio la sera del 24 dicembre, vale a dire alla vigilia del Santo Natale, si celebrava allorquando il membro più anziano della famiglia poneva un grosso “ceppòne” come capifuoco nel “fucurile” di casa, vale a dire nel focolare che - come è noto - all’epoca era, nella maggioranza delle abitazioni montellesi, costituito per lo più da un ripiano di mattoni rialzato, rispetto al pavimento, ed era circondato e racchiuso da blocchi di pietra.
Il “ceppòne” era un grosso, robusto e pesante ciocco che, particolarmente in questa occasione, doveva fungere da alare nel “fucurile” e bruciare lentamente, a lungo, per giorni e giorni, lungo tutte le feste natalizie, fino a Befana. Era stato predisposto e messo da parte per tempo, il più delle volte già in estate, in occasione dell’approvvigionamento della provvista di legna per l’inverno
Come già prima accennato, il membro più anziano della famiglia, spesso necessariamente coadiuvato dal figlio maschio primogenito, procedeva a collocare il grosso, robusto e pesante ciocco nel “fucurile” e da subito una delle donne di casa procedeva ad aggiungere altra legna che, poiché secca e all’uopo già predisposta, veniva accesa, accatastata per l’appunto al “ceppòne”.
Vegna Montella 006La fiamma lentamente prendeva “forza”; con il suo calore ravvivava l’atmosfera, generava allegria e il suo scoppiettante bagliore era interpretato dai presenti come beneaugurale sia per le incipienti festività e sia per le fortune della famiglia tutta.
Di fatto a quei tempi, secondo un’ingenua e radicata superstizione popolare, si guardava al fuoco per trarne auspici; nella fiamma, infatti, si nascondevano significati antichi per cui, tanto per fare un esempio, se era consistente essa era benefica, purificava e scacciava il male; se poi dai tizzoni si sprigionavano scintille esse evocavano le anime del Purgatorio epurandone e alleviandone pene e sofferenze.
A quel punto, l’anziano di famiglia, seduto accanto al fuoco sul lato destro, con solennità riceveva, progressivamente e in ordine di età decrescente, l’abbraccio augurale di tutti i familiari e,contestualmente, riceveva anche un bacio sul dorso della mano destra.
Quel baciamano era un gesto espresso con altrettanta serietà e gravità, e stava a indicare il legame, il rispetto, l’obbedienza e la dovuta sottomissione di ciascun membro della famiglia alla sua persona, nonché il riconoscimento formale e simbolico dell'autorità espressa dall’anziano di famiglia.

 


Vegna Montella 007Ricordo che nella mia famiglia il rito della posa del “ceppòne a capifuòco” era eseguita da mio “nonno Tore“, il papà della mia mamma che, poverino, essendo infermo e molto avanti negli anni, era per quella incombenza molto coadiuvano da mio zio Matteo, all’epoca il più avanti negli anni dei maschi di famiglia.
Era, ricordo con dolce e sincera nostalgia, una procedura solenne che io vivevo con trepidazione, con timore ed emotività, soprattutto nella fase in cui vedevo gli sforzi con cui nonno arrancava a sistemare il pesante “ceppone”; ne notavo lo sguardo sofferente ed arrabbiato, uno sguardo che poi - completata (ripeto, con l’aiuto di zio Matteo) l’operazione - finalmente si distendeva e riacquistava la sua serena dolcezza, quella affettuosità che, solitamente, mi assicurava nei suoi lunghi e bellissimi abbracci. Dopo la morte di nonno Tore la tradizione della posa del “ceppòne a capifuòco” nella mia famiglia si è protratta, con l’esclusione del “baciamano”, ancora negli anni, uguale a quella solita, con pari senso di affettività, di serenità e di allegria.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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La mia mia “famiglia patriarcale” con alcuni suoi membri e con al centro mia nonna Angelina Petruzzi e mio nonno “Tore” Ciociola che ha alla - sua destra - il figlio zio Matteo e sulle ginocchia uno dei suoi numerosi nipoti.


Similmente al rito della “vègna”, la posa del “ceppòne a capifuòco” trae le sue origini da una ritualità pagana, vale a dire quella che - legata alla scadenza solstiziale del 21 dicembre – celebrava l’antico legame che l’uomo ha sempre avuto con il fuoco, ritenuto - sin dall’alba della sua comparsa - come fonte primaria di vita nonché elemento fecondatore e purificatore della natura.
Un rito in origine dedicato al sole ed al suo ciclo annuale; un rito successivamente fatto proprio dal Cristianesimo e divenuto, con l’accensione – nella intimità familiare - di questo grande cippo, un atto di religioso tributo in onore al Dio che nasce, al Cristo: Luce e Salvatore del mondo, della famiglia, di quella famiglia.
Sotteso a questi simbolici significati, il “ceppone” con il suo fuoco riunificava la famiglia, ne esaltava la consistenza, ne rafforzava l’affettività e contribuiva ad aumentarne lo spirito di condivisione.
Nella tradizione popolare quel fuoco era un invito al raccoglimento e alla riscoperta della bellezza delle cose semplici; uno strumento di purificazione per lasciarsi alle spalle il vecchio e propiziare il nuovo, in quanto che il calore delle fiamme teneva lontano l’inverno e tutto ciò che esso simboleggiava, vale a dire il gelo, l’isolamento, la morte.

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Come già detto, il rito, soprattutto nella configurazione del “baciamano”, era, all’interno della famiglia stessa, l’esaltazione sia della figura e sia del ruolo sociale e culturale della medesima persona anziana.
E’ genericamente noto che fino alla fine degli anni 50/60 del secolo scorso, soprattutto nell’antica società contadina, all’anziano veniva riservato il posto più elevato della scala sociale e politica, egli - di fatto - era dotato di grande conoscenza, era in grado, grazie alle sue esperienze di vita, di fornire
consigli ai più giovani membri della comunità, ragion per cui per millenni, soprattutto nelle società pre-industriali, l’anziano ha rappresentato il pilastro portante della società basata sulla famiglia cosiddetta “patriarcale”.
Nella stessa abitazione, a quel tempo, convivevano più generazioni in un regime di collaborazione e supporto reciproci, tant’è che allora in casa il più anziano era anche il più saggio, il più rispettato, colui che dettava la linea di vita a tutti i membri familiari e che nessuno si permetteva di contraddire.
Rispetto al passato, oggi, conseguenzialmente al passaggio all’attuale era post-industriale, come è noto, l’immagine sociale dell’anziano e il suo ruolo all’interno della società e della famiglia, si sono modificati in modo sostanziale.
Di fatto l’identità e il ruolo sociale della persona - nella cultura della organizzazione sociale odierna - coincidono con la produttività e l’attività lavorativa ragion per cui l’inizio della vecchiaia viene sancito dal pensionamento e dalla perdita dello status sociale connesso al ruolo di lavoratore.
Vegna Montella 010Uscire dall’ambiente lavorativo per molti può significare essere fuori dal mondo: diminuiscono le possibilità di contatto umano e di relazione, vengono meno, progressivamente, gli incontri con i colleghi di lavoro, con gli amici ancora produttivi.
Con un’atomizzazione del nucleo familiare (moglie, marito e qualche figlio), le persone di terza età sono frequentemente abbandonate a vivere da sole, sia in case fatiscenti (senza scambiare una parola con anima viva per l’intera giornata, che si ripete giorno dopo giorno sempre uguale) o anche parcheggiate in strutture inefficienti, incapaci di trasmettere il calore di cui ogni essere umano ha bisogno. 
Ecco che, ahimè, in questo triste, “moderno” e corrente contesto esistenziale non ha più senso - in concomitanza del Natale - il “caro e nostalgico” rito della posa del “ceppòne a capifuòco”; esso è divenuto “obsoleto”, inesorabilmente dimenticato, come sembrano essere altrettanto desuete ed ormai “abbandonate” tante altre e varie tradizioni proprie dei cosiddetti “Natali di una volta”; quelle tipiche della nostra lontana infanzia; quelle, per esempio, della “letterina di Natale, “dell’andare a fare gli auguri ai parenti più stretti”, “della verta”, quella che ricevevamo a Capodanno dai genitori, dai nonni, dai parenti più stretti nonché dai padrini di battesimo e di cresima; consuetudini ,queste tre ultime, delle quali, se del caso, ………..scriverò, sperando di far cosa gradita a voi lettori, prossimamente.
(Lucca gennaio 2023)


Questo articolo è già stato pubblicato sul periodico "Il Monte"- Sezione "Cara Montella" - Anno XX - n. 1 gennaio-aprile 2023

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La ” vegna” allestita per Natale 2014 a San Simeone Chiesa "Sant'Antuono"

 

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La vegna di Santa Lucia

 

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La ” vegna” allestita per Natale  a San Giovanni

 

Vegna Montella 012

La ” vegna” allestita per Natale dai montellesi a Norristown

Una Padovana Melomane di Totoruccio Fierro

Totoruccio Fierro 06 Settembre 2024

Una Padovana Melomane 0010L'episodio che mi accingo a descrivere è tratto da una storia vera, una " True Story ", secondo l' inglese imperante!
Debbo sinceramente confessare che nella narrazione, per imprimere più vigoria ed interesse alla stessa, mi sono concesso il permesso di aggiungerle qualche innocente e perdonabile licenza fantasiosa!
Verso la fine della nostra adolescenza, avevamo costituita una compagnia di cinque amici, che, con un incisivo acrostico, avevamo intitolata "VOLTICONBRAFI", con le iniziali dei cognomi di ciascuno di noi.
Una Padovana Melomane 006Eravamo degli sfigati perdigiorno, "Vitelloni" ante litteram, temerari e spregiudicati, pronti ad arrecare qualche innocente e puerile scherzo alle cose e alle persone!
Ci cercavamo in continuazione godevamo e ci avvantaggiavamo nello stare insieme!
Di sera, un giorno sì e quasi un giorno sempre, andavamo a bisbocciare, a base di polpette al sugo (carne senza osso!),
presso la Trattoria di Zia Carmela

Una Padovana Melomane 09


Uscivamo, poi, alquanto alticci, per le vie del paese, scarsamente o per nulla illuminate, e, spesso, accompagnati dalle note di una incerta chitarra, "cantavamo", (o più spesso urlavamo) le serenate, un pò qui e un pò lì, perturbando e sconvolgendo il primo sonno di intere famiglie!
Il momento topico, il "clou" della serata si scatenava quando, a sorpresa, qualcuno di noi si precipitava a suonare a distesa il campanello delle silenti e tranquille abitazioni!
Allora, si assisteva ad uno scompigliato e disperato fuggi, fuggi generale!
Che dire?
Una Padovana Melomane 05 BEravamo giovani, impudenti, sfrontati, impertinenti, ma ci sentivamo onnipotenti e padroni assoluti del mondo e della nostra vita, con baldanzosa supponenza e spregiudicata arroganza!
Molti nostri coetanei ci invidiavano e tentavano di far parte della nostra
"consorteria" che, a guisa di setta segreta esoterica, non ammetteva altri adepti!
Uno di questi si chiamava
Una Padovana Melomane 004" Pacchia ", e sarebbe operazione ardua ed inutile cercare il motivo di tale epiteto.
Abitava nel rione Fontana ed era dotato di una voce baritonale.
Amava la musica, le canzoni italiane, ma soprattutto quelle napoletane.
Il problema, il motivo ostativo era costituito dal fatto che la sua voce era dissonante : su cinque note, ne mortificava almeno tre!
Insomma era stonato come una vecchia campana ed inconsapevole cantava, cantava sempre ed in modo particolare a notte fonda!
Quella volta, incominciava ad albeggiare, volle cimentarsi nell' esecuzione della canzone di
" 'O surdato 'nnammurato", pezzo che prediligeva in modo maniacale!
Ai suoi sconnessi acuti, vibrarono anche i vetri delle finestre!
Una Padovana Melomane 005Nel cortiletto del vicino, tra i bipedi razzolanti, si aggirava anche una gagliarda e tronfia gallina PADOVANA, che, grata per le cure e le attenzioni prodigatele, ogni giorno deponeva un grosso uovo per il suo datore di lavoro!
Che dirvi?
Era forse una musicomene?
Sta di fatto che, quando fu investita dall' ultimo strozzato, sconvolgente acuto del cantante, determinata decise di scendere in sciopero a tempo indeterminato e di  "scacare", cioè di non fare più uova!
Grande furono la delusione e la disperazione del padrone per il comportamento dispettoso, ma competente del volatile produttivo!
Egli, con la testimonianza e la combutta delle famiglie del luogo lo denunziarono per continuo ed ossessivo disturbo della quiete pubblica!
E fu così che il povero Pacchia fu internato in uno dei manicomi, allora aperti e funzionanti e di lui non si seppe più nulla!
Montella, 6 settembre 2024

Totoruccio Fierro

  1. Trica e benga pesante di Giuseppe Marano
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  3. Le elezioni europee e comunali a Montella 8 - 9 giugno 2024 di Graziano Casalini
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