Al Lingotto di Torino Il libro di Graziano Casalini " Raccolta di scritti su montella.eu" Il giorno previsto al Salone del Libro di Torino è il 13 maggio


Al Lingotto di Torino Il libro di Graziano Casalini " Raccolta di scritti su montella.eu" Il giorno previsto al Salone del Libro di Torino è il 13 maggio


Guardia Medica Azzoppata - Ciao Vittòrio! Prima di scriverti ti voglio preavvertire che probabilmente qualche lettore che mi darà l’onòre di leggere queste chiacchiere fra noi, sbotterà con scalpore paesano: “Ma sto…..re prèsite parla sulo re fatti ca capitano a ìsso! Si sente no magalòmano, chi se ne fotte re li uài sua!” (traduciamo per qualche strànio che non capisce: “Ma sto prèside parla solo dei guai che gli capitani, ma con tanti che ne abbiamo, chissenefréga!”. Ma no! Vittòrio, tu sai che le EPISTOLE che ti scrivo non hanno gradevole volatilità fantasiosa, ma portano fatti reali di casa nostra che solo per un …càso son capitati a me, ma possono capitàre a ttùtti! Come vèdi mi son giustificato di fronte al pubblico con moderato ricorso al sociologismo del politicamente corretto (per come lo pronunziano “sociologismo” mi verrebbe da scriverlo con due “g”).
Sparo il problema: essendo chiuso lo studio del mio medico, sabato 13 gennaio , presento alla guardia medica la prescrizione di analisi cliniche prescritte e sottoscritte da un noto specialista. Il medico con molto garbo, mi dice che può limitarsi solo a prescrivere medicine, non analisi (solo per evocazione di colleganza professionale l’anno scorso una dottoressa si è rifiutata di mettere il catetere in situazione di conclamata necessità, perché non le competeva, mentre un provvidenziale infermiere della MISERICORDIA accorso dopo una nottata di tribolazione l’ha egregiamente installato evitando il peggio…Non posso aggiunger altro).
Nel caso di sabato scorso il dottore guardia medica, non si è rifiutato, ma mi ha gentilmente informato che non poteva prescrivere all’ASL le analisi, per disposizioni dall’alto. Vallo a trovare questo ALTO: il Padreterno o qualche altro inquilino illustre dell’ALTRO MONDO? Se ti trovi in un’emergenza del genere di sabato, non ne parliamo di domenica, questo ti regala quell’ALTO! E questa è la nostra sanità declinata e declamata “eccellente” con particolare ricalco vocale, dal nostro governatore cui in ultima analisi fa capo la nostra sanità. Al lume della mia modesta logica normale, direi banale, non capisco perché un medico fornito di laurea non farlocca, possa prescrivere medicinali ma non analisi peraltro suggerite “autorizzate” da un collega specialista.
La “eccellenza” di De Luca mi fa vedere una maglia di sacco con nodini d’oro isolati sparpagliati brillanti qua e là, irrelati: non virtuosamente connessi in una efficientante (quant’è brutto!) struttura organica d’insieme. Il filato dovrebbe essere unico: lo stesso.
Amico Vittorio, già sai che la mia lagnanza, per quello che può valere nel nostro “sistema”, la mando anche ai “capezzoni pesanti” che tengono lo stèrzo del paese e ci tirano a capézza; la mando al mio solito come fosse un “razzo a ricerca di calore”, che a volte coglie però! Si può trovare qualche “calorosa mano pulita” che…fa piazza pulita, (non dimentichiamo la bonifica storica di un gruppo di giudici che azzerò, anche se per poco, la politica politicante che sembrava immortale). A volte ‘sto ràzzo coglie e mi faccio pure “li nimìci”. E per questo mica mi metto il lutto! Mica perdo voti!
Mi pare Musolìno dicesse: “Molti nemici, molto onore!”, condivido…ma a sto punto sicuro esce lo scarapàppolo che stava in agguato: “Lovillòco lo prèsito s’è mostrato quello che è: “No fasccìsto!”
Giuseppe Marano
Interessante intervista da parte del noto giornalista GENZALE al non meno noto clinico SORRENTINO, sulla situazione critica della nostra situazione sanitaria nonostante tante “eccellenze” purtroppo isolate.
https://www.francogenzale.it/Paolo-Sorrentino-l-Epatologo-con-il-pallino-della-Ricerca

EPATITE A
È un'infiammazione acuta del fegato dovuta al virus Epatitico A (HAV) e la trasmissione avviene per via oro-fecale attraverso il consumo di molluschi crudi allevati in acque contaminate da scarichi fognari contenenti il virus o può avvenire anche da persona a persona quando si maneggia cibo senza rispettare le elementari nome igieniche (manipolazione di cibo da parte di persone infettate che non si siano lavate con cura le mani dopo essere andate in bagno). Il contagio non avviene con l'acqua potabile .
Il periodo di incubazione del virus dell'Epatite A varia da due a sei settimane, di solito sono quattro settimane, ma è presente nelle feci 7-10 giorni prima dell'esordio dei sintomi.
La sintomatologia è caratterizzata da febbre, malessere generale, nausea, vomito, diarrea, dolori addominali , ittero (colorazione giallastra di cute e occhi), feci chiare, urine scure.
A volte, soprattutto nei bambini o nei giovani, l'epatite A può essere asintomatica ,raramente, ci sono forme di epatite A fulminante.
Non esiste una terapia specifica, si trattano i sintomi , le fleboclisi sono utili quando a causa della nausea e del vomito si rende necessario somministrare liquidi . Si consiglia di non sollecitare eccessivamente il fegato con farmaci e alcool. Nella grande maggioranza dei casi, la patologia recede spontaneamente in un paio di mesi, senza lasciare alcun danno permanente al fegato. In casi eccezionali è consigliabile il ricovero e in rarissimi casi si può arrivare al trapianto di fegato L'epatite A non CRONICIZZA a differenza dell'epatite Be Ce genera anticorpi (memoria immunologica) che sono protettivi per tutta la vita e, pertanto, non c'è pericolo di reinfezione. Esiste anche un vaccino (non obbligatorio) ma è consigliabile a soggetti a rischio o a chi viaggia ir, Paesi dove l'epatite A è endemica. Si praticano due dosi a distanza di qualche mese l'una dall'altra.
L’EPATITE VIRALE - Premetto che non è facile sintetizzare il problema dell’ epatite virale perché è causata da tanti virus apparentemente simili ma che in realtà in comune hanno solo una predilezione ad infettare le cellule epatiche .Il messaggio che deve passare è che il virus dell’epatite C ,che in passato ha creato sofferenza e morte in tante persone, oggi si può sconfiggere e che è possibile centrare l’obiettivo indicato dall’Organizzazione mondiale della sanità e cioè di eliminare l’infezione da HCV entro il 2030.
L'epatite virale è un'infiammazione epatica causata da specifici virus epatotropi e quelli più conosciuti sono quelli dell’epatite A-B-C-D-E e altri virus epatitici minori.
Il virus dell’epatite A si trasmette per via oro-fecale, con contatto diretto da persona a persona o attraverso il consumo di acqua o di alcuni cibi crudi (o non cotti a sufficienza), soprattutto molluschi allevati in acque contaminate da scarichi fognari o contenenti virus. L’Epatite da virus A non cronicizza anche se alcune volte (raramente) può causare l’epatite fulminante. In passato, in alcune aree endemiche l’anticorpo IgG HAV, che indica una pregressa infezione, è stato ritrovato nel 90% della popolazione esaminata.
Comunque i virus che hanno creato maggiori problemi alla salute pubblica sono quelli dell’epatite B e C. Sono infatti, dei virus che si trovano in tutti i liquidi biologici (sangue,saliva,mucose,sperma ecc) che si trasmettono attraverso la via parenterale (sangue) o parenterale inapparente (piccole ferite della cute o delle mucose ) e, pertanto, oltre alla malattia, subentrano per il paziente anche comprensibili problemi di ordine psicologico legati alla paura di contagiare i familiari, gli amici o il partner.
Nella fase acuta l’epatite si può presentare in forma simil-influenzale (febbre astenia, dolore addominale, malessere generale) anche se il sintomo caratteristico è l’ittero. Ma vi sono tante forme asintomatiche che non sono meno pericolose, anzi rappresentano quel bacino di persone che, complice l’assenza di sintomi, non sanno di essere positive. La vera sfida per procedere all'eradicazione della malattia dovrà necessariamente passare dall'individuazione di questo mondo di "sommerso"
rappresentato ,appunto, da chi è positivo al virus senza sapere di esserlo e che in Italia è rappresentato da circa 300000 persone.
Quando cronicizza l’epatite fa veramente paura perché può evolvere verso la cirrosi epatica prima e l'epatocarcinoma poi. In passato la terapia consisteva solo nel correggere il regime alimentare, nel prescrivere qualche epatoprotettore e solo negli stadi avanzati, quando comparivano le complicanze (ascite,iperammoniemia, iperbilirubinemia ecc.) si poteva intervenire farmacologicamente .Moltissimi pazienti si recavano in centri termali incoraggiati dalla pubblicità che esaltava le proprietà di acque miracolose (“Chianciano fegato sano”) !!!
La storia di questa malattia è iniziata a cambiare verso la fine degli ‘’80 e precisamente nel 1989 quando venne isolato per la prima volta il virus dell’epatite C e nel 1991 quando venne resa obbligatoria, in Italia, la vaccinazione anti epatite B a tutti i bambini fino ai 12 anni.
Pertanto, la diffusione delle epatiti virali ha subito negli ultimi decenni una profonda diminuzione, grazie alla migliore conoscenza della trasmissione dei virus, alle migliorate condizioni igienico-sanitarie, alla vaccinazione obbligatoria contro l’epatite B, al miglioramento delle procedure sanitarie (materiale monouso, sterilizzazioni più accurate ecc) ed allo sviluppo di test diagnostici che permettono facilmente il riconoscimento del virus prima di eventuali trasfusioni , interventi chirurgici ecc.
Il primo farmaco importante usato per la cura dell'epatite C fu l’interferone, ma aveva una percentuale di successo bassissima (< del 10%) e importanti effetti collaterali.
Alla fine degli anni 90 all'interferone venne aggiunta la ribavirina che aumentò sensibilmente la percentuale di guarigione (50% circa) ma con notevoli effetti collaterali.
Finalmente nel 2013 è stato approvato negli Stati Uniti (e in seguito anche in Europa) il farmaco antivirale sofosbuvir, in grado di bloccare la replicazione del virus e di guarire dall’infezione in una altissima percentuale di casi (quasi il 100%). L’unico limite iniziale era rappresentato dal costo di circa 80000 euro a terapia. Adesso il prezzo è notevolmente calato e si sta facendo una importante campagna per allargare il trattamento a quante più persone possibile e di scoprire soprattutto il sommerso per debellare l’infezione da HCV entro il 2030. Lo scopritore del farmaco anti epatite c si chiama Michael Sofia (per questo Sof-obuvir), di chiare origini italiane e che lui rivendica con orgoglio, infatti, i nonni paterni erano siciliani e quelli materni toscani. Nato nella Little Italy di Baltimora, figlio di un barbiere e di una impiegata, per pagarsi la costosissima Cornell University lavorava in mensa e vinse numerose di borse di studio. Le azioni dell'azienda nella quale lavorava dopo la scoperta del farmaco hanno avuto un rendimento del 278 % in 9 mesi.
Speriamo che al più presto possiamo parlare al passato di questa malattia e che l'obiettivo fissato dall'OMS di debellare l’epatite C entro il 2030 venga rispettato e senza mai stancarci di ringraziare il nostro illustre compatriota.
Ma se fosse nato in Italia Michal Sofia avrebbe ottenuto lo stesso successo professionale? Nel “bel paese”, purtroppo, la politica entra spesso a gamba tesa anche nella ricerca, spezzando l’entusiasmo e le speranze dei nostri giovani laureati che sono costretti a cercare maggiore fortuna economica e professionale all’estero (fuga di cervelli). Concludo con una frase di Milena Gabanelli: “Una società sana premia il merito, punisce i mascalzoni e investe nell’istruzione”. 
Come te la scuòrdi ‘sta ‘Mmacolàta?! di Giuseppe Marano Caro Vittòrio! Scusa se ti scrivo ogni mòrta re papa (tra parèntesi: a Suorio dicono mòrta, a la Chiàzza dicono morte! Ricchezza linguistica. Almeno quella!); tu sai che non ti scrivo a bèllo ggènio, quànno mi schòcca ‘ngàpo, ma solo quando succede ‘na cosa gròssa, che può essere un po' importante e utile pure per gli altri;
non mi interessa la lagna personale (la nostra letteratura strabocca di piagnisteo!).
Ma veniamo a noi: come te la scuòrdi ‘sta ‘Mmacolàta?! L’ 8 dicembre scorso.
Te la faccio corta: dopo aver preso una comprèssa non riesco più ad andare a bagno: blòcco urinario. Due di notte. Mi vedo perso.
Che fai? Solo chi c’è passato può capire. “Qua sotto c’è la guardia medica!”. Ci vado subito. C’è una giovane dottoressa, espongo il problema sottolineando la necessità impellente di un catetere e subito mi gela: Non posso metterlo(!) dovete andare al Pronto Soccorso più vicino.
E chi t’accompagna? Nessuno in famiglia è in condizione di accompagnarmi, e non sentendomi di guidare, chiamo un amico che svolge servizio di accompagnamento co la macchina, ma lui e tutti gli operatori purtroppo sono impegnati.
Mi vedo costretto a…portàrmi da solo al PRONTO SOCCORSO più vicino: Sant’Angelo Lombardi, ove mi apre un infermiere giovane il quale sentendo il mio accidente mi gèla per la seconda volta: non c’è il reparto di UROLOGIA, però, avvertendo l’urgenza del problèma, sembra improvvisamente disponibile a mettermi il catetere, MA un vocione, con inflessione vocale velletariamente partenopea, lo sorprende alle spalle: “E chi s’ ’a pìgl’ ssà rescponsabilità!?” (= “e chi si prende questa responsabilità!”): dev’essere un collega più anziano che dall’interno quasi lo rimprovera. “Deve andare al PRONTO SOCCORSO, a Ariano o Avellino!”.

Questo il secondo “soccorso”: quello di Santàngilo.
Non ce la fàccio a replicare e, devo anche cercare di tranquillizzare il familiare che m’accompàgna. Un’altra stampìta per Avellino? E chi ce la fa!
“A pena” (il caso di dire) faccio ritorno a casa dove un familiare chiama il Servizio Infermieristico H 24 (!) per avere un operatore a domicilio, risposta: “Signò so’ re quàtto re notte!”, a significare l’antifona: “Ma tu ha’ pèrsa la capo!”= nessun operatore disponibile, nonostante la formula chimica: H24.
Chiamiamo il 118: miracolo, un barlume di voce umana accorda l’invio di un’ambulanza che dopo poco arriva, due infermieri professionali, compìti, svolgono con cura il loro intervento.
Il mio ringraziamento va a loro.
Eccezione alla sofferta regola: vilipendio della sofferenza.
Caro Vittorio se la sincerità è per gli amici, ti ho scritto senza alcuna speranza…migliorativa; per carità le dovute eccezioni sono d’obbligo: <<exceptis excipiendis>> = …fammelo dire in latino, se no, che l’ho studiato a ffà per tant’anni? Per scoprire la “luna re Nàpoli”? -come dicevano i mitologici sorevesi di Nànzi la Cupa.
Mi stavo dimenticando un piccolo corollario. Qualche giorno fa vicino alla posta incontro un vecchio amico: -Come stai Peppì?- Come non raccontargli la fresca storiella. Segue il mio racconto non meravigliato, e sono io che me ne meraviglio; mi dice: -Mi fai rivivere quello capitato a mio padre 28 anni fa stesso posto. Non c’era chi gli mettésse un catetere! Dovetti accompagnarlo ad Avellino!- Mentre parlava ricordavo un detto nostrano: “Guard’ a li uài re l’àti ca s’addòrcano li tua”, scoprendone l’egoismo di fondo: l’insensibilità o meglio il sollievo per i mali altrui!
Sparo qualche bbòtta di ricorso, esposto-colpo a ricerca di calore ai… Capaddòzi? Ma che ne cavo, povero féssa! I Di Pietro, i Borrelli & C. che fine hanno fatto? Saranno cancellati dalla storia perché colpevoli di essere anticorpi.
Qua non ce vòle la zéngara o un principe del foro per capire che sono stato, con pregnanza simbolica, vittima di “omissione di soccorso”, ma non da parte di un passante che mi trova a terra, ma da un servizio nazionale che deve soccorrere la tua salute. Caro Vittorio, ma…a che gioco giochiamo?!
Ti saluto aff.te
Giuseppe Marano
Analogie e differenze tra covid 19 e peste bubbonica. L’epidemia da CoViD-19 è solo l’ultima di una lunga serie di epidemie che hanno piagato il mondo nel corso dei secoli e alcune di queste hanno avuto un ruolo determinante nella scomparsa di intere civiltà. Ma le peggiori pandemie per la popolazione europea furono quelle causate dalla peste e quelle di cui si hanno maggiori testimonianze sono state quelle del trecento e del seicento.
La grande peste nera che iniziò nel 1346 e terminò nel 1353 con molta probabilità venne importata dal Nord della Cina (tanto per cambiare). All'epoca le sue cause ed il suo trattamento erano sconosciuti e solo 5 secoli dopo si scoprì che la peste era una malattia infettiva batterica causata dal bacillo Yersina pestis( in onore allo scienziato Alexandre Yersin che lo isolò per la prima volta nel 1896) e l'ospite più comune del batterio è il ratto e il vettore principale con cui si trasmette agli uomini è la pulce.
Questa è la prima grande differenza con il covid che come è risaputo è una malattia causata da un virus e probabilmente è stato trasmesso all’uomo dal pipistrello.
La peste è detta bubbonica perché una volta che l'uomo è stato punto dalla pulce, dopo un periodo di incubazione che varia dai 2 ai 10 giorni, iniziano ad ingrossarsi i linfonodi, formando dei bubboni della grandezza di un uovo di gallina, dolorosissimi. Negli stadi terminali, la cianosi conferiva al malato un colorito scuro, da cui anche il nome di peste nera.
Il batterio veniva portato dalle pulci per mezzo dei topi che salivano sulle navi mercantili e diffondevano il morbo nei diversi porti dove approdavano.
I gatti potevano essere di grande aiuto nel limitare la diffusione della malattia, purtroppo l'opinione pubblica dell'epoca pensava che erano proprio i poveri felini domestici i diffusori della malattia ed iniziarono a sterminarli e i ratti erano, quindi, liberi di proliferare e di trasmettere la malattia in maniera esponenziale e il tutto era anche favorito dalle scarse condizioni igieniche personali e ambientali (fogne a cielo aperto). La peste si ripresentò in Italia nel periodo tra il 1629 e il 1633(ampiamente trattata dal Manzoni) e colpì diverse zone del Settentrione (come per il coronavirus)
L'arrivo dell'estate e del caldo (al contrario di quello che è successo con il coronavirus) accrebbe ulteriormente la virulenza della peste e la situazione nelle città divenne insostenibile e spesso i parenti malati o morti venivano abbandonati nelle case o per le strade. Iniziò anche a diffondersi l’assurda credenza che alcuni uomini spargessero appositamente unguenti velenosi per propagare la peste, erano i famigerati “untori” che venivano additati, scacciati e a volte linciati.
Ma anche durante il periodo del covid, soprattutto nella fase iniziale, c’è stata la caccia all’”untore”, acuita dai social ed esponendo alla gogna mediatica il “positivo” di turno. E’ stato, per un bel po' di tempo, lo sport preferito dagli Italiani (soprattutto nei piccoli centri).
Durante la peste ,ovviamente, la popolazione non riusciva ad essere informata a differenza di quello che è successo con il covid dove tutti i canali televisivi facevano a gara a chi poteva mandare in onda le immagini più cruente dei pazienti intubati nelle sale di rianimazione degli ospedali ed aggiornare quotidianamente il bollettino dei numeri dei deceduti , terrorizzando soprattutto i cittadini emotivamente più fragili ed alcuni ,soprattutto i più giovani, ne pagano ancora oggi le conseguenze (isolamento sociale, ansia ,depressione, disturbi alimentari, fobie).
La medicina di quell’epoca non era ancora una scienza in grado di fronteggiare una simile epidemia, i medici erano pochi, vestiti in modo carnevalesco e senza armi terapeutiche e per questo fu lasciato campo libero ai ciarlatani ed alle fattucchiere che vendevano a caro prezzo intrugli miracolosi. Ma se vogliamo, anche durante il covid, virologi, epidemiologi, infettivologi, sedicenti scienziati esperti di pandemie, erano diventati delle vere e proprie star, invitati in tutti i salotti televisivi nazionali e spesso dicevano tutto ed il contrario di tutto, litigando tra di loro per guadagnarsi la palma del più bravo e contribuendo, così, a creare confusione nella mente degli italiani.
Durante la peste, l'unico modo serio per arginare l'epidemia furono le leggi imposte dalle autorità che vietarono feste e viaggi controllando con delle ronde i punti di accesso alla città e realizzando nelle aree periferiche, i “lazzaretti”, dove confinare gli appestati, misure paragonabili a quelle adottate durante il covid (lockdown nazionale, zone rosse e centri covid).
La peste raggiunse Napoli nel 1656, causando 150mila vittime su circa 300mila abitanti.
Ad Avellino su 10000 abitanti ne sopravvissero poco più di 3000. Mancavano anche i becchini, per cui il principe Caracciolo fece grazia ai condannati per obbligarli a seppellire i cadaveri o di bruciare i corpi in putrefazione per le strade.

Anche Montella pagò a caro prezzo l'epidemia di peste. Gli scenari tragici di quel periodo sono stati magistralmente descritti e documentati dal prof. Mario Garofalo (1656 annus horribilis). All'epoca, quasi tutti i montellesi avevano il diritto di sepoltura nelle chiese, ma dopo circa un mese dall'inizio dell'epidemia non vi erano più posti e, pertanto, venivano seppelliti nelle fosse comuni di cui una realizzata nelle vicinanze della chiesa della Madonna della Libera dove già esisteva l’ospizio per i forestieri e l'altra nei pressi della chiesa di Santa Maria Visita Poveri a Sorbo (dove risiedeva più del 40% dei montellesi).

Molti cadaveri vennero infossati anche sotto il pavimento della cappella Delle anime del Purgatorio risalente al XVI° secolo e recentemente ristrutturata, dove di solito venivano sepolti “i morti senza nome” (abbandonati, emarginati, viandanti ecc.), che a Napoli chiamavano “anime pezzentelle”, che dovevano purificarsi dal loro grande peccato: la povertà!!!

Nella chiesa barocca del Purgatorio ad Arco a Napoli c’era il culto delle anime pezzentelle ,che era una macabra tradizione napoletana che consisteva nell’adottare, da parte di ogni buon credente , il teschio ( “capuzzella”)di una predetta anima, custodirla in una teca o in una semplice scatola, e chiedere aiuto per una grazia (spesso numeri al lotto).Per ogni desiderio esaudito si portava un omaggio al teschio e si pregava per alleviarne le pene dalle fiamme del purgatorio (Arrefresca l’anima re lo preatorio ) .
Venne realizzato alla meno peggio anche una specie di lazzaretto (una baracca) nel largo di Piediserra ma non ebbe grande successo e ben presto venne abbandonato per le pessime condizioni igieniche. Anche durante il covid è stato attivato il “Covid Residence” nel comune di Montella nell'area attigua al Convento di San Francesco a Folloni (dotato di 41 posti) e messo a disposizione dei pazienti che erano impossibilitati a permanere nel proprio domicilio in sicurezza. Fortunatamente è stato utilizzato da poche persone.
Gli appestati, di solito, morivano in una settimana e rimanevano abbandonati nelle proprie abitazioni o insepolti per le campagne. I preti, a qualche morente, somministravano l'eucarestia ponendo l'ostia consacrata sull'estremità di una pertica. Era una morte in solitudine,priva dell'umana pietà, simile se vogliamo, con le necessarie eccezioni dovute ai tempi, a quello che è successo nei reparti di rianimazione degli ospedali del Nord e con le terrificanti immagini dei camion dell'esercito che trasportavano bare ai forni crematori senza dare la possibilità ai familiari di dare l'ultimo saluto.
In quell’epoca i montellesi ancora non avevano scelto un santo protettore, c'era già, a S. Simeone, la splendida Chiesa di Sant'Antuono che venerava S.Antonio Abate , guaritore dell'herpes zoster o fuoco di S.Antonio, ma alla fine venne scelto S. Rocco (come in tanti altri paesi limitrofi) che era uno specialista della materia ( protettore degli appestati, contagiati, emarginati, ammalati, viandanti e pellegrini, , invalidi, prigionieri, chirurghi, operatori sanitari, farmacisti). Finalmente la peste cessò di mietere vittime nell'agosto del 1657 dopo aver causato 1924 morti su una popolazione di 3000 abitanti (2/3).
In Italia i deceduti per covid sono stati 196.379. in Campania 9.623, a Montella questi erano i dati in piena pandemia



Il Natale e una storia di Miseria di Graziano Casalini - Una vecchia storia di Natale, era l'anno 1950, io avevo otto anni, vivevo con i genitori e mia sorella più piccola, che aveva solo cinque anni, in una antica casa in affitto nella bella campagna, sulla riva destra del fiume Arno, in un piccolo borgo chiamato Osteria, tagliato in due dalla via provinciale Lucchese o Francesca, che collegava il paese di Empoli a quello di Fucecchio, in Toscana, i due centri più vicini facilmente raggiungibili con i mezzi allora disponibili, quasi esclusivamente biciclette, motorini "mosquito", qualche rarissima auto "topolino o balilla" alcune motociclette, poi i barrocci trainati da un cavallo usati per ogni tipo di trasporto merci e i mezzi agricoli, carri trainati dalle vacche ad uso esclusivo dei contadini per il trasporto da e per le coloniche di tutto quello che erano i raccolti dei poderi e i vari attrezzi per lavorare la terra. Alcune carrozze decappottabili e piccoli calessi, in dotazione alle famiglie di ricchi proprietari terrieri si vedevano transitare in modo spettacolare, per noi piccoli bambini, sulla via provinciale, suscitando quella che oggi si definirebbe invidia.

La grande maggioranza dei compaesani viveva con ciò riusciva a produrre nella coltivazione dei terreni col sistema allora molto diffuso della mezzadria. Dopo la seconda guerra mondiale, la miseria attanagliava più o meno tutte le famiglie paesane, soprattutto quelle non impegnate in agricoltura, i lavoratori delle fabbriche erano quelli che dovendo comprare di tutto, soprattutto il cibo, ma anche il rimanente necessario per vivere. Le fabbriche non si erano ancora riprese del tutto dall'evento bellico, e gli operai dovevano per alcuni periodi rimanere disoccupati. In alcune famiglie anche le donne, oltre che alla cura della casa cercavano di guadagnare qualcosa facendo le trecciaiole o le rivestitrici di fiaschi. Comunque, insieme alla povertà c'era tanta tantissima dignità, e non passava giorno che anche il più miserabile del paese, si facesse vedere ben vestito alle varie feste religiose, messe e funzioni varie celebrate dal nostro Parroco nella bella Chiesa di S.Maria Assunta, oppure alla Casa del Popolo " il diavolo e l'acqua santa" dove oltre alle riunioni di partito, vi erano tutte le sere appassionate discussioni sulle varie partite di calcio di cui si ascoltavano le radiocronache la domenica pomeriggio.
Un giorno alla settimana, si riunivano i tanti cacciatori a raccontare ognuno le proprie avventure venatorie, c'era poi il solito gruppetto di giocatori incalliti che per poche lire passavano ore e ore a giocare a carte e a biliardo, quasi tutti fumavano le sigarette di allora, senza filtro oppure fatte a mano con la scatoletta del tabacco e le cartine, riempiendo il locale di fumo che rendeva l'aria quasi irrespirabile. Gli unici due principali ritrovi dove distrarsi e dimenticare le fatiche delle lunghe giornate di lavoro, erano frequentati da tutti i paesani. La domenica in chiesa, alle tre o quattro messe del mattino, partecipavano indistintamente oltre alle donne, anche moltissimi uomini. Per dare una idea della povertà, nei due negozi di alimentari, uno privato, l'altro gestito dalla Cooperativa di Consumo, nessuno pagava la spesa giornalmennte, si usava scrivere gli importi su un doppio libretto e pagare o con degli acconti ogni tanto, o a saldo quando capitavano i periodi migliori per quanto rigurdava i raccolti dei contadini, o un lavoro continuativo per gli operai. Le grandi feste, specialmente il Natale, il Capodanno, l'Epifania e la Pasqua, erano quanto di più bello ci poteva essere per noi bambini. I nostri genitori, nonostante la miseria, cercavano in quei giorni di non farci mancare niente, anche se per loro era molto ma molto difficile. Alcune cose: oggetti, giocattoli, dolciumi, si vedevano molto di rado, però per Natale nonostante le ristrettezze economiche in cui si trovavano la maggioranza delle famiglie, non mancava qualcosa che ci potesse far divertire e rallegrare.
Si preparava una specie di albero di Natale, un ramo di pino o di qualche altra pianta sempre verde, piantato nel terriccio di un vaso, con sotto una cassetta di legno vuota foderata con dei ritagli di stoffa, cassetta che sarebbe servita la notte di Natale al Babbo, quello vero, per depositarci dentro, le poche cose che avremmo voluto avere anche durante gli altri giorni dell'anno. Un piccolo giocattolo di lamiera, una pistola a fulminanti, un fucilino col sughero, una moto con carica a molla, o una bambolina, completa di accessori per cucire, piccoli recipienti stoviglie e finti fornellini per cucinare, o piccoli utensili da parrucchiera, per le femminucce e poi la frutta, qualche arancia, qualche mandarino o dei fichi secchi. I dolci semplici tipici natalizi toscani, i cosiddetti cavallucci, poche caramelle, cioccolatini, torroncini si trovano appesi qua e la sull'albero.

La mattina di Natale, il suono a doppio delle campane, cominciava a creare l'atmosfera natalizia, ci si svegliava prima del solito per correre a vedere cosa ci aveva lasciato Babbo Natale nella notte. Eravamo contentissimi anche se quello che si trovava era poco rispetto a quello che avremmo voluto. Insieme a miei primi alberi di Natale, io facevo anche un piccolo presepe, costruendo la capanna della nascita, la stella cometa, le casette, le montagne, il cielo stellato, la campagna con tanto di stradine inghiaiate, il fiume, la cascata, il ponte, il mulino, il laghetto con un pezzetto di vetro o di specchio, tante piccole piante, il prato fatto esclusivamente da muschio fresco raccolto nei boschi vicini, il tutto sul piano di un piccolo tavolo. Per la preparazione dei vari soggetti, capanna, case, ponti, rocce, usavo vecchie scatolette di cartone, stecche di legno ricavate dalle cassette della frutta, tronchetti ricavati dalla potatura delle viti e degli olivi.
Per colorare gli acquarelli. L'uniche cose che compravo, con qualche spicciolo risparmiato durante tutto l'anno: alcune statuine, delle pecorelle, la sacra famiglia col bue e l'asinello, i re magi, gli angeli volanti da legare con lenza da pesca sopre alla capanna, tutto comunque da riutilizzare, al successivo Natale. Il priore Don Ugo, in un angolo della chiesa preparava un presepe con pochi personaggi molto grandi fatti da lui stesso in terracotta, io non ero abbastanza abile e non avevo la manualità necessaria a modellare, per questo il primo anno che feci il presepe dovetti acquistre tutte le statuine e i personaggi occorrenti. Non c'erano ancora le ghirlande di luci, e allora io provvedevo a illuminare la capanna con alcune lampadine, quelle usate per i faretti delle biciclette, collegandole con fili e interruttori ad alcune batterie. La messa principale celebrata per Natale, era quella cantata delle ore undici a cui partecipavano un po' tutti, dal più povero del paese al più ricco proprietario milanese di una grande fattoria, che per quel giorno si mescolava in chiesa ai sui tanti poveri contadini. Le donne naturalmente, ad eccezione delle più giovani impegnate nel coro, avevano già sentito una delle prime altre messe mattutine e a quell'ora erano impegnate intorno ai fornelli a ai tavoli per la preparazione del pranzo. Mia madre, avendo partecipato da ragazza alla preparazione di pranzi e cene nella casa del proprietario del podere che la sua famiglia lavorava, era molto brava a cucinare e a apparecchiare in modo perfetto anche un grande tavolo per molti commensali. Questa sua abilità, per Natale, ma anche in altre occasioni particolari, la dimostrava quando in casa disponeva tutto, come se noi familiari si fosse i clienti di una grande ristorante.
Il pranzo natalizio, lo organizzava così: apparecchiava il tavolo con la migliore tovaglia del suo corredo, quella con i ricami colorati, i migliori piatti, sempre doppi, bicchieri e posate usati solo pochissime volte. Per Natale, non poteva mancare sotto i piatti del babbo, una letterina, scritta da noi bambini, con le solite promesse e l'emozione di doverla leggere, quando eravamo tutti seduti a tavola in attesa di iniziare a mangiare. Il pranzo di Natale, capitava una volta all'anno, e nonostante la miseria dei tempi, doveva essere, in alcune cose particolari unico e prelibato. Si iniziava con un antipasto di crostini alla toscana fatto con pane abbrustolito e una salsina di fegatini di pollo, coniglio, acciughe e capperi, di seguito da una grande zuppiera venivano serviti, dei tortellini fatti in casa con farina uova fresche, prosciutto, ricotta e spinaci in brodo di pollo o cappone, con abbondante formaggio grana grattugiato. Poi era la volta delle carni, prima quelle lesse, con peperoni sottaceto e altri contorni di verdure cotte, dopo venivano le carni in umido, quasi sempre coniglio con patate, infine qualche frattaglia fritta, come cervello bovino, animelle e ancora coniglio o pollo teneri, questa volta con contorno di insalata verde oppure cavolfiore fritto. A questo punto, dopo aver mangiato un po' di tutto questo ben di Dio, era la volta della frutta, per Natale non poteva mancare l'uva, non quella da tavola, ma quella bianca tipo il trebbiano toscano, conservata fino ad allora appesa ai travicelli nella stanza più fresca della casa, anche un po' di frutta secca, noci, fichi secchi, e datteri insieme alle arance e ai mandarini completavano quella che poteva essere l'ultima portata. Invece non era proprio l'ultima, mancava per finire in bellezza il dolce, ancora non erano arrivati dal nord Italia i panettoni, ma noi avevamo i nostri tipici toscani: il ponforte, i cavallucci (piccoli panetti con nocciole, noci, mandorle canditi e cannella) e i buonissimi ricciarelli, ormai conosciuti ovunque, qualche torroncino. Durante tutto il pranzo a noi piccoli non era consentito bere vino, o qualche altro liquorino che alla fine appariva sul tavolo, ma un goccio di spumante quando c'era, ce lo facevano assaggiare.
L'ambiente era riscaldato da un grande camino, che in particolare per quel giorno, rimaneva acceso in continuazione, anche la cucina economica a legna contribuiva a mantenere un gradevole tepore. Non si usava ancora fare i vari cenoni come si fanno oggi, normalmente la cena dell'ultimo dell'anno era tradizionalmente fatta o con del baccalà cucinato in vari modi, o con cime di rapa condite con semi di finocchietto selvatico, di contorno a delle salsicce e a della "rosticciana" costolette di maiale arrostite. Niente di più, solo qualche dolcetto, e quando c'era, un brindisi con un po' di spumante. A capodanno, si ripetevano, ma con meno abbondanza le pietanze natalizie. La notte prima del giorno dell' Epifania, i ragazzi usavano fare una specie di gioco, che consisteva nel preparare tanti bigliettini con scritti i nomi di donne giovani e vecchie nubili o zitelle e di altrettanti uomini da sposare di tutte le età, tutti nomi di compaesani. Il numero dei bigliettini delle donne doveva essere superiore di uno, rispetto a quello degli uomini, per di più alcuni nomi , non erano di persone reali ma di oggetti per esempio: la scopa, la catena del camino, femminili, oppure il mattarello, lo spazzolone del forno, maschili. I bigliettini con nomi di donna e femminili opportunamente ripiegati venivano riposti in un cestino, anche quelli con nomi di uomo e maschili venivano piegati e depositati in un altro cestino. La sera della vigilia dell'Epifania, dopo cena, un ragazzo a voce alta bandiva quelle che si chiamavano le befane, cioè prelevava un bigliettino da un cesto e uno dall'altro e urlava da una finestra, in modo che i vicini sentissero bene, l'abbinamento, in questi termini: " A Giovanni Rossi, gli è toccata per sua befana Anna Bianchi " e così via, fino a che a qualche giovanotto, per befana non capitava la scopa, o il mattarello a una ragazza. Alla fine quando i bigliettini si esaurivano, rimaneva il bigliettino in più quello delle donne, e il nome che vi era scritto era quello della ragazza che da subito e per l'anno in corso veniva nominata " LA BEFANA". Un modo di divertirsi inventato per quel giorno da giovani che non disponevano di tante opportunità di svaghi e divertimenti. Finite le vacanze, al ritorno a scuola ognuno di noi usava far vedere ai compagni di classe il libro ricoperto con l'incarto del panforte che avevamo mangiato durante le passate feste natalizie. Erano tempi duri, però i nostri genitori, nonostante la miseria, avrebbero fatto qualsiasi sacrificio pur di non far mancare niente in quelle che erano considerate da tutti e soprattuttlo da noi bambini, le feste più belle dell'anno.
Oggi il Natale oltre ad essere, una delle più importanti feste della nostra religione, è anche stato fatto diventare uno strumento simbolo di opulenza e di esagerato ed esasperato consumismo, a livello commerciale, con preparativi che hanno inizio due mesi prima del fatidico 25 dicembre, per la corsa ai regali e a tutto quanto possa essere eccezionalmente grandioso per cercare di rendere quella festa e quel giorno unici e indimenticabili. E come si usa dire oggi (si stava meglio, quando si stava peggio). Questa storia la dedico a molti giovani di ora, che non sono mai contenti di nulla, mentre a noi allora bastavano pochissime cose per renderci veramente felici e contenti. Di questo passo non si può sapere dove andremo a finire, e che cosa i giovani di oggi diventati nonni potranno raccontare di tanto bello ai loro nipoti del ricco Natale della loro lontanissima infanzia.
I miei migliori auguri di un Buon Natale e di un Felice 2024 ai visitatori che avranno avuto tempo e voglia di leggere questa mia vecchia storia natalizia, e a tutto lo staff Redazionale di montella.eu.
Come si viveva a Montella negli anni 40-50 del XX secolo - Quali erano le condizioni di vita del popolo montellese dopo il 24 settembre 1943, giorno della liberazione del paese, quando sbarcati a Salerno, arrivarono gli eserciti americani e quelli dei paesi alleati a cacciare le truppe degli invasori tedeschi? Certo non si può dire delle migliori, ma accettabili rispetto alle condizioni generali disastrose della intera nazione, attraversata dallo tusnami della guerra, dichiarata e affrontata con scellerata presunzione dal governo Mussolini a fianco della Gemania di Hitler.
Montella non subì tutto quello che subirono tanti altri paesi e città italiane, a causa dei combattimenti fra le truppe tedesche e i corpi degli eserciti alleati. Vi furono paesi e interi rioni
di città, quasi rasi al suolo, con intensi bombardamenti, nel tentativo degli anglo-americani di sloggiare le truppe tedesche dalle loro linee di fronte che a loro volta ritirandosi, distruggevano fabbriche, infrastrutture, vie di comunicazione, minando tutti i ponti sui vari fiumi, con l'intento di bloccare o ostacolare in ogni modo l'avanzata e la forza d'urto alleata.
A seguito della ritirata, i tedeschi, sequestravano tutti gli uomini validi, trovati liberi, si appropriavano di tutti i beni e cose delle popolazioni, compresi i capi di bestiame, per il loro aiuto e sostentamento. La morte di alcuni militari tedeschi, veniva vendicata per rappresaglia con uccisioni e fucilazioni di cittadini inermi e innocenti, nella proporzione di uno a dieci, cioè, ogni soldato tedesco ucciso avrebbe comportato l'eliminazione di dieci uomini civili italiani. In alcuni casi, come a Marzabotto, i tedeschi fecero stragi di vecchi, donne e bambini.
Gli orrori della guerra toccarono solo marginalmente la cittadina di Montella, causando comunque danni economici, comuni un po' ovunque in Italia. Il contingentamento dei generi alimentari di prima necessità, con distribuzioni limitate e a tessera, mettevano in sofferenza molte famiglie, in particolare quelle numerose e quelle che non possedevano terreni agricoli produttivi. In quel periodo a Montella, nonostante tutto, molte famiglie, vivevano dei proventi della vendita dei raccolti della frutta, delle castagne, e di tutti i prodotti agricoli della terra, grano, granoturco, patate, fagioli, ecc. ecc. eccedenti al loro fabbisogno.
Chi non possedeva terreni, cercava di sostentare le famiglie allevando animali da cortile, capre, pecore, maiali, mucche podoliche, producendo anche discrete quantità di latticini, caciocavalli, ricotte, scamorze, e mozzarelle, eccellenti risorse alimentari. Altre famiglie si potevano avvantaggiare disponendo di terreni e allevamenti vari.
Chi proprio si trovava in povertà, non aveva altro che sperare in alcune giornate di lavoro bracciantile, nel periodo dei raccolti, necessarie a chi ne aveva bisogno, ma solo per brevissimi periodi. In paese esistevano negozi di tutti i generi, da quelli alimentari dislocati anche nei vari rioni, alle tabaccherie, ai negozi di tessuti e confezioni, casalinghi, ferramenta, elettrodomestici, Montella aveva anche numerose botteghe artigiane di: sarti, calzolai, barbieri, falegnami ecc.
Nel dopoguerra le famiglie con scarse risorse economiche, non riuscivano quasi mai a pagare le spese all'acquisto, per cui molti esercenti in special modo quelli che vendevano gli alimentari facevano credito, usando il sistema di un libretto su cui venivano segnati gli importi delle spese, che comunque venivano regolarmente pagati dai debitori solo in determinati periodi dell'anno, quelli della vendita dei raccolti e quelli in cui c'erano più giornate di lavoro da fare.
Qualche piccola industria, legata alla produzione del legname, e alla fabbricazione delle bibite dava lavoro solo a pochissime persone. Di queste condizioni, nessuno si lamentava e cercava, tutti i modi possibili per riuscire autonomamente a sbarcare il lunario. Nei vari rioni la socialità era una delle cose più belle che in quei tempi esisteva, ognuno si preoccupava e condivideva in vari modi, le difficoltà, i problemi, le disgrazie degli altri, come se il rione fosse tutta una famiglia. Le abitazioni, molte delle quali erano state danneggiate dai ripetuti terremoti del passato, erano per lo più fatiscenti, quasi inabitabili, durante i freddi inverni la vita in quelle case, era ancora più dura.
Quando la neve ricopriva tutto per intere settimane, in ogni casa, per fortuna non mancava mai un grande camino sempre acceso e nemmeno la legna da ardere, gli ambienti principali venivano riscaldati a sufficienza. Molto peggio si trovavano gli abitanti delle città grandi come, Napoli, Salerno, Avellino ecc. dove anche le famiglie ricche non riuscivano ad acquistare generi alimentari prima necessità, per questo dovevano sottostare ai prezzi esosi e speculativi di un mercato nero fiorente. Alle famiglie povere cittadine, non rimaneva che mandare dignitosamente a mendicare i loro figli nelle campagne, come succedeva in quei tempi a Montella, dove si vedevano bambini davanti ai portoni a chiedere un pezzo di pane, una frutta, qualcosa da mangiare per combattere la fame e andare avanti.
Si può dire che a Montella, la guerra negli anni successivi, portò, come ovunque in Italia, i problemi comuni di un paese che quella guerra aveva persa, ma con conseguenze meno pesanti per i suoi abitanti, per la posizione favorevole, per le risorse naturali e soprattutto per l'operosità di tutti, mai venuta meno. Purtroppo, non ci fu lo sviluppo previsto, come quello verificatosi nelle zone dove si trattava di ricostruire tutto quello che durante la guerra era stato distrutto. La mancanza di lavoro, causa di disoccupazione e di conseguenza di povertà, costrinse o indusse tanti uomini validi e poi le loro famiglie, ad abbandonare il paese. Andavano ad ingrossare le file di quelli che emigravano, per ragioni economiche, in nazioni europee, oltreoceano e al centro-nord Italia, a fare là i peggiori lavori di cui quelle comunità avevano bisogno. In quei tempi i migranti, contribuirono con le loro rimesse in denaro, ma anche inviando capi di abbigliamento, ad aiutare un numero importante di familiari paesani rimasti.
Col tempo la situazione economica di Montella, per diverse ragioni, comuni a tutto il sud, è rimasta legata all'agricoltura, alla castanicoltura, all'allevamento, e dopo il terremoto del 1980 al rinnovo, al recupero e alla ricostruzione del patrimonio edilizio.
Grano, farina, mugnai e mulini di una volta. Finalizzata al ricavo e alla produzione della farina, la macinazione del grano e degli altri cereali in origine esigeva un lavoro manuale duro e defaticante nonché strumenti che nel corso dei secoli sono evoluti fino alla “scoperta” del “molitura” vale a dire all’ attivazione e allo sfruttamento di un lavoro meccanico prodotto inizialmente dall’uomo, poi dalla spinta di un animale e, in epoche successive, dalla energia dell’acqua e del vento prima e dall’energia elettrica poi.

In origine per la macinazione del grano venivano usati i mortai di pietra entro i quali si frantumavano i chicchi dei cereali attraverso pestelli, anch’essi di pietra o legno duro, oppure il grano veniva macinato attraverso rulli che, a mano, si facevano rotolare su una base di pietra.

Derivante dal latino “mola-molae” quella pietra venne denominata “mola” da cui discende poi il termine “mulino” o “molino”; il termine “mola”, nella sua globalità, sta dunque ad indicare una strumentazione che produce un lavoro meccanico utile sia per la macinazione di cereali e sia per la produzione di farina o di altre materie prime.
Poiché nell’antichità i mulini o le macine per funzionare avevano necessità della forza umana o animale qualcuno riferisce che, “in modo non corretto”, la parola “mulino” possa derivare da “mulo”.
Per estensione il termine “molendinum” (proveniente da “mola”) designò anche la struttura e l’edificio che ospitavano la strumentazione della macinazione del grano e pertanto il conduttore del mulino fu chiamato “mugnaio“.
Al di là di queste sottigliezze etimologiche, c’è da rimarcare il fatto che con il passare del tempo per la molitura si cominciarono a costruire specifiche “strutture” funzionanti con la sola forza dell’uomo e degli animali i quali azionavano le macine, ovvero pietre discoidali affacciate e messe una sopra l’altra di cui, una fissa e l’altra rotante intorno al suo asse centrale.
Quel tipo di macinazione rimase pressoché invariata fino a quando fu introdotto un impianto tecnologico per il cui funzionamento si sfruttava sia l’energia dei corsi d’acqua sia quella del vento, “energie naturali” queste che, in epoche successive, furono sostituite – in un prima fase – con il vapore e – in un’epoca successiva – con l’elettricità per la cui utilizzazione fu poi possibile sviluppare impianti tecnologici più evoluti che consentirono l’impego di macchine decisamente più moderne e funzionali.
E’ fuor dubbio che storicamente il vetusto mulino (sia ad acqua che a vento), nelle sue espressioni più complete, costituisce, a mio avviso, una tra le massime invenzioni tecnologiche non solo dell’antichità, ma anche e soprattutto dell’età medievale e moderna, periodo in cui esso si presentava come una meravigliosa macchina tuttofare soprattutto se considerata nei suoi vari e differenziati impieghi in cui viene a operare.

Apparentemente il funzionamento di un mulino ad acqua non sembra complesso e la sua straordinaria semplicità è essenzialmente nella forza dell’acqua che, scorrendo o cadendo dall’alto, imprime un movimento rotatorio a una grande ruota di legno munita di ampie pale; quella ruota muove appositi ingranaggi che trasmettono un moto circolare ad una macina di pietra, la quale, a sua volta, ruotando sulla pietra fissa, tritura i cereali.
Resta il fatto che le vicende storiche del mulino azionato dall’energia idraulica nei primi secoli della sua storia sono alquanto frammentarie e poche sono sia le fonti storiche e sia le testimonianze archeologiche ad esso riferite.
Marco Vitruvio Pollione, vissuto nella seconda metà del I secolo a.C. è il teorico dell’architettura più famoso di tutti i tempi ed è lui che parla di mulini ad acqua,
Nel suo “Trattato d’architettura” Vitruvio, dopo aver descritto alcune ruote per il sollevamento dell’acqua, è il primo scrittore romano che (nella prima età augustea e più precisamente intorno agli anni 16-15 a.C.) parla del mulino mosso dall’energia idraulica.
Egli descrive certe ruote costruite sui fiumi le quali, poiché provviste al loro perimetro di pale e colpite dall’acqua, già nell’antica Mesopotamia, le fanno ruotare per semplice spinta della corrente senza ricorrere al peso dell’uomo.
E’ comunque fuor dubbio che l’invenzione del mulino a ruota d’acqua (sia verticale che orizzontale) è avvenuta attraverso molteplici passaggi e successivi modifiche.
E’ noto che la sua diffusione sia avvenuta per gradi, prima nei regni di cultura ellenistica e poi nelle rimanenti terre del mondo romano con preferenza in quelle dotate di grandi fiumi non a carattere torrentizio.
E’ altresì noto che fu comunque durante il Medioevo che l’impiego dei mulini ad acqua diventò comune ed è documentato che ordinariamente i signori feudali riservavano a se stessi il diritto di impiantare mulini traendo da questa sorta di monopolio un reddito, a danno della popolazione, di molto cospicuo.
Con il trascorrere del tempo la tecnica funzionale dei mulini si evolve e alla fine, rispetto ad altri sistemi, si perfezionarono e si consolidarono due tipi di mulino: quello a ruota verticale e quello a ruota orizzontale.
La fortuna e la diffusione del mulino ad acqua nel corso dei secoli è stata dunque crescente e venne un po’ meno, ma non fu subito incrinata, nella seconda metà del XVIII secolo, quando lo scozzese James Watt costruì nel 1782 la prima motrice rotativa a vapore per mulino da grano.
Da quella scoperta nacque così, dopo alcune incertezze, il “mulino a vapore” che nel corso del XIX secolo e ancor più nel XX secolo, finì gradualmente per soppiantare (unitamente all’impiego del laminatoio) il mulino ad acqua o a vento.
Successivamente, con le molte scoperte sull’elettricità avutesi già nel XIX secolo, avvenne che con la scoperta dei “motori elettrici” – all’inizio del Novecento – l’elettricità sostituì progressivamente le altre e varie forme energetiche (per esempio quella del vapore, da gas illuminante, da carbone, ecc. ecc.) per cui fu l’elettricità ad alimentare (appunto con l’introduzione dei motori elettrici) tram, treni, filobus, metropolitane e la generalità dei macchinari sia industriali che artigianali.
A partire dagli anni 1960 anche le macine dei mulini utilizzarono, adottando nuove tipologie e nuovi macchinari di macinazione, l’elettricità per cui sia il mulino ad acqua che quelli a vento e|o a vapore furono sempre più relegati ad essere una singolare testimonianza storica del passato, monumenti stupefacenti di un tempo che oggi non c’è più.
Argomentando di mulini non è superfluo evidenziare che il loro progressivo incremento di utilizzazione e di diffusione è assolutamente correlato alla cultura e al consumo di cereali e di granaglie di vario genere.
Nella storia del cammino alimentare dell’umanità è noto che, forse ancor prima della scoperta del fuoco, l’uomo, raccogliendo i semi delle graminacee, “scoprì” che questo cibo – rispetto agli altri vegetali – offriva maggiori vantaggi in quanto che quei semi, oltre ad essere più nutrienti, si conservavano a lungo ed erano facilmente trasportabili.
Da ciò discese che i primi sforzi per la coltivazione della terra s’indirizzassero verso i cereali ed oggi, per altre motivazioni similari, oltre la metà della superficie agricola mondiale è coltivata a cereali.
Da alcune ricerche antropologiche sembrerebbe che la più antica forma vegetale piantata dall’uomo sia stata l’orzo, e tracce ritrovate in un villaggio francese attestano questa attività a circa diecimila anni.

E’ anche noto che – dopo i primi tentativi fatti con l’orzo – le coltivazioni di cereali si estesero in base al clima e al territorio per cui il frumento fu principalmente coltivato nella regione mediterranea, l’avena e la segale nelle aree del nord, il sorgo nel continente africano, il riso in Asia e il mais America.
Coltivato e utilizzato dall’uomo fin dai tempi più antichi, il grano o frumento ha – dunque – accompagnato l’evolversi della nostra civiltà.
Originario, pare, dell’Asia minore, nella zona cosiddetta “Mezzaluna Fertile” posta tra i grandi fiumi Tigri ed Eufrate, il grano è tra le prime piante coltivate dall’uomo dopo il passaggio dallo stato nomade a quello sedentario.
Alcune inconfutabili testimonianze attestano che la coltivazione e la raccolta di questo cereale e la sua susseguente macinazione e produzione di pane sono presenti e si ritrovano sia nell’antico Egitto sia in diverse altre antiche civiltà quali Assiri, Babilonesi e Cinesi.
Adatto ad essere macinato e a diventare farine, il frumento ha, la capacità di dare origine al pane azzimo; inoltre la farina, come è già noto, se mescolata ad acqua e lievitata, dà consistenza ad un impasto da cui se ne derivano pane, paste fresche e dolci da forno che restano alla base della nostra alimentazione, in particolare nelle aree mediterranee.
Sembra che siano stati gli egiziani a scoprire che lasciando fermentare l’impasto di farina si sviluppa gas capace di far gonfiare il pane; in tal senso in Egitto sono stati ritrovati, in alcune tombe lungo il corso del Nilo, affreschi che ritraggono la coltivazione del grano, la raccolta, la macinazione, la miscelatura e la cottura al forno e in una tomba è stata finanche ritrovata una forma di pane a focaccia piatta di circa 3.500 anni fa.
E’ dunque chiaro che, come s’ è già detto, sia il consumo di cereali e di granaglie di vario genere, sia la generalizzata esigenza di macina del grano, sia il progressivo incremento dei mulini e sia la stessa l’arte della molitura si configurano come elementi e momenti importanti e significativi della civiltà occidentale in quanto che i mulini hanno avuto, nel coso del tempi, incidenze correlate ad interessi d’ordine sociale, politico, economico e tecnologico molteplici e quanto mai varie ed interessanti.

Anche a Montella, come in tutta la zona mediterranea e dello stesso meridione d’Italia, la coltivazione del grano era assai praticata sin da tempi lontani e costituiva un elemento importate e determinante dell’agricoltura locale.
Ed è così che anche a Montella – agli inizi del secondo millennio – sussistendo la necessità e la pratica della molitura del grano, già funzionavano vari mulini ad acqua, tutti situati, prevalentemente, in prossimità del fiume Calore o anche di corsi d’acqua minori.
Di quegli antichi mulini, ahimè, s’è persa traccia e al giorno d’oggi gli unici ruderi presenti nel territorio paesano si riferiscono esclusivamente a due mulini: “Il mulino del ponte della lavandaia” e “Il mulino ad acqua di Pezzalonga”.
Dei due mulini, il più noto ai montellesi, è senza dubbio alcuno il primo, quello adiacente alla cascata del fiume Calore, quello posto accanto al ponte romanico (denominato per l’appunto della Lavandaia), un ponte ad unica arcata e costruito intorno al I secolo a.C. .
Il Mulino è situato a Nord-Est del centro abitato, in suggestiva posizione sul Fiume Calore, ai piedi del Santuario del SS. Salvatore e la sua immagine – con tutto il contesto naturalistico in cui si inserisce – è ben “documentata” nel suggestivo dipinto (qui riprodotto e conservato nella Galleria delle Belle Arti di Napoli) di Nicola Palizzi, fratello del famoso Filippo.
Il mulino fu realizzato nel 1565 dal Conte Garzia II, feudatario di Montella, in sostituzione di quello esistente in località Baruso, fatiscente ed esistono documentazioni riferite al ponte medesimo.
Lo storico montellese Francesco Scandone nel terzo volume della sua “Storia di Montella” attesta che i principali problemi costruttivi di questo mulino derivarono principalmente dalle paratie necessarie per disciplinare e canalizzare le acque di adduzione infatti, le piene del fiume rovinavano frequentemente le opere accessorie.
Scandone ricorda anche che nel 1599 fu chiamato l’ingegnere napoletano Giulio Caso a progettare un nuovo mulino e a eseguire un sistema diga-canale capace sia di ammortizzare le piene del fiume e sia ad assicurare una derivazione costante delle acque al fine di alimentare le ruote orizzontali.
Fu così che la paratia, realizzata con massi e lastroni di pietra calcarea, da allora, costituisce una valida testimonianza di ingegneria idraulica.
“…per questo incarico il professionista napoletano ricevette un premio di 50 ducati, una diaria giornaliera di 20 carlini al giorno e spesato di vitto e alloggio per tutto il periodo che rimase a Montella (38 giorni)”.
Questa estate in previsione della stesura di questo articolo ha compiute varie ricerche ed interviste.
Specificatamente dall’architetto Carmine Musano ho avuto, con sua encomiabile cortesia e cordialità, la possibilità di consultare il Progetto del Comune di Montella che, approvato con Delibera n. 27 de 7 febbraio 2007 è titolato “Le pale girano” ed è, come è già noto, finalizzato al recupero del Mulino sul fiume Calore e alla riqualificazione della sua area circostante.
Il progetto contiene interessanti e ricchi elementi tecnici e storici riferiti ai mulini ad acqua e soprattutto descrive dettagliatamente come funzionava in origine il mulino in argomento.
Particolarmente nel “progetto si argomenta del “canale di derivazione” (utile per l’accumulo e il passaggio dell’acqua indispensabile a far girare le macine), dell’impianto e del “funzionamento delle due ruote orizzontali”, delle “macine” (una inferiore, fissa detta “dormiente” e l’altra, superiore detta “movente”),della loro funzione e azione, del modo come avveniva “la molitura”, ne descrive tanti dettagli, ivi compresa la “tramoggia” ossia “il sistema di convogliamento del grano da macinare”.
Oggi quel mulino è ridotto allo stato di rudere ma, come indicato nel Progetto Comunale di cui innanzi, conserva sia le grotte originarie e le due sue ruote orizzontali e sia l’interessante sistema di coni inghiottitoi; vi sono inoltre tracce del canale di adduzione nonché un manufatto in muratura, ben conservato che costituiva – a monte della paratia – la bocca di presa e che recante una pietra incisa con un motto, a me indecifrabile.
“Il Mulino del ponte della lavannara” è rimasto in funzione fino alla fine degli anni ‘50.
In tal senso ricordo che in quel periodo, avevo allora circa cinque anni – per recarci, insieme a mio zio Matteo (fratello di mia madre Flora) sul santuario del S.S.S. Salvatore utilizzammo il “traino” di Michele Matarazzo e passammo proprio davanti al mulino.
Vi facemmo una breve sosta durante la quale – ricordo distintamente – ebbi modo di assistere alla funzionalità delle macine.
Rimasi colpito dal rumore fragoroso e ritmato dei macchinari nonché dai vari asini che, legati con le briglie ad alcuni anelli del muro esterno, erano lì, mi fu spiegato, per il trasporto dei sacchi di grano prima e di quelli di farina al rientro.
Il mulino era di proprietà comunale tant’è che il mio amico – il barbiere “don Mario” Gambone – mi ricordava che suo padre Raffaele – negli anni “40\45” – era guardia comunale ed era addetto alla “sorveglianza funzionale e gestionale” del mulino.
La gestione veniva assegnata attraverso un’asta pubblica e comunque, come mia ha detto Antonio Gambone, per lunghi periodi il mulino “lo tenne” suo nonno Andrea Gambone che, per la sua imponente corporatura era soprannominato, amichevolmente, “Dreone”.
Nel 1929, morto il vecchio Andrea, nella gestione del mulino gli subentrò il giovane figlio Giuseppe che per l’appunto, mi ha precisato con orgoglio Antonio, lo tenne in funzione fino al 1950, anno in cui suo padre Giuseppe Gambone (anch’egli soprannominato “re Dreone”) attivò, parimenti ad altri mugnai montellesi, un mulino elettrico in zona urbana.
Del secondo ed altro antico mulino ad acqua, quello di “Pezzalonga” ne ha parlato assai dettagliatamente l’amico Tullio Barbone in un suo precedente articolo pubblicato sempre su questa stessa rivista.
Quel mulino era situato nella proprietà degli eredi Bruno (i cosiddetti “mussiniuri”) in una zona posta tra Montella e Bagnoli.
Dalla data incisa sull’arco d’entrata si desume che esso fosse stato costruito nel 1866 ed è accertato che veniva utilizzato prevalentemente dalla popolazione che viveva nella zone rurali circostanti nonché da contadini provenienti, oltre che da Montella, anche da Bagnoli e Nusco.
Il mulino era alimentato da acqua che, captata da un ruscello vicino, veniva convogliata, attraverso un canale in pietra, ad una torre avente la forma di un tronco piramidale.
La torre – alta circa sette metri ed ancora visibile – funzionava da serbatoio d’acqua e conteneva un’ampia vasca che fungeva anche come una vera e propria riserva d’acqua nei mesi estivi. Quell’acqua – cadendo – alimentava una ruota che, munita di pale, generava (come se già evidenziato in altra parte) il movimento delle “macina dormiente” e “movente” le quali, consentivano, per l’appunto, la macinazione di frumento, di granone, delle castagne di scarto, di vinaccioli e di altri cereali.
Oggi di questo di questo antico mulino restano pochi ruderi avvolti, miseramente da rovi e dall’edera che, ricorda Tullio “……si è abbarbicata ai muri e ha sbriciolato la calce provocandone la rovina”.
Il mulino è stato lungamente gestito dalla famiglia dei “Mussiniori” e precisamente dai fratelli Alfonso e Vincenzo prima e poi dai loro eredi Salvatore e Alessandro Bruno i cui discendenti, in epoca successiva, parimenti ad altri mugnai montellesi, attivarono mulini elettrici direttamente in alcune zone abitative di Montella.
Come già accennato, verso la fine del secondo secolo il sistema di macinazione fu caratterizzato da trasformazioni e perfezionamenti tecnologici rivoluzionari che culminarono, tra gli anni 1870-1880, con la scoperta e con l’adozione, per la “molitura”, della cosiddetta tecnica della “macinazione a cilindri”.
Era questa una tecnica assolutamente innovativa vera e propria che tra l’altro, mostrò (grazie alle iniziali, particolari ed importanti scoperte di Friedrich Wegmann) di presentare, da subito, numerosi vantaggi rispetto a quella “a macine”.

Questa tecnica, nata a seguito di alcuni tentativi già avvenuti nel Settecento in Inghilterra e in Francia, utilizzava macchinari – ad alimentazione a vapore o, soprattutto, con elettricità – i quali “assicuravano velocità, grande produzione, logoramento scarso, manutenzione poco costosa, facilità di esercizio nonché poco spazio per la macchina, farine più fini e surriscaldamento assai lieve”.
Il laminatoio in sostanza era costituito di due rulli (prima di porcellana e poi quasi sempre di ghisa) a superfici lisce o rigate, che accostati e girando in senso contrario riducevano le granaglie nella granulazione richiesta, dopo che queste erano giunte nell’interspazio voluto tra i due corpi rotanti.
Come ben si vede in questa macchina era scomparsa la millenaria rotazione orizzontale delle macine antiche che offriva una macinazione “bassa”, “rapida” e “a fondo” giacché il lento giro delle macine frantumava tutto, dando un miscuglio di farina, crusca e cruschello che, poi, neppure un perfezionato “buratto” (grosso setaccio) riusciva a dividere per cui la farina presentava sempre delle impurità.
Con i vecchi mulini l’operazione di macina era relativamente facile per i grani teneri, ma riusciva con difficoltà per i grani duri, per cui questi venivano preventivamente sottoposti a bagnatura, con gravi rischi per la successiva conservazione delle farine.
Con “il laminatoio” la rotazione dei rulli era verticale e lo schiacciamento con relativa frantumazione delle granaglie avveniva gradualmente (passando cioè più volte tra due rulli), sicché la macinazione era “alta”, “tonda”, “graduale o progressiva”, permettendo, nei vari passaggi, di togliere gradualmente e senza surriscaldamento la crusca e il cruschello, per dare poi una farina pura e notevolmente più conservabile.
Con l’utilizzo dei nuovi macchinari su descritti e con l’uso dell’energia elettrica fu possibile organizzare il mulino in modo diverso e funzionale e avvenne che, cosi come avvenne in tantissime altre località, anche a Montella, dal 1950 in poi, abbandonando l’uso dei mulini ad acqua, fu possibile far funzionare i mulini elettrici collocandoli in locali, ampi ed inseriti nel perimetro urbano.
Ricordo che in quegli anni lontani della mia infanzia a Montella in via Don Minzoni, all’imbocco di “Serraocca” (l’attuale via Verteglia), proprio di fronte all’ingresso secondario della Villa De Marco, c’era un mulino aperto per l’appunto da Giuseppe Gambone che, come ho già detto innanzi, era, con riferimento a suo padre, “Dreone”, lo stesso mugnaio che “gestiva” il mulino ad acqua del “Ponte della lavannara”.
Questo mulino di via Don Minzoni ebbe varie “peregrinazioni”. Infatti, dopo qualche anno, esso da “Serraocca” fu trasferito a San Giovanni, esattamente nell’attuale via Michelangelo Cianciulli, in un locale appartenete ad Alberino Pascale vale a dire il noleggiatore d’auto nonché “corriere” per spedizioni e viaggi in quel di Napoli.
Successivamente, come mi ha precisato Antonio Gambone (oggi ottantasettenne figlio di “Peppo re Dreone” da me già citato ed “intervistato”) suo padre trasferì, nell’anno 1954, il mulino da via Michelangelo Cianciulli a San Simeone, esattamente in via Ferdinando Cianciulli, in un locali di proprietà della famiglia Abiosi, posti, essi, nelle adiacenze dell’attuale via del Carbonaro.
Il mulino restò in funzione in quella sede fino a quando il defaticante “Peppo re Dreone” riuscì a gestirlo direttamente e poi, poiché i suoi figli – per l’appunto Antonio e Salvatore – avevano intrapreso attività diverse da quelle dell’essere mugnai, fu venduto nel 1974 e l’intero macchinario fu, dunque e con rammarico, trasferito definitivamente a Castelvetere.
Ricordo sempre che, in quel periodo, un altro mulino elettrico funzionava in Piazza Matteotti, la vecchia “Avanti Corte” o anche “Piazza dei Caduti”; esso apparteneva a Francesco Bruni, discendente dai “Mussiniuri” vale a dire la storica famiglia dei mugnai montellesi.
Ricordo che più che Francesco era sua moglie, Assunta Pascale, quella che in realtà “faceva funzionare” il mulino; era una donna imponente, cordiale e gentile, con un eterno fazzolettone in testa e un capiente camice da lavoro; era molto attiva e spesso, nella sua attività era coadiuvata, dai vari figli Brillantina, Bruna, “Nannuccio (Ferdinando), Aurelio, Carlo e Silvano.
Assunta, anche dopo la morte del marito, continuò la sua attività e, mi risulta che il suo mulino fu smantellato dopo il terremoto, negli anni ’80; dove esso sorgeva oggi non vi resta alcun segno a ricordarne l’esistenza trascorsa.
Un altro ed ultimo mulino di Montella era quello che si trovava in fondo all’attuale Via del Corso, quasi di fronte all’imbocco di Via Santa Lucia; apparteneva a Bruno Michele il quale era un discendente di quella famiglia di mugnai montellesi, quella che gestiva il mulino ad acqua di Pezzalonga e che, con simpatia e cordialità, era, come già più volte ricordato, soprannominata “Mussiniuri”.
Michele, coadiuvato dalla moglie Dolcellina Marinari continuò la tradizione di famiglia e gestì il mulino fino all’anno 1972; successivamente la gestione fu assunta da figlio Alberto e da Maria Dello Buono, sua moglie i quali, dopo il terremoto del 1980, spostarono il mulino da via del Corso e lo ricostruirono in Via Del Giardino, al civico n. 66 e lo gestirono fino al 2005.
Da quell’anno l’attività artigianale di arte molitoria, tramandata per ben tre generazioni, è condotta da Aldo Bruno (il figlio di Alberto) e da sua moglie Milena i quali sono al centro della loro attività, producono farine speciali, di ogni tipo, macinate a pietra con mulino a cilindri, eseguono la macinazione di grano duro e tenero e la realizzino anche per conto terzi. 
Argomentando di mulini e di mugnai mi viene spontaneo ripensare al tempo lontano sia della mia infanzia e sia a quello della mia giovinezza, “quando, per scrivere, non c’erano sms o e-mail, ma si dovevano adoperare penna, pennini ed inchiostro; quando si poteva andare dal tabacchino, comprare una sigaretta – una sola – e fumarsela dove meglio pareva giacché non c’erano divieti e i non fumatori erano una gran brutta razza”.
Mi riferisco al periodo in cui, è stato scritto, ….”la Playstation non esisteva, si giocava tutto il giorno per strada, ci si divertiva e i bambini non cambiavano guardaroba a ogni stagione, andavano in giro prima con i pantaloncini corti, anche d’inverno e poi, divenendo più grandicelli, con i pantaloni alla zuava….”.
Insomma il tempo in cui c’erano la maglia di lana, i treni a vapore, i cantastorie di piazza, il caffè d’orzo, i vespasiani, le cartoline, i deflettori, i calendarietti dei barbieri, la carta carbone, le granite, le letterine di Natale, l’idrolitina, la pompetta del Flit, il telefono di bachelite, le cabine telefoniche ……..
Erano tempi di diffusa povertà, in cui ci si arrangiava e si sopravviveva con quel che si riusciva a produrre direttamente; in cui – nelle campagne di Montella – si coltivava, con duro lavoro e fatica, grano, granturco, patate, fagioli, ceci e anche lenticchie.
In prevalenza il grano era coltivato essenzialmente nella pianura di Folloni, ai Trucini, alle Pezze e al Vignale nonché in zone alte, in quei terreni dove, dopo il taglio delle piante di castagno, vi erano piantati i “viscilgli” da innestare o in cui vi erano solo giovani castagni; era anche coltivato in spazi prima ricoperti di “gghianéstre” le quali, bruciate, con la loro cenere, rendevano il terreno meglio fertilizzato.
Secondo il terreno di cultura si piantavano diversi tipi di grano dei quali i principali erano il “resciola” (originario da Lecce e privo di glutine), il frumento cosiddetto “iermàno” (una specie di segala) e il tipo “caroseddra” (quello con spiga corta).
Il grano, seminato ad ottobre, veniva a primavera “sarrecato” (sarchiato) e “monnato” (liberato dalle erbacce, estirpate con le mani); poi, in estate, a luglio, di procedeva alla sua “metènnata” (mietitura) tagliandolo, a mano, con la falce, ad assemblarlo prima in “iermiti” (piccoli fasci di steli) e poi in “gregne” (gradi fasci di “iermiti”) le quali, a loro volta, costituivano la “casazza” (mucchio di covoni sistemati a forma di casotto, con due spioventi).
In una seconda fase il grano veniva trasportato sulle tante “àire” o “àriie” allora esistenti nel territorio.
Di esse, una – detta “l’àira di Battista” – si trovava lungo il viale di San Francesco mentre un’altra era adiacente al passaggio a livello e al cimitero ed altre due ancora si trovavano sotto Cagnano, ai piedi del rione “Serra” e delle quali, una era di proprietà della famiglia Vernicchi.
Su questo spazio aperto le piante di grano subivano prima la battitura per mezzo dei “mùuiddri” alla quale susseguiva la separazione dei chicchi di grano dalla paglia e dalla pula attraverso la “uendolatura” e la “cernitura” con i “turnicchi”.
In casa il grano era conservato nelle “cannacàmbera” e, periodicamente e secondo necessità, veniva prelevato (attraverso lo sportellino posto – a saracinesca – nella parte bassa di quel silo) per essere portato al mulino onde ricavarne la farina necessaria per la panificazione e per le altre esigenze alimentari.
Nel secolo scorso e in quelli precedenti una provvista di grano, per ciascuna famiglia montellese, era una risorsa di sopravvivenza importante, in quanto che il grano, come già detto in altra parte, macinato diventava farina la quale, mescolata ad acqua e lievitata, dava consistenza ad un impasto da cui se ne derivavano pane, paste fresche e dolci da forno che restavano e restano alla base della nostra alimentazione, in particolare nelle aree mediterranee.
In quel periodo l’alimentazione di alcune famiglie era assolutamente insufficiente e il menù era piuttosto scarso e poco nutriente; capitava dunque che, in qualche casa, la sera, per il solo pasto giornaliero, tutti i componenti della famiglia si sedevano al desco e attingevano, tutti insieme, con la propria posata, ad un unico e grande piatto posto al centro del tavolo!
Si usavano prodotti coltivati direttamente e spesso si preparavano cibi a base di sola erba selvatica ed acqua e, in alcune situazione, lo stesso pane costituiva una pietanza di vero lusso.
In Italia, in quei tempi le famiglie povere si nutrivano di un unico alimento, al Nord con polenta di mais ed al Sud con il solo pane di frumento accompagnato, questo, da ortaggi quali olive, fave e cavolfiori.
In definitiva quasi tutte le famiglie si alimentavano con zuppe di fagioli e cavoli o anche con pasta e fagioli o ceci ed erano costrette ad escludere quasi totalmente la carne, la quale era, infatti, un cibo costoso, riservato alle grandi occasioni.
A Montella e più in generale In Italia e in tutta Europa, come già detto, contadini ed operai avevano – soprattutto nell’Ottocento e sino alla metà del Novecento – una “cucina povera”, poverissima.
L’alimentazione base – ribadisco – constava di pane di grano, di pane di segale, di polenta, latte, di patate cucinate in varie maniere e di minestre condite, quand’era possibile, con pochissimo olio o con altrettanto poco lardo e strutto di maiale.
Quest’animale era veramente prezioso nella economia domestica: tant’è che quasi ogni famiglia comprava un maialetto in primavera per ingrassarlo e ucciderlo poi in dicembre o in gennaio e conservarne le carni essiccate o sotto sale, per tutto il corso dell’anno.
Elementi importanti dell’economia familiare erano pure il formaggio, ovviamente di origine locale a cui accoppiare, non sempre, come bevanda un vinello, assolutamente “paesano” ed autarchico, di sei, sette o otto gradi.
A questo punto, mi accorgo di aver molto divagato ed è opportuno che concluda.
In definitiva l’intendo del mio scritto era quello di togliere dall’oblio sia l’arte molitoria di Montella sia l’antica consuetudine della coltivazione del grano; in tal senso è stato necessario “abbondare” in riferimenti e “contenuti” soprattutto al fine di ricordare le molteplici, indispensabili ed interessati correlazioni che, in modo vario, sono strettamente imprescindibili per argomentare, con dignità, sull’attività dei mugnai e su quella dei loro antichi mulini.
A proposito di mulini e mugnai si sa che già alla fine del secolo scorso – come innanzi detto – dei tre mulini elettrici funzionanti a Montella uno solo sopravvisse, esattamente solo quello che originariamente era appartenuto a Michele “dei Mussiniuri” e a sua moglie Dolcellina Marinari.
Mi riferisco, a quello “delocalizzato”, dopo l’anno 1980, in Via Del Giardino e che, come già detto prima, è condotto, dopo tre generazioni, da Aldo Bruno e da sua moglie Milena i quali, con amore ed intraprendenza ne hanno convertito l’uso tant’è che quel mulino, produce, oggigiorno, farine speciali, di ogni tipo, macinate a pietra, con un mulino a cilindri ed eseguono la macinazione di grano duro e tenero e la realizzino anche per conto terzi.

Questa estate sono stato in Via del Giardino è ho parlato a lungo sia con Bruno che con Milena; soprattutto Milena mi spiegato che in definitiva il loro mulino, pur avvalendosi di tecnologie moderne, adotta, su richiesta dei clienti, anche una molitura molto simile a quella dei mulini con mola in pietra.
Mi ha mostrato le varie fasi della molitura che, iniziando con il peso del grano da macinare, comprendono, in successione, la “svezzatura”, la selezione dei chicchi, l’eliminazione delle impurità, la bagnatura ed infine la macina vera è propria nonché la susseguente raccolta della farina in sacchi.
La resa, mi ha chiarito Bruno, dipende dalla qualità del grano che, prodotto in quantità irris
oria a livello locale, proviene in prevalenza dalla Puglia, specialmente dalla provincia di Foggia.
In realtà gli sono richieste tipologie diverse di farina la cui consistenza, qualità e sapore dipende, altre che dal tipo di frumento, anche se, durante la macina, viene o meno tolto il germe.
I due ultimi e giovani “coniugi-mugnai montellesi” mi hanno confessato che rilanciare l’attività del mulino ha richiesto, soprattutto all’inizio, impegno nell’affrontare e superare difficoltà molteplici, che hanno comunque superato soprattutto per virtù della loro passione ed amore a mantenere una tradizione di famiglia ultra centenaria.
A mio parere l’arte molitoria è stata senza alcun dubbio un’attività artigianale assai significativa e rappresenta e resta per tantissime persone – soprattutto se anziane – un simbolo, un caro ricordo della civiltà montellese degli anni lontani.
Sono dunque convinto che, per la quasi totalità della comunità montellese, il ricordo dei vecchi mulini è un ricordo assai condiviso e ha una valenza particolare; l’antico mestiere dei mugnai resta, anche per questa sua valenza, un’attività artigianale che merita d’ essere tolta dall’oblio e che meriti d’ essere trattata e ricordata ne è riprova il medesimo progetto di ripristino del vecchio “Mulino del Ponte della lavannara”, un progetto a cui accennavo all’inizio e al quale “auguro” una felice e sicura realizzazione.
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Il presente articolo è stato pubblicato sul periodico Il Monte" - Anno XVI - n. 3 (settembre-dicembre 2019) - Sezione " Montella tra passato e presente"
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Il presente articolo è stato pubblicato sul periodico Il Monte" - Anno XVI - n. 3 (settembre-dicembre 2019) - Sezione " Montella tra passato e presente"

ANTIBIOTICO-RESISTENZA L’Influenza è una malattia stagionale che in Italia si manifesta soprattutto nel periodo invernale che colpisce milioni di persone. L’esordio della malattia è caratterizzato da brividi, febbre che aumenta fino a raggiungere e a volte superare i 39°C, tosse, faringite, raucedine dolori articolari, spossatezza,ecc. Le suddette manifestazioni, di solito, si risolvono nel giro di pochi giorni (1 settimana circa) anche se vi sono casi che hanno anche una maggiore durata. In pochi casi vi possono essere complicanze cardio-polmonari che necessitano di ricovero.
I farmaci da usare in queste malattie virali sono sostanzialmente sintomatici (antiinfiammatori, antipiretici ecc) senza dimenticare i classici rimedi dei nonni che consistevano nel riposo (non contemplato in questa frenetica società), nel brodino caldo e nel miracoloso “tiolo mbietto “(mattone riscaldato). La predetta terapia è valida anche per il covid anche se in quest’ultimo caso, nei pazienti ad alto rischio, può essere somministrato il Paxlovid (farmaco antivirale).
Molto utile per prevenire l’influenza è la vaccinazione che non è obbligatoria ma è fortemente raccomandata nelle persone anziane e nei pazienti giovani affetti da patologie a rischio (oncologici- diabetici, cardiopatici ecc-ecc). Bisogna ricordare, tuttavia, che anche chi si è sottoposto a vaccinazione può ugualmente contrarre l’infezione anche se con una sintomatologia molto sfumata.
Gli antibiotici NON sono efficaci contro le infezioni causate da virus come il normale raffreddore, l’influenza, il covid ecc., anzi, l’uso eccessivo e inappropriato negli uomini e negli animali sta contribuendo ad accelerare drammaticamente il fenomeno dell’antibiotico-resistenza che rappresenta una delle principali minacce alla salute pubblica.
Si stima che in Italia (seconda solo alla Grecia) in un elenco di 29 paesi, per 100000 abitanti vi sono almeno 19 decessi/anno attribuibili ad infezioni di microorganismi multiresistenti. In Olanda, ultima dell’elenco è di 2 decessi/anno ogni 100000. Si prevede che nel mondo, nel 2050, le infezioni batteriche causeranno circa 10 milioni di morti all’anno, superando ampiamente i decessi per tumore (8,2 milioni), diabete (1,5 milioni) o incidenti stradali (1,2 milioni). Il problema, pertanto, non appartiene ad un futuro lontano ma è dietro l’angolo.
È bene sottolineare che il rischio di essere infettati da batteri antibiotico-resistenti riguarda non solo la persona che prende gli antibiotici in modo improprio ma anche coloro che saranno successivamente contagiati da quegli stessi batteri, quindi, l'antibiotico-resistenza non è un problema solo individuale ma sociale. Pertanto, è una battaglia importante che possiamo vincere solo se c’è la consapevolezza della gravità del problema ed ognuno, nel proprio piccolo, può dare un contributo evitando il “fai da te” e rispettando le indicazioni terapeutiche dei medici. Anche l’AIFA, in collaborazione con il Ministero della Salute, ha cercato di sensibilizzare l’opinione pubblica sulla gravità del problema promuovendo spot sui vari mass media nazionali.
Anche quest’anno tra la fine del 2023 e l’inizio del 2024 c’è stato un vero tsunami di contagiati tra influenza e covid che ha rischiato di travolgere il già traballante sistema sanitario nazionale, dalla medicina territoriale a quella ospedaliera. Noi medici abbiamo faticato non poco a tranquillizzare i pazienti e a limitare al minimo la prescrizione di antibiotici scontrandoci, qualche volta, con la richiesta insistente del paziente apprensivo o con le teorie bizzarre di qualche “virologo” di noi altri. A volte il paziente rimbalza tra i vari servizi medici (Medico di famiglia- guardia medica- pronto soccorso, medico ospedaliero e/o privato) intasandoli, fino a quando qualcuno, stremato, non gli prescrive qualcosa.
Anche nel settore veterinario, è necessario evitare il “fai da te” e attenersi scrupolosamente alle indicazioni terapeutiche del medico veterinario, che prescriverà l’antibiotico “quando serve e quanto serve”. Pericolosissimo è l’uso scriteriato degli antibiotici negli allevamenti intensivi.
La scoperta degli antibiotici è stata una conquista che ha cambiato la storia dell’essere umano salvando milioni di persone da morte sicura, cerchiamo di non renderli inefficaci.
Peppino Volpe

IL PARADISO PARALLELO ( Mi scuso per la lunghezza del racconto, ma il fantasioso argomento trattato mi ha preso letteralmente la mano ). L' altra sera è venuto a trovarmi Arturo, un amico fedele ed affettuoso.
Ci siamo accomodati vicino al camino, dove dalla legna, tra insistenti crepitii e scoppiettii, si alzavano sinuose lingue di fuoco di colore giallastro e rosso scarlatto.
Esse, simulacro di vita, sembravano, con accanita ostinazione, voler convincerci che stavano facendo l'impossibile per sconfiggere il freddo intenso dell' ambiente!
Insieme abbiamo frequentato le classi della Scuola Elementare e della Media ed abbiamo trascorsi giorni e momenti felici e spensierati della nostra infanzia e adolescenza.
Dopo l'adempimento dell' obbligo scolastico, le nostre vie si sono divise, senza peraltro farci mai perdere di vista.
Egli, infatti, seguì con profitto l' attività commerciale del padre.
Preferiva, tra l'altro, le letture di carattere filosofico, che, come è noto, aiutano a trovare le risposte alle domande fondamentali dell' umana esistenza, favorendo lo sviluppo del pensiero autonomo, critico e riflessivo.
Da giovane, esercitò, poi, anche l'interesse per l'apprendimento di uno strumento musicale a corde : il Maestro, cui l' affidò il padre, viste le sue dita "corce"(sic!), cioè corte, gli consigliò il Bengio (Banjo)!
Nonostante il suo impegno, la sua determinata applicazione, la sua volontà, l' apprendimento si rilevò ben presto un amaro e clamoroso fallimento!
Appese il Bengio al chiodo e si promise che mai nessuno avrebbe pizzicato le sue corde!
A causa di questa sua sfrenata passione, nel Paese gli fu tosto affibbiato il soprannome di "Amico Fritz", mutuandolo dall' omonima Opera del Mascagni!
Ma adesso veniamo a noi...
Appena seduti, mi accorsi che Arturo era agitato, contrito, sofferente, rabbuiato!
Gli chiesi, allora, quale fosse il motivo del suo turbamento ed egli mi confidò che la notte precedente si era girato e rigirato decine di volte nel letto, senza riuscire a prendere sonno!
Non aveva smesso di pensare e riflettere sul destino che sarebbe toccato alla sua anima dopo la sua dipartita!
Aveva sempre vissuto con rettitudine ed onestà, non aveva mai recato nocumento a chicchessia e quindi secondo i dettami e i principi della Religione cattolica.
cristiana, la sua anima era destinata ad andare di filato a far compagnia ai Beati in Paradiso!
Proseguì, poi, con convinzione filosofica ed escatologica, a formulare congetture ed ipotesi strane, bizzarre e singolari : egli non desiderava assolutamente che la sua anima andasse nel Regno Celeste!Si poneva il problema di come avrebbe trascorse le intere giornate in quel posto, girovagando a piedi nudi sulle nuvole, senza la mia compagnia ( meno male!), senza la presenza di donne, senza discoteche, cinema, bar, ristoranti, senza poter bere birre, vino, senza poter giocare a poker e tressette, senza poter bere latte, in assenza di erbe e pascoli per i bovini, insomma in assenza di tutti quei beni che rendono la vita degna di essere vissuta!Cinicamente, era più che convinto che il Paradiso così strutturato, più che un premio, un' adeguata ricompensa riservati a coloro che avevano condotto una esistenza da "giusti", costituiva, invece, per lui una smaccata pena, una punizione, un castigo esemplare!Allora, perplesso, gli chiesi dove volesse che la sua anima trovasse posto!
Sostenne, continuando, che non desiderava neppure che la sua anima fosse collocata nel Purgatorio, tra " color che son sospesi ", dove non si è nè carne e nè pesce e dove poteva essere messo in una delle sette Cornici, lì previste, perchè lui non era un...quadro!Meno che mai, ovviamente, voleva che essa fosse scaraventata nel Regno degli Inferi, dove una moltitudine di Diavoli assatanati ti picchiano da orbi tutti i giorni con pesanti randellate, mazzate, legnate, dove rischi di essere immerso eternamente nel fango, nel ghiaccio, nello sterco e dove ti aspetta con impazienza Lucifero, orrida e pelosa creatura con tre facce, tre bocche e tre paia d'ali...!E, allora?Seguitemi nella narrazione...
Il volto di Arturo diventò di botto serio, autorevole e sorridente.Con sussiego e sicumera, mi confidò che era certo, più che convinto, che esisteva un Paradiso Parallelo, che smaterializzato, era in perfetta prosecuzione, senza soluzione di continuità, con quello Terreno e che il Divino Poeta non aveva volutamente nè descritto e nè reso noto, perchè era destinato ai Santi, ai grandi personaggi della storia che si erano contraddistinti nei vari rami della Scienza, i Capitani d'industria, i magnati, i Paperon dei Paperoni, che avevano sempre fatto opere di bene, aiutato i deboli ; gli eroi, i martiri della fede ; insomma tutti i più che buoni avevano trovato posto in questo Quarto Regno!Quando gli feci notare che l'accesso in quel luogo sarebbe risultato molto difficile, impossibile per lui, mi confidò con fare omertoso ed in modo sommesso che si era raccomandato al Santo Padre Pio, che aveva conosciuto di persona all' Ospedale San Giovanni Rotondo, quando dovette operarsi di appendicite!
In questo luogo, secondo la legge del contrappasso dantesco, avrebbe beneficiato di premi ed elargizioni, come ricompense per le afflizioni patite sulla Terra!Per la qual cosa, poteva giocare sempre a carte, vincere sempre a poker, tressette, burraco, al Totocalcio, al Superenalotto, alla
Lotterà Italia di Capodanno ; avrebbe bevuto, a gratis, cassette di birra Cerveza, vini dei migliori vitigni italiani, farsi il bagno nel latte, alleviato le pene d'amore sofferte in compagnia delle dive del cinema, ecc, ecc...
Ed, infine, avrebbe finalmente suonato con maestria e perizia il Bengio, con assoli entusiasmanti, commoventi e strappaapplausi nell' Orchestra Celestiale, diretta dai più grandi compositori, eseguendo l'intermezzo de "L' Amico Fritz" di Pietro Mascagni!

Passa il Natale ma l'egoismo rimane . E' passato Natale, il periodo più importante per le feste della nostra religione, un periodo di generosità di scambi di regali, di buoni propositi per il futuro, tutto quello che ogni Natale quando eravamo bambini promettevamo scrivendo una letterina ai nostri genitori, da leggere prima dell'inizio del pranzo natalizio. Le belle intenzioni, le grandi promesse, però in pratica, durante il nuovo anno, molte volte, queste venivano in parte disattese, e perché? Perché tutti noi umani abbiamo un gravissimo difetto insito nel nostro DNA, siamo egoisti. Ed è da questo difetto che scaturiscono tutti i problemi dell'umanità. A sostegno di questo posso descrivere il comportamento egoistico di bimbi piccolissimi, che non essendo ancora in grado di parlare e di riflettere su il loro modo di essere, si litigano le prime cose necessarie alla loro vita e sopravvivenza: il ciucciotto, il cibo, i giocattoli, e altre cose che a noi sembrano banali. Crescendo, questo grosso difetto viene limitatamente tenuto a bada e sotto controllo dallo sviluppo dell'intelligenza, ma negli adulti rimane alcune volte rovinosamente a prevalere sulla ragione. Anche le società, giuste, o sbagliate, che gli uomini in tutto il mondo si sono costruite, inducono ad agire a favore degli interessi personali e delle stesse loro comunità, provocando da sempre conflitti insanabili e guerre, anche fraticide. Nei paesi dove le leggi si ispirano alla migliore delle democrazie, si riscontrano delle gravi incongruenze, disuguaglianze, ingiustizie. Il comunismo, ( predicato anche da Gesù Cristo), nato da una rivoluzione del popolo affamato dagli Zar possessori di immense ricchezze e edificatori di cupole d'oro, è rovinosamente crollato, perché le parola comunismo è l'opposto di egoismo. Nel mondo prevale oggi il capitalismo, basato su un consumismo sfrenato, che si manifasta, sempre, ma in particolare in occasione delle feste natalizie, usate allo scopo di far girare l'economia, sotto la formula: + consumo + lavoro + ricchezza, insomma, il gatto che cerca sempre più velocemente di mordersi la coda, senza riuscirci. Però alla fine di questo ciclo, che io definirei perverso, la ricchezza va a finire quasi sempre completamente tutta nelle tasche di pochi uomini società di uomini, che inevitabilmente, lasceranno la stragrande maggioranza delle popolazioni mondiali nella povertà o costretta a vivere alla giornata fra mille espedienti. E' risaputo che chi più ha, più vuole avere, e non è egoismo questo? Sarà difficile, prima controllare, e poi, indurrre a un cambiamento radicale questo ingiusto sistema, perché tenuto in piedi, sviluppato e consolidato dagli uomini più potenti della terra, capaci con le loro politiche furbesche e i loro enormi arsenali e armamenti di contrastare qualsiasi movimento contrario ai loro interessi, invadendo anche, come sta avvenendo da più di un anno in Ucraina e oggi con il conflitto israelo-palestinese, che coinvolgono popolazioni civili con tanti morti e danni materiali incalcolabili. Vogliamo dire che il Natale è una festa di serenità, di solidarietà, di fratellanza, però non per tutti, e subito dopo torniamo alle solite meschinità e ai soliti egoismi di sempre. Un problema è quasi sempre legato ad un altro problema, e cioè quello attualissimo dei cambiamenti climatici, indotto, a mio avviso da questo sistema molte volte predatorio e non curante delle catastrofi e dei danni, che in futuro potrà provocare. Molte volte le guerre fra popoli e nazioni scoppiano per contendersi territori o porzioni di questi, in modo allargare i domini la dove ci sono ricchezze e grandi risorse naturali. Rispetto al tempo infinito, la lunghezza della nostra vita non è che meno di niente, e allora perchè per così poco, dobbiamo essere sempre egoisti, con noi e con i nostri simili ?Sperando sempre in un mondo migliore per tutti, in cui l'egoismo sia tenuto sotto controllo in modo positivo dal buon senso, non mi resta che augurare ai lettori credenti e non credenti, un futuro di pace di salute e di serena convivenza. Per montella.eu
Graziano Casalini
Sciarpigno di Totoruccio Fierro Racconto la storia di questo personaggio, vissuto realmente negli anni venti del secolo scorso, perchè ritengo, senza alcuna presunzione e supponenza, che essa, velata com'è dalla mia solita, bonaria, sottile e distaccata ironia, merita di essere letta.
L'origine del suo 'stranginomo' è del tutto ignota.
Potrebbe, forse, derivare dalla parola inglese "sharp", che significa aguzzo, tagliente, pronto nelle risposte!
Ma quanti Montellesi all'epoca conoscevano la lingua anglosassone?
Pochi, pochissimi, per la qual cosa è più probabile che, come tutti gli "stranginomi" che in quel tempo si affibbiavano alla quasi totalità delle persone e alle famiglie di provenienza, essi avevano scaturigine da situazioni, fatti, cose, aspetti fisici, abitudini, comportamenti e quant'altro!
Era basso e segaligno e il suo viso rassomigliava a quello di una civetta :
naso adunco, occhi piccoli e acuti, sguardo sinistro e mefistofelico, faccia attenta, sospettosa e sempre imbrattata e sporca di terra!
Sulla testa portava un cappello a larghe falde, unto e bisunto per il prolungato uso.
I movimenti del suo corpo, coperto da un vestito tutto rattoppato, erano contraddistinti da scatti convulsi, improvvisi che ricordavano, appunto, quelli dell'uccello notturno!
Che mestiere poteva esercitare un tale personaggio, se non quello di Custode del Cimitero comunale?
Di fatto, lavorò per tutta la sua misera vita tra croci, lapidi, bare, cappelle, tombe del Camposanto.
Il suo impegno, la sua solerzia, il suo attaccamento al lavoro erano talmente sentiti e partecipati che, non solo trovava del tutto normale e naturale mangiare e bere il vino seduto tra i morti, ma addirittura dormire tranquillamente in loro compagnia in un lettuccio, in uno dei due vani posti all' entrata del Cimitero!
Insomma, era riuscito a stabile una osmosi, una tacita convivenza con chi non c'era più, da sentirsi parte integrata e completa del luogo, sperando in tal modo che, vivendo abitualmente tra i morti, la lama lucida e tagliente della nera, beffarda ed impietosa
"SIGNORA" l'avrebbe risparmiato!
Quando si andava a far visita ai cari defunti, Sciarpigno godeva e si divertiva a renderla più sofferta, scabrosa e problematica, soprattutto se fatta durante il tardo pomeriggio o nelle ore notturne.
Infatti, mentre si percorrevano i vialetti, non era del tutto improbabile vederlo spuntare di soppiatto e all'improvviso dai posti più impensati :
si appostava dietro una lapide, dietro un cipresso, un cespuglio, una colonna e usciva con uno scatto rumoroso; altre volte emergeva all' infuori da una fossa con un guizzo tale che ricordava quello del pupazzo Pulcinella che veniva catapultato all'insù dalla molla compressa in una scatola giocattolo chiusa! Altre volte ti seguiva in modo silenzioso, toccandoti lievemente sulla spalla...
In buona sostanza perseguiva una vera e cinica strategia del terrore! Per tutto questo,
il povero visitatore doveva mettere in conto non solo la paura derivante da possibili "fantasmi" che potevano più o meno aleggiare in quel luogo, ma anche di quella che veniva scatenata dalle diaboliche apparizioni di mister "Sharp"!
Quando poi saliva al Paese, si assisteva a scene di comico e folkloristico sommovimento : i ragazzi si davano a un disperato fuggi - fuggi generale ; le donne si segnavano con la croce ;
gli uomini si lanciavano ad abbracciare il ferro dei lampioni stradali o, più ancora ad affondare le mani nelle tasche dei pantaloni al fine di perturbare gli incolpevoli e dormienti
" satellitini " di...Giove!
A volte, lo si vedeva maneggiare con nonchalance le ossa dei morti come se fossero rametti d'albero e quando arrivava il 2 Novembre, diventava d'incanto disponibile e cortese verso tutti i visitatori che non gli facevano mancare il loro riconoscimento.
Purtroppo, anche lui non potè sfuggire al roteare del falcione implacabile della nera Signora!
Certo è che, passare dal mondo dei vivi a quello dei morti, dopo tanti anni passati in loro compagnia, sicuramente non rappresentò per lui nè un fatto doloroso, nè drammatico!
Totoruccio Fierro