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Grano, farina, mugnai e mulini di una volta a Montella di Nino Tiretta

Grano, farina, mugnai e mulini di una volta.    Finalizzata al ricavo e alla produzione della farina, la macinazione del grano e degli altri cereali in origine esigeva un lavoro manuale duro e defaticante nonché strumenti che nel corso dei secoli sono evoluti fino alla “scoperta” del “molitura” vale a dire all’ attivazione e allo sfruttamento di un lavoro meccanico prodotto inizialmente dall’uomo, poi dalla spinta di un animale e, in epoche successive, dalla energia dell’acqua e del vento prima e dall’energia elettrica poi.


In origine per la macinazione del grano venivano usati i mortai di pietra entro i quali si frantumavano i chicchi dei cereali attraverso pestelli, anch’essi di pietra o legno duro, oppure il grano veniva macinato attraverso rulli che, a mano, si facevano rotolare su una base di pietra.

Derivante dal latino “mola-molae” quella pietra venne denominata “mola” da cui discende poi il termine “mulino” o “molino”; il termine “mola”, nella sua globalità, sta dunque ad indicare una strumentazione che produce un lavoro meccanico utile sia per la macinazione di cereali e sia per la produzione di farina o di altre materie prime.
Poiché nell’antichità i mulini o le macine per funzionare avevano necessità della forza umana o animale qualcuno riferisce che, “in modo non corretto”, la parola “mulino” possa derivare da “mulo”.
Per estensione il termine “molendinum” (proveniente da “mola”) designò anche la struttura e l’edificio che ospitavano la strumentazione della macinazione del grano e pertanto il conduttore del mulino fu chiamato “mugnaio“.
Al di là di queste sottigliezze etimologiche, c’è da rimarcare il fatto che con il passare del tempo per la molitura si cominciarono a costruire specifiche “strutture” funzionanti con la sola forza dell’uomo e degli animali i quali azionavano le macine, ovvero pietre discoidali affacciate e messe una sopra l’altra di cui, una fissa e l’altra rotante intorno al suo asse centrale.
Quel tipo di macinazione rimase pressoché invariata fino a quando fu introdotto un impianto tecnologico per il cui funzionamento si sfruttava sia l’energia dei corsi d’acqua sia quella del vento, “energie naturali” queste che, in epoche successive, furono sostituite – in un prima fase – con il vapore e – in un’epoca successiva – con l’elettricità per la cui utilizzazione fu poi possibile sviluppare impianti tecnologici più evoluti che consentirono l’impego di macchine decisamente più moderne e funzionali.
E’ fuor dubbio che storicamente il vetusto mulino (sia ad acqua che a vento), nelle sue espressioni più complete, costituisce, a mio avviso, una tra le massime invenzioni tecnologiche non solo dell’antichità, ma anche e soprattutto dell’età medievale e moderna, periodo in cui esso si presentava come una meravigliosa macchina tuttofare soprattutto se considerata nei suoi vari e differenziati impieghi in cui viene a operare.


Apparentemente il funzionamento di un mulino ad acqua non sembra complesso e la sua straordinaria semplicità è essenzialmente nella forza dell’acqua che, scorrendo o cadendo dall’alto, imprime un movimento rotatorio a una grande ruota di legno munita di ampie pale; quella ruota muove appositi ingranaggi che trasmettono un moto circolare ad una macina di pietra, la quale, a sua volta, ruotando sulla pietra fissa, tritura i cereali.
Resta il fatto che le vicende storiche del mulino azionato dall’energia idraulica nei primi secoli della sua storia sono alquanto frammentarie e poche sono sia le fonti storiche e sia le testimonianze archeologiche ad esso riferite.
Marco Vitruvio Pollione, vissuto nella seconda metà del I secolo a.C. è il teorico dell’architettura più famoso di tutti i tempi ed è lui che parla di mulini ad acqua,
Nel suo “Trattato d’architettura” Vitruvio, dopo aver descritto alcune ruote per il sollevamento dell’acqua, è il primo scrittore romano che (nella prima età augustea e più precisamente intorno agli anni 16-15 a.C.) parla del mulino mosso dall’energia idraulica.
Egli descrive certe ruote costruite sui fiumi le quali, poiché provviste al loro perimetro di pale e colpite dall’acqua, già nell’antica Mesopotamia, le fanno ruotare per semplice spinta della corrente senza ricorrere al peso dell’uomo.
E’ comunque fuor dubbio che l’invenzione del mulino a ruota d’acqua (sia verticale che orizzontale) è avvenuta attraverso molteplici passaggi e successivi modifiche.
E’ noto che la sua diffusione sia avvenuta per gradi, prima nei regni di cultura ellenistica e poi nelle rimanenti terre del mondo romano con preferenza in quelle dotate di grandi fiumi non a carattere torrentizio.
E’ altresì noto che fu comunque durante il Medioevo che l’impiego dei mulini ad acqua diventò comune ed è documentato che ordinariamente i signori feudali riservavano a se stessi il diritto di impiantare mulini traendo da questa sorta di monopolio un reddito, a danno della popolazione, di molto cospicuo.

Con il trascorrere del tempo la tecnica funzionale dei mulini si evolve e alla fine, rispetto ad altri sistemi, si perfezionarono e si consolidarono due tipi di mulino: quello a ruota verticale e quello a ruota orizzontale.
La fortuna e la diffusione del mulino ad acqua nel corso dei secoli è stata dunque crescente e venne un po’ meno, ma non fu subito incrinata, nella seconda metà del XVIII secolo, quando lo scozzese James Watt costruì nel 1782 la prima motrice rotativa a vapore per mulino da grano.
Da quella scoperta nacque così, dopo alcune incertezze, il “mulino a vapore” che nel corso del XIX secolo e ancor più nel XX secolo, finì gradualmente per soppiantare (unitamente all’impiego del laminatoio) il mulino ad acqua o a vento.
Successivamente, con le molte scoperte sull’elettricità avutesi già nel XIX secolo, avvenne che con la scoperta dei “motori elettrici” – all’inizio del Novecento – l’elettricità sostituì progressivamente le altre e varie forme energetiche (per esempio quella del vapore, da gas illuminante, da carbone, ecc. ecc.) per cui fu l’elettricità ad alimentare (appunto con l’introduzione dei motori elettrici) tram, treni, filobus, metropolitane e la generalità dei macchinari sia industriali che artigianali.
A partire dagli anni 1960 anche le macine dei mulini utilizzarono, adottando nuove tipologie e nuovi macchinari di macinazione, l’elettricità per cui sia il mulino ad acqua che quelli a vento e|o a vapore furono sempre più relegati ad essere una singolare testimonianza storica del passato, monumenti stupefacenti di un tempo che oggi non c’è più.
Argomentando di mulini non è superfluo evidenziare che il loro progressivo incremento di utilizzazione e di diffusione è assolutamente correlato alla cultura e al consumo di cereali e di granaglie di vario genere.
Nella storia del cammino alimentare dell’umanità è noto che, forse ancor prima della scoperta del fuoco, l’uomo, raccogliendo i semi delle graminacee, “scoprì” che questo cibo – rispetto agli altri vegetali – offriva maggiori vantaggi in quanto che quei semi, oltre ad essere più nutrienti, si conservavano a lungo ed erano facilmente trasportabili.
Da ciò discese che i primi sforzi per la coltivazione della terra s’indirizzassero verso i cereali ed oggi, per altre motivazioni similari, oltre la metà della superficie agricola mondiale è coltivata a cereali.
Da alcune ricerche antropologiche sembrerebbe che la più antica forma vegetale piantata dall’uomo sia stata l’orzo, e tracce ritrovate in un villaggio francese attestano questa attività a circa diecimila anni.

E’ anche noto che – dopo i primi tentativi fatti con l’orzo – le coltivazioni di cereali si estesero in base al clima e al territorio per cui il frumento fu principalmente coltivato nella regione mediterranea, l’avena e la segale nelle aree del nord, il sorgo nel continente africano, il riso in Asia e il mais America.
Coltivato e utilizzato dall’uomo fin dai tempi più antichi, il grano o frumento ha – dunque – accompagnato l’evolversi della nostra civiltà.
Originario, pare, dell’Asia minore, nella zona cosiddetta “Mezzaluna Fertile” posta tra i grandi fiumi Tigri ed Eufrate, il grano è tra le prime piante coltivate dall’uomo dopo il passaggio dallo stato nomade a quello sedentario.
Alcune inconfutabili testimonianze attestano che la coltivazione e la raccolta di questo cereale e la sua susseguente macinazione e produzione di pane sono presenti e si ritrovano sia nell’antico Egitto sia in diverse altre antiche civiltà quali Assiri, Babilonesi e Cinesi.
Adatto ad essere macinato e a diventare farine, il frumento ha, la capacità di dare origine al pane azzimo; inoltre la farina, come è già noto, se mescolata ad acqua e lievitata, dà consistenza ad un impasto da cui se ne derivano pane, paste fresche e dolci da forno che restano alla base della nostra alimentazione, in particolare nelle aree mediterranee.

Sembra che siano stati gli egiziani a scoprire che lasciando fermentare l’impasto di farina si sviluppa gas capace di far gonfiare il pane; in tal senso in Egitto sono stati ritrovati, in alcune tombe lungo il corso del Nilo, affreschi che ritraggono la coltivazione del grano, la raccolta, la macinazione, la miscelatura e la cottura al forno e in una tomba è stata finanche ritrovata una forma di pane a focaccia piatta di circa 3.500 anni fa.
E’ dunque chiaro che, come s’ è già detto, sia il consumo di cereali e di granaglie di vario genere, sia la generalizzata esigenza di macina del grano, sia il progressivo incremento dei mulini e sia la stessa l’arte della molitura si configurano come elementi e momenti importanti e significativi della civiltà occidentale in quanto che i mulini hanno avuto, nel coso del tempi, incidenze correlate ad interessi d’ordine sociale, politico, economico e tecnologico molteplici e quanto mai varie ed interessanti.

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L’arte di “Figaro” e i barbieri di in un tempo lontano a Montella di Nino Tiretta

Il più famoso barbiere della storia, forse mai esistito in realtà, è Figaro, personaggio principale della famosa opera lirica “Il barbiere di Siviglia” di Gioacchino Rossini e delle “Nozze di Figaro” di Mozart per cui è grazie a queste popolari opere musicali che il termine “figaro” è divenuto sia un modo largamente diffuso per indicare questa professione sia un modo scherzoso, bonariamente ironico, per definirlo.
Tutti, comunque, sanno che il “barbiere” è l'addetto al taglio dei capelli e alla rasatura della barba ed è altresì noto che il lavoro di questo artigiano si svolge ordinariamente in bottega - detta comunemente “barberia” o anche “salone” – e che, in caso di necessità e su richiesta del cliente, il barbiere può intervenire anche a domicilio.
Quello del barbiere è , comunque, un mestiere antichissimo, ha origini “preistoriche” ed è universalmente noto che i barbieri, in un tempo lontanissimo, erano anche in grado di praticare piccoli interventi chirurgici, di fare un salasso, di eseguire l'estrazione di un dente nonché di svolgere le funzioni di cerusici,
Alcuni studi storici sostengono che già nell’era del Paleolitico inferiore colui che tagliava i capelli era persona appartenente ad un alto rango sociale, pari e quello dei saggi e dei sacerdoti.
Si credeva che nei capelli risiedesse l’anima del popolo per cui, tagliarli, significava simbolicamente spazzare sia il male accumulato sia ritrovare nuove energie.
I barbieri erano, dunque, persone riverite, rispettate e rispettabili.
Molti ritrovamenti archeologici nell’antico Egitto (risalenti al 3500 A.C.) testimoniano di pietre aguzze considerate utensili da barbiere.
La storia dei barbieri ha comunque avuto una lunga e costante evoluzione peraltro assai evidente nell’analisi degli “usi e costumi” degli antichi greci e romani.
Di fatto, è storicamente noto che furono proprio i romani ad “adottare la consuetudine” ad essere sempre rasati e ad avere i capelli a posto, ma solo perché essi avevano, di fatto, subito l’influenza ellenica.
Nell'antica Roma colui il quale svolgeva le funzioni di barbiere era denominato “tonsore“ ed era preposto sia all’azione per il taglio della barba sia a quella di parrucchiere per le acconciature dei capelli.
In quell’epoca il barbiere, privato e costoso per i più ricchi o pubblico nella sua bottega o all'aperto in strada, tagliava capelli e sistemava barbe e specificatamente già nel II secolo d.C. sussisteva - per i romani più raffinati - l'esigenza di recarsi più volte al giorno dal barbiere.
Nei suoi “Epigrammi” Marziale e Giovenale nelle sue “Satire” descrivono le botteghe dei barbieri (denominate “tonstrine”) come luogo d'incontro per oziosi, in cui c’era scambio di pettegolezzi nonché scambio di notizie, insomma un vero e variegato salotto di varia umanità, tanto che anche diversi pittori, dal secolo di Augusto in poi, ne fecero oggetto dei loro quadri così come già avevano fatto gli Alessandrini.

Nel primo periodo dell’Impero Romano, esattamente dal 296 A.C., con il sopraggiungere a Roma e nel Lazio della “gente barbara” e “straniera” si diffuse la moda di barbe e capelli lunghi per cui si ampliò, di molto, la diffusione e l’introduzione di vere e proprie “barberie”.
Come testimonia lo “scritto” di un senatore romano, la bottega del “tonsor” era così organizzata: tutt'intorno alle pareti girava una panca dove sedevano i clienti in attesa del loro turno, alle pareti erano appesi degli specchi sui quali i passanti controllavano la propria condizione “pilifera”, al centro della bottega vi era uno sgabello su cui sedeva il cliente da riordinare, coperto da una salvietta, grande o piccola, oppure da un camice (involucrum).
Attorno al cliente di turno si affannavano il “tonsor” e i suoi aiutanti (circitores) per tagliare o sistemare i capelli secondo la moda che in genere era quella dettata dall'imperatore in carica.
Forse fu dalla dimestichezza nell’uso dei rasoi e delle “cesoie” che derivò, dall’epoca del primo cristianesimo, la consuetudine, da parte dei barbieri, di offrire, oltre ai i servizi di taglio di capelli e di rasatura, anche alcune prestazioni chirurgiche.
Tra queste vi era il compito di effettuare salassi al fine di togliere le “impurità dal sangue.
Come già s’è detto prima, nell’antichità e con molta consuetudine dalla fine del diciannovesimo secolo in poi, il salasso era una pratica medica assai diffusa; tale azione consisteva nel prelevare (con l’applicazione anche di sanguisughe) quantità spesso considerevoli di sangue da un paziente alfine di ridurre l’apporto di sangue nelle arterie.
Tra le altre funzioni mediche i barbieri inglobavano anche l’estrazione dei denti, l’unica cura dentistica rappresentativa di quei tempi; inoltre i barbieri effettuavano clisteri ed incisioni di pustole e bolle varie, procuravano erbe ed altri medicamenti ai malati e ai feriti per cui quei barbieri, in quel tempo e in quelle circostanze, divennero noti come “barbieri-chirurghi”, assai ricercati tanto per i loro servizi di “barbatonsura” quanto per le loro competenze mediche.
In Inghilterra la figura dei barbiere era addirittura riconosciuta pubblicamente come qualificata tant’è che i barbieri ricevettero paghe abitualmente più alte dei chirurghi effettivi.
È di quel periodo la nascita di quello che fu per anni il simbolo e l’insegna dei negozi di barbiere vale a dire il bastone rotante a strisce rosse e bianche, che simboleggiavano la chirurgia (le rosse) e l’arte del barbiere (quelle bianche).

Con il tempo e il progredire delle competenze e delle esigenza mediche, vennero promulgate delle disposizioni legislative finalizzate a ridurre considerevolmente i servizi medici che i “barbieri-chirurghi” potevano assicurare; inizialmente fu comunque permesso loro la sola pratica dei salassi unitamente a quella della estrazione dei denti.
Successivamente anche queste ultime attività vennero loro precluse anche se, di fatto, la rimozione dei denti continuò ad essere praticata fino al XIX secolo e in alcuni casi fino agli inizi del secolo XX.
Fu così che, in Gran Bretagna, fino al 1745 le corporazioni di chirurghi e le corporazioni dei barbieri lavoravano insieme, poi - per volere di re Giorgio II – ebbe luogo la divisione che separò, di fatto, le due “gilde”. La professione di barbiere fu così ridotta solo alla cura dei capelli e della barba.
Analoga decisione prese poi re Luigi XIV di Francia, con conseguente e progressiva perdita di prestigio della professione in quella nazione e in tutte le altre d’ Europa tant’è che da allora i barbieri persero, in modo inconfutabile, la possibilità di effettuare quelle “pratiche mediche” e vissero, per un certo periodo, una fase in cui la loro professione era guardata con scherno, giacché i barbieri erano considerati individui dalle scarse capacità.
Fu comunque tra la fine del XIX e gli inizi del XX secolo che la bottega del barbiere divenne nuovamente un elemento importante per la comunità tanto è che in quel periodo si ritrovano barbieri in tutte le città e in tutte le piccole comunità, e le catene di negozi di barbierie cominciarono ad essere inaugurate.
I barbieri recuperarono il loro prestigio sociale e la loro attività ebbe una rinascita gloriosa, che per altro, motivò la ricerca di nuovi standard e regolamenti per rendere la professione più affidabile e prestigiosa.
Fu da quel periodo che gli uomini “ripresero” la consuetudine di frequentare i “saloni” dei barbieri, per rilassarsi e per godersi il lusso di una rasatura effettuata da un esperto barbiere il quale usava un profumato sapone e un pennello da barba, con grande delicatezza e talento e contestualmente era bravissimo nell’uso di un rasoio a mano libera.
La bottega del barbiere divenne anche un luogo dove gli uomini della comunità si riunivano per giocare a dama, a scacchi, dove si strimpellava qualche strumento musicale e si “faceva musica”, si raccontavano le ultime notizie, si discuteva dei raccolti, del prezzo delle sementi e in cui si parlava degli eventi più recenti.
Come in tantissimi centri abitativi d’Italia, tra la fine del XIX e gli inizi del XX secolo, anche a Montella le botteghe dei barbieri erano presenti in numero consistente e, di fatto, la professione del barbiere era un’attività largamente praticata,
Al tempo della mia lontana infanzia - negli anni “45-50” - ricordo che in paese funzionavano diversi “saloni”, per lo più concentrati in piazza Bartoli e in altre strade assai adiacenti.
Proprio all’inizio di Piazza Baroli, nel locale posto ad angolo, all’attuale civico numero uno, in quegli anni remoti vi era il “salone” di Luigi Savino, un “omone” dalla personalità assai ironica, allegra e cordiale il quale faceva anche l’orologiaio.
Nelle vicinanze, attiguo al Bar Scandone, c’era poi il barbiere Alfonso Sica dal carattere affabile e di molto gentile.
Era il mio barbiere e mi recavo dunque da lui, periodicamente, per il taglio dei capelli.
Ricordo che nella sua bottega erano, collocati su una mensola posta tra i due specchi centrali, dei capienti “boccacci” di vetro coperti con una tela poco fitta e colmi di acqua e di tante, tante sanguisughe.
Alfonso, come mi ha confermato il suo nipote Renato, era l’unico barbiere montellese in grado, su richiesta di un medico, ad applicare le sanguisughe, a domicilio, sia per ictus sia per altre necessità cliniche. Renato mi ha spiegato che le sanguisughe provenivano dal foggiano e il nonno, per lo più, le conservava a casa, in grossi vasi di gres, contenenti argilla umida ed acqua, anch’essi ricoperti con una tela.
Luigi Sica, parente di Alfonso, era anch’egli barbiere; era amichevolmente denominato “Presutto” e aveva la sua bottega accanto all’allora “Bar Cuozzo”, quello della “Maestra”, vale a dire nel locale dove oggi c’è l’edicola di giornali di Matteo Cianciulli.
Peppo Ginelli aveva invece la sua bottega in un locale distrutto dal sisma del 1980 che era attiguo all’attuale Biblioteca Comunale; quella bottega di barbiere fu chiusa allorquando il titolare emigrò, con l’intera famiglia, negli anni “50”, negli Stati Uniti e fu riutilizzata come “salone”, molti anni dopo, negli anni 70-80, da Fernando Iannella.
Sempre negli anni “45-50” lungo l’attuale via del Corso, in uno dei locali ove è allocata l’attuale “Farmacia SS. Salvatore”, la professione di barbiere era esercitata da Ferdinando De Stefano, detto “Nannuccio”, il marito di Flora Bettini e dunque il padre del mio amico d’infanzia Arnaldo.
Di contro nei locali dove è oggi ubicata la Farmacia Moscariello, negli anni in argomento, l’attività di barbiere era svolta da Angelo Vernacchio, un barbiere serio e abbastanza schivo.
Negli anni “60-70” il numero dei barbieri si incrementò, sia per inizio di attività, sia per subentro professionale e sia per naturale “ricambio generazionale”.
Fu così che al barbiere Alfonso Sica subentrò il figlio Vincenzo il quale, dal 1952, integrò la sua attività con la vendita di quotidiani, giornali e riviste varie divenendo, conseguenzialmente e suo malgrado, concorrente di Orazio Fierro, vale a dire l’altro ed unico edicolante di quel tempo.
Al barbiere Luigi Savino subentrò il figlio Pasqualino il quale tenne in esercizio il salone fino a quando, in anni susseguenti, emigrò, anch’egli in cerca di migliore fortuna, in Canada.
Di fronte alla mia abitazione, in uno dei locali del palazzo Cavallo, Mario Gambone proprio agli inizi degli anni ’70 iniziò la sua attività di barbiere.
Era semplicemente denominato “don Mario”, era appassionato di calcio e possedeva un carattere molto gioviale per cui molti giovani montellesi divennero da subito suoi fedeli clienti.
Anch’io divenni suo cliente, sia per comodità di vicinanza abitativa e sia per simpatia.
“Don Mario” è stato il mio “figaro” fino al 2002, vale a dire fino a quando ha lasciato la sua attività. Con lui ho tutt’ora un rapporto di amicizia e di stima anche perché egli è, per altro, uno dei miei ultimi e preziosi referenti per il riscontro per alcuni argomenti su cui scrivo
Ritornando ai barbieri ricordo che, nello stesso periodo, al Riarboro, Pasquale Vitale aprì un nuovo salone ma, in relazione forse ai pochi clienti trasformò, nel giro di qualche anno, la sua attività di barbiere in quella di “parrucchiere per signora”.
In quella stessa “epoca”, al termine dell’attuale via Filippo Bonavitacola e l’inizio di via F. Cianciulli il giovane (allora) Luigi Lepore aprì il suo negozio di barbiere per lunghi anni in attività ed assai frequentato. Luigi ebbe diversi apprendisti e uno di questi, Vincenzo Vitale, avviò un negozio, tutto suo, negli anni 70-75 in un locale quasi attiguo a quello del suo “mastro”.
Lungo via del Corso quando “Nannuccio” De Stefano andò in pensione suo figlio Cesare non volle continuare l’attività del padre prediligendo, con la sorella Teresa, fare anch’egli il “parrucchiere per signora”, esercitando tale attività presso la sua abitazione, di fronte alla Chiesa di Sant’Anna.
Nello stesso periodo iniziarono la loro attività di barbieri anche i fratelli Ernesto ed Aurelio Clemente i quali intuendo l’esigenza delle donne montellesi, convertirono, parallelamente a quanto fatto da Ernesto Sesso, la loro attività di barbieri in quella di “parrucchieri per signora”. Di fatto Ernesto è stato, coadiuvato da sua moglie Tittina, il primo parrucchiere montellese ed aveva il suo “laboratorio” in Via del Corso, in un locale dell’”americano”, di fronte al palazzo Marinari,
Ad Angelo Vernacchio, lungo la Via del Corso subentrò il figlio Salvatore il quale era soprannominato “Pinocchio” e restò in “servizio” fino agli anni “70”.
Ad Angelo Vernacchio subentrò poi Antonio Giannotti che proveniva da Battipaglia, in provincia di Salerno, dove aveva appreso e già svolto quell’attività. Antonio Giannotti fu, a onore di cronaca, un barbiere innovativo e “rivoluzionario”, nel senso che fu il primo barbiere montellese ad impiegare nuove tecniche nel taglio dei capelli e ad inserire la consuetudine del lavaggio dei capelli.
Per altro in quel periodo Antonio fu il primo ad esigere un “tariffario” motivato ed articolato per cui, all’epoca, per fare “una barba” si spendevano 250 Lire (pari ad € 0,13), per il “taglio di capelli” 1.000 Lire (€ 0,52) e per “shampoo e capelli” Lire 1.500, meno di un euro attuale, vale a dire …...... solo 0,77 centesimi di euro !!!!
In fondo alla via del Corso, nei pressi dell’allora “Bar Dello Buono”, Erminio Dello Buono, sempre in quel periodo, aprì un negozio da barbiere; egli era fratello di Leopoldo (che all’epoca gestiva una salumeria) e di Carmelino vale a dire il gestore dell’omonimo Bar. Assai intraprendente, Erminio, successivamente - ampliò il suo negozio annettendovi un servizio di “docce pubbliche”, con acqua calda, assicurata tramite una caldaia alimentata a legna.
Infine un altro negozio di barbiere fu avviato, a Fontana, da Salvatore Volpe, detto “Biasiello” il quale, dopo qualche tempo, lasciò quell’attività ed aprì una salumeria, assai nota e di lunga funzionalità.
L’elenco dei barbieri potrebbe ancora continuare ma non sono in grado di ampliarlo ulteriormente giacché la mia memoria, offuscata dall’età, ha difficoltà a “mettere a fuoco” altri nominativi.
Ho anche consapevolezza che, nel ricordare i barbieri innanzi elencati, ci sono sicuramente delle omissioni e delle imprecisioni dovute per lo più ai non sempre facili “riscontri di ricordi e di memoria” con i miei coetanei, ma l’elenco di quei lontani barbieri ha un suo valore e sta a significare che, ai tempi della mia infanzia, a Montella erano molti i barbieri in attività e dunque questa “professione” costituiva, unitamente a tantissimi altri mestieri, un elemento importante, un simbolo della civiltà della Montella di quegli anni lontani.
Al pari delle altre e molteplici attività artigianali praticate allora, quella del barbiere era un mestiere dignitoso e al tempo stesso modesto, che non assicurava grandi guadagni tant’è che, in quegli anni passati il barbiere, il più delle volte, era obbligato a svolgere, contestualmente, una seconda professione: ordinariamente quella dell’orologiaio o anche quella del sarto

C’ è comunque da dire che negli anni della mia infanzia, il lavoro del barbiere, come già detto, era assai diffuso e, rispetto a quello attuale, molto più semplice tant’è che gli arnesi, con i quali i barbieri lavoravano, si riducevano a pochi pezzi: il pennello da barba, il sapone, qualche rasoio, la pietra di allume, eventualmente la pietra per affilare – unitamente alla “strappa” di cuoio - i rasoi stessi, un pettine, un paio di forbici, la “tosatrice” che serviva per eseguire tagli di capelli a mano, una boccetta (contenete alcool) con pompa a spruzzo, cipria e a concludere: la spazzola per eliminare i residui capelli tagliati.

Ordinariamente gli elementi indispensabili per un negozio di barbiere includevano poltrone, specchi, mensole, sedie per i clienti in attesa, uno o due lavandini e qualche mobiletto in cui riporre tovaglie e prodotti vari; non vi erano dunque inclusi né lavandini, con acqua corrente, per il lavaggio dei capelli, né carrellini portaoggetti, né registratori di cassa, insomma niente di quando si vede, oggi, nei negozi denominati sia “Salone di bellezza unisex” o sia “Centri di “hayr stylist” che poi altro non sono che i soliti ……..negozi di parrucchieri e di acconciatori di capelli.

In altre parole: “una volta c’era il barbiere adesso c’è l’hair stylist, un po’ come dire che “un tempo c’era il cuoco ed ora c’è lo chef” ! .

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Confraternite, "congree" e procesioni nella tradizione montellese. di Nino Tiretta

“Le confraternite sono associazioni cristiane fondate allo scopo di suscitare l’aggregazione tra i fedeli, di esercitare opere di carità e di pietà e di incrementare il culto”. 
Esse sono costituite canonicamente in una chiesa con formale decreto dell'Autorità ecclesiastica che, sola, le può modificare o sopprimere; le confraternite hanno, comunque, uno statuto, un titolo, un nome ed una foggia particolare di abiti.

I componenti delle Confraternite conservano lo stato laico e restano nella vita secolare; essi non hanno quindi l'obbligo di prestare i voti, né di fare vita in comune, né di fornire il proprio patrimonio e la propria attività per la confraternita.

Recenti studi comproverebbero l'esistenza di confraternite in Europa forse già nel quarto secolo, in Francia nell'ottavo ed in Italia nel secolo successivo.

Queste associazioni laiche erano dunque presenti agli albori di questo millennio, sia nelle città che nei villaggi italiani ove svolgevano funzioni umanitarie.

Anche a Montella nel corso dei secoli passati sono “fiorite” numerose Confraternite, tutte collegate a ciascuna delle varie e numerose chiese esistenti.

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Scuole e maestri di tanto tempo fa, a Montella. di Nino Tiretta

Scuole e maestri di tanto tempo fa, a Montella.  Tra i ricordi reconditi della mia infanzia quelli che ho, negli ultimi tempi, cercato di “riordinare” al meglio sono - senza dubbio alcuno - quelli correlati al periodo della mia frequenza della scuola elementare, vale a dire un periodo riferito agli anni 1945-1950, un periodo storico in cui, nella fase conclusiva della disastrosa e tragica seconda guerra mondiale, si “registrava”, a Montella, un servizio scolastico assai particolare e, come è ovvio, di molto differente dalla situazione attuale.
Fu esattamente il 1945, l’anno in cui, avendo compiuto i sei anni, rientravo nell’obbligo di frequenza scolastica e pertanto la mia iscrizione e frequenza alla prima classe avvenne a Piazzavano, presso una scuola elementare allocata, in quell'epoca, nella proprietà Scandone, subito dopo l’imbocco di quella stradina.
Ricordo che in quella “scuola” erano in funzione solo due classi di pari grado; esse occupavano due ampie stanze, intercomunicanti, inzeppate di banchi, addossati l’uno all'altro, con scarsissimo spazio tanto è che ci si muoveva a fatica, si era condannati a stare, durante le lezioni, sempre seduti, con poche possibilità di “girare” in quell’ ambiente di molto angusto, saturo e ammorbato (considerata la scarsa pratica di igiene personale di allora) da un puzzo acre e “pesante” derivante, per lo più, dai vestiti impregnati di sudore, sporchi e a lungo indossati.

In quel periodo le famiglie, insieme alla miseria e alle molte privazioni, erano – anche su sollecitazione propagandistica del “fascio” - numericamente “abbondanti”, “si facevano molti figli” per cui, la “popolazione scolastica” era molto, molto consistente e dunque varie erano le scuole funzionanti per l’assolvimento dell’obbligo scolastico di fascia elementare.
A Montella gli unici edifici scolastici erano stati costruiti in piena “era fascista” , nel periodo in cui era Podestà, l’avvocato Vincenzo Bruni il quale si adoperò per la costruzione, appunto di due edifici uno a Sorbo e l’altro a Garzano.
L’avvocato Bruni fu “podestà” dal 1937 al 1943; fu un buon amministratore e va ricordato perché attivo “protagonista” sia nella realizzazione dell’ ”Acquedotto Alto Calore” (1938) sia nella realizzazione di tutta la rete idrica urbana, sia nella sistemazione di Piazza Bartoli sia per l’istallazione – nella medesima piazza - della monumentale fontana che ancor oggi vi troneggia con il suo alto zampillo centrale e gli altri 8 con getto rivolto verso il centro.
Fu sempre per iniziativa dell’avvocato Bruni che furono inoltre istallate le 16 fontane pubbliche in paese, che fu ampliata sia l’attuale via del Corso e sia tutta l’attuale via Don Minzoni la quale, da stradina angusta, fu trasformata (per la precisione nel 1935) in un’ampia arteria stradale utile per l’accesso alla “parte storica” del paese, arteria – all'epoca - dotata, sulla parte sinistra scendendo, di un alto muro con bianche pietre calcaree, a vista.
Come ho già scritto in un mio precedente “articolo”, ricordo che - nel 1945 - sugli edifici di Sorbo e Garzano “confluiva” esclusivamente l’iscrizione degli alunni obbligati, residenti in quei due “casali” e nelle zone assai circonvicine; tutti gli altri ragazzi erano invece accolti in numerose altre sedi scolastiche che, in assenza di specifici edifici, erano obbligatoriamente collocate in case private, date in locazione al Comune e per lo più distribuite in varie sedi sparpagliate nella restante parte del paese.
Nelle mie trascorse estati montellesi, conversando, in Piazza, “all'ombra della teglia”, con i vecchi amici d’infanzia, abbiamo “ricostruito” la collocazione di quei lontani “poli scolastici” e cosi Michele De Simone e Salvatore Fierro (miei cari amici nonché “referenti storici” dei miei ricordi), da me interpellati per la stesura di questo scritto, mi hanno ricordato che, antecedentemente alla costruzione del già citato edificio scolastico, “a partire da Sorbo (giù giù verso il centro di Montella, ossia verso la piazza) vi erano diverse sedi scolastiche. Le prime due sedi erano proprio a Sorbo, anch'esse locate in case private: una nei pressi del vecchio ed ormai inesistente Ufficio Postale (vale a dire presso la casa Salvatore Addesso), l’altra, con due classi, nei pressi della chiesa di San Michele, nella proprietà del maestro Rubino.

Nel rione San Simeone c’era un’altra sede, posta nei pressi della chiesa di Sant'Antonio Abate, nelle adiacenze dell’abitazione dell'insegnante Rodolfo Moscariello.
Scendendo ancora verso la piazza un’altra sede era collocata nell'abitazione di “Mangiapezze”, nella proprietà di Filippo ed Angelo De Stefano.
Un’altra ancora, con due aule, funzionava, nella proprietà di Sepe Domenico, nelle immediate vicinanze di Casa Natellis e di via Serrabocca; un’altra invece funzionava nell'attuale via Filippo Bonavitacola, nella casa De Stefano, di fronte al “Bar Roberto” ed un’altra ancora, nell'attuale Via Fratelli Pascale, in un fabbricato vicino all'odierno “Bar Romano”.
Oltre a quella di “Piazzavano” in quel periodo un’altra “scuola” era ubicata, lungo l’attuale via del Corso, vicino al Palazzo Schiavo, di fronte alla Chiesa di S. Anna, una scuola questa che ho ben presente avendovi frequentato la classe seconda (in cui ebbi come maestro Salvatore Ciociola e poi altri supplenti di cui non ricordo i nomi), la classe terza (ancora con la maestra Carmelina Granese) e la classe quarta (con la maestra Graziella Nargi)
.

Le aule erano solo due di cui una posta al primo piano e la seconda in cima, all’ultimo piano, in una stanza ricavata da un sottotetto che affacciava appunto sulle case di Piazzavano e sul giardino della famiglia Schiavo.
A tutte queste va da ultimo aggiunta la funzionalità di altre due sedi.
La prima, anch'essa con due aule, era ubicata in fondo all'attuale via Don Minzoni, in adiacenza dell’allora “Scuola Media Parificata Comunale”, nell’ ex Palazzo Passaro, ove, nell'anno scolastico 1949/50, ho frequentato la quinta classe, avendo come insegnante il maestro Umberto Pace.
La seconda sede si trovava invece lungo il Corso Umberto, esattamente “Avanti Corte”, all'inizio di Via Gambone; anch'essa era collocata in una proprietà privata, adiacente alla proprietà Gambone ed accoglieva, come mi ha ricordato Italo Fierro, ben sei classi !
Negli anni ‘50, forse perché era aumentata la frequenza scolastica, furono “create” altre tre “scuole”: la prima allocata in due stanze reperite nel palazzo appartenuto poi a Salvatore De Stefano, di fronte al “Cinema Fierro”, la seconda a Garzano, per due classi, nella proprietà Vincenzo Bruni e la terza, alla Cisterna, nella casa Camuso ove hanno funzionato fino al 1962 due classi e ove hanno insegnato Carmelino Bettini e Carlo Ciociola.
Le classi erano molto numerose, erano classi tutte maschili o tutte femminili e certe scuole elementari avevano addirittura entrate distinte per uomini e per donne; proprio come si fa oggigiorno per i servizi igienici.
Pur avendo un balconcino o una finestra, le aule erano aule poco luminose, arredate (come ho già ricordato parlando della scuola di Piazzavano) con banchi in legno,, quelli “di una volta”, stravecchi, a due o più posti, spesso anche a ribalta, scomodissimi, di dimensioni non adatte alle nostre taglie, con buchi utili ad incastrarvi il calamaio in cui intingevamo i “pennini” delle nostre penne a cannuccia.
La cattedra, era collocata di fronte e molto a ridosso alle fila dei banchi; era in posizione rialzata, su una pedana sulla quale “troneggiava” l’insegnante.

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Carbone e carbonai di una volta a Montella

Carbone e carbonai di una volta a Montella .  Il carbone a legna esiste da quando esiste il fuoco tant'è che lontanissime incisioni rupestre ne testimoniano l’uso antico così come tracce di carbone si trovano in reperti antropologici risalenti all'età del rame, vale adire a un'epoca compresa tra il 3.300 e il 3.100 a.C. .
La sua produzione ordinariamente avviene attraverso un procedimento che sfrutta una combustione imperfetta del legno, in condizioni di scarsa ossigenazione.
Più dettagliatamente il carbone a legna viene generato attraverso la tecnica della “carbonaia” che, in tempi lontani, consentiva di trasformare la legna utilizzando, preferibilmente, quella di faggio nonché quella di abete, larice, frassino, castagno, cerro e di pino.



La sua produzione fu praticata - per numerosi secoli - in gran parte del territorio montagnoso italiano, in quello alpinico, subappenninico ed appenninico per cui, nella generalità, i boschi italiani furono luoghi di lavoro per molti “carbonai”.
Il mestiere del carbonaio era molto diffuso – soprattutto nella prima metà del secolo scorso - tant'è che esso, tra i lavori della montagna, era quello che ne testimoniava meglio la durezza e la complessità.
Quello del carbonaio era infatti un mestiere antico, alquanto difficile da praticare, fatto di sapienza e di molta fatica, impegnativo; un mestiere in cui erano fondamentali sia l’esperienza e sia i legami con la montagna.
Per fare il carbonaio occorreva avere pratica e competenza e soprattutto era richiesto amore per la montagna, avere con lei un rapporto corretto, cioè possedere la consapevolezza che essa è vita e dunque esercitare, con naturalezza, un confronto corretto tra uomo e territorio tale da salvaguardarne ogni possibile equilibrio.
Era un mestiere complesso, in cui l’abilità manuale giocava un ruolo essenziale, un’attività che richiedeva zelo ed implicava abilità e procedure, decisamente complesse, che l’uomo tecnologico del duemila non riesce a immaginare. Per praticarlo occorrevano pochi strumenti che il carbonaio utilizzava con perizia e che, spesso, produceva con il legno che trovava nel bosco, ad eccezione della zappa e della pala.
Era un mestiere che non si apprendeva dai manuali, si apprendeva direttamente sul campo, in una palestra naturale, attraverso un lavoro che esigeva un lungo, paziente e defaticante tirocinio; un’attività appresa da giovanissimi e tramandata nel tempo dai propri genitori, praticata per numerosi secoli fino ai primi del '900.
I boschi italiani furono luogo di lavoro per molti di questi "artisti del fuoco" e Il carbone da loro prodotto (prima dell’arrivo del gas e dell’elettricità in tutte le case) era, molto richiesto soprattutto per il riscaldamento e per cucinare, per cui veniva trasportato verso le città, anche per altri usi, i più vari e disparati.
Come in altre realtà locali d'Italia, anche a Montella la produzione del carbone vegetale è stata, accanto a quella boschiva, una attività economica importante per parecchie generazioni nei secoli passati, fino agli anni '50 e '60 del secolo scorso.


Questa attività era per lo più di “appannaggio” di alcune famiglie che l’hanno a lungo esercitata, in esclusiva, soprattutto per tradizione e per competenza.
In previsione della stesura di questo articolo, come al solito, mi sono confrontato con alcuni mie amici, essenzialmente quasi miei coetanei ed insieme abbiamo, senz’altro con qualche imprecisione ed omissione, ricordato i “caraoniéri” presenti una volta a Montella.
Prevalentemente la maggior parte dei “caraoniéri” montellesi appartenevano alle famiglie Recupido, Sabatino e Gambone; erano queste le tre famiglie che per anni e anni sono stati i più esperti nella produzione del carbone, nei boschi delle nostre montagne .
Alla famiglia Recupido apparteneva Alessandro, il papà del mio amico e coetaneo “Totonno”, il quale, la scorsa estate, mi ha a dettagliatamente descritto, con passione e competenza, la fatica e il mestiere praticato, dai suoi progenitori.
“Totonno” mi ha detto che suo nonno Antonio Recupido era un abilissimo carbonaio in attività già alla fine dell’ ‘800.
Egli fu il capostipite di vari “caraoniéri” montellesi; abitava a San Silvestro, di fronte al palazzo Boccuti; tenne le sue “caraonere” a Verteglia, ai “Candraloni” e alla Celica.
La sua attività fu portata avanti dal figlio Alessandro (vale a dire il papà del mio amico) e in parallelo, lavorando in proprio, anche dai suoi fratelli Amato (che abitava in Via Piedipastini), Domenico (che abitava ai Ferrari), Salvatore (che abitava al Casaliello) e Vincenzo (il quale abitava sulla prima rampa della Libera).
Alessandro Recupido lavorò fino agli anni ’50 e l’ultimo “catuòzzo” l’allestì ai Candraloni.
Un altro mitico “caraoniére” montellese correlato alla famiglia Sabatino fu Rocco Sabatino il quale con la sua attività, all’epoca fece fortuna e divenne benestante tanto da acquistare, tra l’altro, un vasto terreno, quello attualmente circoscritto dalla via del Corso, via dietro Corte, Viale Europa e via Principe di Piemonte.
Alla sua persona era, tra l’altro, riferita la voce (rice ca….) secondo cui la svolta della sua fortuna economica fosse da attribuire al ritrovamento di un tesoro di monete d’oro, nascosto, nel cavo di un albero, da alcuni briganti.
Io l’ho conosciuto quando era ormai anziano perché era il papà di zia Peppa, la moglie di mio zio Matteo e ricordo di avergli chiesto conferma di quel “ritrovamento” e ricordo anche il suo “tiepido” diniego, ironico e alquanto sornioso.
Resta comunque il fatto che una volta zia Peppa, casualmente, mi mostrò alcuni “marenghi d’oro !
Nell’attuale Piazza Matteotti abitava Sabatino Salvatore, cioè il papà di Domenico, Virginio, Italo e di “Iuccia”.
Alla famiglia Sabatino apparteneva Carmine, che in vece abitava ai Ferrai e nella sua attività era aiutato dai figli Lorenzo, Salvatore, Amedeo e dalle varie sue figlie. Un suo cugino, Rocco Sabatino (omonimo del Rocco già citato) era anch’esso “caraoniére” e abitava in via San Silvestro.
A Fontana, in via Gambone, abitava Felice Gambone, detto “Boccaccio” anch’egli aiutato dal fratello Alfonso (che abitava in via Gamboni) e dai figli Salvatore (che abitava in via Fontana), Gerardo e Felice il quale abitava in via San Silvestro, sotto al “catafalco”.
Nello stesso rione abitava poi Salvatore Maio, detto anche “Turillo re Faone”; invece in via Gamboni abitava Albino Moscariello che, figlio” di Rosario, svolse l’attività di “caraoniére” oltre che a Montella anche a Capaccio, in provincia di Salerno
A Piazzavano abitava il caraoniére” Delli Gatti Giuseppe papà di Rinaldo, Virgilio e Giovanni.
La prima fase del lavoro dei carbonai consisteva nella preparazione della legna.
I carbonai tagliavano gli alberi, generalmente nel periodo di luna calante, in una parte di bosco loro assegnato, rispettando alcune disposizioni di legge che prevedevano un diradamento delle piante e non un esbosco.
Mio padre – Gualtiero Tiretta - era maresciallo forestale e, a proposito dei carbonai, mi diceva che per legge, dalla fine dell’800, la legna di faggio per fare carbone doveva provenire dai tagli di diradamento eseguiti nelle giovani faggete. Mi ricordava le cosiddette “martellate”.
Mio padre ed alcune sue vecchie foto relative alla "martellata"

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Le cantine di una volta a Montella di Nino Tiretta

“…...nella cantina, in giro rosseggia parco ai bicchieri l’amico dell’uomo, cui rimargina ferite e gli chiude solchi dolorosi,…. “>>>CONTINUA<

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Panni sporchi e lavandaie di una volta, anche a Montella di Nino Tiretta

La lavatrice moderna fu inventata negli Stati Uniti nel 1906, assemblando un mastello di legno con una pompa da giardino. Fu modificata nel 1930 dall'industria tedesca Miele la quale variò il primo movimento sussultorio continuo, in movimento ondulatorio circolare e reversibile.
Nell'aspetto e con la tecnologia simile a quella che conosciamo oggi, la lavatrice arrivò in Italia per la prima volta, nel 1946, alla fiera di Milano.
Nei primi tempi fu scambiata per una macchina per montare la panna a causa della grande quantità di schiuma che produceva e in Italia ebbe una lenta divulgazione.
Inizialmente la sua diffusione fu ostacolata sia dalle scarse disponibilità economiche delle famiglie di allora e sia dalla diffidenza delle donne verso qualunque dispositivo che sostituisse le loro abilità manuali.

Questo importante elettrodomestico cominciò a diffondersi alla fine degli anni ’50, molto lentamente, sostituendo così l’antichissimo mestiere delle lavandaie.
Tra gli elettrodomestici moderni la lavatrice è, a mio parere, quello che ha maggiormente cambiato il modo di vita quotidiana di una donna ed è considerato, non a torto, un fattore rilevante nella storia dell’emancipazione femminile.

 

Oggi basta il clic di un bottone per mettere in moto l’intero ciclo del lavaggio del bucato e in tal modo questo elettrodomestico affranca, con estrema semplicità, le donne dall'incombenza di “fare il bucato”.
Anche a Montella, prima della seconda metà degli anni ’60 l’unica opportunità per lavare e rendere puliti i panni era quella di fare il bucato direttamente in casa o, mancando l’acqua corrente nelle abitazioni, di andare a farlo al fiume portando la roba da lavare in capienti ceste e recando anche mastelli, spazzole e saponi.

In quel periodo le fontane pubbliche erano sprovviste di vasche per fare il bucato e le uniche due fontane adibite a lavatoi pubblici e munite di “strecolaturo” si trovavano una in via Piediserra, nelle adiacenze delle scale di via Ciociola e all'incrocio di via Piedipastini e l’altra al Largo dell’Ospizio, di fronte all'attuale parco giochi, prospiciente la sede dei Vigili del Fuoco.
Erano lavatoi molto “affollati” per cui, come mi ha ricordato un mio “anziano” amico di Montella, erano tante le “lavannare” che, per ovvie e pratiche motivazioni, spesse volte vi facevano il bucato alle prime luci dell’alba o anche durate la nottata.
Al fiume, con il grande vantaggio del non assembramento, per lavare i panni solitamente ci si sistemava in piccoli spazi con piani in pietra, lambiti dall’acqua, dove essenzialmente si svolgeva il risciacquo del bucato stando chine verso la corrente.
Soprattutto per le lavandaie di professione, il lavaggio dei panni al fiume era, perché svolto con molta frequenza, un lavoro duro, caratterizzato dal disagio di tenere le mani in frequente contatto con l’acqua e soprattutto contraddistinto dalla sofferenza peggiore del dover stare costantemente inginocchiate, protese in avanti, verso l’acqua del fiume, per insaponare, sciacquare, sbattere e strizzare i panni. Tale postura portò quelle povere donne a soffrire di quel classico processo infiammatorio clinicamente noto, appunto, come il “ginocchio della lavandaia”.

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“Ciucci”, “ferraciucci” e “trainieri” nella Montella di una volta

E’ a tutti noto che anche a Montella il termine dialettale “ciuccio” designa l’asino, vale a dire quell’animale che, nella società contadina meridionale del secolo scorso, era molto utilizzato.
Molto affine al cavallo, l’asino fu addomesticato dai sumeri verso il 3.000 a.C.
Per le sue caratteristiche era assai diffuso e utilizzato soprattutto in agricoltura e, per tale motivo, era definito “il cavallo dei poveri”.
Era apprezzato per la forza, la pazienza e la resistenza; perché, con piede fermo e saldo, era capace di posare gli zoccoli su terreni sassosi e impervi e rendeva preziosi servizi là dove il cavallo, molto più esigente, non avrebbe potuto vivere.
Veniva adoperato anche per il tiro di piccoli carretti, per il lavoro agricolo e, al tempo della mietitura e della vendemmia, per il trasporto di grano e di uva.
Serviva anche per azionare le macine dei mulini e per trasportare, con l’uso del basto, sacchi di castagne, legna, “fascine” nonché carichi di vario genere, soprattutto su terreni di grande pendenza e difficilmente percorribili.
Per queste specifiche finalità, come a tutti gli animali da soma, anche all’asino veniva legata (con robuste cinghie) sulla schiena la “varda” che (fatta da un sellaio con legno, cuoio e pelli) funzionava per l’aggancio – tramite funi – dei sacchi, della legna e, come s’è già detto, per i carichi di vario genere.



Fino agli anni ’70, per vecchia tradizione, moltissime famiglie contadine montellesi possedevano un asino che veniva custodito gelosamente in vista soprattutto dei lavori autunnali come la raccolta, sulle impervie pendici delle nostre montagne, delle castagne nonché per il trasporto di legna e anche per quello dei pesanti sacchi di grano ai mulini.
L’assenza di un asino in una famiglia di contadini significava una mancanza grave e spesso si era obbligati, come mi ha ricordato Ciccio Giannone, a richiederlo in “prestito” patteggiando e sottostando, in tali occasioni, “alla parte”, vale a dire al dover dividere, con il proprietario dell’animale, la merce trasportata, spesso anche la metà.
Gli asini venivano comprati per lo più in occasione delle tradizionali fiere paesane: a Montella alla Fiera dei Martiri (alla fine del mese di agosto), a Cassano alla Fiera di Montevergine (l’8 settembre), o anche a quelle di Nusco e di Lioni.



Nella generalità le case di Montella erano strutturate in modo da avere una sezione destinata all’abitazione e una sezione utilizzata per accogliere masserizie varie ed animali domestici.
La sezione abitativa era, rispetto al piano stradale, posta in un’area superiore; era raggiungibile tramite una ripida scala e per lo più era costituita da una cucina munita di “focagna” e “gratale” e da una o altre due stanze in cui dormivano i vari componenti della famiglia.
La stalla era dunque “sotto” la zona residenziale, prospiciente alla strada e delle volte si affacciava su un terreno corrispondente ad una parte perimetrale della stessa abitazione, in cui trovavano allocazione il “catuoio” (per i maiali), il “masonale” (per le galline) e la “conigliera” (per i conigli) .
Insieme a tutti gli altri animali domestici, anche il “ciuccio” era dunque alloggiato nella stalla, ne occupava una sezione di “riguardo”, ben riparata e, poiché era un autentico “capitale”, era tenuto con attenzione e curato adeguatamente.
Dunque, a tal fine la stalla veniva regolarmente pulita dal letame e quasi a giorni alterni si provvedeva a eliminare i rifiuti e il fieno vecchio. Periodicamente si lavava il pavimento per poi, una volta asciutto, cospargerlo, soprattutto nei mesi freddi di abbondante paglia, in modo da garantire all'animale calore e confort.


Nella realtà questo quadrupede esigeva poche cure e nella scelta del cibo non si mostrava difficile, poiché mangiava di tutto, per lo più erbe verdi, rami e cespugli, consumati allo stato selvatico nonché fieno e foraggi coltivati.
Era prodigo nel bere, infatti beveva anche dopo una lunga astinenza, caratteristica quest’ultima che gli consentiva di vivere anche nelle regioni più aride.
Ordinariamente il “ciuccio” era alimentato con un “truocchio” di fieno giornaliero, di circa 5-6 kg, fatto per lo più da erba medica, raccolta a giugno, essiccata, attorcigliata, appunto, a “truocchio” e conservata in un soppalco della stessa stalla.
L’asino aveva, come è ovvio, bisogno di essere mantenuto pulito e pertanto veniva strigliato e quasi quotidianamente gli si faceva una bella spazzolata e gli veniva tolto l’eventuale fango dagli zoccoli.
Come i cavalli ed i muli anche gli asini periodicamente dovevano essere condotti dal “ferraciuccio”, ossia dal maniscalco per il pareggio e la ferratura dell’animale.
Il “ferraciucci” era, in quegli anni lontani, un artigiano che esercitava l’arte della ferratura e nel suo lavoro collaborava strettamente con il proprietario che gli forniva tutte le informazioni sull’uso abituale dell’equino domestico in argomento.
Il padrone evidenziava le eventuali esigenze particolari e soprattutto evidenziava i probabili problemi riferiti all’andatura del suo asino.
La bravura del “ferraciuccio” si concretizzava nell’atto dell’adattamento e dell’applicazione del ferro che erano preceduti da una fase molto importante, quella del cosiddetto “pareggio” che consisteva nell’asportazione dell’eccessiva crescita delle varie parti dello zoccolo rivolte al suolo.

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I ricordi di Nino Tiretta: Il pane di una volta a Montella

A Montella negli anni 1939\40, al tempo della mia infanzia, nella generalità solo poche case erano fornite di un forno per la panificazione.  In quegli anni abitavo nel fabbricato di mio nonno Salvatore Ciociola, a due piani, posto prospiciente alla Piazza Sebastiano Bartoli, all'inizio del Corso Umberto e dell’attuale via Don Minzoni.
La casa al piano terra aveva un forno che, fatto a regola d’arte, veniva utilizzato per la cottura del pane che, a quei tempi, veniva per l’appunto “fatto in casa”...............>>>CONTINUA

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Antonio Recupido: un amico, un collega.

Recupido 05L’altro ieri, domenica 21 luglio, all’età di 79 anni,   è venuto a mancare Antonio Recupido. Lo chiamavamo, con affetto, “Totonno” e la sua scomparsa si aggiunge a quella di tanti e, tanti altri cari conoscenti ed amici.     Ecco dunque che la lista degli amici e delle persone care scomparse, ahimè, si allunga ancora con un elenco sempre più lungo e consistente, nel quale trovano posto amici di un’infanzia assai lontana, nel quale sono inclusi, tanto per ricordare, a mo’ d’esempio, qualche nome: Pio

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I giochi di una volta a Montella - Parte 3 (di Nino Tiretta)

( I giochi artigianali di una volta e... direttamente “costruiti” )

I giochi di una volta

Negli anni ’40-’50 per noi ragazzi, contrariamente ad oggi, non c’erano televisione, videogiochi, playstation e quant’altro dell’epoca corrente; fatti i compiti di scuola “sgusciavamo” in strada per raggiungere i nostri coetanei, per giocare insieme e per combinare tante e tante “monellerie”, fantasiose e imprevedibili. Avevo una larga e nutrita schiera di

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I giochi di una volta a Montella - Parte 2 (di Nino Tiretta)

001 Giochi 2

(I giochi di strada, femminili e maschili, di gruppo e d’intrattenimento)

Seconda Parte

Come già detto nella “Prima Parte” (già pubblicata ad agosto 2018) , negli anni ’45-’50 dello scorso secolo, sia nei giochi di “gruppo” e sia in quelli di “passatempo”, i maschietti e le femminucce giocavano per proprio conto, non c’era mescolanza e pertanto, già in età infantile, sussisteva una drastica separazione anche perché i giochi, riferiti al sesso, erano diversi. Di fatto sia le bimbe e sia i maschietti avevano giochi esclusivi, giochi da

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I giochi di una volta a Montella - Parte 1 (di Nino Tiretta)

1 GIOCHI 1A

(I giochi di strada, di gruppo e d’intrattenimento)

 Pedagogicamente parlando è a tutti noto che Il gioco segna un’azione formativa importate. 

La moderna pedagogia, sulla scorta della psicologia e di tutte le altre scienze collaterali, ha di fatto dimostrato che, inequivocabilmente, il gioco stimola l’inventiva, la curiosità, la manualità e l’ingegno e parallelamente ha documentato che esso concorre a far sì che il bambino, attraverso questa istintiva attività, sviluppi, progressivamente, la propria socialità nonché tutte le potenzialità necessarie per adattarsi ed avvicinarsi alla società degli adulti. 

Esistono varie forme di attività ludiche

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Pozzi, cisterne e fontane pubbliche a Montella negli anni '30 - '50 (ricordi e riflessioni di Nino Tiretta)

001Ai giorni odierni la disponibilità di acqua e di servizi igienici sono elementi ordinari di tutte le abitazioni.

Di contro, un tempo alquanto lontano, in tempi antecedenti alla mia infanzia, questi elementi erano del tutto inesistenti ed inimmaginabili soprattutto nelle residenze di Montella di una volta.

Ordinariamente, in quei tempi, la popolazione nelle proprie misere case non disponeva né di acqua né di “servizi igienici”.

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La scuola media a Montella negli anni 1950/53 (di Nino Tiretta)

Tiretta 01La frequenza della scuola elementare ebbe per me termine, all’età di undici anni, precisamente nell’anno 1950. Stando a quel che ricordo, dei miei vari compagni di classe moltissimi abbandonarono lo studio giacché, in quel tempo l’obbligo scolastico fino a 14 anni non ancora era stato istituito. Di fatto l’iscrizione alla “Scuola Media” era una possibilità accessibile a pochissimi ragazzi e il conseguimento della licenza media era un appannaggio di appena due italiani su dieci.

In sintesi in quel periodo la frequenza scolastica obbligatoria era limitata alla sola scuola elementare giacché “l'obbligo scolastico fino a 14 anni” fu istituito, con la Scuola Media Unica, nel 1963.

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Amare “troppo” gli animali, ossia quando cani e gatti prendono il posto degli umani! (di Nino Tiretta)

Dog 000Specificatamente, per principio, sono di molto contrario all'abbandono degli animali, alla caccia, alla sperimentazione animale, al loro allevamento intensivo, alla loro uccisione per ricavarne pellicce, al loro impiego nei circhi, alle corride, alle “mattanze”, alla loro totale reclusione ma non sono, comunque un fanatico sostenitore della “liberalizzazione animale” né mi sento votato ad un “vegetarismo” tanto da rinunciare a una bistecca e a quant'altro.

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Internet, Facebook, Whatsapp, PlayStation e video giochi vari fanno male? (di Nino Tiretta - da un libro di Manfred Spitzer)

001 SpitzerManfred Spitzer è un medico- psichiatria tedesco nonché professore a Harvard; attualmente dirige la Clinica psichiatrica e il Centro per le Neuroscienze e l’Apprendimento dell’Università di Ulm. E’ autore di numerosi saggi e studi nelle neuroscienze. In Italia ha ultimamente pubblicato "Solitudine digitale", edito da Corbaccio.
Nel suo libro "Solitudine digitale" l’autore mentre sostiene la necessità di sviluppare la mente attraverso l’uso dei nuovi “media”, parallelamente, ne raccomanda un uso comunque “parsimonioso”, “razionale” cioè tale da impedire che le nostre vite ne siano dominate e controllate.

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I sarti di una volta a Montella (di Nino Tiretta)

001 SARTO MONTELLAA Montella al tempo della mia infanzia, negli anni 1945\50, un’ attività artigianale molto diffusa era quella del sarto.

Ricordo che, fino al periodo degli anni 1954-55, in paese, le botteghe dei sarti erano parecchie,
generalmente concentrate in Piazza Bartoli e lungo l’attuale Via del Corso.

La parte antistante della “bottega”, prospiciente alla strada, era occupata per la lavorazione e in questa sezione si trovavano gli sgabelli per i lavoranti, il classico bancone (piuttosto alto e ricoperto di tessuto) e vi si trovavano poi tutta una serie di attrezzi utili a questa specifica attività artigianale. L’altra parte, era invece adibita a “camerino” per i clienti e serviva per le prove degli abiti; tale spazio era assai ridotto, arredato con uno specchio (alto e a piena persona) e per lo più occultato da una tenda scorrevole

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Matteo Fierro mio cugino (di Nino Tiretta)

Matteo FierroMatteo Fierro era un cugino al quale ero legato non solo per parentela ma, anche e soprattutto perché suo lontano amico d’infanzia e perché con lui avevo, inoltre, condivisione di principi, visioni di vita e modi d’essere. Aveva un carattere bello, simpatico, che ho imparato a conoscere ed apprezzare sin dalla nostra lontana infanzia, quando, con suo fratello e gli altri suoi cugini, passavamo i nostri pomeriggi, nel grande cortile prospiciente il “Cinema Fierro”, in giochi vari, fantasiosi e soprattutto in lunghe ed appassionanti partite di “calcetto”.
In passato, in costanza soprattutto di

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Ricordi: Scarpe e scarpari di una volta, a Montella (di Nino Tiretta)

1calzolaio 02La Scarpiera è un mobile oggi assai noto e presente pressoché in tutte le abitazioni. Ai tempi della mia lontana infanzia, negli anni 1940/50, questo tipo di arredo era assente e totalmente sconosciuto per il semplice fatto che, in quel periodo, il numero di scarpe di cui ciascuno disponeva era assai ridotto. In quegli anni possedevo solo tre tipi di calzature, fabbricate in forma artigianale e con l’uso esclusivo di pellami e di suole pesanti, così da poter durare a lungo ed essere sostituite solo quando non più riparabili o tramandabili ad altro fratello o parente prossimo.

Il primo tipo – da tenere per tutta la primavera - era costituito da un paio di scarpe ordinarie, “basse”, per intendersi, quelle che si allacciavano con l’uso di stringhe corte. Il secondo, un paio di sandali, detti “ad occhietto”, “sforati” e aperti sul dorso per mantenere fresco il piede durante il caldo estivo e che si bloccavano con una fibbia laterale.

Il terzo ed ultimo tipo, per l’inverno, era un paio di scarponi, con la tomaia alta e le

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