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Carbone e carbonai di una volta a Montella

Carbone e carbonai di una volta a Montella .  Il carbone a legna esiste da quando esiste il fuoco tant'è che lontanissime incisioni rupestre ne testimoniano l’uso antico così come tracce di carbone si trovano in reperti antropologici risalenti all'età del rame, vale adire a un'epoca compresa tra il 3.300 e il 3.100 a.C. .
La sua produzione ordinariamente avviene attraverso un procedimento che sfrutta una combustione imperfetta del legno, in condizioni di scarsa ossigenazione.
Più dettagliatamente il carbone a legna viene generato attraverso la tecnica della “carbonaia” che, in tempi lontani, consentiva di trasformare la legna utilizzando, preferibilmente, quella di faggio nonché quella di abete, larice, frassino, castagno, cerro e di pino.



La sua produzione fu praticata - per numerosi secoli - in gran parte del territorio montagnoso italiano, in quello alpinico, subappenninico ed appenninico per cui, nella generalità, i boschi italiani furono luoghi di lavoro per molti “carbonai”.
Il mestiere del carbonaio era molto diffuso – soprattutto nella prima metà del secolo scorso - tant'è che esso, tra i lavori della montagna, era quello che ne testimoniava meglio la durezza e la complessità.
Quello del carbonaio era infatti un mestiere antico, alquanto difficile da praticare, fatto di sapienza e di molta fatica, impegnativo; un mestiere in cui erano fondamentali sia l’esperienza e sia i legami con la montagna.
Per fare il carbonaio occorreva avere pratica e competenza e soprattutto era richiesto amore per la montagna, avere con lei un rapporto corretto, cioè possedere la consapevolezza che essa è vita e dunque esercitare, con naturalezza, un confronto corretto tra uomo e territorio tale da salvaguardarne ogni possibile equilibrio.
Era un mestiere complesso, in cui l’abilità manuale giocava un ruolo essenziale, un’attività che richiedeva zelo ed implicava abilità e procedure, decisamente complesse, che l’uomo tecnologico del duemila non riesce a immaginare. Per praticarlo occorrevano pochi strumenti che il carbonaio utilizzava con perizia e che, spesso, produceva con il legno che trovava nel bosco, ad eccezione della zappa e della pala.
Era un mestiere che non si apprendeva dai manuali, si apprendeva direttamente sul campo, in una palestra naturale, attraverso un lavoro che esigeva un lungo, paziente e defaticante tirocinio; un’attività appresa da giovanissimi e tramandata nel tempo dai propri genitori, praticata per numerosi secoli fino ai primi del '900.
I boschi italiani furono luogo di lavoro per molti di questi "artisti del fuoco" e Il carbone da loro prodotto (prima dell’arrivo del gas e dell’elettricità in tutte le case) era, molto richiesto soprattutto per il riscaldamento e per cucinare, per cui veniva trasportato verso le città, anche per altri usi, i più vari e disparati.
Come in altre realtà locali d'Italia, anche a Montella la produzione del carbone vegetale è stata, accanto a quella boschiva, una attività economica importante per parecchie generazioni nei secoli passati, fino agli anni '50 e '60 del secolo scorso.


Questa attività era per lo più di “appannaggio” di alcune famiglie che l’hanno a lungo esercitata, in esclusiva, soprattutto per tradizione e per competenza.
In previsione della stesura di questo articolo, come al solito, mi sono confrontato con alcuni mie amici, essenzialmente quasi miei coetanei ed insieme abbiamo, senz’altro con qualche imprecisione ed omissione, ricordato i “caraoniéri” presenti una volta a Montella.
Prevalentemente la maggior parte dei “caraoniéri” montellesi appartenevano alle famiglie Recupido, Sabatino e Gambone; erano queste le tre famiglie che per anni e anni sono stati i più esperti nella produzione del carbone, nei boschi delle nostre montagne .
Alla famiglia Recupido apparteneva Alessandro, il papà del mio amico e coetaneo “Totonno”, il quale, la scorsa estate, mi ha a dettagliatamente descritto, con passione e competenza, la fatica e il mestiere praticato, dai suoi progenitori.
“Totonno” mi ha detto che suo nonno Antonio Recupido era un abilissimo carbonaio in attività già alla fine dell’ ‘800.
Egli fu il capostipite di vari “caraoniéri” montellesi; abitava a San Silvestro, di fronte al palazzo Boccuti; tenne le sue “caraonere” a Verteglia, ai “Candraloni” e alla Celica.
La sua attività fu portata avanti dal figlio Alessandro (vale a dire il papà del mio amico) e in parallelo, lavorando in proprio, anche dai suoi fratelli Amato (che abitava in Via Piedipastini), Domenico (che abitava ai Ferrari), Salvatore (che abitava al Casaliello) e Vincenzo (il quale abitava sulla prima rampa della Libera).
Alessandro Recupido lavorò fino agli anni ’50 e l’ultimo “catuòzzo” l’allestì ai Candraloni.
Un altro mitico “caraoniére” montellese correlato alla famiglia Sabatino fu Rocco Sabatino il quale con la sua attività, all’epoca fece fortuna e divenne benestante tanto da acquistare, tra l’altro, un vasto terreno, quello attualmente circoscritto dalla via del Corso, via dietro Corte, Viale Europa e via Principe di Piemonte.
Alla sua persona era, tra l’altro, riferita la voce (rice ca….) secondo cui la svolta della sua fortuna economica fosse da attribuire al ritrovamento di un tesoro di monete d’oro, nascosto, nel cavo di un albero, da alcuni briganti.
Io l’ho conosciuto quando era ormai anziano perché era il papà di zia Peppa, la moglie di mio zio Matteo e ricordo di avergli chiesto conferma di quel “ritrovamento” e ricordo anche il suo “tiepido” diniego, ironico e alquanto sornioso.
Resta comunque il fatto che una volta zia Peppa, casualmente, mi mostrò alcuni “marenghi d’oro !
Nell’attuale Piazza Matteotti abitava Sabatino Salvatore, cioè il papà di Domenico, Virginio, Italo e di “Iuccia”.
Alla famiglia Sabatino apparteneva Carmine, che in vece abitava ai Ferrai e nella sua attività era aiutato dai figli Lorenzo, Salvatore, Amedeo e dalle varie sue figlie. Un suo cugino, Rocco Sabatino (omonimo del Rocco già citato) era anch’esso “caraoniére” e abitava in via San Silvestro.
A Fontana, in via Gambone, abitava Felice Gambone, detto “Boccaccio” anch’egli aiutato dal fratello Alfonso (che abitava in via Gamboni) e dai figli Salvatore (che abitava in via Fontana), Gerardo e Felice il quale abitava in via San Silvestro, sotto al “catafalco”.
Nello stesso rione abitava poi Salvatore Maio, detto anche “Turillo re Faone”; invece in via Gamboni abitava Albino Moscariello che, figlio” di Rosario, svolse l’attività di “caraoniére” oltre che a Montella anche a Capaccio, in provincia di Salerno
A Piazzavano abitava il caraoniére” Delli Gatti Giuseppe papà di Rinaldo, Virgilio e Giovanni.
La prima fase del lavoro dei carbonai consisteva nella preparazione della legna.
I carbonai tagliavano gli alberi, generalmente nel periodo di luna calante, in una parte di bosco loro assegnato, rispettando alcune disposizioni di legge che prevedevano un diradamento delle piante e non un esbosco.
Mio padre – Gualtiero Tiretta - era maresciallo forestale e, a proposito dei carbonai, mi diceva che per legge, dalla fine dell’800, la legna di faggio per fare carbone doveva provenire dai tagli di diradamento eseguiti nelle giovani faggete. Mi ricordava le cosiddette “martellate”.
Mio padre ed alcune sue vecchie foto relative alla "martellata"

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Le cantine di una volta a Montella di Nino Tiretta

“…...nella cantina, in giro rosseggia parco ai bicchieri l’amico dell’uomo, cui rimargina ferite e gli chiude solchi dolorosi,…. “>>>CONTINUA<

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Panni sporchi e lavandaie di una volta, anche a Montella di Nino Tiretta

La lavatrice moderna fu inventata negli Stati Uniti nel 1906, assemblando un mastello di legno con una pompa da giardino. Fu modificata nel 1930 dall'industria tedesca Miele la quale variò il primo movimento sussultorio continuo, in movimento ondulatorio circolare e reversibile.
Nell'aspetto e con la tecnologia simile a quella che conosciamo oggi, la lavatrice arrivò in Italia per la prima volta, nel 1946, alla fiera di Milano.
Nei primi tempi fu scambiata per una macchina per montare la panna a causa della grande quantità di schiuma che produceva e in Italia ebbe una lenta divulgazione.
Inizialmente la sua diffusione fu ostacolata sia dalle scarse disponibilità economiche delle famiglie di allora e sia dalla diffidenza delle donne verso qualunque dispositivo che sostituisse le loro abilità manuali.

Questo importante elettrodomestico cominciò a diffondersi alla fine degli anni ’50, molto lentamente, sostituendo così l’antichissimo mestiere delle lavandaie.
Tra gli elettrodomestici moderni la lavatrice è, a mio parere, quello che ha maggiormente cambiato il modo di vita quotidiana di una donna ed è considerato, non a torto, un fattore rilevante nella storia dell’emancipazione femminile.

 

Oggi basta il clic di un bottone per mettere in moto l’intero ciclo del lavaggio del bucato e in tal modo questo elettrodomestico affranca, con estrema semplicità, le donne dall'incombenza di “fare il bucato”.
Anche a Montella, prima della seconda metà degli anni ’60 l’unica opportunità per lavare e rendere puliti i panni era quella di fare il bucato direttamente in casa o, mancando l’acqua corrente nelle abitazioni, di andare a farlo al fiume portando la roba da lavare in capienti ceste e recando anche mastelli, spazzole e saponi.

In quel periodo le fontane pubbliche erano sprovviste di vasche per fare il bucato e le uniche due fontane adibite a lavatoi pubblici e munite di “strecolaturo” si trovavano una in via Piediserra, nelle adiacenze delle scale di via Ciociola e all'incrocio di via Piedipastini e l’altra al Largo dell’Ospizio, di fronte all'attuale parco giochi, prospiciente la sede dei Vigili del Fuoco.
Erano lavatoi molto “affollati” per cui, come mi ha ricordato un mio “anziano” amico di Montella, erano tante le “lavannare” che, per ovvie e pratiche motivazioni, spesse volte vi facevano il bucato alle prime luci dell’alba o anche durate la nottata.
Al fiume, con il grande vantaggio del non assembramento, per lavare i panni solitamente ci si sistemava in piccoli spazi con piani in pietra, lambiti dall’acqua, dove essenzialmente si svolgeva il risciacquo del bucato stando chine verso la corrente.
Soprattutto per le lavandaie di professione, il lavaggio dei panni al fiume era, perché svolto con molta frequenza, un lavoro duro, caratterizzato dal disagio di tenere le mani in frequente contatto con l’acqua e soprattutto contraddistinto dalla sofferenza peggiore del dover stare costantemente inginocchiate, protese in avanti, verso l’acqua del fiume, per insaponare, sciacquare, sbattere e strizzare i panni. Tale postura portò quelle povere donne a soffrire di quel classico processo infiammatorio clinicamente noto, appunto, come il “ginocchio della lavandaia”.

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“Ciucci”, “ferraciucci” e “trainieri” nella Montella di una volta

E’ a tutti noto che anche a Montella il termine dialettale “ciuccio” designa l’asino, vale a dire quell’animale che, nella società contadina meridionale del secolo scorso, era molto utilizzato.
Molto affine al cavallo, l’asino fu addomesticato dai sumeri verso il 3.000 a.C.
Per le sue caratteristiche era assai diffuso e utilizzato soprattutto in agricoltura e, per tale motivo, era definito “il cavallo dei poveri”.
Era apprezzato per la forza, la pazienza e la resistenza; perché, con piede fermo e saldo, era capace di posare gli zoccoli su terreni sassosi e impervi e rendeva preziosi servizi là dove il cavallo, molto più esigente, non avrebbe potuto vivere.
Veniva adoperato anche per il tiro di piccoli carretti, per il lavoro agricolo e, al tempo della mietitura e della vendemmia, per il trasporto di grano e di uva.
Serviva anche per azionare le macine dei mulini e per trasportare, con l’uso del basto, sacchi di castagne, legna, “fascine” nonché carichi di vario genere, soprattutto su terreni di grande pendenza e difficilmente percorribili.
Per queste specifiche finalità, come a tutti gli animali da soma, anche all’asino veniva legata (con robuste cinghie) sulla schiena la “varda” che (fatta da un sellaio con legno, cuoio e pelli) funzionava per l’aggancio – tramite funi – dei sacchi, della legna e, come s’è già detto, per i carichi di vario genere.



Fino agli anni ’70, per vecchia tradizione, moltissime famiglie contadine montellesi possedevano un asino che veniva custodito gelosamente in vista soprattutto dei lavori autunnali come la raccolta, sulle impervie pendici delle nostre montagne, delle castagne nonché per il trasporto di legna e anche per quello dei pesanti sacchi di grano ai mulini.
L’assenza di un asino in una famiglia di contadini significava una mancanza grave e spesso si era obbligati, come mi ha ricordato Ciccio Giannone, a richiederlo in “prestito” patteggiando e sottostando, in tali occasioni, “alla parte”, vale a dire al dover dividere, con il proprietario dell’animale, la merce trasportata, spesso anche la metà.
Gli asini venivano comprati per lo più in occasione delle tradizionali fiere paesane: a Montella alla Fiera dei Martiri (alla fine del mese di agosto), a Cassano alla Fiera di Montevergine (l’8 settembre), o anche a quelle di Nusco e di Lioni.



Nella generalità le case di Montella erano strutturate in modo da avere una sezione destinata all’abitazione e una sezione utilizzata per accogliere masserizie varie ed animali domestici.
La sezione abitativa era, rispetto al piano stradale, posta in un’area superiore; era raggiungibile tramite una ripida scala e per lo più era costituita da una cucina munita di “focagna” e “gratale” e da una o altre due stanze in cui dormivano i vari componenti della famiglia.
La stalla era dunque “sotto” la zona residenziale, prospiciente alla strada e delle volte si affacciava su un terreno corrispondente ad una parte perimetrale della stessa abitazione, in cui trovavano allocazione il “catuoio” (per i maiali), il “masonale” (per le galline) e la “conigliera” (per i conigli) .
Insieme a tutti gli altri animali domestici, anche il “ciuccio” era dunque alloggiato nella stalla, ne occupava una sezione di “riguardo”, ben riparata e, poiché era un autentico “capitale”, era tenuto con attenzione e curato adeguatamente.
Dunque, a tal fine la stalla veniva regolarmente pulita dal letame e quasi a giorni alterni si provvedeva a eliminare i rifiuti e il fieno vecchio. Periodicamente si lavava il pavimento per poi, una volta asciutto, cospargerlo, soprattutto nei mesi freddi di abbondante paglia, in modo da garantire all'animale calore e confort.


Nella realtà questo quadrupede esigeva poche cure e nella scelta del cibo non si mostrava difficile, poiché mangiava di tutto, per lo più erbe verdi, rami e cespugli, consumati allo stato selvatico nonché fieno e foraggi coltivati.
Era prodigo nel bere, infatti beveva anche dopo una lunga astinenza, caratteristica quest’ultima che gli consentiva di vivere anche nelle regioni più aride.
Ordinariamente il “ciuccio” era alimentato con un “truocchio” di fieno giornaliero, di circa 5-6 kg, fatto per lo più da erba medica, raccolta a giugno, essiccata, attorcigliata, appunto, a “truocchio” e conservata in un soppalco della stessa stalla.
L’asino aveva, come è ovvio, bisogno di essere mantenuto pulito e pertanto veniva strigliato e quasi quotidianamente gli si faceva una bella spazzolata e gli veniva tolto l’eventuale fango dagli zoccoli.
Come i cavalli ed i muli anche gli asini periodicamente dovevano essere condotti dal “ferraciuccio”, ossia dal maniscalco per il pareggio e la ferratura dell’animale.
Il “ferraciucci” era, in quegli anni lontani, un artigiano che esercitava l’arte della ferratura e nel suo lavoro collaborava strettamente con il proprietario che gli forniva tutte le informazioni sull’uso abituale dell’equino domestico in argomento.
Il padrone evidenziava le eventuali esigenze particolari e soprattutto evidenziava i probabili problemi riferiti all’andatura del suo asino.
La bravura del “ferraciuccio” si concretizzava nell’atto dell’adattamento e dell’applicazione del ferro che erano preceduti da una fase molto importante, quella del cosiddetto “pareggio” che consisteva nell’asportazione dell’eccessiva crescita delle varie parti dello zoccolo rivolte al suolo.

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I ricordi di Nino Tiretta: Il pane di una volta a Montella

A Montella negli anni 1939\40, al tempo della mia infanzia, nella generalità solo poche case erano fornite di un forno per la panificazione.  In quegli anni abitavo nel fabbricato di mio nonno Salvatore Ciociola, a due piani, posto prospiciente alla Piazza Sebastiano Bartoli, all'inizio del Corso Umberto e dell’attuale via Don Minzoni.
La casa al piano terra aveva un forno che, fatto a regola d’arte, veniva utilizzato per la cottura del pane che, a quei tempi, veniva per l’appunto “fatto in casa”...............>>>CONTINUA

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Antonio Recupido: un amico, un collega.

Recupido 05L’altro ieri, domenica 21 luglio, all’età di 79 anni,   è venuto a mancare Antonio Recupido. Lo chiamavamo, con affetto, “Totonno” e la sua scomparsa si aggiunge a quella di tanti e, tanti altri cari conoscenti ed amici.     Ecco dunque che la lista degli amici e delle persone care scomparse, ahimè, si allunga ancora con un elenco sempre più lungo e consistente, nel quale trovano posto amici di un’infanzia assai lontana, nel quale sono inclusi, tanto per ricordare, a mo’ d’esempio, qualche nome: Pio

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I giochi di una volta a Montella - Parte 3 (di Nino Tiretta)

( I giochi artigianali di una volta e... direttamente “costruiti” )

I giochi di una volta

Negli anni ’40-’50 per noi ragazzi, contrariamente ad oggi, non c’erano televisione, videogiochi, playstation e quant’altro dell’epoca corrente; fatti i compiti di scuola “sgusciavamo” in strada per raggiungere i nostri coetanei, per giocare insieme e per combinare tante e tante “monellerie”, fantasiose e imprevedibili. Avevo una larga e nutrita schiera di

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I giochi di una volta a Montella - Parte 2 (di Nino Tiretta)

001 Giochi 2

(I giochi di strada, femminili e maschili, di gruppo e d’intrattenimento)

Seconda Parte

Come già detto nella “Prima Parte” (già pubblicata ad agosto 2018) , negli anni ’45-’50 dello scorso secolo, sia nei giochi di “gruppo” e sia in quelli di “passatempo”, i maschietti e le femminucce giocavano per proprio conto, non c’era mescolanza e pertanto, già in età infantile, sussisteva una drastica separazione anche perché i giochi, riferiti al sesso, erano diversi. Di fatto sia le bimbe e sia i maschietti avevano giochi esclusivi, giochi da

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I giochi di una volta a Montella - Parte 1 (di Nino Tiretta)

1 GIOCHI 1A

(I giochi di strada, di gruppo e d’intrattenimento)

 Pedagogicamente parlando è a tutti noto che Il gioco segna un’azione formativa importate. 

La moderna pedagogia, sulla scorta della psicologia e di tutte le altre scienze collaterali, ha di fatto dimostrato che, inequivocabilmente, il gioco stimola l’inventiva, la curiosità, la manualità e l’ingegno e parallelamente ha documentato che esso concorre a far sì che il bambino, attraverso questa istintiva attività, sviluppi, progressivamente, la propria socialità nonché tutte le potenzialità necessarie per adattarsi ed avvicinarsi alla società degli adulti. 

Esistono varie forme di attività ludiche

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Pozzi, cisterne e fontane pubbliche a Montella negli anni '30 - '50 (ricordi e riflessioni di Nino Tiretta)

001Ai giorni odierni la disponibilità di acqua e di servizi igienici sono elementi ordinari di tutte le abitazioni.

Di contro, un tempo alquanto lontano, in tempi antecedenti alla mia infanzia, questi elementi erano del tutto inesistenti ed inimmaginabili soprattutto nelle residenze di Montella di una volta.

Ordinariamente, in quei tempi, la popolazione nelle proprie misere case non disponeva né di acqua né di “servizi igienici”.

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La scuola media a Montella negli anni 1950/53 (di Nino Tiretta)

Tiretta 01La frequenza della scuola elementare ebbe per me termine, all’età di undici anni, precisamente nell’anno 1950. Stando a quel che ricordo, dei miei vari compagni di classe moltissimi abbandonarono lo studio giacché, in quel tempo l’obbligo scolastico fino a 14 anni non ancora era stato istituito. Di fatto l’iscrizione alla “Scuola Media” era una possibilità accessibile a pochissimi ragazzi e il conseguimento della licenza media era un appannaggio di appena due italiani su dieci.

In sintesi in quel periodo la frequenza scolastica obbligatoria era limitata alla sola scuola elementare giacché “l'obbligo scolastico fino a 14 anni” fu istituito, con la Scuola Media Unica, nel 1963.

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Amare “troppo” gli animali, ossia quando cani e gatti prendono il posto degli umani! (di Nino Tiretta)

Dog 000Specificatamente, per principio, sono di molto contrario all'abbandono degli animali, alla caccia, alla sperimentazione animale, al loro allevamento intensivo, alla loro uccisione per ricavarne pellicce, al loro impiego nei circhi, alle corride, alle “mattanze”, alla loro totale reclusione ma non sono, comunque un fanatico sostenitore della “liberalizzazione animale” né mi sento votato ad un “vegetarismo” tanto da rinunciare a una bistecca e a quant'altro.

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Internet, Facebook, Whatsapp, PlayStation e video giochi vari fanno male? (di Nino Tiretta - da un libro di Manfred Spitzer)

001 SpitzerManfred Spitzer è un medico- psichiatria tedesco nonché professore a Harvard; attualmente dirige la Clinica psichiatrica e il Centro per le Neuroscienze e l’Apprendimento dell’Università di Ulm. E’ autore di numerosi saggi e studi nelle neuroscienze. In Italia ha ultimamente pubblicato "Solitudine digitale", edito da Corbaccio.
Nel suo libro "Solitudine digitale" l’autore mentre sostiene la necessità di sviluppare la mente attraverso l’uso dei nuovi “media”, parallelamente, ne raccomanda un uso comunque “parsimonioso”, “razionale” cioè tale da impedire che le nostre vite ne siano dominate e controllate.

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I sarti di una volta a Montella (di Nino Tiretta)

001 SARTO MONTELLAA Montella al tempo della mia infanzia, negli anni 1945\50, un’ attività artigianale molto diffusa era quella del sarto.

Ricordo che, fino al periodo degli anni 1954-55, in paese, le botteghe dei sarti erano parecchie,
generalmente concentrate in Piazza Bartoli e lungo l’attuale Via del Corso.

La parte antistante della “bottega”, prospiciente alla strada, era occupata per la lavorazione e in questa sezione si trovavano gli sgabelli per i lavoranti, il classico bancone (piuttosto alto e ricoperto di tessuto) e vi si trovavano poi tutta una serie di attrezzi utili a questa specifica attività artigianale. L’altra parte, era invece adibita a “camerino” per i clienti e serviva per le prove degli abiti; tale spazio era assai ridotto, arredato con uno specchio (alto e a piena persona) e per lo più occultato da una tenda scorrevole

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Matteo Fierro mio cugino (di Nino Tiretta)

Matteo FierroMatteo Fierro era un cugino al quale ero legato non solo per parentela ma, anche e soprattutto perché suo lontano amico d’infanzia e perché con lui avevo, inoltre, condivisione di principi, visioni di vita e modi d’essere. Aveva un carattere bello, simpatico, che ho imparato a conoscere ed apprezzare sin dalla nostra lontana infanzia, quando, con suo fratello e gli altri suoi cugini, passavamo i nostri pomeriggi, nel grande cortile prospiciente il “Cinema Fierro”, in giochi vari, fantasiosi e soprattutto in lunghe ed appassionanti partite di “calcetto”.
In passato, in costanza soprattutto di

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Ricordi: Scarpe e scarpari di una volta, a Montella (di Nino Tiretta)

1calzolaio 02La Scarpiera è un mobile oggi assai noto e presente pressoché in tutte le abitazioni. Ai tempi della mia lontana infanzia, negli anni 1940/50, questo tipo di arredo era assente e totalmente sconosciuto per il semplice fatto che, in quel periodo, il numero di scarpe di cui ciascuno disponeva era assai ridotto. In quegli anni possedevo solo tre tipi di calzature, fabbricate in forma artigianale e con l’uso esclusivo di pellami e di suole pesanti, così da poter durare a lungo ed essere sostituite solo quando non più riparabili o tramandabili ad altro fratello o parente prossimo.

Il primo tipo – da tenere per tutta la primavera - era costituito da un paio di scarpe ordinarie, “basse”, per intendersi, quelle che si allacciavano con l’uso di stringhe corte. Il secondo, un paio di sandali, detti “ad occhietto”, “sforati” e aperti sul dorso per mantenere fresco il piede durante il caldo estivo e che si bloccavano con una fibbia laterale.

Il terzo ed ultimo tipo, per l’inverno, era un paio di scarponi, con la tomaia alta e le

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Libri: “Tentazione” di Janos Szekely (di Nino Tiretta)

Apertura ArticoloHo da poco conclusa la lettura di un libro di Janos Szekely, uno scrittore poco noto, che, di recente, mi è stato segnalato da alcuni amici, come me, interessati e appassionati alla buona lettura.

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Ricordi: Le scuole a Montella negli anni 45/50/60 (di Nino Tiretta)

alunni 3Secondo le disposizioni ministeriali anche quest’anno le iscrizioni alle classi iniziali di scuola elementare si effettuano on line dal 22 gennaio 2016 al 22 febbraio 2016. “Iscrizioni on line”, vale a dire attraverso una procedura che ha inizio nel registrarsi, telematicamente, sul sito web www.iscrizioni.istruzione.it, una procedura

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Mi presento e segnalo agli amici Montella.eu una scrittrice e i suoi libri (di Nino Tiretta)

Tiretta foto 01Sono Giovanni Tiretta e certamente per tantissimi amici di Montella.eu sono “un perfetto sconosciuto” mentre per altri, soprattutto miei coetanei, sono familiarmente conosciuto come “Nino Tiretta”. Dunque, attraverso queste successive ed essenziali connotazioni personali, specificatamente “mi presento” a quelli che, a tutt’oggi, con me non hanno alcuna familiarità. Sono nato nel 1939 e mi sento montellese “doc” giacché a Montella ho vissuto tutta la mia infanzia e tutta la mia gioventù, vale a dire i periodi più belli della mia vita. Mio padre, Gualtiero Tiretta, era maresciallo forestale, di origine veneta che venne, a Montella nel 1926 ove conobbe e sposò mia madre, Flora Ciociola che era sorella di Matteo Ciociola che ha gestito, con sua mogie zia Peppinella, il “sale e tabacchi” posto al

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