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Criminalità e paure superstiziose di Mario Garofalo

001 Il Seicento a Montella Criminalità e paure superstiziose di Mario Garofalo L'esteso territorio del Montellese, con le 002 Il Seicento a Montellasue montagne, i boschi intricati di vegetazione, anfratti e zone rupestri con grotte e bui recessi per animali selvaggi, aveva da secoli costituito un naturale rifugio protettivo e difensivo per briganti e delinquenti ricercati dalla giustizia.
Il brigantaggio era stata gravissima malapianta e fonte di danni per gli abitanti fin dai tempi della dominazione angioina. Nel tempo era andato sempre più intensificandosi, fino ad assumere la connotazione di un fenomeno criminoso a carattere endemico: una cancrena inestirpabile, contro cui le norme repressive del governo e dei baroni (il cui comportamento, per altro, era talvolta, nei confronti dei briganti, ambiguo, contraddittorio ed "interessato") scarso successo riuscivano a conseguire.
003 Il Seicento a MontellaNel Seicento, le precarie condizioni economiche della popolazione, le epidemie, le calamità, il lassismo morale, il malgoverno feudale favorirono uno sviluppo vertiginoso del banditismo e della criminalità comune.
Dalle zone montagnose i banditi scendevano in paese, intimorivano e depredavano, impedivano alle persone di fuoriuscire dai centri abitati per svolgere le attività lavorative e commerciali.
Commettevano impunemente furti, grassazioni, sequestri, stupri ed omicidi, incendiavano i raccolti, rubavano le bestie da lavoro. Si riunivano in piccole bande, spesso costituite da persone del posto, a cui si aggregavano vagabondi e nullafacenti, e talvolta con­tadini o braccianti, caduti in miseria o per un raccolto distrut­to da una grandinata o impossibilitati a saldare debiti usurari, o ricercati dalla giustizia per reati commessi.

Eco Irpinia 1868 Montella

Ma la loro azione criminosa mai si configurò come protesta sociale mossa da antagonismo cli classe o da finalità politiche, né come manife­stazione cli vendette personali, bensì come mera sete cli denaro e di ricchezze.
006 Il seicento a MontellaDi qui il favoleggiare, nella fantasia popolare, di leggendari "tesori di briganti" nascosti sottoterra o in grotte inaccessibili, come il tesoro della "grotta del caprone", custodito e difeso perennemente dal fantasma di un'anima perduta, costretta ad un'eterna convivenza col demonio.

Particolarmente violente furono le azioni delittuose della banda del capobanclito Micullo Alfano e cli quella di Francesco Corsi o ( detto Vecchiarella) che scorrazzavano con razzie ed «enormi delitti» nelle contrade di Montella e della vicina università cli Bagnoli •

 

Oltremodo facinorose si dimostrarono nel periodo postpestilenziale le squadre brigantesche del montefuscano Carlo Petrillo e del calabrese Paolo Fioretti, che, per altro, poterono avvalersi della tacita connivenza del barone Antonio Grimaldi interessato a reprimere le resistenze della popolazione angariata dall'imposizione cli straordinarie gabelle ed a restaurare l'ordine preesistente. Petrillo e Fioretti, che congiuntamente avevano formato una numerosa banda, costituita da malviven­ti, da soldati disertori e da vari masnadieri (circa 160 persone), commettevano razzie, furti e rapine.

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Nel 1657 avevano osato assalire persino i vatecali che commerciavano, approvvigionan­do i centri, il grano proveniente dalla Puglia, costringendo la Regia Dogana di Foggia ad inviare una guarnigione di trenta soldati ai confini con la Capitanata per contrastare le loro incursioni e saccheggi•
Alle azioni criminose dei banditi si sommarono allora gli innumerevoli delitti e reati commessi dalla delinquenza locale. Il secolo precedente si era chiuso con l'annotazione di un delitto orrendo e clamoroso, che aveva scosso la comunità, pur da sempre avvezza a notizie funeste. Una giovane donna (il cui nome viene omesso nel libro dei morti) era perita «per morte violenta e vituperosa, per bavere ammazzata sua madre, nomine Cornelia».
• Per tutto il secolo seguente (ma nel registro dei morti man­cano i fogli per gli anni da 1611 al 1623) la teoria degli assas­sinii sembrava interminabile.

 

009 Il seicento a MontellaDal 1623 al 1634 si contavano 31 uccisi, dal 1635 al 1688 altri 58! I delitti venivano perpetrati in tutte le categorie sociali. Vennero ammazzate 27 donne, 13 ecclesiastici, tra i quali spiccavano i nomi di influenti chierici, sacerdoti e canonici, come il primicerio D.  Antonio Gambone, D. Giovanni Lepore rettore della chiesa del Carmine, D. Giovanni Giacomo lannello mentre con il vescovo di Nusco si recava al monastero del Monte nel giorno della festa della Madonna della Neve, D. Francesco Verderosa canonico e vicario foraneo, D. Nicola Abiosi, membro di una della famiglie più potenti dell'università. A colpi di schioppo, di archibugio, di coltello od ascia vennero anche massacrati due medici, un notaio, due dottori in legge, un giurato e addirittura il giudice delle seconde cause Felice Terribile, anche questi membro di ricca e cospicua famiglia del paese.
Delitti e reati commessi da «ladroni di strada» e da «forbanniti» restavano quasi sempre impuniti. L'università poteva perseguire soltanto i misfatti perpetrati nel proprio territorio. Il delinquente che riusciva a varcare i confini era salvo. Né poteva a quel tempo l'università pagare, per le sue estreme de­ficienze finanziarie, una compagnia di soldati armati per contrastare la criminalità. Né tanto meno il barone, privato del potere del misto imperio ac gladiis, era propenso a sostenere la spesa di un corpo di guardia armato per la difesa e la incolu­mità dei suoi vassalli e sudditi.
010 Il Seicento a Montella L'amministrazione si limitava ad emettere giudizi di contumacia o di messa «al bando», con promessa di taglia per chi forniva fattiva collaborazione per la cattura o chi ammazzava i criminali ricercati. Né mancarono, per il miraggio della taglia, i «giustizieri». Molte teste tagliate furono esibite ai giudici. Nella Piazza Maggiore dell'università dal 1625 al 1651 furono eseguite 11 impiccagioni di malfattori, in uno scenario maca­bro, che vide la partecipazione plaudente della popolazione.
011 Il Seicento a Montella Per tutti gli altri reati, diversi dal banditismo, l'amministra­zione della giustizia era regolata da precise norme emanate da numerose prammatiche vicereali. Per le trasgressioni civili di breve entità erano previste delle corrispettive pene pecuniarie. Svariati erano i crimini punibili: lesa maestà, eresia, bestemmia , furto, violenza fisica, falsificazione, sodomia, sofisticazione ed inganno alimentare, adulterio, ruffianeria etc. Negli interrogatori giudiziari, espletati dal capitano e giudici annali, veniva largamente utilizzata la tortura .
012 Il Seicento a Montella La detenzione carceraria, trascorsa negli angusti locali ubicati a lato del palazzo del parlamento cittadino nella piazza centrale, era durissima soprattutto per le gravi carenze igienicosanitarie. Le spese di manutenzione (vitto, alloggio, pulizia etc.) erano a ca­rico del detenuto.
In questo clima fosco, materiato di uccisioni, di odi, di vendette, di atti criminosi impressionanti per ferocia e ripetiti­vità, in un periodo storico connotato dalla povertà, dalla insi­curezza e dalla conseguente fragilità psicologica, non fu diffi­cile nei ceti popolari più sprovveduti e meno acculturati il sor­gere di paure superstiziose, di leggende «nere» e di misteriose credenze. Nacquero allora i primi racconti immaginifici sul re­gno oscuro dei defunti, sulle terribili apparizioni di fantasmi, sulla paura dei camposanti visitati alla «condrora» (afoso pomeriggio estivo), sulle messe notturne (a mezzanotte in pun­to) dei motti nella chiesa madre, sullo sgomento avvertito transitando di notte in luoghi già teatro di delitti.
Si tessé allora, sul declinare di quel secolo tragico, la mera­vigliosa "leggenda dell'abate Goglia", nella quale tutte le con­notazioni di quel tempo sembrano "magicamente" confluire e fondersi: elementi storici, cronachistici, sociali, favolosi e su­perstiziosi.
013 Il Seicento a Montella Alla figura di Fabio Giovanni Goglia, membro di una famiglia appartenente alla categoria dei magnifici, canonico della chiesa Collegiata di Montella, la fantasia popolare attribuì ogni sorta di turpitudini e di nefandezze, perpetrate sulle ignare e prosperose fanciulle del paese, dalle sevizie agli stupri, dai perversi giochi erotici alle torture ed alle uccisioni fino al jus primae noctis.

Creduto sodale di Metistofele, che gli conferiva straordina­ri poteri demoniaci (sparizioni, ubiquità), grazie ad un anello fatato, facitore di magici filtri, di malefici, di mortali fatture e di ogni sorta di stregoneria, venne al fine barbaramente ucciso nel monastero del Monte, dove si era rifugiato per sfuggire alla collera e alla giustizia del popolo.
014 Anna Maria de MendozaIn realtà il Goglia fu soltanto un povero prete, vissuto in un periodo storico tristissimo, funestato da lutti, odi, epidemie e povertà, che commise l'errore e la debolezza di innamorarsi della figlia (Anna Maria de Mendoza) di un nobile spagnuolo, dalla quale ebbe anche un figlio, che vanamente tentò di legit­timare, ricorrendo persino ad un matrimonio noncupativo. Venne massacrato orribilmente dai sicari inviati dal padre del­la donna, il quale non perdonò l'offesa arrecata all'onore ed alla sua maestà.
L'amara vicenda dell'abate Fabio Giovanni Goglia (1631-1677) avvenne dunque in un periodo sconvolto da tanti lut­tuosi avvenimenti, ed il suo tragico epilogo si collocò alla fine e al culmine di quelle sventure a catena. Cosicché fu agevole alla fantasia popolare, per natura incline a tramare credenze immaginifiche e abnormi, attribuire a quest'ultimo vistoso «personaggio», anch'esso caduto per mano omicida ed immer­so in una ombra di mistero, tutta una serie di mostruosità e di delitti perpetrati da ignoti ed ignobili assassini.
Ma nella leggenda, che certo transfigurava la storia e la realtà immergendole nell'alone arcano della fantasia, si coglieva l'eco di un passato e di una vita, in cui regnavano sopraffazione e violenza, alterigia e prepotenza verso i deboli e gli umili: il mefisto­felico abate portava l'effigi dei tanti baroni, signorotti e mal­fattori, che da secoli angosciavano i poveri e i diseredati.

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Tratto da Storia sociale di Montella   IL SEICENTO di Mario Garofalo

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Garofalo Montella IL SEICENTO

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Martedì, 23 Aprile 2024