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Criminalità e paure superstiziose di Mario Garofalo

Criminalità e paure superstiziose di Mario Garofalo L'esteso territorio del Montellese, con le sue montagne, i boschi intricati di vegetazione, anfratti e zone rupestri con grotte e bui recessi per animali selvaggi, aveva da secoli costituito un naturale rifugio protettivo e difensivo per briganti e delinquenti ricercati dalla giustizia.
Il brigantaggio era stata gravissima malapianta e fonte di danni per gli abitanti fin dai tempi della dominazione angioina. Nel tempo era andato sempre più intensificandosi, fino ad assumere la connotazione di un fenomeno criminoso a carattere endemico: una cancrena inestirpabile, contro cui le norme repressive del governo e dei baroni (il cui comportamento, per altro, era talvolta, nei confronti dei briganti, ambiguo, contraddittorio ed "interessato") scarso successo riuscivano a conseguire.
Nel Seicento, le precarie condizioni economiche della popolazione, le epidemie, le calamità, il lassismo morale, il malgoverno feudale favorirono uno sviluppo vertiginoso del banditismo e della criminalità comune.
Dalle zone montagnose i banditi scendevano in paese, intimorivano e depredavano, impedivano alle persone di fuoriuscire dai centri abitati per svolgere le attività lavorative e commerciali.
Commettevano impunemente furti, grassazioni, sequestri, stupri ed omicidi, incendiavano i raccolti, rubavano le bestie da lavoro. Si riunivano in piccole bande, spesso costituite da persone del posto, a cui si aggregavano vagabondi e nullafacenti, e talvolta con­tadini o braccianti, caduti in miseria o per un raccolto distrut­to da una grandinata o impossibilitati a saldare debiti usurari, o ricercati dalla giustizia per reati commessi.

Ma la loro azione criminosa mai si configurò come protesta sociale mossa da antagonismo cli classe o da finalità politiche, né come manife­stazione cli vendette personali, bensì come mera sete cli denaro e di ricchezze.
Di qui il favoleggiare, nella fantasia popolare, di leggendari "tesori di briganti" nascosti sottoterra o in grotte inaccessibili, come il tesoro della "grotta del caprone", custodito e difeso perennemente dal fantasma di un'anima perduta, costretta ad un'eterna convivenza col demonio.

Particolarmente violente furono le azioni delittuose della banda del capobanclito Micullo Alfano e cli quella di Francesco Corsi o ( detto Vecchiarella) che scorrazzavano con razzie ed «enormi delitti» nelle contrade di Montella e della vicina università cli Bagnoli •

 

Oltremodo facinorose si dimostrarono nel periodo postpestilenziale le squadre brigantesche del montefuscano Carlo Petrillo e del calabrese Paolo Fioretti, che, per altro, poterono avvalersi della tacita connivenza del barone Antonio Grimaldi interessato a reprimere le resistenze della popolazione angariata dall'imposizione cli straordinarie gabelle ed a restaurare l'ordine preesistente. Petrillo e Fioretti, che congiuntamente avevano formato una numerosa banda, costituita da malviven­ti, da soldati disertori e da vari masnadieri (circa 160 persone), commettevano razzie, furti e rapine.

 

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Montella,città di Casali tratta dal libro di Mario Garofalo Storia sociale di Montella " IL SEICENTO"

Montella,città di Casali - Chi, oggi, osservasse da una posizione altimetrica il panorama della città di Montella ammirerebbe un vasto ed alquanto compatto agglomerato abitativo, disteso in un ampio fondovalle modellato in diffuse aree collinari, in una zona pedemontana, circondata dai colli Castello, San Martino, Toriello e SS. Salvatore, sovrastati e come protetti dalla maestosa imponenza delle montagne Sassosano e Cervialto. Ma nessuna traccia, seppur labilissima, potrebbe scorgere della secentesca topografia della civitas Montellae, sistematicamente e gradualmente modificata già dai primi decenni dell'Ottocento e, a partire dal Novecento, a seguito della crescita demografica, completamente obliterata, fino alla caotica cancellazione dei centri storici dopo l'irrazionale ed irrispettosa esplosione edilizia del dopo-sisma del novembre 1980.
Tuttavia, una pianta di Montella, risalente al secolo XVII, conservata nell'archivio della nobiliare famiglia locale degli Abiosi, ci consente con straordinaria verosimiglianza di poter ridisegnare ed immaginare la topografia di quel tempo.
Si rileva subito che l'università di Montella, dissimile in questo da quasi tutti i paesi del Principato Ultra, non aveva le caratteristiche urbanistiche del borgo, sviluppatosi a partire dal Medioevo: non circondata da mura, né organizzata intorno alla residenza del feudatario o alla cattedrale.
Si presentava dislocata in diversi nuclei sparsi, detti casali, che erano, probabilmente, insediamenti derivanti dai modelli abitativi delle popolazioni irpine e dei contadini romani: i vici.
Originariamente i casali erano minuscoli agglomerati generalmente a base agricola ed economica autosufficiente. Formati da un esiguo numero di case, ciascuna posta in mezzo a terreni coltivabili (territorio di pertinentia), cominciarono a formarsi quando le condizioni storiche poterono assicurare una relativa tranquillità esistenziale nelle campagne, permettendo alla popolazione di lasciare le antiche dimore a ridosso del Monte, scelte come luoghi di arroccamento e di difesa nelle vicinanze del Castello, e cercare a valle nuovi terreni da mettere a coltura, spinta dalle impellenze dell'espansione demografica verificatasi tra l'IX e il X secolo. Furono, inizialmente, degli aggregati rustici. Con la istituzione e la nascita dell'università a partire dal secolo XII si avviarono sempre più verso un accrescimento numerico ed una pressoché uniforme conformazione geometrica, che appariva ormai tipica e consolidata già dal XIV secolo in età angioina: una topografia caratterizzata da un policentrismo urbanistico e dall'assenza di mura, con agglomerati abitativi costituiti da fabbricati che si accentravano in maniera abbastanza fitta attorno ad una chiesa o contornanti piccole corti, cui si poteva accedere da un unico ingresso ad arco, che ne preservava la tipologia "chiusa" e la "inattaccabilità" dall'esterno.
Le case rispecchiavano la tipologia cosiddetta "italica", prevalente nella civiltà contadina: una struttura edilizia unifamiliare su due piani, con pianta per lo più rettangolare e con tetto a pioventi poco inclinati.
Nel corso del Seicento, in prosieguo di uno sviluppo edilizio già in atto nella metà del Cinquecento, si andavano mutando l'habitat e la forma urbis.
Accanto alle semplici e modeste abitazioni dei ceti popolari e contadini si ergevano le dimore signorili, le case palazziate delle famiglie aristocratiche e della borghesia possidente, ubicate in siti strategici dei casali, le quali, unitamente alle nume­ rose strutture edilizie ecclesiastiche, ridisegnavano lo spazio fisico del paese, assumendo al contempo la simbolica presen­ za di un potere sociale ed economico che finiva con l'instaurare un rapporto di patronage sulle classi meno abbienti e, in definitiva, un rapporto di «subordinazione di frange di popolazione verso singole famiglie patrizie», impegnate a consolidare il proprio potere locale attraverso la «partecipazione all'amministrazione civica, il controllo delle cariche pubbliche, della finanza locale e di tutte le principali forme di protezione economica e commerciale». Erano già esistenti i palazzi signorili di famiglie nobili o benestanti e socialmente influenti, come Abiosi, Capone, Boccuti, Lepore, Delli Bovi, Cianciulli, Palatucci, Pascale, Volpe, Vernicchi; più tardi sorgeranno quelli dei Trevisani, Bruni, Carfagni, Gambone, Marano, Motta, Coscia.
In questo processo di aristocratizzazione dello spazio il ruolo preminente era rappresentato dal palazzo baronale, ormai insediato - dopo l'abbandono del Castello del Monte già diruto - nel centro urbano, nella zona bassa del paese, in uno spiazzo denominato originariamente Piazzile di Corte, il quale con la sua imponenza, la sua inaccessibilità, la sua magnificenza veniva visto non più come luogo di riparo, di accoglienza e di difesa (come il Castello medievale) bensì come segno di un dominio, come muta presenza di un potere coercitivo.
In un documento del 1613 ne viene descritta e decantata la sua grandiosità: “l'abitazione di detto barone è situata in un piano, consistente in un cortile grande murato con 2 gradiate, una di essa a mano destra, per la quale si sale sopra un corridore coperto, che gira attorno tutto lo palazzo predetto, sino all'altra gradinata; e da detto corridore s'entra in una sala bella e gran­ de, in piano della quale vi sono tre camere grandi et tre mediocri, et una torretta, tutte intempiate, dove stanno coperte di scandole; et sotto di esse vi sono cocina, cantina per conservare vino, stalle, magazzeni per conservare et altre comodità. A mano sinistra l'altra grada, per la quale s'implana al corridore medesimo, dove si trova un altro partamento antiquo, con una sala, quale si cerca accomodare, et più camere, divise in camerette, coverte similmente a scandole. In testa di detto palazzo è lo giardino murato fruttato di diversi frutti, per comodo di detto palazzo. Accosto di detto palazzo e giardino vi è un altro giardino grande, con molti piedi di di­ verse pera bellissime, tra le quali vi sono le pere boncristiano, ed altri frutti bellissimi•”

Alquanto imponenti apparivano anche le case palazziate dell'aristocrazia terriera e nobiliare, le quali, pur conservando una essenzialità e severità di linee, tentavano di emulare lo "spagnolesco" gusto barocco delle sfarzose dimore della capitale partenopea, dove essa aveva talvolta altra residenza familiare. Costruite su due livelli, annoveravano decine di stanze. Dopo l'ingresso, con portale sormontato dallo stemma gentilizio in pietra scolpita, si dischiudeva il cortile, solitamente coperto, di forma quadrata, pavimentato con ciottoli di fiume o basoli resistenti al traffico di animali e carrozze, che immetteva nel giardino interno ricco di fiori e frutti. Al piano terra si aprivano sulle ali gli ambienti di servizio: cantine, rimesse, stalle, fienili per i foraggi, cisterne, magazzini, cucine con focolari, lavatoio e "formali" per il rifornimento dell'acqua e ripostigli ricavati nella spessa muratura di tufo. Al centro dell'atrio uno scalone in pietra portava al piano superiore adibito a residenza.
Gli appartamenti (i quarti o quartini) erano costituiti da un salone centrale comunicante con la cucina e la dispensa e con accesso alle camere da letto. Le stanze, con pavimento in riggiole in cotto, lucidate con cera e grassi per ravvivare l'argilla, avevano soffitti a volta o piatti. Le camere, quasi sempre, erano infilate l'una nell'altra. C'erano lo studio-biblioteca con alte librerie in legno e grande scrivania, dove facevano bella mostra fermacarte, calamai e penne d'oca finemente lavorati; c'era talvolta la cappella di famiglia con altare in stucco. Diffusi erano divani e poltrone di legno imbottiti, e tavolini rettangolari (boffette) sormontati da grandi specchi o da quadri raffiguranti antenati del casato o scene mitologiche.

Dal cortile si poteva accedere attraverso un cancello al grande giardino recintato, solcato da viali ed ornato di piante, fontane, tavoli e sedili in pietra sotto ombrosi chioschi: il palazzo, cioè, inteso come piccolo mondo chiuso ed autosufficiente, vivace e laborioso, nel quale si affaccendavano servette addette a rassettare, stirare, cucinare; garzoni per spaccar legna, tra­ sportare derrate di lunga conservazione e cesti colmi di masserizie provenienti dalle terre di proprietà o recapitare private missive; giovani addetti ai cavalli e alla manutenzione di carri e carrozze.
Le case del popolino, dei contadini e dei poveri artigiani nella loro sobria e semplice struttura rispecchiavano l'umile e faticoso tenore di civiltà dei suoi abitanti.
Edificate pietra su pietra con malta di arena di fiume (in altre province limitrofe veniva ancora usato il loto), al pianterreno (sottano) avevano il locale rustico (catuoio), stalla, fienile, porcile o bottega; al primo piano (soprano) l'abitazione, cui si accedeva per mezzo di una scala esterna solitamente fornita, al termine superiore, di una loggetta o balcone sporgente, privi di ringhiera di protezione.
La vita quotidiana della famiglia si svolgeva in una o tutt'al più due stanze: cucina e dormitorio. In cucina minimi ed essenziali l'arredo e le suppellettili. Al centro una tavola piallata di pioppo fungeva da desco e banco di lavoro. Il focolare, con o senza canna fumaria, addossato ad un muro era contornato da qualche scranno o da cilindri di legno come sedili (zizzi) e da una cassapanca contenente legna da ardere. Veniva utilizzato come posto di cottura. Poche persone avevano una cucina realizzata in pietra, con al massimo due fuochi, sotto i quali veniva ricavato un piccolo spazio per la legna o il carbone. Appesa qualche fuligginosa scansia dove venivano riposte indispensabili derrate, come farina, olio, sugna, farina, aceto, vino, sacchetti di legumi. In qualche angolo erano alloggiati un braciere di stagno e una sorta di cesta di legno dolce a larghe maglie capovolta per asciugare i panni (asciuttapanni). Pochissime le stoviglie, che solitamente venivano portate in dote dalla sposa: una caldaia grande (caorara), una piccola, un tegame (sertania), una cocchiara, un bollilatte d'argilla (pignata), alcuni bicchieri di legno o terracotta (il vetro era un lusso), qualche tovaglia.
In un'altra stanza un sesquipedale letto occupava quasi tutta la superficie della camera.
La lettiera era costituita da quattro o cinque tavole di pioppo poggiate su due cavalletti di ferro, sulle quali era posizionato il materasso composto da un saccone di stoffa ripieno di foglie di granturco. Il materasso con imbottitura di lana era privilegio di classi benestanti; era un bene portato in dote e lasciato in eredità.
Nel letto trovavano posto i genitori ed i figli più piccoli. Nelle famiglie numerose gli adulti, quando non avevano la disponibilità di un secondo letto, erano costretti a dormire nella stalla, dividendo lo spazio con qualche animale domestico.
A lato del letto, in un'apposita nicchia scavata nella muratura, erano poggiate una bugia con stearica per la notte e l'immancabile coroncina del rosario; a capo, in alto, un quadro raffigurante la Madonna con Bambino; sotto l'indispensabile cantaro per i bisogni corporali (orinale), a lato una cassa di legno contenente la biancheria.
Nelle case non esistevano bagni. I bisogni fisiologici si espletavano all'aperto, dietro cespugli od anfratti nelle vicinanze dell'abitazione o nel cantaro, che di notte veniva normalmente svuotato in strada dalle finestre, così ammorbando ancor più l'aria e le teste di malaccorti passanti. Solo nelle dimore signorili o in case con terreni di proprietà esistevano pozzi ciechi scavati negli orti, che venivano periodicamente nettati da persone addette a questo «inverecondo» lavoro.

Per lo smaltimento delle acque nere e dei liquami urbani non esistevano cloache o fognature. Venivano regolarmente gettati in strada e si incanalavano in corsi acquosi «puzzolenti, perniciosi per le esalazioni che emanavano», che invadendo le vie (non tutte selciate bensì «petrose, penninose e brecciose») le tra­ sformavano, specie nelle giornate piovose, in canaloni fangosi a cielo aperto, formando laghetti, transitabili solo a dorso di asino o di mulo, con carrozze o lettighe o servendosi, dietro compenso di qualche grana o tornese, dei cosiddetti passalava, persone nullafacenti che trasportavano a braccia chi voleva attraversare la strada. Nonostante le severe disposizioni emanate dall'università per il deposito delle immondizie in appositi spazi palizzati, spesso i rifiuti venivano lasciati per giorni in strada al sole e alla pioggia, per cui, solidificatisi o divenuti melma, si stratificavano. Il sindaco finiva col dare ad appaltatori privati la raccolta del letame, che veniva venduto come concime o come materiale edilizio.
Nella zona centrale del paese si apriva la Piazza Maggiore, nel casale detto Li Favali, luogo di rapporti comunitari, di ritrovo e di socializzazione. Nel largo «con arbore di teglia ed olmo, con botteghe ed artigiani» era situata la chiesa madre Collegiata di Santa Maria del Piano, affiancata dalla tozza torre campanaria di due piani di recente costruzione, dotata di due campane, una delle quali serviva da orologio. Le campane scandivano i tempi della vita religiosa e del lavoro, annuncia­ vano le feste e i funerali; ritmavano le ore del mattutino, del pomeriggio, della controra e del vespro.
Dirimpettai sorgevano i locali del carcere e quelli del pubblico Parlamento, nel cui ingresso era situata la campanella per convocare i cittadini nelle occorrenze delle assemblee del popolo.
A sud, adiacente al ponte detto della Lavandara, sul fiume Calore, sorgeva il mulino comunale fatto costruire dal conte Garzia Cavaniglia fin dal 1564•
Straordinaria la presenza nell'università delle chiese: 17 edifìci di culto, un numero che non trovava riscontro in alcun paese di Principato Ultra.

Chiese nel sec. XVII:
1. Santa Maria del Piano (Collegiata)
2. S. Benedetto
3. S. Giovanni
4. S. Nicola
5. S. Michele Arcangelo
6. Santa Lucia
7. S. Silvestro
8. Santa Maria la Libera
9. S.S. Annunziata
10. Santa Maria del Carmine
11. S. Antonio Abate
12. S. Leonardo avanti Corte
13. Santa Maria Visita Poveri
14. Santa Maria del Monte (detta della Neve)
15. S. Francesco a Folloni
16. S. Vito
17. S. Pietro

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Il Mulino sul ponte della lavandara tra storia, simbologia e arte di Mario Garofalo

Il MULINO SUL PONTE DELLA LAVANDARA * Tra storia, simbologia e arte di Mario Garofalo   Prima di discorrere del tema di questo incontro mi sia consentito fare qualche fugace notazione sulla mostra qui esposta.
Nei quadri si coglie subito una particolarità: nessuno rappresenta il mulino in posizione isolata o in primo piano, bensì esso appare in una cornice in cui campeggiano con più marcata evidenza pittorica altri elementi paesaggistici: il ponte, il fiume, la cascata, la montagna, il santuario. Ne nasce un quadro che racchiude un paesaggio composito e compiuto, apparentemente idillico, quasi arcadico, ove nulla sembra stridere od offendere, come se l'artista avesse percepito nel suo afflato ispirativo l'esigenza di una rappresentazione nella quale dovesse apparire non il protagonismo figurativo di una singola parte, bensì la necessaria armonia di tutti gli elementi paesaggistici. Ed è proprio in tale parvenza di composizione che i montellesi di ieri e di oggi hanno sempre visto o immaginato il mulino. Provate a togliere soltanto uno degli elementi che circondano il mulino e avvertirete il senso di una mancanza, di un'assenza ingiustificata, quasi una indistinta e persistente nostalgia di un qualcosa che dovrebbe esserci e non c'è. Questo perché quei luoghi, tutti insieme carichi di una simbologia che riassume l'identità storica, sociale e spirituale dei montellesi, sono anzitutto “luoghi della memoria” collettiva, che conservano un'anima ed una voce ancestrali capaci di colloquiare, arcanamente ma familiarmente, con chi li ammira.
Il Mulino, simbolo della dura fatica dell'uomo che dalla terra cerca di ricavare, con la molitura del grano, la sostanza fondamentale per la sua sopravvivenza; e per questa sua valenza mitica da sempre rappresentato nelle arti figurative e letterarie. Si pensi, ad esempio, a due tra le più famose opere letterarie aventi come protagonista il mulino: Il Mulino sulla Floss della scrittrice inglese George Eliot, dove si consuma tragicamente la storia amorosa di Maggie e Tom, e la trilogia di Riccardo Bacchelli Il Mulino del Po, dove il mulino è spettatore e attore secolare del destino di quattro generazioni della famiglia Scacerni e della storia italiana dalle guerre napoleoniche al primo conflitto mondiale.
Il Ponte( su cui aleggia la medievale leggenda dell'etereo fantasma della lavandaia, morta per amore) simbolo di fuga, di allontanamento e di viaggio, ma anche di ritorno, di ricongiunzione ed affratellamento delle stirpi; anch'esso rappresentato nell'arte e nella letteratura d'ogni tempo: mi viene in mente il famoso romanzo dello scrittore serbo Ivo Andric, Il ponte sulla Drina: anche da quel ponte una fanciulla innamorata si gettò nelle acque impetuose del fiume.
Il Fiume, testimone del tempo e delle vicende umane che fuggono inarrestabili, che nel suo lento e monocorde sciabordio sembra ricantare o (come diceva il poeta conzano Antonio Francesco Cappone) (rim)piangere le antiche rovine, i tempi perduti e le gesta degli eroi, e per noi di Montella lo sciacquio dei panni e i canti delle lavandaie.
La Montagna, simbolo dell'ascesa faticosa della vita, rito votivo alla conquista della pace e della purezza dello spirito, che si rasserena nel mistero della fede e della Verità rappresentato dal santuario, dove terra e cielo s'incontrano.
Penso che i quadri esposti, che sono certo trasfigurazione e mimesi artistica, vadano primieramente osservati con una disposizione d'animo richiedente una contemplazione non critica o valutativa, bensì sentimentale ed emotiva. Come sosteneva Benedetto Croce, che pure è stato il più importante teorizzatore dell'estetica del XX.sec, il quale alla domanda semplice “che cos'e l'arte?” rispondeva in prima battuta, un pò celiando (ma non era una celia sciocca) che l'arte è “ciò che tutti sanno che cosa sia”, giacché tutti, anche i più sprovveduti culturalmente, possono istintivamente sentire e godere la Bellezza dell'arte, che a lui appariva sempre adombrata da un velo di malinconia.

La costruzione del Mulino risale al sec. XVI, che fu un periodo aureo per la edificazione di opifici in genere: mulini, ferriere, gualchiere ed attività ad essi affini e collegate, come armerie, tintorie, maccaronerie, forni. Diversi mulini allora vennero costruiti, per impulso ed interesse di baroni illuminati, sui fiumi Sabato, Fenestrelle, Fredane ed Ofanto. A Montella, in quegli anni, sorsero una gualchiera, una tintoria, una maccaroneria, alcuni forni e furono incrementate le attività ferriere con alcune chioderie nella zona Baruso. Nei primi anni del secolo successivo fu persino attivata, con poca fortuna, nella zona Bagno, un'armeria per la fabbrica di “moschette, archibugi e scoppette”. Nel feudo montellese, che comprendeva anche Bagnoli, Cassano e Volturara, già esistevano anticamente tre mulini, de Baruso, del Bagno ed un terzo in territorio di Cassano. A Bagnoli invece un mulino fu impiantato solo alla fine del Cinquecento. Il primo era da tempo in disuso, in parte persino travolto e disperso dalla fiumana; gli altri due, per la loro lontananza dal centro abitato, comportavano gran disagio e fatica per il trasporto del grano da macinare, che allora avveniva a dorso di asino o di mulo (per chi possedeva questo bestiame da soma!) e, più spesso, per mezzo di donne che caricavano i gravosi sacchi di grano sul capo, malamente protetto dal cosiddetto truocchio (cioè il cercine), una sorta di cuscinetto circolare formato da qualche vecchio scialle arrotolato. I pochi carri esistenti erano ancora di fattura arcaica, a due ruote e malamente assemblati; spinti a mano o trainati da asini su strade petrose e dissestate, erano fortemente instabili e poco governabili. Fu, quindi, fatta richiesta al feudatario conte Garcia II Cavaniglia, da parte del sindaco Marino de Marco e dagli eletti dell'Università, di costruzione a proprie spese di un nuovo mulino sul fiume Calore. Il 5 agosto 1564, pertanto, venne stipulato tra le parti l'atto di concessione edilizia, rogato dal notaio Giacomo Boccuti, contenente dettagliate prescrizioni tecniche di edificazione e le condizioni di licenza per l'utilizzo dell'immobile e del servizio di molitura. Il mulino, detto poi “del ponte della Lavandara”, rimaneva, come i precedenti mulini, corpo feudale, vale a dire non bene demaniale o allodiale, ma legittima proprietà del feudatario, che su di esso poteva esercitare all'occorrenza jus prohibendi. Le spese di costruzione, non di poco conto per quell'epoca, furono ad intero carico dell'Università. Per la concessione del beneficio il conte pretese 1000 ducati (corrispondenti ad attuali 16000 Euro), l'abbuono totale di un oneroso debito in danaro contratto dai suoi avi predecessori ( Diego II, Troiano II e Giustiniana de Capua) nei confronti dell'Università, dopo i fatti del 1528 relativi alla invasione del Lautrec; la riscossione in denaro del “diritto di molitura” e di parte della gabella sulla farina, da tempo istituita dall'Universita; inoltre su ogni tomolo (55,31 lit.) di grano macinato 5 tornesi netti ( 1 tornese= 0,12 cent di Euro) e la giumella (quantitativo di farina contenuto delle mani accostate insieme con le dita riunite ed incurvate verso l'alto). L'Università, le cui finanze erano allora vistosamente in rosso, dovette reperire i 1000 ducati più 100 per spese notarili, per l'assenso regio e per la registrazione catastale, ricorrendo a prestiti a tasso d'interesse fino al 10% dandone garanzia sulle gabelle comunali (farina, carni, vini e catasto). A quel tempo l'Università economicamente si reggeva unicamente sulle entrate derivanti dalle numerose gabelle e tributi imposti ai cittadini. Tra le gabelle più fruttuose era proprio quella gravante sulla farina, che dava 2440 ducati annui. Altre consistenti entrate erano assicurate dalle gabelle sul catasto (1545 ducati), sulle difese (99 ducati), sulla carne (81 ducati). Ma erano in vigore,altresì, numerosi altri tributi e balzelli. Oltre quella sui fuochi, la popolazione era angariata da una miriade di imposte applicate su ogni attività e prodotti di consumo: gli usi civici (erbatico, pascolo, pesca, glandatico, legnazione, acquatico, plateatico, portolania ecc), il sale, la pasta, la carne fresca, i salumi, il pesce, il formaggio, i latticini, la frutta, il vino, la neve, il bestiame ecc. E però il sistema gabellare prevedeva una tripartizione degli introiti, tra il feudatario, l'Università e l'appaltatore. Il maggior guadagno andava agli arrendatori, costituiti da privati cittadini o esponenti di famiglie aristocratiche o borghesi, possessori di buone finanze, che si accaparravano gli appalti. Ad esempio, sul sale percepivano una percentuale di 6 carlini a tomolo ( 1 carlino = 1,60 euro); sulla farina 7 carlini a tomolo, sulla farina lavorata per il pane 10 grana per tomolo ( 1 grano = 0,16 euro). Sulla neve (trasportata di notte dalle neviere) si versavano 4 tornesi a tomolo; sul vino bianco 20 grana, sul vino rosso 80 grana; sul bestiame si versava 1 grano a capo, se condotto a piedi, 1 e ¼ grano se trasportato su carro. Purtroppo i ducati e la sanatoria debitoria carpiti dal conte all'università per la concessione costruttiva del mulino, non sanarono certo la situazione finanziaria della casa governante, ormai ruinante verso una definitiva débacle. Garcia II Cavaniglia, uomo debole e poco incline ad una accorta amministrazione dei propri beni, continuò ad indebitarsi fino ad una insostenibile saturazione. Il suo successore Troiano III sarà costretto a svendere il feudo, determinando, nel giro di pochi decenni, anche l'estinzione del proprio casato nobiliare.
Intanto l'Università portò avanti l'esecuzione del deliberato sulla costruzione del Mulino. L'opera fu commissionata alla locale ditta edilizia di Antonio e Nunzio Pascale. La costruzione andava ultimata entro l'ottobre 1565. Il sito prescelto fu lo ponte de la lavandara dov'èi la iumarella. In quel punto, infatti, il fiume giungeva con una portata ottimale, imprimendo alle acque una energia cinetica costante, utile al funzionamento della ruota. Il capitolato d'appalto prevedeva condizioni molto precise. La casa doveva avere una lunghezza di 33 palmi (1 palmo = cm 26, quindi mt. 8,58), una larghezza di 24 palmi (quindi mt 5,84), perciò di circa 51 mq. La calata dell'acqua 17 palmi (quindi circa mt 4,50). Le mole dovevano essere reperite in contrada Serrone della famiglia Capone (Stratola) e nel bosco di Folloni, che ne abbondava, ma sulle quali il convento di San Francesco vantava antichi diritti di proprietà, in ragione dei quali sul bosco, che pur rientrava tra i corpi feudali, il conte era tenuto a pagare ai frati un censo annuo di 35 ducati circa, quasi sempre inevaso e perciò causa di ripetute liti tra le parti.
Particolarmente laboriosa si rivelò la costruzione della diga di contenimento della fiumana, dapprima in muratura e poi con pali di legno intrecciati con torte o funi. La manutenzione, ordinaria e straordinaria, della palata, frequentemente travolta dalle inondazioni fluviali, richiedeva spese ingenti (l'ingegnere napoletano Giulio Caso nel 1598 vi lavorò per 38 giorni con una diaria di 20 carlini più vitto e alloggio) ed innumerevoli giornate lavorative, che il conte, con abuso ricattatorio, richiedeva ai montellesi senza alcun onere retributivo!
Il termine palata, con un metagramma tipico del dialetto, divenne nel tempo pelata e finì con indicare propriamente la cascata (ancora oggi); ma allora voleva significare “palizzata”, o tutt'al più (con una sineddoche) l'intero sito ospitante il mulino. Improbabile mi sembra un riferimento del termine pelata all'espressioni “a pelo d'acqua” o “a pelo libero”, usate in idraulica per indicare la superficie dei fiumi a contatto con l'atmosfera.
Sull'architettura e sulla conformazione tecnica di funzionamento del mulino non mi soffermo, non avendone competenza. Di certo sappiamo che da Vitruvio a Leonardo Da Vinci la tecnologia molitoria aveva ormai raggiunto e codificato canoni e livelli ben definiti.
Il nostro mulino era in grado di macinare 130 tomoli di vettovaglie, vale a dire 7200 kg di grano. Forniva farina agli abitanti per vari usi alimentari e principalmente a forni e panetterie, in buon numero presenti sul territorio montellese, i quali, a loro volta, erano tenuti a rispettare, pena salate multe pecuniarie o sospensione e chiusura delle attività da parte del baglivo, alcune regole perentorie: affissione all'ingresso del cartello dei prezzi; in caso di carestie (ne sopraggiunse una lunghissima nel 1585) non si poteva lavorare il pane e i biscotti per lo smercio al minuto eccetto per gli ammalati; i fornai non potevano possedere mulini o commerciare farine; si dovevano approvvigionare direttamente al mulino o al mercato, solo dopo il suono della campana di mezzodì quando i cittadini si erano già riforniti, onde evitare fenomeni di accaparramento. Al rispetto rigoroso di tali regole era preposto un apposito ufficiale denominato catapano.
Il pane veniva venduto a rotolo (gr. 891,00), a libbra (gr.320) o a oncia (gr.26,7), ad un prezzo abbastanza contenuto. I ceti bassi consumavano pane di granturco (paneparruozzo), detto anche “grano d'India” o mais. Il pane di frumento, più costoso, era prescelto dalle famiglie benestanti. Durante le carestie il popolino mangiava pane di miglio o di orzo.
Il mulino ha funzionato per circa quattro secoli, fino al secondo dopoguerra. Ha vissuto perciò i vari contraccolpi determinati dalle vicende storiche italiane e i diversi momenti di crisi dell'economia nazionale. A cominciare dagli anni 1868-1884, quando la destra storica di Quintino Sella e Luigi Menabrea introdusse la famigerata “tassa sul macinato”. Questa tassa, che ebbe un effetto di ulteriore impoverimento sia economico che alimentare soprattutto delle popolazioni del Mezzogiorno, si calcolava con un metodo concepito a tutto vantaggio del giovane Regno d'Italia, allora in uno stato di disastroso dissesto finanziario. Si applicava nel mulino un contatore meccanico che numerava i giri della macina, in base ai quali si calcolava la quantità di cereale macinato e la relativa tassa. Sul granoturco si pagava 1 lira per ogni quintale macinato, sul grano 2 lire per ogni quintale; sulle castagne 0,50 cent per ogni quintale. L'imposta veniva versata in contanti o, più spesso, con porzioni di grano prelevate dal quantitativo da macinare, al mugnaio che a sua volta periodicamente la rimetteva all'esattore statale.
Durante il fascismo l'attività del mulino subì una fortissima accelerazione in conseguenza della famosa “battaglia del grano”, che Mussolini intraprese con il miraggio della autarchia e della autosufficienza alimentare della nazione. Seguì il tristissimo periodo della guerra, con le requisizioni e gli ammassi granari, il mercato nero della farina, la corruzione degli ammassatori, le misere tessere annonarie e gli assalti ai mulini, ai forni e ai municipi; e poi i bombardamenti degli angloamericani che sbriciolavano i muri e le condotte del vecchio mulino sul ponte. E, infine, le macerie dell'abbandono e della indifferenza. Finiva così la storia del glorioso mulino: brandelli di muri anneriti e coperti (o forse difesi) da una vegetazione sempre più fitta ed impenetrabile.
Ricostruirlo sarà come restituire a Montella un pezzo della sua travagliata storia e della sua anima antica.

* ( relazione tenuta a Montella,anno 2019,per conto dell’Associazione Ricostruiamo il mulino )

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CELESTINO DE MARCO e IL RUBINETTO del "CONTENTINO" di Mario Garofalo in esclusiva per www.montella.eu

 Villa De Marco anni 30Nel bell'articolo di Nino Tiretta sulle fontane pubbliche anticamente presenti nei casali di Montella,simboli nostalgici di una civiltà perduta,di un variopinto microcosmo paesano,fatto di incontri, di chiacchiericci,di dispute e di amori,di giochi e di fatiche,viene menzionata l'esistenza di un fontanino fuoruscente dal recinto murario di "Villa Elena" : "sul muro perimetrale di Villa De Marco...-scrive Tiretta- subito dopo il

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Ricordando Nino Dello Buono di Mario Garofalo

La scomparsa di Nino Dello Buono mi getta nella costernazione - quella che ti imprigiona il corpo e la mente quando muore una persona cui si vuol bene e che pensi non possa e non debba morire mai - e risveglia in me i tanti ricordi di una amicizia affettuosa e profonda.i lunghi animati colloqui,le lunghe ed atemporali passeggiate... Muore con Lui una parte di me,della mia giovinezza e di un tempo di fedi e di "illusioni",che , pur rimpianto, riesce ancora ad illuminare la grigia prosa di questi ultimi giorni .
Con Nino ho vissuto una intensa stagione della politica montellese, quando la sinistra,discesa dai pergami dell'astrazione e della purezza ideologica che nel secondo dopoguerra per oltre un decennio l'aveva caratterizzata rendendola vacua, finalmente si misurava con i problemi reali della gente ed il partito socialista montellese,eredità storica di Ferdinando Cianciulli, rivendicava una sua autonomia ed un ruolo di guida nell'ambito della sinistra locale. Di quella innovatrice svolta politico-amministrativa Nino fu il più fattivo ed intelligente protagonista,pur restando ,per sua scelta e caratterialità di indole,in una zona di secondo piano e talvolta di penombra.Con Nino scompare il volto buono ed umano del socialismo montellese ed un esercizio della politica che si manifesta in un rapporto improntato ad una "umiltà" sorridente,scevra di quella forma di spocchiosa boria,che spesso si atteggia nei detentori del potere politico-amministrativo nei piccoli paesi. La sua fede politica,la sua coscienza socialista ( quella di un socialismo empirico,fattuale,mai ideologico o retorico) si esprimeva nell'ascolto rispettoso,nella com prensione e nel gesto concreto e disinteressato,in un appassionato pragmatismo.
Il suo passaggio terreno lascerà un'orma non cancellabile nella storia della comunità montellese.

 

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Ferdinando Cianciulli di Mario Garofalo

Ricordare la figura di Ferdinando Cianciulli, ad un secolo dalla sua scomparsa, è un poco “ritornare alle origini”, riscoprire del socialismo italiano l’anima passionale, messianica; ma anche contribuire ad un’opera doverosa di rivalutazione dell’azione, molte volte eroica, di tanti “pionieri”, non abbastanza conosciuti o a torto relegati nel dimenticatoio (è unanimemente riconosciuto quanto ancora lacunosa sia la storiografia del movimento operaio e socialista nel campo delle ricerche locali: un filone storiografico assai importante “dato lo scarso grado di centralizzazione dei poteri negli organi di direzione nazionale e l’alto grado di autonomia delle organizzazioni locali”), i quali, autentici “intellettuali all’opposizione”, operando in luoghi e ambienti particolarmente ostili, per primi additarono le piaghe e le ingiustizie del Meridione d’Italia e che pagarono spesso con la vita il loro coraggio.
Ferdinando Cianciulli ebbe i natali a Montella, importante centro della provincia avellinese nell’Alta Irpinia nel 1881. Avviato dal padre sulla strada onorifica della carriera ecclesiastica, ben presto avvertì la incompatibilità del suo temperamento attivistico con la contemplatività della vita religiosa, di cui non mancò di stigmatizzare il bigottismo e l’atteggiamento farisaico quali subdoli mezzi di sfruttamento del popolo indifeso e superstizioso. Sebbene proveniente da famiglia agiata, non portò a termine il corso normale degli studi; la sua formazione culturale fu di appassionato autodidatta: di qui il carattere disorganico, approssimativo, a volte persino incongruente dei suoi lavori pure ricchi di spunti, difermenti, di accennati bagliori intellettuali. Ancora in giovanissima età la sua indole schietta ed estroversa, l’osservazione continua della dolorosa realtà sociale, in cui viveva a contatto con contadini ed operai proni ad ataviche rassegnazioni, lo spinsero a staccarsi dalla classe medio-borghese di appartenenza e a dare un senso nuovo alla propria vita nella lotta per l’avvento del Socialismo nell’Irpinia “negletta e miserabile”. Ventitreenne fondò un giornale, che a proprie spese e con rudimentali mezzi tipografici egli stesso stampava inizialmente a Montella, il cui programma volle racchiudere tutto nella testata, “Il grido degli umili”, divenuto poi semplicemente “Il Grido”, organo infine della Federazione Socialista Irpina di cui il Cianciulli sarebbe diventato il primo Segretario. Dal 1904 fino a pochi giorni dalla scomparsa tragica (fatta eccezione della parentesi della I guerra mondiale cui il Cianciulli partecipò dapprima come militare di truppa e poi con il grado di caporale) quel suo pezzo di carta – come ebbe egli stesso a scrivere – bandiera del libero pensiero portò dovunque l’eco dei bisogni del popolo lavoratore e paziente, e dove non giunse mai il gemito degli oppressi, il lamento dei perseguitati giunse repentino ed entusiastico il suo Grido, dando l’assalto a tutto ciò che vi era di putrido e ingiusto. Ma soprattutto quel giornale ebbe di mira il chiamare a raccolta i diseredati e gli oppressi della aspra Irpinia, di infondere in essi una coscienza di classe, di organizzarli nel partito dei poveri per prepararli alla rivoluzione sociale.
In un ambiente retrivo e misoneista, duramente opposto ad ogni sforzo, ove non essere analfabeta era privilegio di pochi, ove l’intellettuale quasi sempre di estrazione borghese, assolveva ad una funzione di dominio e di paternalismo culturale, esercitando anche in questa maniera il suo potere sulle classi subalterne, la testimonianza di Ferdinando Cianciulli, “traditore della classe”, postasi in termini di contrapposizione frontale e di rottura, fu avvertita come una continua provocazione, un attentato all’imperante “comodo” quietismo delle campagne e dei paesi della provincia, una sfida alle potenti dimore dei ricchi. Per questo al coraggioso direttore de “Il Grido” non furono risparmiate calunnie, denunzie, processi, boicottaggi, aggressioni, fino al barbaro assassinio: egli era un pericolo onnipresente, era l’uomo che bisognava tacitare. Così, in un clima di torbide passioni, di ancestrali odi di parte, di oscuri rancori personali maturò l’idea del delitto. Nella tarda sera del 22 febbraio dell’anno 1922, protetto dalle tenebre, ascoso dietro un muro che costeggiava la strada, un ignoto assassino sparò su Ferdinando Cianciulli, che ferito al capo si spense, dopo una notte di rantoli agonici e di intermittenti sprazzi di lucidità, la mattina del giorno seguente. Aveva soltanto quarant’anni. Spariva con lui l’antesignano del socialismo irpino, il più fiero, il più battagliero. La sua morte, avvenuta in clima di fascismo avanzante significò per la classe lavoratrice irpina, che egli era riuscito a stringere sotto la bandiera del Partito Socialista Italiano dandole una coscienza sociale, sindacale e politica con un’opera quotidiana, quasi frenetica di convincimento e di propaganda, lo smarrimento la paura il vuoto politico. Molti dei compagni, in quel momento cruciale della nostra storia, che erano stati al suo fianco nelle battaglie contro le camorre e le baronie dell’avellinese, continuarono la lotta nell’antifascismo e nella Resistenza; tanti altri impauriti e fragili preferirono isolarsi ed essere calpestati; altri, e furono i meno numerosi, si gettarono nel marasma fascista.

Le caratteristiche della sua opera, da un punto di vista contenutistico ma anche nella sua “letterarietà” (sul piano, cioè, della resa di linguaggio e di stile), se da una parte sono espressione dei limiti provincialistici del socialismo meridionale, essenzialmente di tipo protestatario (di qui il suo carattere di improvvisazione, di avventura, di dilettantismo), dall’altra ci danno conto dell’enorme ritardo con cui fenomeni ideologici e cultura- li prendevano piede nel Mezzogiorno rispetto alle regioni centrali e settentrionali della penisola. Per questo il pensiero e l’opera di Ferdinando Cianciulli sono per molta parte di stampo ottocentesco. Indubbiamente ebbe conoscenza dei testi classici del marxismo, ma superficiale; da essi tuttavia trasse ed assimilò, direi rivisse in uno spirito di ardente apostolato, i principi e le idee fondamentali. Fece il suo tirocinio culturale, invece, sui testi più impegnati del positivismo letterario e filosofico; ma anche subì la suggestione del pensiero anarchico e radicale, con la sua enfasi ideologica, con la sua verbosa carica passionale.
Per lui come per quasi tutti i socialisti di fine secolo la cultura positivista e le correnti di pensiero anarchico e radicale, saldamente radicate nel Mezzogiorno, furono i veicoli di apprendimento della dottrina marxista. Questo ci spiega certi suoi fraintendimenti del marxismo ortodosso, certe ingenue confusioni ideologiche. Vero è che al fondo della sua formazione politica e culturale è una genesi di tipo romantico, per cui egli stesso sentì la propria esistenza come azione, come lotta titanica, che nel suo aspetto intimistico conosceva momenti di cupa amarezza in cui riscopriva la sua misera umanità impotente a mutare i destini. La sua educazione positivista, innestata su un temperamento romantico, gli ispirava la fede nella sicura vittoria finale del Socialismo: la Scienza e il Progresso ne preparavano l’ingresso nella storia. Era una fede sentita in modo entusiastico, profetico, ed era cosa ben diversa dal fatalismo massimalista: (“ … sarà il gran giorno dell’uguaglianza umana: la rivoluzione sociale spazzerà via come il soffio potente di una tempesta tutti i privilegi e tutte le ingiustizie del presente, tutte le barriere e tutti i confini tra popolo e popolo”); una fede prorompente da sentimenti e risentimenti profondi che, anche quando si paludava di riferimenti dotti ed eruditi, riusciva in qualche modo a toccare e a scuotere.
Con lo stesso fervore, in scritti di vario genere (fu saggista, poeta, autore di teatro), egli additava i mali del suo tempo concentrando il discorso critico su alcuni temi fondamentali: il “risorgimento tradito”; la polemica contro la corruzione dell’Italietta giolittiana, ruinante verso l’immane catastrofe; l’antimilitarismo, inteso come orrore della guerra, apportatrice di flagelli su di un popolo inerme, già oppresso sotto il peso del servaggio feudale, degli stenti diuturni, umiliato abbrutito reso goffo nella sua povertà e nella sua ignoranza; l’internazionalismo, che coincide più spesso con l’idea generica di una Umanità affratellata in nome della uguaglianza e della giustizia; la tremenda satira contro i preti, falsi ministri di un dio che la storia incarnò in un uomo giusto (“il primo rivoluzionario, il primo socialista”), essere involti nel fango della depravazione (“iene”), sfruttatori dei poveri, ottenebratori delle menti: ma è il suo anticlericalismo acceso e a volte blasfemo non solo l’espressione di ateismo del protervo materiali- sta, bensì l’arma d’urto contro un nemico che sbarrava la via, nell’Irpinia “tenebrosa e feudale”, all’avanzamento civile e sociale dei deboli, della grande massa popolare.


Sono questi i temi che si ritrovano come fili rossi lungo tutta l’opera del Cianciulli; temi nella cui impostazione non è forse difficile scorgere dei limiti, ma che pure, riscattati nell’ardore di chi senza posa li professò, riuscirono a gettare le basi del movimento operaio e socialista irpino, a unire folle sbandate di lavoratori sotto il simbolo di un partito politico che faceva delle loro umane rivendicazioni il motivo della sua presenza nella storia. E certo è questo il grande merito storico del suo apostolato, mai dimenticato se al nome e all’esempio di Ferdinando Cianciulli sempre si è ispirato il proletariato irpino nella lenta riorganizzazione delle sue disperse ma sane energie politiche, mirando, sia pure faticosamente, alla conquista dell’‘unità’ delle proprie forze operaie e contadine.

Quell’ ‘unità’ che fu per il Cianciulli il grande mito-guida della sua azione rivoluzionaria e che lo portò (lui come tanti compagni della “base”) a non comprendere, o comunque a sottovalutare l’importanza che la drammatica scissione di Livorno avrebbe avuto sul destino del socialismo nazionale: “… la piccola e momentanea divisione – commentava il Cianciulli all’indomani del congresso di Livorno – non ci preoccupa affatto … Per vie diverse giungeremo al giorno solenne ed ineluttabile della riscossa, e quel giorno indubbiamente ci troveremo tutti uniti nell’azione e nella volontà di intenti … Il socialismo trionferà malgrado tut- to; noi tendiamo allo stesso scopo, formiamo uno stesso esercito, con una sola disciplina, una sola fede, una sola volontà”.
Oggi, come non mai, dopo un periodo in cui la storia del socialismo italiano ha registrato le sue più profonde lacerazioni, le aberranti distorsioni ideologiche, talvolta i falsi miraggi inseguiti da errati tatticismi, la Sua modesta opera di militante e di scrittore al servizio dell’Idea può essere per noi un luogo di raccoglimento e di riflessione: un incontro con la nostra coscienza.

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1656, annus terribilis: la peste a Montella di Mario Garofalo

Nell'estate del 1656 il Principato Ultra venne investito dal “male contagioso” della peste, che fin dal mese di giugno infuriava nella capitale. La diffusione pestifera aveva invaso la provincia irpina passando per Terra di Lavoro e di qui nel confinante Beneventano, nei pressi di Montesarchio, per poi raggingere rapidamente, attraverso i paesi della Valle Caudina, le terre della Valle del Calore e quelle dell'Alta Irpina.
La peste, che più volte aveva visitato il Regno, era sinonimo di inesorabile morte. Si moriva in uno stato di delirio folle o di insensato ed allucinato torpore, in una solitudine cupa e sconsolata. Della peste, nel Seicento, era del tutto ignota l’eziologia (la catena trasmissiva topo-pulce-uomo), ma se ne riconosceva la orripilante sintomatologia e la irrefrenabile aggressività contagiosa. I sintomi erano inequivocabili: forti emicranie e deliquio, vomito e febbre improvvisa, sete inestinguibile, petecchie sul corpo, ingrossamento ghiandolare, bubboni inguinali e ascellari, pustole sugli arti inferiori. Si riteneva che la pestilenza, secondo i dettami della corrente fisiopatologia ippocratico-galenica, fosse dovuta allo squilibrio umorale, ad una alterazione della crasi dei quattro fondamentali umori del corpo (sangue, flemma, bile bianca e bile nera), alla corruzione putrida del sangue che invadeva l’intero organismo. Contro quel male invincibile i medici raccomandavano, pur consci della loro inanità, comportamenti esistenziali di prevenzione, basati su precetti di tipo igienico-dietetico, di continenza e di buone e sane abitudini. Per fuggire la peste si consigliavano di evitare le cinque cose indicate fin dalla metà del sec.XV dal medico padovano Michele Savonarola: fames, fatica, fructus, femina, flatus ( “ l'inedia, l'affaticamento, i frutti, l'attività sessuale, il vento ” ).

La terapia precritta, anch'essa di derivazione galenica, si risolveva in altrettanti cinque interventi curativi: flebotomia, focus, fricatio, fuga, fluxus ( “ salasso, cauterio, sfregamento, l'allontanamento, evacuazione corporale “ ). Veniva principalmente consigliata la fuga dalle zone infestate: cito, longe fugeas et tarde redeas ( “ fuggi subito lontano e torna più tardi che puoi! “ ). Inefficace si appalesava persino il costoso farmaco rappresentato dalla triaca maggiore, considerato «grande panacea, composta da oltre cinquanta ingredienti tra cui fondamentale e[ra] il tritato di vipera. Al veleno della peste si oppone[va] il contravveleno della vipera, con quel tanto di esoterico e di magico che fa[ceva] della triaca, a piacimento, un farmaco inutile, o un tossico, o un placebo». Altrettanto inutili e spesso maggiormente perniciosi si rivelano altri rimedi terapeutici di tipo chirurgico, praticati da cerusici e barbieri, personale paramedico addetto alla “manualità”, agli «impuri» interventi sui corpi malati, come salassi, purghe, incisioni, applicazioni di ventose su bubboni e antraci per estrarre il «veleno», sui quali si spalmavano impiastri e unguenti per portarli a suppurazione.


L’insorgenza della malattia pestifera, secondo credenze di ascendenza araba (Avicenna), veniva inoltre correlata alla infausta disposizione dei corpi celesti, che proiettavano sulla terra i loro mortiferi influssi, come castigo divino per la corruttela peccaminosa e dissoluzione morale degli uomini. Erano ancora vivi nella memoria dei montellesi, tramandati nei lucubri racconti dei padri, i sinistri presagi di catastrofi e distruzioni vaticinati nel secolo precedente dall'astrologo-mago bagnolese Giovan Battista Abiosi, che aveva previsto per il sec.XVII eventi apocalittici dovuti alla “cattiva” congiunzione di pianeti ed astri, come manifestazione di una Volontà soprannaturale, incattivita per la corruzione del mondo, sul quale veniva scagliata, in biblica sequenza, la distruttiva “triade” di carestie, guerre e peste. A Montella le prime vittime si ebbero nella metà di luglio, ma già in agosto e settembre il numero dei morti appestati raggiungeva cifre impressionanti. Del tutto impreparata, abbandonata al suo destino dalle autorità centrali, l’università non fu in grado di bloccare con immediatezza il contagio alle porte della città, consentendo così un’irruzione capillare del morbo, che non risparmiò alcun casale della municipalità.
Per altro le barriere sanitarie (rastelli) tardivamente istituite a salvaguardia del centro abitato, difese dai soldati e da cittadini armati, venivano necessariamente valicate per il transito commerciale, vitale per la comunità e spesso aggirate da persone in fuga che, economicamente agiate, riuscivano a corrompere membri della stessa guarnigione difensiva, presto assottigliatasi e vanificata per diserzione o decesso degli stessi componenti: sicché la via del «contagio dall’esterno» era del tutto spalancata. Disordine sociale e panico si acuirono in modo convulso ed incontrollato, presto sfuggiti alla vigilanza degli amministratori e dei gendarmi, tra l’altro essi stessi colpiti dal morbo.

Ogni tentativo per dominare l’epidemia da parte del feudatario e degli eletti si rivelò vano e talvolta controproducente. Fu istituito un lazzaretto nel largo di Piediserra. Il lazzaretto, improvvisato per l' occasione, costituito da tende e baracche, si rivelò presto insufficiente ad accogliere l’imponente afflusso dei malati. Le pessime condizioni igieniche lo resero presto impraticabile. Immediatamente fuori dall’abitato furono allestiti due piccoli cimiteri, dei quali uno a ridosso del casale Ferrari non lontano dalla chiesa della Madonna della Libera, ove già esisteva l’Ospizio per i forestieri. Esaurita la capienza dei sotterranei delle chiese, molti cadaveri vennero infossati sotto il pavimento della cappella detta Delle anime del Purgatorio, risalente al XVI secolo. Monatti e beccamorti presto si rifiutarono di trasportare e seppellire gli appestati. I mannesi, per timore di contagio, non riparavano i carri utilizzati per il trasporto dei cadaveri. I morti erano abbandonati nelle proprie abitazioni o insepolti per le campagne, rendendo l’aria ammorbata ed irrespirabile. Il timore dell’insepoltura ed il terrore raccapricciante che il proprio corpo potesse diventare macabro pasto per gli animali spingeva, talvolta, gli appestati a scavarsi la fossa e lì, ai bordi, attendere la propria fine nella speranza che mani pietose li avessero ricoverti di terra.
Le pessime condizioni igieniche e l’inosservanza anche delle più elementari precauzioni sanitarie favorivano la pervasione del contagio: incautamente si assistevano i congiunti morenti, alcuni cercavano di occultare i sintomi del male, altri rientravano nelle proprie dimore infettate per recuperare beni e oggetti, qualche sprovveduto si avvicinava, per mera curiosità, ai mucchi di cadaveri sulle carrette funebri. Gli assembramenti, che si formavano spontaneamente per scambi reciproci di informazioni e conforto, moltiplicavano i rischi di infezione; i montellesi che tornavano da altri paesi per assistere i propri parenti costituivano ulteriori occasioni di contagio.

Gli scenari apparivano tragicamente paradossali: i preti somministravano l’eucarestia ai morenti ponendo l’ostia consacrata sull’estremità di una canna; i notai redigevano gli atti testamentari ascoltando la volontà dei testatori dalle finestre raggiunte dall’esterno della casa per mezzo di scale di legno appoggiate sui muri. L’assistenza sanitaria, praticata presso l’Ospizio nelle vicinanze della parrocchia della Madonna della Libera, era, per le carenti ed errate conoscenze mediche di quel tempo, primitiva, empirica e del tutto inefficace per un morbo di cui era assolutamente ignota l’eziologia. I medici erano pochissimi; gli interventi sanitari erano più spesso affidati alla elementare manualità di cerusici e barbieri, che operavano in assenza di anestesia e con strumenti chirurgici di ferro, inadatti ed igienicamente pericolosi. Ma presto, con la crescente recrudescenza dell’epidemia, anche quest’ultimi diminuirono o abbandonarono l’ospedale, nonostante l’emanazione di un’ordinanza governativa che prevedeva la pena di morte per i medici ed i barbieri disertori. Fu lasciato campo libero ad abusivi e ciarlatani, a sedicenti medici empirici e fattucchiere, che propinavano a caro prezzo «miracolose» misture e intrugli o vendevano come «antidoti» ruta, pepe, noce, aglio, salvia, macerati nel vino o nell’aceto. I rimedi medicamentosi, a base di emetici, sedativi fitoterapici, unguenti, sciroppi di limone, indivia, acqua di ruta di capra, bacche di lauro, vescicanti ed altri fantasiosi impiastri erano del tutto impotenti o addirittura causa di ulteriori peggioramenti e danni fisici.
Agli inizi del 1657 la peste sembrava ormai inarrestabile a Montella, nonostante in alcune università confinanti con il Principato Citra (Atripalda, Aiello, Cesinali, Bellizzi, Tavernole S. Felice, Serino, Forino) paresse aver perso di intensità.
L’inutilità degli sforzi per combattere un morbo invincibile ed inesorabile, avvertito ormai come punizione divina della corruzione peccaminosa degli uomini, fece insorgere nella popolazione forme di devozionismo e di pietismo religioso ai limiti del parossismo: per le strade si vedevano cortei di persone oranti ed imprecanti, recitanti salmi penitenziali o battenti che percuotevano il petto con sassi o flagellavano il corpo con la frusta.
Il popolo in lunghe processioni affollava le chiese di Santa Maria del Piano e della Madonna della Libera per intonare preghiere e prostarsi in riti di penitenza (ma la stretta vicinanza dei fedeli e la ressa non facevano che accrescere il rischio di contagio). Fu in quel terribile anno che i montellesi elessero San Rocco, notoriamente santo protettore degli appestati, patrono dell’università, in sostituzione dei precedenti “protettori” San francesco, Sant’Antonio, San Domenico e Santa Rosa.
Finalmente nella metà di agosto 1657 l’epidemia era pressoché scomparsa. Aveva mietuto 1924 vittime, cifra corrispondente ai 2/3 circa della popolazione, calcolata sulla vecchia numerazione dei fuochi effettuata nel 1648.
Alla data del 27 ottobre a Montella era stata già effettuata la «spurga» (sanificazione) e l’università risultava ancora in attesa, (unitamente a Bagnoli Irpino, Caposele, Frigento, Paduli, Vitulano, Carife e San Nicola Baronia) da parte della Deputazione di Salute centrale, addetta all’esame delle «fedi di salute» (dichiarazioni documentate di attuata «spurga») del rilascio della «libera pratica», cioè la concessione della libertà di commercio e della ripresa dalle normali attività economiche e sociali.
La peste aveva provocato ingentissimi danni economici, demografici, sociali e fiscali. Soprattutto aveva modificato e sovvertito pregressi assetti sociali e posizioni economiche, politiche, religiose. Ascesero alla guida amministrativa parvenus e piccoli borghesi, prima ininfluenti o emarginati. Alcune famiglie e diversi «magnifici» cittadini aumentarono ancor più le proprie ricchezze. La restante massa del popolo si ritrovò in condizioni di miseria e fragilità sociale.
Nell’opera di soccorso agli appestati si prodigarono, oltre alcune persone di bassa condizione sociale, rimaste immuni dal contagio, che medicavano gli infettati sperando di ricavarne ricompense, sopratutto i numerosi preti locali ed i frati dei due monasteri dell’università, con la somministrazione dei sacramenti, l’assistenza e la sepoltura. Ma il loro comportamento, in alcuni casi, non fu sempre cristianamente disinteressato. Alcuni esponenti del clero, accogliendo in confessione le estreme volontà dell’appestato morente, convogliavano i legati testamentari a favore proprio o di parrocchie o di enti religiosi (ne beneficiò soprattutto il monastero di San Francesco a Folloni) per poi trasmetterli ad un notaio consenziente. Taluni cercarono di consolidare il proprio status economico, arrivando persino a vantare crediti dai familiari superstiti di defunti debitori.

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Montella “Maledetta”- 3° puntata Un montellese “cattivo”, Pasquale Bosco di Mario Garofalo

Un altro personaggio che con il suo operato, con la sua indole votata alla cattiveria, con la sua psiche malvagia e deviata, contribuì a corroborare e a diffondere la malafama di Montella come terra “maledetta”, fertile di crimini, di persone ostili, leste di mano e sempre pronte al misfatto, fu il montellese Pasquale Bosco.
L’epiteto di “mal paese” era stato coniato fin dal Seicento e si era andato maggiormente radicando, nell’opinione comune e nelle controversie con i paesi limitrofi (Cassano, Nusco, Montemarano, Bagnoli…), nel corso dell’Ottocento, soprattutto a causa dei briganti che infestavano i suoi monti e i suoi boschi –molti erano nativi del comune- e per la lunga teoria di delitti che in passato vi erano stati perpetrati, per vendette personali o per faide familiari. In realtà l’ambiente montellese non era affatto diverso da quello degli altri comuni irpini, e tuttavia la locuzione di paese –spauracchio,abitato da “mala gente” gli rimaneva appiccicato per lo più come pretestuosa manifestazione di rivalità campanilistica. Infine , fino alla prima metà del ‘900, era diventato uno stanco e retorico appellativo stereotipato e surrettizio.
Come le altre due figure già illustrate ( Fabio Goglia e Ciccio Pascale) anche Pasquale Bosco proveniva da famiglia ragguardevole, di buone tradizioni, con tanto di stemma gentilizio (albero diramato nel campo dello scudo montellese), ma si rivelò presto malapianta germinata da buon seme! Il suo bisnonno, Domenico, era stato apprezzato dottor fisico (chirurgo) e sindaco di Montella; suo nonno Cesare Bosco si era distinto a Napoli come valoroso principe del foro. Laureato in utroque iure, si acquistò gran fama di giurista, tanto da essere nominato dal re Carlo III di Borbone Regio Consigliere e dallo stesso monarca designato come istitutore del figlio (futuro re Ferdinando IV) : un incarico questo che, tuttavia, non potè di fatto esercitare, essendo venuto a morte nell’anno 1752, quando l’infante Ferdinando aveva appena un anno di vita. Erroneamente lo Scandone ne fissò, invece, il decesso nel 1755, implicitamente riconoscendone, forse per eccesso municipalistico, l’espletamento di quel prestigioso incarico per quattro anni.
Suo zio, il sacerdote e avvocato Alessandro Bosco, già vicario dell’arcivescovo di Napoli, verrà ricordato come uno dei più benemeriti cittadini di Montella. Alla sua morte (1765) con testamento olografo lasciò parte della sua eredità per l’istituzione, presso la parrocchia di San Nicola, del “Monte Bosco”, un ente con finalità caritative destinato a “distribuzione in elemosine, medicine, vestimenti per gli ignudi, e maritaggi a donzelle povere, avendo riguardo a quelle della sua parrocchia”, specialmente alle zitelle indigenti sovente costrette a finire nel precipizio della prostituzione. “Finchè fu amministrato –scrive Domenico Ciociola- secondo la volontà del fondatore fu il Monte un vero tesoro per tutti i poveri, ma più per quelli di Garzano, ma quando vi pose mano la [Commissione] Beneficienza ai poveri fu sostituito gravoso ratizzo”. In seguito, e per tutto l’Ottocento, il Monte venne soppiantato dalla Congrega della Carità, che “immemore dei benefici di Bosco” non fu immune da corruzioni e scandali.
Pasquale Bosco nacque a Montella da Gaetano nel 1750, nel palazzo avito (che passerà poi in proprietà della famiglia Capone) di rione Garzano. Fin da giovane studente aveva contrastato, insieme al padre e agli zii Domenico e Nicola (figli di Cesare) l’esecuzione delle volontà testamentarie del defunto zio Alessandro, impugnandone vanamente il testamento sia per la parte in cui si assegnava una cospicua parte dell’eredità all’erezione del Monte Bosco, sia per la parte successoria della casa di famiglia: cosi rivelando presto l’aspetto litigioso, egoistico e violento del suo carattere. Spostatosi a Napoli, seguì studi giuridici, ma non risulta che abbia mai conseguito il titolo accademico, nonostante millantasse in ogni occasione una sua “straordinaria” padronanza del diritto criminale. Entrato nella Guardia di Polizia di Stato, espletò il tirocinio professionale alla scuola del famigerato cagnotto Francesco Caccia. Acquistò bieca nomea di “cacciatore” e persecutore feroce di giacobini durante la congiura repubblicana del 1794, che –come è noto- presto scoperta ed abortita grazie ad interessate delazioni finì tragicamente, con carcerazioni e condanne a morte, tra cui quella del giovane avvocato di Montoro Vincenzo Galiani. Raggiunto il grado di Sovrintendente di Polizia e nominato per designazione regia deputato nella Giunta di Stato per le inquisizioni e processi dei rei di stato dal 1796 al 1798, espletò tali incarichi con una crudeltà ed uno zelo maniacale di persecuzione, portato ai limiti di un parossistico sadismo inquisitorio, che gli valse nell’ambiente partenopeo lo spregiativo e fosco appellativo di “terrore di Napoli”. Nella sua funzione di giudice accusatore applicò sempre con cieca e spietata pervicacia il metodo della intimidazione, della violenza fisica e psicologica, del sospetto e della sopraffazione. Trasse in arresto perfino il Reggente della Vicaria Luigi dei Medici, infondatamente sospettato di aver capeggiato la congiura. Il giacobino Giuseppe Albarelli, ex governatore di Nusco, che della sua conoscenza aveva fatto triste esperienza, in un suo memoriale difensivo pubblicato nel 1799 ne ha lasciato questo impietoso quanto icastico ritratto morale:
Pasquale Bosco era di un carattere originale; ricco per le sue rendite, ma povero perché spendea tutto per il tiranno; presuntuoso di sapere specialmente il codice criminale, ed è di una ignoranza statuaria; vanaglorioso, insultante, e poi adultore vile al segno che fa schifo; insomma un ambizioso senza misura ed una balordaggine illimitata, con una lingua estremamente bugiarda che facea deridersi da tutti. Ad un uomo di tal sorta dava Pignatelli a rivedere i processi delle cause, che strappava da’ tribunali collegiati, allorchè questo ministro di iniquità si cacciò in testa di fondere Napoli nel crogiuolo dell’empietà sua… Bosco diceva sovente che, se suo padre fosse stato vivo, egli lo avrebbe denunciato e carcerato.
che Benedetto Croce considerò il ritratto del “tipo di un satellite di polizia fanatico e disinteressato”. Vincenzo Cuoco, l’autore del Saggio storico sulla Rivoluzione di Napoli , scrisse che il nome di Bosco e quello dei tanti “scellerati” giudici di quei processi, “la giusta vendetta della posterità non deve permettere che cadano nell’oblio”.
Agli inizi del 1799, con i francesi di Napoleone alle porte di Napoli, ottusamente fedele alla monarchia e per sottrarsi a possibili ritorsioni da parte delle vittime dei suoi abusi e sevizie, seguì re Ferdinando in Sicilia.
Durante la breve stagione repubblicana del’99 si aggregò al raccogliticcio esercito sanfedista del cardinale Ruffo in Calabria, dove si industriò a procacciare fra i contadini proseliti antirivoluzionari. Durante la restaurazione borbonica il suo fanatismo legittimista ed anti giacobino venne formalmente premiato dal re, con la riconferma nella carica di Sovrintendente di Polizia e con un sostanzioso incremento stipendiale, al quale potè sommare anche una pensione annua ricavata dai beni confiscati dei rei di stato, a parziale risarcimento –sostenne- delle spese “di suo”, impiegate per la “buona causa”. Dopo un breve periodo di soggiorno in terra di Gesualdo, ove possedeva proprietà, tornato a Napoli si diede ad organizzare e capeggiare, con il subdolo beneplacito della regina Carolina, una congiura che aveva lo scopo di indurre la plebe partenopea al “massacro generale dei cosi detti amici de’francesi e degli indifferenti sino all’estirpazione totale delle famiglie”. Ma la orchestrata congiura (ignota al re) non andò in porto perché prontamente scoperta e bloccata dal capo della polizia Ferdinando Marulli, Duca d’Ascoli. Solo grazie all’intervento della regina ( che era stata connivente) il Nostro poté sottrarsi a più spiacevoli e gravi conseguenze.
Già giubilato con misero obolo mensile di ducati 25, dopo una brevissima detenzione, venne comunque confinato ai domiciliari a Gesualdo, “sotto pena di vita, tornando a Napoli, e confisca di beni, e con l’incarico al Preside per Bosco di invigilare sulla sua condotta e riscontrarne S.M settimanalmente”. Ma già quindici giorni dopo l’arrivo a Gesualdo, riuscì ad eludere la disaccorta vigilanza e poté raggiungere Montella. Nel paese natio cercò inutilmente di arruolare adepti alla causa antigiacobbina. Tentò, con poca fortuna, di riallacciare rapporti con alcuni vecchi elementi filo borbonici del paese, i quali, per prudente timore di compromissione, evitarono di incontrarlo e di frequentarlo, come risulta da alcune lettere di Giuseppe Capone al nipote Andrea Capone, esponenti di una famiglia da sempre amica dei Bosco. Tornato a Gesualdo e datosi alla macchia, venne infine catturato dalla colonna mobile del Gen. Arcovito. Trascinato a Napoli, il 3 Maggio 1806 sfilò incatenato insieme ad altri arrestati, per essere rinchiuso nelle carceri della Vicaria. Narra Carlo de Nicola, un cronista napoletano contemporaneo (legato a Montella per aver sposato una Pascale del luogo):
Tra i quali il conosciutissimo giudice di polizia D.Pasquale Bosco, che si è portato carico di catene su d’un somaro e camminava in mezzo ai più crudeli insulti che dai circostanti gli si facevano… Sarà giunto il termine dei giorni suoi; ma quante famiglie non hanno pianto per lui nel tempo del suo favore e dell’inquisizione di stato del 1799, non che della precedente del 1796 e 1797!
Nella prigione napoletana, presagendo la sua fine imminente, dettò testamento a favore della moglie Caterina Viscardi e, improle, in subordine del nipote Gennaro Bosco. In settembre, con altri detenuti politici ritenuti pericolosi, fu deportato in Piemonte nella gelida fortezza alpina di Fenestrelle. Ormai affranto e preda di un progressivo squilibrio mentale, psichicamente disturbato, sentitosi abbandonato anche dai beneficiati consorte e nipote, ritrattò il testamento e devolse tutti i suoi averi a certa Elisabetta Andriele, moglie del suo carceriere, che forse gli aveva dimostrato sentimenti di compassione o, più probabilmente, l’aveva circuito. Solo e derelitto, ostaggio della sua follia, si spense il 5 agosto 1810 all’età di anni sessanta.

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FRANCESCO SCANDONE di Mario Garofalo

Approdo storiografico di una decennale frequentazione con l'opera scandoniana, questo lavoro ambisce a fornire di Francesco Scandone un ritratto storico, scevro di suggestioni agiografiche o semplicemente commemorative, costruito attraverso una rivisitazione rigorosamente critica della biografia intellettuale del personaggio, della sua formazione culturale, degli esiti straordinari della sua ricerca e letteraria. Attraverso un'analisi puntuale delle scelte tematiche e metodologiche dell'Autore, se ne valuta la eccezionale produzione storiografica da cui emerge, compiuta e nitida, l'immagine di una personalità complessa, ma integra e coerente, che ha avuto il merito di lasciarci un'eredità storico-documentaria imprescindibile per lo storico dell'Irpinia di oggi e di domani.

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MONTELLA “MALEDETTA”. DELITTI IMPUNITI 2^ puntata "L'eliminazione di Ciccio Pascale " di Mario Garofalo

Se nella vita e nel delitto dell'abate Goglia, con la sua mitizzazione leggendaria operata dalla fantasia popolare, sembrano “magicamente” confluire e fondersi le multiformi connotazioni (elementi storici, cronachistici, sociali, superstiziosi) del secolo tragico in cui si consumarono, la vicenda biografica e l'assassinio di Francesco Pascale, detto Ciccio, rimandano, invece, alla fonte originaria del male, annidata nell'animo come compresenza riposta e prepotente di una istintualità “cattiva”, non più refrenabile dai sentimenti di moralità, di religiosità, di pudore, di rispetto e di pietà che sono alla base del vivere civile.
Il delitto di Francesco Pascale fu, in fondo, soltanto l'assassinio di un assassino.


La storia di questo personaggio si svolse nella prima metà dell'Ottocento, in una Montella che visse non passivamente gli eventi e i rivolgimenti politici e sociali di quel periodo cruciale della storia del Mezzogiorno.
Il giacobinismo del '99 aveva visto come protagonisti gli esponenti di alcune famiglie montellesi dalle idee avanzate e “rivoluzionarie”, come i Capone (con il capostipite Andrea), i Lepore (con Don Aniello), i Clemente (con il capo famiglia Dionisio ed il figlio Nicola), i Galea, gli Abiosi (con i quattro germani Febo, Domenico, Gennaro e Lelio). In piazza Bartoli era stato issato l'albero della libertà repubblicana, presto abbattuto dalla reazione sanfedista. A Montella erano sorte le prime vendite carbonare; si erano accesi i primi fuochi dei moti risorgimentali, del patriottismo e dell'antiregalismo, soprattutto ad opera dei fratelli Filippo e Scipione Capone.

Di contro, in stragrande maggioranza, la acquiescente fedeltà all' assolutismo borbonico - di cui massimo rappresentante fu Francesco Maria Trevisani – del popolo e delle famiglie più influenti della borghesia locale, tra le quali si distingueva proprio quella dei Pascale, da cui il nostro Francesco proveniva. La famiglia Pascale, dimorante nel rione Fontana, si annoverava tra le più cospicue del patriziato montellese; al paese aveva dato nei secoli passati figure prestigiose nel campo della religione, del diritto, della medicina, dell'avvocatura e del notariato. Politicamente si professava apertamente schierata su posizioni legittimiste e filoborboniche. Il rampollo Ciccio, per educazione ricevuta, si appalesò presto come un miope ed intransigente assertore di quel codinismo d' ancien régime tipico dell'assolutismo regalista. Ma di spiriti antigiacobini si era fortemente imbevuto anche durante il decennale periodo di studi teologici trascorso nel seminario di Nusco, allora vacante dell'Ordinario diocesano e retto dal corrotto vicario Emidio Della Vecchia, durante il regime napoleonico che ne aveva soppresso le tradizionali prerogative finanziarie e socio-religiose.


Nato a Montella nel 1790, conseguì l'ordinazione sacerdotale nei primi anni '20; svolse la sua professione clericale durante la repressiva restaurazione borbonica, caratterizzata dall'occhiuta sorveglianza e dall'incessante persecuzione dei pochi “galantuomini” del paese sospettati di simpatie liberali. Don Ciccio, a tutt'altro dedito fuorché alla sua missione pastorale, non mancò di esercitare per conto dell'autorità l'indegna attività di spia e delatore antiliberale, ricavandone favori, lucro e soprattutto impunità per le sue note azioni delinquenziali. Di lui si conoscono le fattezze fisiche, ricavate da un passaporto rilasciato a suo nome nel 1825 dall'Intendente di Principato Ultra per recarsi a Roma durante il giubileo indetto da papa Leone XII, al fine di “lucrare indulgenze”, spendibili nell'aldilà a sconto di una vita terrena peccaminosa e scellerata:

Francesco Pascale, nativo di Montella, sacerdote in veste di pellegrino accompagnato dal nipote Giuseppe. Connotati: età, anni 35; statura alta; capelli castagni; fronte giusta; occhi cervoni; barba folta; mento e viso regolari; carnagione naturale.

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Montella "maledetta" . Delitti Impuniti . di Mario Garofalo in esclusiva

Casa Abate Goglia 02Ancora fino alla prima metà del Novecento, sulla città di Montella circolava, con malcelata tendenziosità, l'epiteto di “mal paese”, come sinonimo di luogo malfamato, inospitale, “pericoloso”, abitato da individui sempre pronti, per una loro innata inclinazione, al litigio, alla rissa, a menar le mani, al misfatto e all'omicidio. “A Montella – blateravano gli abitanti dei limitrofi e rivali paesi di Cassano, Bagnoli, Montemarano, Nusco – mala gente, mal paese, pure l'erba punge il culo!”, facendo così contrappunto ad un detto montellese che millantava, con irridente

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IL SEICENTO Storia sociale di Montella nuova pubblicazione di Mario Garofalo

Garofalo Montella IL SEICENTOLa vita quotidiana, sociale, economica,politica e religiosa a Montella durante il secolo più drammatico della sua storia, narrata con metodo e canoni storiografici nuovi. 

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Mario Garofalo - precisazioni sull'intervento relativo alla Fondazione della Casa di Riposo

Leone Villa ESpett.le Redazione, ho letto con interesse l’intervento di Riccardo Cianciulli relativo alla Fondazione della Casa di Riposo : un argomento sul quale voglio apportare ulteriore documentazione in mio possesso, che arricchisce e meglio precisa i contorni della vicenda. Ma non prima di aver fatto rilevare al mio cortese lettore che il tenore del mio articolo rispecchia un metodo di indagine rigorosamente “storico “, che appartiene alla mia lunga formazione di studioso della storia , di cui è testimonianza, credo, il mio curriculum scientifico di non poche pubblicazioni. L’assunto dell’articolo poggia su verificabili fonti documentarie (atti deliberativi del Consiglio municipale in Archivio Comunale; numerosi riscontri della stampa periodica provinciale presso l’Emeroteca della Biblioteca Provinciale di Avellino, memorie ecc.), non esprime o camuffa <pareri personali>! 

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