Mario Garofalo

MONTELLA “MALEDETTA”. DELITTI IMPUNITI 2^ puntata "L'eliminazione di Ciccio Pascale " di Mario Garofalo

Se nella vita e nel delitto dell'abate Goglia, con la sua mitizzazione leggendaria operata dalla fantasia popolare, sembrano “magicamente” confluire e fondersi le multiformi connotazioni (elementi storici, cronachistici, sociali, superstiziosi) del secolo tragico in cui si consumarono, la vicenda biografica e l'assassinio di Francesco Pascale, detto Ciccio, rimandano, invece, alla fonte originaria del male, annidata nell'animo come compresenza riposta e prepotente di una istintualità “cattiva”, non più refrenabile dai sentimenti di moralità, di religiosità, di pudore, di rispetto e di pietà che sono alla base del vivere civile.Il delitto di Francesco Pascale fu, in fondo, soltanto l'assassinio di un assassino.

La storia di questo personaggio si svolse nella prima metà dell'Ottocento, in una Montella che visse non passivamente gli eventi e i rivolgimenti politici e sociali di quel periodo cruciale della storia del Mezzogiorno.Il giacobinismo del '99 aveva visto come protagonisti gli esponenti di alcune famiglie montellesi dalle idee avanzate e “rivoluzionarie”, come i Capone (con il capostipite Andrea), i Lepore (con Don Aniello), i Clemente (con il capo famiglia Dionisio ed il figlio Nicola), i Galea, gli Abiosi (con i quattro germani Febo, Domenico, Gennaro e Lelio). In piazza Bartoli era stato issato l'albero della libertà repubblicana, presto abbattuto dalla reazione sanfedista. A Montella erano sorte le prime vendite carbonare; si erano accesi i primi fuochi dei moti risorgimentali, del patriottismo e dell'antiregalismo, soprattutto ad opera dei fratelli Filippo e Scipione Capone.

Di contro, in stragrande maggioranza, la acquiescente fedeltà all' assolutismo borbonico - di cui massimo rappresentante fu Francesco Maria Trevisani – del popolo e delle famiglie più influenti della borghesia locale, tra le quali si distingueva proprio quella dei Pascale, da cui il nostro Francesco proveniva. La famiglia Pascale, dimorante nel rione Fontana, si annoverava tra le più cospicue del patriziato montellese; al paese aveva dato nei secoli passati figure prestigiose nel campo della religione, del diritto, della medicina, dell'avvocatura e del notariato. Politicamente si professava apertamente schierata su posizioni legittimiste e filoborboniche. Il rampollo Ciccio, per educazione ricevuta, si appalesò presto come un miope ed intransigente assertore di quel codinismo d' ancien régime tipico dell'assolutismo regalista. Ma di spiriti antigiacobini si era fortemente imbevuto anche durante il decennale periodo di studi teologici trascorso nel seminario di Nusco, allora vacante dell'Ordinario diocesano e retto dal corrotto vicario Emidio Della Vecchia, durante il regime napoleonico che ne aveva soppresso le tradizionali prerogative finanziarie e socio-religiose.

Nato a Montella nel 1790, conseguì l'ordinazione sacerdotale nei primi anni '20; svolse la sua professione clericale durante la repressiva restaurazione borbonica, caratterizzata dall'occhiuta sorveglianza e dall'incessante persecuzione dei pochi “galantuomini” del paese sospettati di simpatie liberali. Don Ciccio, a tutt'altro dedito fuorché alla sua missione pastorale, non mancò di esercitare per conto dell'autorità l'indegna attività di spia e delatore antiliberale, ricavandone favori, lucro e soprattutto impunità per le sue note azioni delinquenziali. Di lui si conoscono le fattezze fisiche, ricavate da un passaporto rilasciato a suo nome nel 1825 dall'Intendente di Principato Ultra per recarsi a Roma durante il giubileo indetto da papa Leone XII, al fine di “lucrare indulgenze”, spendibili nell'aldilà a sconto di una vita terrena peccaminosa e scellerata:

Francesco Pascale, nativo di Montella, sacerdote in veste di pellegrino accompagnato dal nipote Giuseppe. Connotati: età, anni 35; statura alta; capelli castagni; fronte giusta; occhi cervoni; barba folta; mento e viso regolari; carnagione naturale.

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CELESTINO DE MARCO e IL RUBINETTO del "CONTENTINO" di Mario Garofalo in esclusiva per www.montella.eu

 Villa De Marco anni 30Nel bell'articolo di Nino Tiretta sulle fontane pubbliche anticamente presenti nei casali di Montella,simboli nostalgici di una civiltà perduta,di un variopinto microcosmo paesano,fatto di incontri, di chiacchiericci,di dispute e di amori,di giochi e di fatiche,viene menzionata l'esistenza di un fontanino fuoruscente dal recinto murario di "Villa Elena" : "sul muro perimetrale di Villa De Marco...-scrive Tiretta- subito dopo il

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Montella "maledetta" . Delitti Impuniti . di Mario Garofalo in esclusiva

Casa Abate Goglia 02Ancora fino alla prima metà del Novecento, sulla città di Montella circolava, con malcelata tendenziosità, l'epiteto di “mal paese”, come sinonimo di luogo malfamato, inospitale, “pericoloso”, abitato da individui sempre pronti, per una loro innata inclinazione, al litigio, alla rissa, a menar le mani, al misfatto e all'omicidio. “A Montella – blateravano gli abitanti dei limitrofi e rivali paesi di Cassano, Bagnoli, Montemarano, Nusco – mala gente, mal paese, pure l'erba punge il culo!”, facendo così contrappunto ad un detto montellese che millantava, con irridente

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IL SEICENTO Storia sociale di Montella nuova pubblicazione di Mario Garofalo

Garofalo Montella IL SEICENTOLa vita quotidiana, sociale, economica,politica e religiosa a Montella durante il secolo più drammatico della sua storia, narrata con metodo e canoni storiografici nuovi. 

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Mario Garofalo - precisazioni sull'intervento relativo alla Fondazione della Casa di Riposo

Leone Villa ESpett.le Redazione, ho letto con interesse l’intervento di Riccardo Cianciulli relativo alla Fondazione della Casa di Riposo : un argomento sul quale voglio apportare ulteriore documentazione in mio possesso, che arricchisce e meglio precisa i contorni della vicenda. Ma non prima di aver fatto rilevare al mio cortese lettore che il tenore del mio articolo rispecchia un metodo di indagine rigorosamente “storico “, che appartiene alla mia lunga formazione di studioso della storia , di cui è testimonianza, credo, il mio curriculum scientifico di non poche pubblicazioni. L’assunto dell’articolo poggia su verificabili fonti documentarie (atti deliberativi del Consiglio municipale in Archivio Comunale; numerosi riscontri della stampa periodica provinciale presso l’Emeroteca della Biblioteca Provinciale di Avellino, memorie ecc.), non esprime o camuffa <pareri personali>! 

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