palatucciSono il Prof. Pier Luigi Guiducci. Insegno Storia della Chiesa presso la Pontificia Università Lateranense di Roma. sono lieto di trasmettere alle Signorie Loro copia del Documento che in questi giorni la Commissione di Roma ha reso noto a conclusione dei suoi lavori sulla Figura e l'operato del Dr Giovanni Palatucci.
A tutti Voi

l'augurio di una buona Pasqua. Prof. Guiducci 

Dott. Giovanni Palatucci (1909-1945). Commissione di Studio sulla figura e l’operato dell’ex-reggente della Questura di Fiume (Roma, 2010-2015). Risultati dei lavori.

Dal gennaio del 2010 al marzo del 2015 si è svolta, attraverso un tavolo virtuale, una ricerca storica pluricentrica con l’intento di approfondire la figura e l’operato dell’ex reggente di Fiume, Dott. Giovanni Palatucci (nato a Montella nel 1909 e morto a Dachau nel 1945). Il Dott. Palatucci, nello svolgimento dei propri compiti di ufficio, riservò un’attenzione particolare verso gli ebrei perseguitati. Partecipò a iniziative per salvare loro la vita. Segnalato da delatori, venne arrestato, interrogato con torture, condannato a morte. La condanna fu poi tramutata nella pena dell’internamento presso il lager di Dachau. Al riguardo, sono stati studiati centinaia di atti depositati presso Archivi italiani, e presso Archivi posizionati in Belgio, Croazia, Germania, Israele, U.S.A., Regno Unito, Serbia.
Apporti significativi sono stati forniti da: Vice Console Sergio Fabiano, Consolato Generale di Svizzera (Consolato Svizzero a Trieste e Giovanni Palatucci); Prof. Pier Luigi Guiducci (R.S.I., Terzo Reich, documenti su Giovanni Palatucci); Sig.a Isabella Nespoli, Ufficio del World Jewish Congress di Bruxelles (l’intervento di Raffaele Cantoni a Londra nel 1945 e Giovanni Palatucci); Prefettura di Trieste (vicende della Prefettura nel periodo in cui Giovanni Palatucci fu reggente della Questura di Fiume); dott. Aldo Viroli (ebrei perseguitati, la rete di protezione degli ebrei in fuga, Giovanni Palatucci).
I lavori della Commissione sono stati promossi e presieduti dallo storico Prof. Pier Luigi Guiducci. Docente di Storia della Chiesa presso il Centro Diocesano di Teologia per Laici di Roma (Istituto Ecclesia Mater, Pontificia Università Lateranense). Esperto della Shoah. Ha pubblicato molteplici studi sulla seconda guerra mondiale, ed è Consulente di diversi Istituti Storici.
I risultati del lavoro della Commissione, con sede a Roma presso il luogo ove insegna il Prof. Guiducci, sono stati raccolti nel Documento che qui di seguito si riporta.

By January 2010 to March of 2015 took place, through a virtual table, a pluricentric historical research with the aim to study personality and work of Dr. John Palatucci, the former regent of Rijeka (born in 1909 in Montella and died in Dachau in 1945). Dr. Palatucci, developing their office tasks, closed a special attention to persecuted Jews. He involved to efforts to save them. In consequence of informers, was arrested, interrogated with torture, damned to death. The sentence was later changed into a period of reclusion in Dachau lager. In this connection hundreds of documents stored in the archives of Italia, Belgium, Croatia, Germany, Israel, USA, UK, Serbia were studied.
Significant supports were offered by Vice Consul Sergio Fabiano, Consulate General of Switzerland (Swiss Consulate of Trieste and by Giovanni Palatucci); Prof. Pier Luigi Guiducci (RSI, Third Reich, documents and historical contributions of Giovanni Palatucci); Mrs. Isabella Nespoli, Office of the World Jewish Congress in Brussels (intervention of Raffaele Cantoni in London in 1945 and John Palatucci); Prefecture of Trieste (Prefecture events at the time of regency of Giovanni Palatucci as police headquarters in Rijeka); dr. Aldo Viroli (persecuted Jews, safety net of the fugitive Jews, Giovanni Palatucci).
The Commission's work was promoted and chaired by historian Prof. Pier Luigi Guiducci. teacher of Church History in Diocesan Center of Theology for Laity in Rome (Istituto Mater Ecclesia, Pontifical Lateran University),skilled about of Holocaust. He published a lot of studies on the Second World War and is adviser of several historical Institutes.
The results of Commission work, located in Rome where Professor Guiducci works, were collected in the document showed below.

Premessa
Tutte le iniziative che rientrarono nell’ambito della “resistenza al nazifascismo” non furono esclusivamente un fatto d’arme. Non implicarono necessariamente uno spargimento di sangue. Uno scontro violento tra forze contrapposte. Il moto di opposizione ebbe infatti più volti .

-quello morale (condanna di dottrine, critiche di atti legali, palese disapprovazione di comportamenti oppressivi e violenti…);
-quello della non collaborazione (resistenza al reclutamento di manodopera coatta; astensione, pur in presenza di comandi; nascondimento di macchinari, pur in presenza di ordini in materia di produttività; scioperi; irreperibilità, pur in presenza di convocazione…);
-quello pedagogico (vicinanza alle nuove generazioni per prepararle a un futuro migliore; conservazione di opere proibite; messa in circolazione di testi firmati da autori condannati dal regime…);
-quello civile (manomissione di archivi, protezione dei perseguitati, intese politiche per una nuova Italia…);
-fino ad arrivare a realtà altamente pericolose (tipografie clandestine, staffette partigiane, preparazione e gestione di attentati, conflitti frontali…).

La resistenza civile
In tale contesto, chi volle attuare una resistenza civile , dovette - prima di tutto - agire in modo da non destare sospetti. Il sistema della delazione era, infatti, tra i peggiori pericoli. Basti pensare, ad esempio, a quanto accadde a Roma :

arresto di Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, don Giuseppe Morosini, don Pietro Pappagallo, Settimio Sorani, Leone Ginzburg, Aladino Govoni, Unico Guidoni, Uccio Pisino, Ezio Lombardi, Tigrino Sabatini, Karel Weirich et al..

Se, poi, chi prendeva le distanze da teorie e prassi nazifasciste (specie le politiche antisemite) operava nella Pubblica Amministrazione, e -segnatamente- nelle Forze dell’Ordine, la strada per iniziative umanitarie era durissima .

Metodo di ricerca storica
Questo primo dato storico viene posto all’inizio del presente documento perché negli archivi pubblici italiani (quali ad esempio l’Archivio Centrale dello Stato ), e in quelli di altri Paesi (es. Germania, Ungheria, Croazia, Serbia…), oltre che nei fascicoli conservati presso Fondazioni e Istituti Storici, non è possibile pensare di individuare traccia di azioni svolte nella clandestinità. Al contrario, si possono trovare solo documenti ufficiali, attestanti un’informativa nota:

- persecuzioni in generale e in particolare,
- operazioni di sterminio ebraico,
- repressioni ,
- le memorie per le commissioni per l’epurazione (defascistizzazione delle amministrazioni dello Stato, degli enti locali e parastatali, degli enti sottoposti a vigilanza o tutela dello Stato e delle aziende private esercenti pubblici servizi o d’interesse nazionale),
- tutele economiche,
- procedimenti disciplinari,
- encomi.

Per riuscire, in qualche modo, ad acquisire delle informazioni riservate, più articolate, è necessario rileggere le testimonianze del tempo, studiare gli interventi di alcuni protagonisti della resistenza anche ebraica, le carte di singole famiglie, gli incartamenti depositati presso le Curie Diocesane, i progetti ideati pure in sedi estere, sviluppare una ricerca sulle reti sotterranee di solidarietà, e approfondire i contenuti degli atti di intelligence depositati presso l’Archivio SS di Berlino, o nelle raccolte inglesi (Londra) e statunitensi (Washington) . Tali sottolineature sono importanti anche con riferimento alla figura di un commissario originario della Campania: il dr. Giovanni Palatucci.

Giovanni Palatucci (nato nel 1909)
Nato a Montella (un Comune nella Provincia di Avellino) il 29.5.1909 , e morto nel lager di Dachau il 10.2.1945, Giovanni Palatucci conseguì il diploma di maturità classica al liceo “Tasso” di Salerno. Adempì il servizio militare (tenente di complemento di fanteria) a Moncalieri (Piemonte). Si laureò in Giurisprudenza (Regia Università di Torino, 1932). Rinunciò, poi, alla professione forense per entrare come funzionario nell’Amministrazione della Pubblica Sicurezza.

Genova (agosto 1936)
Il dr. Palatucci operò inizialmente nella Regia Questura di Genova. Prese servizio il 3 agosto 1936. Prestò giuramento il 16 settembre dello stesso anno. Il questore era Rodolfo Buzzi (morto nel 1938) . Palatucci ebbe il grado di volontario vice commissario aggiunto di P.S.. Nella città ligure conobbe pure la guardia scelta Raffaele Avallone (che venne poi trasferito a Fiume) . Dal febbraio al maggio del 1937 frequentò a Roma la Scuola di Formazione per Funzionari della P.S.. Della Questura di Genova Palatucci non condivise talune prassi. E lo affermò senza remore in un’intervista . Il questore non gradì l’esternazione e si attivò per un trasferimento (la designazione finale riguardò poi la Regia Questura di Fiume) . Scrisse (21 ottobre 1937), al riguardo, al capo del personale del Ministero dell’Interno, il prefetto dr. Carlo Schiavi:

“(…) Le designo per il trasferimento da questa ad altra sede - il vicecommissario aggiunto di P.S. dott. Palatucci Giovanni, del quale non sono eccessivamente contento”.

Fiume (novembre 1937)
Il dr. Palatucci assunse il nuovo incarico il 15 novembre del 1937. Si inserì in una città che era diventata parte del Regno d’Italia nel 1924. In tempi precedenti, Fiume era stata il porto del Regno d’Ungheria. Era poi divenuta Città Libera . In questa zona, rimanevano evidenti gli effetti di un contrasto etnico non sopito presente nel territorio del Friuli Venezia Giulia. Da una parte si collocavano gli italiani, dall’altra si posizionavano gli sloveni-croati. Inoltre, con la perdita del proprio naturale retroterra della Grande Ungheria, il traffico portuale non aveva più raggiunto i livelli di un tempo. L’economia ne era stata colpita, ed anche - in generale - la situazione sociale della città . A Fiume il dr. Palatucci fu assegnato all’ufficio stranieri della Regia Questura. In qualità di responsabile, gli competeva - tra l’altro - il compito di vidimare i permessi di soggiorno per gli spostamenti degli ebrei (divenuti - di fatto - “stranieri” nel loro Paese). Se uno di loro intendeva, ad esempio, raggiungere Trieste (o altra località del Regno d’Italia), era obbligato a richiedere un visto (autorizzazione della Questura).

Le convinzioni politiche
L’iscrizione del dr. Palatucci al Partito Nazionale Fascista (obbligatoria per chi operava al servizio dello Stato) è datata 23.3.1928. Dai documenti conservati in più Archivi (non solo italiani), risulta che nei suoi comportamenti non si individuano particolari entusiasmi per l’orientamento governativo del tempo, ispirato alle direttive mussoliniane, a quelle del PNF, alla filosofia gentiliana , e alle prassi stabilite nelle sedi fasciste locali. Egli mantenne, al riguardo:

-una linea di riservatezza (non sono stati ritrovati suoi interventi pubblici),
-un rigore morale su determinati valori-chiave,
-un’attenzione non debole verso temi riguardanti la vita italiana,
-un rispetto non servile (fu infatti critico in diverse occasioni) verso chi rappresentava lo Stato.

Dagli scritti privati esaminati traspare:

-una personale insofferenza verso le intemperanze fasciste ;
-un disaccordo verso oppressivi rastrellamenti “a raggio” ;
-una netta presa di distanza da quelle affermazioni razziste che costituirono la base teorica del sistema persecutorio antiebraico (e non solo). Le indagini condotte per un cognome, per una nascita, per un’appartenenza genetica, non trovarono in lui un assertore. Non facevano parte del suo costume professionale, della sua etica. Si ricorda, al riguardo una sua affermazione: “Vogliono farci credere che il cuore sia solo un muscolo e ci vogliono impedire di fare quello che il cuore e la nostra religione ci dettano” ;
- sul piano della fede, Palatucci dimostrò di voler percorrere un proprio itinerario spirituale , e di voler partecipare in modo continuo alla vita ecclesiale.

Consolato Svizzero di Trieste
Dalle indagini effettuate, incluse quelle iniziate presso l’Ambasciata Svizzera in Italia e proseguite poi a Berna (Svizzera), risulta che nei territori di Trieste e di Fiume erano operativi più centri che svolgevano anche attività di assistenza (es. l’O.N.M.I. ). Tra questi, assunse un ruolo non debole il Consolato Svizzero a Trieste. Il Console si chiamava Emilio Bonzanigo. Era nato nel 1884. Morì nel 1973 a Bellinzona (Canton Ticino). Il Signor Bonzanigo venne nominato con atto del 21.01.1938. Svolse le sue funzioni dal 13.04.1938 al 31.12.1949 . Le discussioni, quindi, sulla presenza di un “fantomatico” Console a Trieste sono risultate prive di fondamento mentre, al contrario, rivestono importanza gli studi sulla politica della Confederazione Elvetica in materia di asilo .

Le persecuzioni antiebraiche (luglio 1938)
Mentre il dr. Palatucci era impegnato nei suoi compiti d’istituto, il regime del tempo diffuse Il Manifesto degli scienziati razzisti (14.07.1938) . Poco dopo, venne emanato il regio decreto legge Provvedimenti per la difesa della razza italiana , conv. senza modif. in L. 5.1.1939, n. 274 . In segreto, però, cominciarono ad arrivare al Duce rapporti dell’OVRA che segnalavano dissensi e prese di distanza nella popolazione . Malgrado il momento durissimo per gli ebrei , si delinearono tre risposte organizzate all’oppressione fascista tra il 1938 e il 1943. L’organizzazione:

- di scuole per bambini, ragazzi e insegnanti ebrei espulsi dalle scuole pubbliche nel 1938;
- del soggiorno e delle partenze dei profughi stranieri che fuggivano dai Paesi invasi dai nazisti;
- dell’assistenza sociale per profughi stranieri e per ebrei italiani antifascisti rinchiusi in campi di internamento dal giugno del 1940, o sottoposti a domicilio coatto (categoria: “internati liberi” o “internati civili di guerra”.

I profughi (1938 in poi)
Negli anni dal 1938 fino al 1943-1944 il dr. Palatucci si trovò di fronte alla realtà dei profughi ebrei (provenienti dall’Austria e poi da: Cecoslovacchia, Ungheria, Polonia, Croazia, ecc.). Quest’ultimi, attraversarono di frequente i confini in modo clandestino pur di evitare l’internamento . Per questi profughi l’ordine di Mussolini (che era anche il ministro dell’Interno) prevedeva l’espulsione, quindi la consegna ai nazisti. Il numero dei profughi - in maggioranza ebrei - può solo venire stimato. Era poi significativa la realtà degli ebrei della città di Fiume e dintorni (1600 persone ca) che, nel 1938, con le leggi razziali, si trovarono quasi tutti privati della cittadinanza italiana. I loro viaggi verso le altre province italiane dovevano avere il visto di autorizzazione di Palatucci.

In particolare: gli ebrei jugoslavi
Dopo lo smembramento della Jugoslavia, attaccata dall’esercito italiano e da quello tedesco (aprile-maggio 1941), una parte di quel territorio fu riconvertito in una nuova entità denominata Stato Indipendente di Croazia. La capitale fu Zagabria. A capo del regime venne posto Ante Pavelić (1889-1959). Quest’ultimo fu tra i fondatori del movimento ustaša (“ribelle”). Tale organismo si dimostrò violentemente ostile a una Jugoslavia multietnica, e assolutamente intollerante verso serbi, ebrei e zingari. Altri territori ex iugoslavi furono annessi all’Italia (decreto 19.5.1941) .

Nelle aree annesse all’Italia, i governanti applicarono agli ebrei locali la stessa politica in atto nel Paese dal settembre del 1938 (norme persecutorie razziste). Anche in quel territorio venne esteso pertanto il provvedimento di internamento degli ebrei stranieri in atto in Italia fin dal giugno del 1940. Erigere campi di internamento sul posto, divenne, però, in più casi, un problema (questioni di vettovagliamento e di sicurezza). Per tale motivo, i colpiti da questo provvedimento furono per lo più trasferiti in Italia, e inizialmente rinchiusi nel campo di internamento di Ferramonti (Cosenza) o di Campagna (Salerno), da cui vennero ritrasferiti, in condizione di “internati liberi”, in domicilio coatto in paesini isolati del Centro e del Nord Italia.

I compiti dell’Ufficio Stranieri (1938 in poi)
Appena entrate in vigore le leggi razziali, il compito del dr. Palatucci fu quello di schedare gli ebrei, di controllarne i dati anagrafici e di proibire eventuali loro contatti con gli ariani. Al riguardo, sull’operato della Questura di Fiume, è stato offerto un contributo importante dalla Studiosa di fede ebraica dr.ssa Anna Pizzuti .

“Il Fondo Questura dell’Archivio di Stato di Fiume è stato reso accessibile alla consultazione solo di recente. Dall’elenco digitalizzato di tutti i fascicoli personali in esso contenuti è stato estratto l’elenco degli ebrei stranieri - principalmente profughi - di cui si occupò la polizia a seguito della promulgazione delle leggi antiebraiche e negli anni dell’invasione italiana dell’allora Jugoslavia. (…). Il file originale dal quale questo lavoro ha preso avvio, contiene i nomi di 4312 intestatari di fascicolo personale e, per un certo numero di essi, anche qualche sintetica informazione sul percorso compiuto, che, nella maggioranza di casi, risulta essere di fuga. Va comunque detto che il thesaurus, cioè la breve sintesi che, nell’elenco, accompagna ciascun nome non è completo e che la documentazione stessa del fondo Questura non e ancora del tutto sistemata. In più è facile comprendere come - soprattutto in presenza di storie molto complesse - la scelta dei termini con i quali rendere il contenuto dei documenti possa essere stata difficile e magari corrispondere solo in parte a quanto realmente accaduto. A ciò va aggiunto anche che la trascrizione dei nomi e cognomi è piuttosto incerta e che alcuni dei nomi delle persone citate nelle sintesi possono non avere legami con l’intestatario del fascicolo: le ristrettezze imposte dalla guerra possono aver costretto gli addetti dei vari enti (Prefettura, Questure ecc.) ad usare la copertina di un fascicolo dismesso per una persona diversa da quella per la quale era stato compilato. È anche possibile che i fatti segnalati dai documenti non siano veri o lo siano solo in parte , ma questo è un rischio che va sempre messo in conto in questo tipo di ricerche e che può essere risolto solo con una continua opera di confronto e verifica delle fonti” .

Alcune sottolineature della Pizzuti
Nel Rapporto pubblicato dalla Pizzuti (la ricerca è ancora in corso) la Studiosa annota delle evidenze che si ritiene utile acquisire.

“L’osservazione dei primi dati “consente di verificare la mancata corrispondenza, in molti casi, tra le informazioni che si desumono dai fascicoli fiumani e quelle che sono state trovate nei documenti conservati negli archivi italiani. Non è la prima volta che relativamente a singoli o a interi gruppi esaminati nel corso delle ricerche ci si trova di fronte a problemi del genere; ad esempio, in molti dei fascicoli personali di ebrei stranieri internati conservati presso l’Archivio Centrale dello Stato di Roma, ci sono documenti che portano a ritenere che l’intestatario e, spesso, la sua famiglia, siano emigrati, mentre in realtà ciò non accade, come testimonia la presenza, nello stesso fascicolo, di altri documenti, in date successive, che provano la continuazione dell’internamento. Come si può notare (…), anche i fascicoli fiumani testimoniano di casi del genere, se pure non numerosi, almeno allo stato attuale delle ricerche.
Tuttavia le curiosità che i dati fanno nascere sono altre e, forse, più significative. La prima riguarda lo scarto esistente tra il numero dei casi in cui il contenuto del fascicolo porta a ritenere che l’intestatario sia stato internato ed i risultati del confronto con il database generale dell’internamento in Italia presente sul sito.
La ricerca è ancora in corso, i dati già presentati non possono considerarsi definitivi, eppure è evidente che, sempre che le notizie contenute nei fascicoli fiumani corrispondano al modo in cui i fatti realmente si svolsero, il numero degli ebrei stranieri a qualsiasi titolo presenti a Fiume prima e/o durante la guerra di cui si documenta in qualche modo l’ingresso “nel regno” ed i cui nomi non sono stati, finora, rinvenuti tra gli internati è molto elevato.
La seconda riguarda, invece, la presenza in Italia, come internati, di 15 dei 29 ebrei stranieri che i documenti danno, invece, come internati nei campi istituiti dagli italiani (Kraljevika, Pag, Rab).In ogni caso l’impossibilità di stabilire quando i fascicoli siano stati aperti e la difficoltà di stabilire coerenti riferimenti cronologici, anche per molti dei fascicoli dei quali è stata effettuata la sintesi, potrebbero ingenerare errori nella ricomposizione delle varie sequenze che compongono le singole vicende.
Nell’elenco degli intestatari dei fascicoli fiumani sono stati identificati 938 nomi - 668 uomini, 270 donne - presenti nel database degli ebrei stranieri internati in Italia durante il periodo bellico. Di 913 di essi risulta con certezza l’internamento, mentre 23 sono nomi di ebrei - 17 uomini e 6 donne - internati in campi istituiti dagli italiani nelle zone annesse della Jugoslavia che, dopo l’8 settembre del 1943, attraversarono l’Adriatico e trovarono rifugio e salvezza nel sud Italia liberato.
Tornando agli internati, si tratta (…) di meno di un quarto delle persone delle quali la polizia fiumana si occupò a partire dalla meta degli anni trenta: per i rimanenti solo la lettura dei fascicoli potrebbe fornire qualche indicazione, se non sul destino, almeno su una parte - quella iniziale, presumibilmente - di ciascuna singola storia. Nonostante ciò, l’osservazione dei dati riportati nelle tabelle (…)offre diversi spunti di riflessione, almeno nelle linee generali, su una parte importante della storia dell’internamento in Italia.
Due i piani delle informazioni aggiunte a quelle contenute dall’elenco. Il primo riguarda la verifica dell’internamento in Italia: di ciascun internato sono state registrate l’ultima residenza prima dell’internamento, la prima e l’ultima sede di internamento con, in più, le informazioni relative al destino di ciascuno, per continuare e completare, quando possibile, la documentazione iniziale presente nel fascicolo.
Il secondo, riguarda la condizione degli intestatari dei fascicoli: quella di profugo entrato magari clandestinamente nella provincia del Carnaro di cui Fiume era capoluogo successivamente all’invasione della Jugoslavia, quella sempre di profugo, ma residente di lungo periodo o quella, infine, di ebreo straniero che avesse acquisito la cittadinanza dopo il 1° gennaio del 1919. La mancanza, già fatta rilevare, dei dati anagrafici degli intestatari dei fascicoli, insieme alla grafia dei nomi in molti casi chiaramente distorta, ha posto numerosi problemi di identificazione. È anche accaduto che per un nome presente negli elenchi fiumani, nel database principale ci fossero due o anche più omonimi e che non sempre le informazioni ad essi collegate potessero facilitare l’identificazione. A queste difficoltà ha spesso sopperito, per converso, l’individuazione di interi gruppi familiari presenti nell’elenco, i cui componenti sono stati ciascuno guida all’identificazione dell’altro. Resta, comunque, il rischio che i dati contengano una certa - si spera minima - percentuale di errori” .

Ampliamento della Provincia di Fiume (giugno 1941)
Dal 7 giugno 1941, a seguito dell'aggressione delle Potenze dell'Asse alla Jugoslavia e al ‘Trattato di Roma’ del 18 maggio 1941, il territorio della provincia di Fiume fu ingrandito. Vennero annessi l'entroterra orientale di Fiume (Sušak, Castua, Buccari, Čabar) e le isole quarnerine di Veglia ed Arbe . Nella Prefettura di Fiume si organizzarono due uffici, l'Intendenza civile per i Territori annessi del Fiumano e della Cupa, e il Commissariato civile di Sussak, con competenza rispettivamente sulle aree interne e su quella costiera .

L’attività di Palatucci. I problemi con i superiori (ottobre 1941)
Dalla documentazione esaminata, risulta che il dr. Palatucci, nel suo lavoro, al di là delle apparenze e di atti formali , ebbe problemi con i superiori. Un riscontro di ciò lo si trova in una lettera indirizzata ai familiari, datata 8 ottobre 1941.

“Carissimi genitori,
ancora una volta mi faccio prendere in fallo. Ho pensato oggi di telegrafarvi per rassicurarvi sul mio conto, ma non l’ho fatto. È molto difficile giustificarmi ed è altrettanto difficile per voi rendervi conto di quanto sia occupato. Ora, per esempio, è già passata la mezzanotte e io ho appena smesso di lavorare. Sono ancora in ufficio naturalmente. Talvolta vengo di mattina in ufficio col fermo proposito di scrivervi. Poi, tra pubblico, telefonate, colloqui coi superiori e i dipendenti la cosa mi sfugge. Passano così i giorni e le settimane senza che abbia un po’ di tempo libero di scrivere qualche cosa di più che una cartolina illustrata. Eccomi, dunque, a voi. Malgrado l’eccessivo lavoro sto bene in salute. I miei rapporti coi superiori sono formali. Più esattamente essi sanno di aver bisogno di me, di cui, a quanto sembra, non possono fare a meno, e certamente mi considerano bene, mi stimano come capacità e rendimento; ma sanno bene che, grazie a Dio, sono diverso da loro. Siccome lo so anch’io, i rapporti sono di buon vicinato ma non cordiali. La cosa non ha molta importanza.
Non è a loro che chiedo soddisfazioni, ma al mio lavoro, che me ne dà molte. Ho la possibilità di fare un po' di bene, e i miei beneficati me ne sono assai riconoscenti. Nel complesso incontro molte simpatie. Di me non ho altro di speciale da comunicare. Purtroppo ho sospesi i contatti epistolari con quasi tutti, parenti e amici, in assoluta mancanza di tempo (…)” .

Le frasi riportate (a rischio di controlli censori) indicano dei messaggi in codice. A Fiume la situazione non andava bene. La “non cordialità” significa una sostanziale non intesa. Anche il riferimento ai “beneficiati” è volutamente generico. Palatucci non si azzardò a entrare in dettaglio. Per questo motivo, a uno storico non può bastare una lettura di superficie. Nella lettera è proprio il riferimento a dei soggetti che ottengono “benefici” che induce a riflettere su qualcos’altro. I problemi con i superiori trovano comunque due riscontri:

- in più occasioni (1939-1942), il dr. Palatucci chiese di essere trasferito, indicando varie località (Riccione, Cattolica, Cesena…) . Non gli fu permesso. Al contrario, i superiori cominciarono a tenerlo sotto controllo (chi chiedeva di essere trasferito dal proprio posto di lavoro non era considerato un fiduciario), mentre - per non insospettirlo - gli manifestavano consenso;
- il 23 luglio del 1943 (due giorni prima della caduta del regime fascista) un ispettore, per ordine ministeriale, fece delle verifiche nell’ufficio di Palatucci. Trovò solo elenchi di stranieri non residenti più in Italia da lungo tempo. Imputò al giovane responsabile negligenza, scarsa vigilanza. Fu consegnata, così, una nota di biasimo.

Per il ricercatore, tutto questo significa andare oltre le note positive ufficiali che si possono trovare in un fascicolo. Lo studioso deve inoltre indagare anche su un eventuale spionaggio interno per verificare il reale comportamento dei superiori riguardo a Palatucci .

L’istituzione dell’Ispettorato Speciale di P.S. (aprile 1942)
Nell’aprile del 1942, il Ministero dell’Interno volle istituire a Trieste l’Ispettorato Speciale di Pubblica Sicurezza per la Venezia Giulia . La sede era presso "Villa Triste" (via Bellosguardo 8). Ne fu responsabile l’ispettore generale Giuseppe Gueli (1869-1955). Tale organismo (con 180 uomini) ebbe compiti di repressione antipartigiana e di controllo delle organizzazioni operaie nelle fabbriche. La sezione operativa dell'Ispettorato divenne tristemente nota come ‘Banda Collotti’, dal nome del suo comandante Gaetano Collotti (1917-1945) . Dopo l'8 settembre essa proseguì nella sua attività antipartigiana operando con i nazisti, e distinguendosi nella cattura degli ebrei.

Commissario aggiunto (febbraio 1943)
Con lettera del 28 febbraio 1943 il dr. Palatucci comunicò ai suoi genitori di aver conseguito la promozione a commissario aggiunto .

Dopo l’8 settembre 1943 (armistizio)
Il 1 ottobre del 1943 fu istituita la Zona d'Operazioni del Litorale Adriatico (Operationszone Adriatisches Küstenland). Il territorio venne posto sotto il diretto controllo tedesco . Commissario supremo fu il Gauleiter Friedrich Rainer (1903-1947) . A quest’ultimo venne affiancato per i compiti di repressione il Gruppenfuhrer SS Odilo Lotario Globocnik (1904-1945) . L’ufficiale in questione aveva guidato l’Aktion Reinhardt nei campi di Sobibor, Treblinka, Belzec e Majdanek . Fiume, pur inclusa nella Repubblica Sociale Italiana , entrò (di fatto) a far parte della succitata Zona. Il comando militare della città fu assegnato al capitano delle SS Hoepener. La comunità locale si trovò in una condizione molto dura. Era divenuta un “alleato-occupato”. In quel momento, gli ebrei presenti a Fiume erano circa 3.500. In gran parte profughi (Croazia e Galizia). Nel frattempo, membri della R.S.I. accusarono le istituzioni della Chiesa cattolica di proteggere ebrei. Un riscontro lo si trova in una relazione del Comando della Guardia Nazionale Repubblicana. Emerge un forte risentimento:

“Si può affermare, senza pericolo di essere smentiti, che il 70% degli abbietti israeliti è passato per le loro lunghe mani per essere poi portato a salvamento dai loro ribelli o banditi” .

Nel frattempo, l'Istria interna, avendo i tedeschi occupato immediatamente solo i centri di Trieste, Pola e Fiume, divenne temporaneamente terra di nessuno. Approfittando di questa situazione gli antifascisti sloveni e croati, legati al movimento di liberazione jugoslavo, occuparono le posizioni chiave senza opposizione, avviarono la raccolta delle armi abbandonate dalle truppe italiane e proclamarono l'annessione di quel territorio alla Jugoslavia.

L’ultima lettera ai genitori (ottobre 1943)
Il 21 ottobre del 1943 il dr. Palatucci scrisse una lettera ai genitori. Sarà l’ultima. Si riporta il il testo:

“Carissimi genitori,
questa lettera vi giungerà quando le circostanze lo permetteranno. Essa vi recherà il mio ricordo e l’espressione del mio costante affetto. In salute a tutt’oggi sto benissimo, sebbene abbia molto lavoro. Il morale è alto. Supereremo la bufera, nella speranza che alla nostra patria sia riservata una sorte onorevole a condizioni possibili di vita. Appena possibile vi farò pervenire altre notizie. Non occorre dire che, appena le circostanze lo consentiranno, correrò da voi. State assolutamente tranquilli per me. Sono certo che non incorrerò in alcun male. Auguro a voi le migliori cose con la speranza di potervi riabbracciare al più presto. Giovanni” .

L’invito di Frossard (novembre-dicembre 1943)
In un contesto, reso drammatico da nuovi avvenimenti bellici, arrivò a Palatucci una proposta per sfuggire ai pericoli incombenti. Grazie alla documentazione conservata presso l’Archivio Statale di Rijeka (due fascicoli), presso il Servizio Storico del Dipartimento degli Affari Esteri della Svizzera (Berna), e presso il Fondo privato “Dr. Giovanni Palatucci” (di cui è conservatore l’avvocato Antonio De Simone Palatucci), è possibile estrapolare dei dati. Tra le persone che conoscevano il reggente c’era un conte. Si chiamava Marcel Frossard de Saugy (1885-1949) . Nato a Graz (Austria). Di nazionalità svizzera. Direttore tecnico di fabbriche di munizioni in Svizzera e a Budapest .
Marcel Frossard era coniugato con Gerda Frossard de Saugy (nata nel 1883). La moglie proveniva dalla famiglia von Bülow . I Frossard avevano due figli. Vicino a Fiume, a Laurana , risiedeva (Villa Centrale) la madre di Marcel Frossard . In questa proprietà, nel 1950, venne ritrovata dalla signora Gerda (in occasione della vendita dell’immobile) una valigia con vestiti ed effetti personali che Palatucci aveva lasciato. È dalla lettera che la signora Gerda scrisse in seguito alla madre di Palatucci (21 agosto 1950) che sono provati i rapporti di amicizia tra il reggente e la famiglia Frossard . Frossard invitò il dr. Palatucci a seguirlo in Svizzera. L’avrebbe ospitato a Ginevra, in rue de la Tertasse 5. Pur avendo la possibilità di allontanarsi da Fiume, il reggente volle restare in città.

Mika (Mikela) Eisler (dicembre 1943)
Il dr. Palatucci, mandò al suo posto una giovane ebrea. Questa donna si chiamava Mika (Mikela) Eisler. Proveniva da Karlovać (situata nella parte più centrale del territorio croato). Il padre di Mika (Ernesto) era stato arrestato dagli ustaše il 6 luglio del 1941 (eliminato poi nel campo di concentramento di Jadovno). Mika raggiunse il territorio elvetico insieme alla madre (Dragica Braun) nel dicembre del 1943. Secondo la testimonianza del medico Giovanni Perini, accettò il compito - affidatole da Palatucci - di consegnare oltre confine un progetto di autonomia riguardante Fiume .

Bombardamenti (1944)
A partire dai primi mesi del 1944 fino al termine del conflitto, si abbatterono su Fiume trenta incursioni aeree. Si volevano colpire obiettivi sensibili (il porto e le strutture produttive della città, prime tra tutte il Silurificio Whithead, il cantiere navale di Cantrida e la Raffineria R.O.M.S.A.). Gli ultimi bombardamenti, antecedenti al maggio 1945, provocarono la morte di 112 civili e il danneggiamento di circa il 90% delle strutture industriali cittadine, cui se ne aggiunsero altre 1.700 tra edifici pubblici e abitazioni private.
A ciò si aggiunse il fatto che i tedeschi, poco prima della loro ritirata, distrussero le infrastrutture del cantiere e del porto, facendo saltare in aria mediante mine il Porto Petroli, Porto Baross e poi il porto principale, che subì il danneggiamento di magazzini, banchine e moli, con alcuni moli che si staccarono dalla riva.

Febbraio 1944
Il 28 febbraio del 1944, dopo il trasferimento del reggente dr. Roberto Tommaselli , il dr. Palatucci venne nominato reggente della Questura alle dirette dipendenze di Tullio Tamburini (1892-1957, Capo del Corpo di Polizia Repubblicana ) e poi di Eugenio Cerruti (Capo del C. di P. R. ). La Questura, comunque, aveva perso ogni potere e ingerenza. Era costretta a eseguire ordini impartiti da terzi. Tutto il personale venne disarmato .

La scelta di restare e la questione dell’archivio
Alcuni ricercatori si sono chiesti perché Palatucci non lasciò Fiume. Poteva farlo (invito di Frossard, già ricordato), ma non lo fece. Le ipotesi, al riguardo, si sono accumulate con il risultato di creare nebbie. In realtà, studiando i documenti del tempo, emergono dei dati chiari.

1. Il reggente non volle allontanarsi dai suoi uomini. Quest’ultimi ebbero con lui molteplici colloqui legati soprattutto a situazioni di incolumità personale e a vicende di famiglia. L’ambiente della Questura era ormai segnato da paure, insicurezze, previsioni funeste. Palatucci era pienamente consapevole di drammi incombenti (che puntualmente si verificarono) .
2. Esistevano delle situazioni fortemente a rischio che gravavano sui civili. Quest’ultimi continuavano a vedere nelle ultime autorità italiane rimaste degli interlocutori naturali .
3. Il reggente approfittò dell’opportunità fornita dal conte Frossard per mettere in salvo due donne ebree .

È in questo periodo che il dr. Palatucci potrebbe aver cercato di manomettere alcuni incartamenti di ebrei (altri fecero lo stesso a Roma, Ancona, La Spezia, Trieste…) . Dagli accertamenti effettuati risulta, comunque, che il reggente non distrusse l’archivio (sarebbe stata un’eclatante prova di colpevolezza). I fascicoli restarono al loro posto (e sono stati fotografati ). Rimane più verosimile un’opera di manomissione e di depistamento per intralciare le ricerche.

I problemi con più interlocutori
Nel frattempo la situazione precipitava. Per tale motivo, in data 26 luglio 1944, il dr. Palatucci scrisse una relazione al Capo della Polizia Cerruti. La trasmise pure, per conoscenza, al Ministero dell’Interno, Direzione Generale P.S. Divisione Personale. Nel testo si ritrova un’esplicita denuncia:

“(…) L’azione della Polizia germanica continua a essere esercitata assai spesso su vasta scala, e viene svolta con criterio di durezza e di assoluta mancanza di rispetto della libertà individuale. A partire dal 29 giugno u.s. è stato condotto un rastrellamento che ha interessato alcune centinaia di persone (si parla di 650 persone), nei cui confronti si è proceduto ad arresto indiscriminato, nel cuore della notte, e spesso solo per esperire normali accertamenti di Polizia, mancando elementi di colpevolezza. Degli arrestati alcuni, e sono pochissimi, sono stati rilasciati, altri sono stati con tutta probabilità avviati in Germania, o smistati in altre carceri. Le battute devono essere state molto fruttuose, se il comandante della “Sicherheitspolizei” mi aveva interessato, sul principio del mese, alla ricerca di locali per un nuovo carcere.
Nulla si può opporre agli abusi e ai maltrattamenti perpetrati a danno dei cittadini italiani, perché le autorità italiane o rimangono assolutamente estranee a tali operazioni di Polizia, in quanto ridotte all’impossibilità di una concertazione in tale campo (Questura), o le avallano e le appoggiano mediante opera di delazione, spesso a fini di vendetta personale (milizia e P.F.R.). Il Prefetto, poi, che potrebbe svolgere almeno opera di moderazione e di tutela, è del tutto passivo, sia per mancanza di energia di temperamento, sia perché - come da molti segni è dato desumere - è attaccato alla carica per motivi di utilità personale. Gli interventi e le proteste da me fatti finora, sia a favore di cittadini italiani ingiustamente arrestati sia a tutela di agenti di Questura, sono rimasti senza neppure l’onore di una risposta. (…)”.

La decisione di eliminarlo
Palatucci non sembra aver commesso errori appariscenti. Le sue interazioni con persone sgradite alle autorità del tempo (donne ebree; soggetti sorvegliati a Fiume e a Trieste…) erano tenute, però, sotto controllo. Lo spionaggio riferiva sulle sue mosse . Su questo punto la ricerca di molti storici non si è stranamente inoltrata.Alla fine, il reggente fu neutralizzato con i metodi del tempo. Il collaborazionista che fornì l’input necessario, fu quasi certamente un dipendente della Questura, vicino a Palatucci. Lo stesso storico Renzo De Felice (1929-1996) annota:

“(…) Basta ricordare che sulle tracce del commissario Giovanni Palatucci, che salvò col sacrificio della vita migliaia di ebrei, gli addetti ai lavori furono guidati da uno ‘zelante’ poliziotto italiano, mai perseguito dopo la Liberazione” .

L’arresto (13 settembre 1944)
Nella notte del 13 settembre 1944, su ordine dell’autorità nazista (non di Kappler come qualcuno ha erroneamente scritto ), venne arrestato il dr. Palatucci. L’appartamento si trovava in via Pomerio 29 (presso Malner). Non fu un’operazione di scarsa importanza. L’operazione riguardava il reggente della Questura. Per sostenerla serviva un’accusa gravissima. In tale contesto, come si evince dagli sviluppi successivi, si preferì tacere sulla vicinanza di Palatucci alle persone di fede ebraica. Parlare di ciò, avrebbe fatto scattare un’inchiesta disciplinare dall’alto. Inoltre, in quel momento, si era concentrati su varie emergenze (la Comunità ebraica era stata ormai distrutta). Nel caso di Palatucci bastò “costruire” una prova (uno scritto politico proibito?). In tal modo, si evitò di far emergere “testimoni” d’accusa, e fu “documentato” il reato di alto tradimento. Anche l’ufficio del reggente venne perquisito. Al riguardo, il dott. Ennio Di Francesco annota un fatto. All’irruzione negli ambienti di lavoro del Palatucci partecipò il capo di Gabinetto Antonio Sciaraffia con il quale l’ex reggente sembrava essere in buoni rapporti. Subito dopo, Sciaraffia lasciò Fiume e operò a Milano presso l’ufficio politico della Repubblica Sociale. Di Francesco pone un interrogativo: che ruolo ricoprì Sciaraffia nella vicenda Palatucci?

La tortura (settembre 1944)
Il dr. Palatucci fu interrogato con i metodi riservati ai traditori (con l’aggravante di essere un pubblico ufficiale, di aver mentito in modo continuativo, di aver mantenuto contatti con persone considerate nemiche del Terzo Reich, e di aver attivato determinati comportamenti ostili in tempo di guerra).

Torturato, non fece alcun nome. Né di colleghi a lui vicini, né di oppositori al nazionalsocialismo e alla R.S.I. esterni alla Questura, né di ebrei. Un riscontro lo si ricava dal fatto che dopo il suo arresto non venne operato alcun fermo. Per il reato ascritto a Palatucci era previsto un processo (in genere molto rapido) che si concludeva con la condanna a morte (fucilazione alla schiena).

Dopo l’arresto di Palatucci fu nominato al suo posto il commissario aggiunto Giuseppe Hamerl . Toccò a quest’ultimo relazionare ai superiori sulla situazione di Fiume .

Il periodo nel carcere di Trieste (settembre-ottobre 1944)
Palatucci, per circa un mese, fu rinchiuso nel carcere di Trieste (via Coroneo 26). Gli storici si sono chiesti il perché di una detenzione non breve pur in presenza di accuse che implicavano l’immediata condanna a morte. Dalle ricerche effettuate, risulta che furono esperiti dei tentativi per salvargli la vita. Un riscontro di ciò lo si trova nella lettera che il padre del dr. Giovanni Palatucci (di nome Felice) scrisse il 25 agosto del 1950 alla contessa Gerda Frossard. Nella missiva è annotato tra l’altro :

“Nobilissima Signora Contessa,
Ho ricevuto le vostre gentili e gradite lettere e non so come esprimerle i miei sentiti ringraziamenti per il ricordo che serba di mio figlio. Anzitutto le esprimo le mie vivissime condoglianze per la dipartita di suo marito e condivido con lei il grande dolore. So che era un paterno amico di mio figlio e molto lo aiutò a Trieste quando trovavasi nelle mani di quei barbari tedeschi (…). Con l’occasione la prego vivamente per il seguente favore. Dato che a Roma alla Direzione della Divisione personale della Pubblica Sicurezza, nel fascicolo personale di mio figlio si trovano importanti documenti spediti a suo tempo dal Prefetto di Fiume riguardanti il caro mio figlio quando fu tradotto nelle carceri di Trieste e il comando voleva ancora farlo fucilare, non fu eseguito per il pronto intervento del grande uomo di suo marito che si interessò presso il Comando Tedesco.
Questa circostanza tornerebbe a maggiore onore di mio figlio e sarebbe tenuto in più grande considerazione dal detto Ministero così mi diceva un alto funzionario della Polizia qualche due mesi fa, come vede tale notizia mi è necessaria perciò la prego vivamente di farmi la cortesia di scrivermi una lettera nella quale descrive tale circostanza.
Da tali documenti si rileva la sua dedizione alla Patria ed alla Istituzione della P.S. ed il suo interessamento per la sistemazione della città di Fiume. Se questa notizia verrà manomessa pur saprò quel che manca”.

I tentativi mirati a salvare la vita al dr. Palatucci furono attivati dal conte Marcel Frossard de Saugy . Questa persona fu ascoltata dai nazisti perché, oltre ad essere di nazionalità svizzera e inserito in attività economiche (con diramazioni in Ungheria, Regno d’Italia e Svizzera), Frossard era marito di una nobildonna tedesca, Gerda (cit.), appartenente alla già ricordata famiglia dei baroni von Bülow. Il padre di Gerda, Adam von Bülow Ditrik, era un socio di minoranza della Companhia Antarctica Paulista, che fu uno dei punti di riferimento del processo di modernizzazione in Brasile. Inoltre, prima della IIa guerra mondiale, il Brasile aveva stretti contatti con la Germania nazista: erano partner economici e il Paese sudamericano ospitava il più grande partito nazifascista fuori d'Europa. Contava più di 40 mila iscritti specie nei centri di Belém (Pará), Salvador de Bahia, San Paolo e Rio de Janeiro. Non possono, quindi, essere esclusi contatti economici tra i von Bülow e i vertici di Berlino.

3 ottobre 1944
Nella provincia di Fiume (Litorale Adriatico), il 3 ottobre del 1944, vennero chiamati al lavoro obbligatorio gli uomini dai 14 ai 60 anni e le donne dai 16 ai 45. Dovevano servire all’organizzazione tedesca TODT per essere avviati alla costruzione di fortificazioni.

4 ottobre 1944
Il generale Renzo Montagna (1894-1978), ex luogotenente generale della MVSN, il 4 ottobre del 1944 (altri testi indicano il 6 ottobre) venne nominato capo della polizia, carica nella quale si erano succeduti Tullio Tamburini e Eugenio Cerutti.

Dachau (22 ottobre 1944)
Dal “Coroneo” Palatucci venne deportato al KZL (Konzentrationslager) di Dachau . Vi giunse il 22 ottobre del 1944. Matricola 117826 (tatuata sul braccio). Assegnato alla baracca 25. Era un internato politico di nazionalità italiana: indossò una casacca con un piccolo triangolo rosso avente al centro la lettera I. Morì per tifo petecchiale (10 febbraio 1945). Giuseppe Gregorio Gregori, compagno di baracca del reggente, affermò -però- che il decesso potrebbe essere stato provocato da un’iniezione letale . Tale asserzione era legata al fatto che l’epidemia colpì alcune baracche ma non quella del dr. Palatucci. Il corpo dell’ex reggente della Questura di Fiume venne alla fine gettato nella fossa comune posizionata nell’area della collina di Leiteberg. 78 giorni dopo, il lager fu liberato dagli Alleati.

La ricerca storica sui delatori
Nel tempo, si è anche sviluppata una ricerca sulla rete di delatori (afferenti a più regie occulte) operante a Fiume. Sono emersi dei dati. Ad esempio, l’ex custode del tempio israelitico di Fiume, certo Plech, si avvalse delle sue conoscenze per condurre i poliziotti nelle abitazioni e nei nascondigli dei ricercati . La sua attività segreta venne sostenuta dall’attivismo “degli organi speciali della polizia politica, l’Ovra e l’ufficio politico: le insidie di codesti organi contro gli ebrei erano grandi, perché alimentate dalle confidenze e dalle delazioni che ricevevano sia attraverso i loro canali, sia attraverso lo speciale ufficio informazioni della federazione locale del partito fascista” .
Unitamente a ciò, Marino Micich, membro della Società di Studi Fiumani, ha dichiarato di essere a conoscenza (insieme ai suoi colleghi) del fatto che alcuni fedeli aiutanti di Palatucci vennero stranamente risparmiati dall’OZNA (polizia segreta di Tito) il 4 maggio 1945, mentre gli altri 90 agenti della Questura di Fiume furono tutti infoibati nei pressi di Grobnico e di Costrena . Riguardo alla tragica fine di questi agenti, esiste pure la testimonianza della figlia di Luigi Bruno (nativo di Caltanissetta, guardia scelta di P.S.) che aveva prestato in precedenza servizio presso la Questura di Bologna. La signora Anna Maria indicò un collega del padre, definito un “giuda”, che il 4 maggio 1945 si era presentato in casa per accompagnarlo in Questura; lui tornò regolarmente a casa, mentre Luigi Bruno e gli altri agenti sparirono nel nulla . Dopo la morte di Palatucci, e malgrado i procedimenti di de-fascistizzazione in corso, diversi membri della P.S. del tempo non rilasciarono dichiarazioni sul reggente morto a Dachau, mantenendo una costante linea di silenzio. Tale orientamento, fu motivato dalla volontà di non raccontare fatti interni purtroppo accaduti (collaborazionismo, delazioni, intese inconfessabili). Parlare positivamente di Palatucci avrebbe implicato per forza di cose il dover far riferimento anche ad altre figure che si comportarono in modo diverso.

Dicembre 1944
All’inizio del dicembre 1944 le forze della resistenza tentarono un’azione che riuscì in parte. Un gruppo di oppositori, guidato da Mario Gennari (nato a Fiume nel 1917) , attaccò il presidio della Milizia fascista della locale raffineria. Nello scontro fu ucciso il comandante del presidio, ma cadde anche uno dei partigiani. Gennari, rimasto ferito, fu catturato dai militi che lo sottoposero a tortura. Morì senza aver fatto il nome dei compagni .

L’occupazione delle forze titine (maggio 1945)
Nel maggio del 1945 le truppe jugoslave (partigiani del 9° Corpo d'Armata e unità regolari della 4a Armata) occuparono il territorio della Venezia Giulia. Procedettero poi all'internamento dei militari e degli appartenenti alle forze di Polizia catturate, e a quello dei dei cittadini ritenuti ostili all'annessione del territorio alla Jugoslavia. Il trattamento inflitto ai prigionieri fu durissimo. Molti perirono di stenti o furono soppressi nei campi di concentramento (es. Borovnica). Un alto numero di persone morì durante le marce di trasferimento (“marce della morte”). Centinaia furono le esecuzioni sommarie, decise senza l'accertamento di effettive responsabilità personali in atti criminosi. Fiume venne occupata dalle truppe partigiane di Josip Broz , il 3 maggio 1945. In quel giorno, e nel periodo immediatamente successivo, furono eliminati tutti gli esponenti autonomisti (Giuseppe Sincich, Nevio Skull et al.) .

La segnalazione di Raffaele Cantoni (agosto 1945)
Pochi mesi dopo il decesso del dr. Palatucci a Dachau, avvenne comunque un episodio significativo. Dal 19 al 23 agosto del 1945 (anno della fine della IIa guerra mondiale) fu convocata a Londra una Special European Conference. Non si trattò (come scritto erroneamente da qualcuno) del II° Congresso Ebraico Mondiale, perché quest’ultimo si svolse a Montreux nel 1948. Agli atti dell’assise è conservato un intervento scritto del rappresentante italiano, rag. Raffaele Cantoni (1896-1971) . Quest’ultimo, era stato un legionario fiumano, e aveva avuto contatti con il Congresso Mondiale Ebraico, a Ginevra, fin dal 1936. Fu dirigente della DELASEM (Delegazione per l'Assistenza degli Emigranti Ebrei) . Massone e socialista, fu un fervente sionista. Nel dopoguerra venne eletto presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane (UCEI). Non è quindi una figura marginale, di scarso valore storico. Durante la Conferenza succitata, Cantoni -che era accompagnato dal sig. Sergio Tedeschi e dal dott. Carlo Viterbo- rivelò l'esistenza del cosiddetto “canale di Fiume”; e da qui si giunse al nome di Palatucci attraverso testimonianze di persone da lui salvate. Cantoni affermò che si era riusciti a salvare moltissimi ebrei .
Chi aveva fornito a Cantoni quei dati? Gli Alleati? I referenti locali della DELASEM (ma il rabbino di Sušak, Otto Deutsch, era morto nel manicomio di Nocera Inferiore nel 1943 )? I sopravvissuti allo sterminio? Dalle informative ritrovate in più archivi, sembra di capire che Cantoni acquisì vari dati da resistenti (soprattutto dal sig. Luksich Jamini, di fede ebraica, già citato). Anche ex internati e fonti alleate faranno riferimento al “canale di Fiume”. Cantoni non fu però il solo a parlare di operazioni di salvataggio (che ricondussero a Palatucci). A lui si aggiunse pure la testimonianza del signor Antonio Luksich Jamini, di fede ebraica.

La testimonianza del sig Jamini (1954)
Nel 1954, l’Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia, promosse un convegno di studi sull’opera svolta dal movimento negli anni del secondo conflitto mondiale. In quella occasione, intervenne anche il sig. Antonio Luksich Jamini, storico fiumano . Quest’ultimo fu presidente del CLN fiumano come attestato da Paolo Santarcangeli . Jamini riferì su quanto avvenuto a Fiume e sul ruolo ricoperto dal dr. Palatucci. Nel maggio del 1955, “Il Movimento di Liberazione in Italia”, rassegna bimestrale di studi e documenti, pubblicò gli atti del succitato convegno. Si riporta, al riguardo, la parte che riguarda l’intervento di Luksich Jamini.

“Una particolare azione di salvataggio di ebrei ebbe luogo a Fiume che, per la speciale posizione della città, vicina alla frontiera e prossima al territorio della Jugoslavia, in un certo momento della grande tragedia, fu teatro di guerra, di invasioni, di rivolte e del conseguente fluttuare di masse che cercavano protezione e salvezza dai pericoli e dagli orrori da cui erano minacciate. Fiume era una finestra aperta su questo territorio; e quando esso si tramutò nel territorio di orrori, la Resistenza ne fece una porta per farvi transitare in ogni modo possibile quanti si presentavano di coloro che la sentenza di morte nazista inseguiva spietatamente: gli ebrei fuggitivi dall’Europa, invasa dalle orde di Hitler, i quali nella Jugoslavia avevano sperato di raggiungere la sicurezza.
Onde sia compreso l’atteggiamento dei patrioti fiumani verso gli ebrei, occorre fare una breve digressione. Fiume considerò gli ebrei, (dei quali fin dal tempo antico esisteva una numerosa e attiva comunità), come suoi ordinari cittadini, e ciò perché, amalgamati all’elemento autoctono, essi vivevano entro la famiglia comunale, ne condividevano tutte le aspirazioni, partecipavano a tutte le sue lotte civili, politiche, nazionali e sociali. Perciò l’anti-semitismo, coniato dal regime fascista sui precetti hitleriani, suscitò a Fiume immediata e decisa reazione! Questa reazione scrisse una nobile pagina per la storia della Resistenza d’Italia.
Nel 1938 il governo fascista emanò le leggi razziali. Mentre gli ebrei, cittadini italiani, erano sottoposti, come prima misura, a discriminazione civile; gli ebrei, cittadini stranieri, (e si trattava dei fuggitivi dai paesi invasi dai tedeschi) dovevano essere internati. Si sospettò che in seguito sarebbero stati consegnati alla Germania, ove Hitler apprestava le camere a gas per la loro distruzione in massa. Gli anti-fascisti fiumani, già allora collegati in una intesa clandestina, si preoccuparono subito di organizzare il salvataggio dei perseguitati, prevedendo che, per costoro e per l’Italia, stavano approssimandosi giorni gravissimi.
Un immediato, spontaneo e quanto mai prezioso aiuto essi lo ebbero da un funzionario della regia questura. Costui era il dott. Giovanni Palatucci, capo dell’ufficio stranieri. A chi pensa a ciò che era per il fascismo l’istituto di polizia, specialmente nella lotta contro l’antifascismo, sembrerà eccezionale questo episodio; ma, anche nel seno della polizia, non pochi erano gli elementi che avevano coscienza italiana e collaboravano, nel limite del possibile, coi patrioti.
Il dott. Palatucci era, tra l’altro, cattolico credente ed era convinto che non si debba obbedire ad una legge del potere civile in contrasto con la legge suprema della difesa e del rispetto dell’umanità. Quando egli ebbe coscienza che nelle sue mani di funzionario addetto al controllo e alla vigilanza degli stranieri, stavano, in gran parte le sorti degli ebrei di Fiume, non esitò un istante a prendere posizione conforme alla sua coscienza di cristiano e di italiano. Senza la sua adesione, assai difficile sarebbe stata l’azione dei patrioti fiumani.
Imperava - nel vero senso della parola - a Fiume, quale prefetto, un intimo gregario di Mussolini, tale Temistocle Testa; quello stesso che Mussolini, dopo lo sbarco degli Alleati in Sicilia, spedì precipitosamente a Palermo col titolo di Alto Commissario Plenipotenziario, onde, facendo uso della sua esperienza di repressore sanguinario, che innumerevoli lutti e rovine arrecò alla provincia di Fiume ed ai territori finitimi, rabberciasse la situazione che appariva, colà, catastrofica. Il Testa, che aveva pieni poteri per la Provincia di Fiume, aveva dato categoriche disposizioni alla questura per la persecuzione degli ebrei. Il dott. Palatucci si assunse la responsabilità di rendere inoperanti gli ordini: provvide, cioè, ad allontanare da Fiume alla chetichella gli ebrei stranieri che avrebbero dovuto essere arrestati e deportati. Ufficialmente egli li faceva apparire irreperibili, mentre poi, munitili di documenti alterati, che li facevano apparire ariani, li avviava dapprima ad un suo zio, vescovo d’una diocesi del Sud, il quale provvedeva a sistemarli un po’ da per tutto; poi ai centri che nel frattempo si formavano nell’Abruzzo, nel Molise, ecc. per l’ospitalità ai cosidetti sfollati di guerra, sotto il cui nome potevano facilmente passare i perseguitati razziali. Il Palatucci nel suo ufficio doveva badare anche alle mosse degli organi speciali della polizia politica, l’OVRA e l’ufficio politico. Le insidie di codesti organi contro gli ebrei erano grandi, perché erano alimentate dalle confidenze e dalle delazioni, che ricevevano sia attraverso i propri canali, sia attraverso lo speciale ufficio informazioni della federazione locale del partito fascista.
Tuttavia il Palatucci riusciva sempre a sventarle, aiutato in questo da amici funzionari della questura, che la pensavano come lui, e dai patrioti fiumani, coi quali agiva in stretto contatto.
Nonostante che fosse noto che in Italia il fascismo perseguitava gli ebrei, a Fiume, dopo il promulgamento delle leggi razziali, continuò l’afflusso segreto degli ebrei profughi dall’Europa invasa. Questo afflusso prese proporzioni ampie dopo l’invasione nazifascista della Jugoslavia, che mise in pericolo gli ebrei stranieri, precedentemente rifugiatisi. Sorse lo Stato croato. Una parte del suo territorio fu occupato per motivi strategici dalla seconda armata italiana, ma le autorità locali dipendevano dal governo di Zagabria, che aveva adottato la politica razziale hitleriana, per cui si scatenò anche lì, una orrenda guerra contro gli ebrei. Questi cercavano allora salvezza attraverso quello che ormai era noto sotto il nome di “canale” di Fiume. Secondo le disposizioni del prefetto Testa , che fungeva pure da Commissario di Stato per i territori jugoslavi aggregati alla provincia di Fiume, gli ebrei, fuggenti dalla Croazia nel territorio italiano, dovevano essere colti come in trappola. Grazie, invece, alla collaborazione dei soldati e degli ufficiali della seconda armata la trappola non funzionò; ma agì, invece, il “canale” di Fiume, noto segretamente negli ambienti della seconda armata.
Il concorso dei soldati e degli ufficiali della seconda armata all’azione di salvataggio degli ebrei venne portato alla conoscenza della prima conferenza ebraica mondiale, tenutasi dopo la guerra a Londra nell’agosto 1945, dal delegato Rafael Danton , il quale rivelò che ben 5000 ebrei erano stati da essi posti in salvo. Siamo in grado di dire che la maggior parte di quegli ebrei beneficiò del “canale” di Fiume.
La situazione che si determinò l’8 settembre 1943 mutò alla base le condizioni di Fiume. I tedeschi, occupata la Venezia Giulia, costituirono con questo territorio il “Litorale adriatico”, del tutto staccato dall’Italia e “de facto” annesso al Reich. Col regime tedesco a Fiume si profilò più grave che mai il pericolo per tutti gli ebrei – italiani e stranieri – ancora presenti in città; tanto più in quanto, avendo cessato di funzionare la regia questura per il rifiuto di funzionari dirigenti di obbedire al nuovo regime, la polizia era riorganizzata dai fascisti al servizio dell’occupatore nemico. Il C.L.N. fiumano esortò il dott. Palatucci a restare al suo posto, onde il “canale” continuasse a funzionare per gli ebrei e per tutti gli altri bisogni della Resistenza, che iniziava la lotta aperta contro il nazi-fascismo. Così il dott. Palatucci divenne il “dott. Danieli” del movimento di liberazione nazionale.
Dopo l’8 settembre la seconda armata abbandonò il territorio jugoslavo, che venne occupato ora dai partigiani di Tito, ora da croati “ustasci”, ora dai tedeschi! Anche nel mezzo delle enormi difficoltà suscitate da codesto caos, il “canale” di Fiume tenne in piena efficienza i suoi collegamenti. Si rese difficile, invece, il passaggio degli ebrei fuori di Fiume, avendo i tedeschi stabilito dei posti di controllo per il “Litorale adriatico” e l’Italia di oltre Isonzo. Ma con un passaggio organizzato per vie interne questa difficoltà fu superata.
Nell’ottobre ’43 i tedeschi effettuarono il primo attacco contro la comunità ebraica di Fiume, che prima delle leggi persecutive fasciste contava circa 1500 persone. Fu un attacco combinato con l’ufficio politico della questura, retto dal tenente della milizia fascista, Chianese. Vi fu un certo numero di vittime, avviate ai luoghi di sterminio della Germania. L’attacco non era atteso così presto, avendo i tedeschi preso la città da meno di venti giorni e non essendovi ancora a Fiume uno stabile e definitivo regime. Le disposizioni, prese subito dal Palatucci per parare i colpi dei tedeschi e dei fascisti furono: la distruzione dei registri degli ebrei presso l’ufficio stranieri e l’ordine all’ufficio anagrafico del municipio di non rilasciare alcun documento riguardante i cittadini di razza ebraica, senza previa informazione dell’ufficio stranieri della questura. Mediante questa ultima disposizione egli otteneva il controllo dei preparativi delle SS e dell’ufficio politico contro gli ebrei. Intanto, egli sollecitava l’esodo degli ebrei presenti in città. Il risultato definitivo fu che la maggior parte degli ebrei di Fiume scampò dalla morte. Perirono coloro che indugiarono, sperando nella pietà dei barbari.
Le autorità tedesche, constatata la scarsità delle prede, si convinsero che a Fiume si agiva per sottrargliele; per cui aumentarono e inasprirono la vigilanza, sia per mezzo dei loro diretti confidenti, sia attraverso la questura, il cui ufficio politico puntò i propri sospetti sul Palatucci, del quale aveva notato il distacco assoluto dalla cricca repubblichina. In questo fatto l’ufficio politico sviluppò i sospetti e le deduzioni. Il C.L.N., informato di ciò, fece presente al dott. Palatucci che era necessario il suo ritiro. Egli però si preoccupò della conferma dei sospetti che un suo repentino ritiro avrebbe costituito, e del possibile riflesso che essa avrebbe potuto avere su altre persone i cui rapporti con lui potevano essere stati notati; e rimase al suo posto per combattere i sospetti, per continuare la sua preziosa e patriottica opera, fiducioso nel destino, ma soprattutto deciso a non mutare strada e a non fuggire. Senonchè le SS, avuto il suo nominativo corredato con i relativi sospetti, non si fecero scrupolo di arrestare il dott. Palatucci.
Nel settembre 1944 il dott. Palatucci venne così prelevato nella sua casa dalle SS e dagli sbirri della questura repubblichina. La Resistenza considerò perduto il suo valoroso combattente.
Nel gennaio 1945 egli venne deportato in un “lager” della Germania, nel quale morì durante la prima metà dell’aprile, mentre la Liberazione, recata dalle armi dei vittoriosi e gloriosi eserciti anglo-americani e sovietici gli si avvicinava.
Poiché nessun arresto seguì quello del dott. Palatucci, ciò prova che egli rifiutò alle SS ogni rivelazione.
Il Comitato ebraico di studi in occasione del decimo anniversario della Liberazione, il 18 aprile onorò la memoria di Palatucci-Danieli con una medaglia d’oro. Ma nello Stato d’Israele, da molto tempo il nome del Palatucci era già in onore. In una città, una via fu intestata al nome di Palatucci; un’altra città dedicò a lui un parco: iniziative degli ebrei salvatisi per mezzo del “canale” di Fiume, diretto dal Palatucci fino al sacrificio di se stesso”.

L’intervento del Rabbino Elio Toaff (1955)
Nel 1955, in occasione del 10° anniversario della morte del dr. Giovanni Palatucci a Dachau, si svolse a Roma una cerimonia di commemorazione. Il relatore ufficiale fu il rabbino Elio Toaff (nato nel 1915). La “Jewish Telegraphic Agency” riportò la notizia:

“Italian Jewry commemorated today the 10th anniversary of the death in the Dachau concentration camp of Giovanni Palatucci, a non-Jew, who was arrested by the Nazis for protecting Jewish refugees in the city of Fiume, which was then Italian territory. Italian Chief Rabbi Elio Toaff was the chief speaker at the ceremony. Among those present at the affair today were father of Palatucci, Israel Minister Eliahu Sasson, the Chief of Police of Italy and several Italian judges” .

Le annotazioni del signor Settimio Sorani (anni ’60)
Sulla figura e l’operato del dr. Palatucci intervenne anche il sig. Settimio Sorani (1899-1982). Quest’ultimo, fu il responsabile della sezione romana della DELASEM dal 1941 al 1943. Si dimostrò molto attivo nelle operazioni della resistenza ebraica. Terminata la guerra, assunse la direzione di organizzazioni sionistiche. Dal 1948 al 1952 divenne Commissario per l'Immigrazione presso la Legazione dello Stato d'Israele a Roma. Poi, direttore del Keren Hayesod italiano (fondo nazionale di costruzione d'Israele, centrale finanziaria del movimento sionista mondiale, come dell'Agenzia Ebraica). Dal 16 ottobre 1955 al 31 dicembre 1964, Sorani svolse le funzioni di segretario della Comunità ebraica di Firenze. Nel 1967 terminò di scrivere il testo delle sue memorie (pubblicato solo nel 1983 per difficoltà con gli editori, a cura di Amedeo Tagliacozzo, dopo la morte dell’autore). Come persona non fu un “diplomatico”, ed espresse dure critiche verso il Vaticano . Morì a Firenze. Il “Fondo Settimio Sorani” è conservato a Milano, presso la Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea. Sorani, nelle sue memorie fece diversi riferimenti. Sulla situazione di Fiume annotò:

“Sugli ebrei di Fiume e Sussa sono rimaste solo poche notizie ed anch’esse imprecise nelle date e discordanti circa il numero delle persone. Il 16 Agosto 1941, il Segretario della Comunità di Fiume, Sig. Francesco Cantori , telefonò a Roma, scongiurando di intervenire presso il Ministero perché si evitasse che i profughi colà esistenti fossero respinti nell’interno della Croazia. I profughi erano circa 400, ma molti, per non essere presi, non si presentavano come sarebbe stato prescritto, né all’anagrafe, né in Questura. Altri fuggivano a piedi per raggiungere illegalmente Trieste. Erano come impazziti e, pur di sfuggire alla deportazione, poiché sapevano che cosa ciò volesse dire, affrontavano gravi pericoli e cadevano vittime delle speculazioni di profittatori che, dietro esosi compensi, promettevano loro di metterli in salvo.
È, forse, a seguito di questa telefonata che l’autore di queste note, preparò un appunto manoscritto per Dante Almansi perché intervenisse presso il Ministero. Questo manoscritto potrebbe però essere opportunamente collocato anche un anno dopo, poiché in esso si fa cenno alla decisione di respingere tutti i profughi ebrei in Croazia, decisione che veniva applicata benché il Questore Dr. Genovese sapesse, o proprio perché sapeva, che coloro che venivano così spietatamente respinti andavano incontro a morte certa e terribile. Un altro pro-memoria, anch’esso di data incerta, tratta lo stesso argomento, insistendo sulla richiesta che fosse sospesa la tragica decisione di respingere in Croazia i profughi ebrei. Tale pro-memoria potrebbe essere collocato nel Luglio ’42 (…)”.

Il riferimento al dr. Giovanni Palatucci (anni ’60)
Nelle sue memorie, il signor Sorani dedicò ampio spazio alla persona e all’operato del dr. Giovanni Palatucci . I dati contenuti nel suo testo dattiloscritto (conservato a Milano) riportano esattamente quelli già divulgati da Antonio Luksich Jamini.

I primi riconoscimenti
A Ramat Gan, vicino Tel Aviv, venne dedicata all’ex reggente di Fiume una strada (1953). Nel 1955 fu assegnata a Palatucci una medaglia d’oro alla memoria dall’Unione delle Comunità Israelitiche d’Italia . In seguito, si attribuì a quest’ultimo il titolo di “Giusto tra le Nazioni” dal Memoriale Ebraico dell’Olocausto Yad Vashem (1990) . Seguirono altri riconoscimenti.

Le notizie divulgate nel 2013
Nel 2013, il Centro “Primo Levi” comunicò ai media (non agli storici) che “Giovanni Palatucci fu un pieno esecutore delle leggi razziali”. Quanto riportato, venne scritto da Natalia Indrimi, direttrice del Centro, in una lettera pubblicata dal “New York Times” (2013) . Il testo prosegue: “e, dopo aver prestato giuramento alla Repubblica Sociale di Mussolini, (Palatucci) collaborò con i nazisti”. Il Centro ha spiegato, inoltre, che la deportazione di Palatucci non fu decisa dai nazisti per l’opera a favore degli ebrei, ma per aver passato ai britannici i piani per l'autonomia di Fiume. Riguardo al vescovo Giuseppe Maria Palatucci (1892-1961; francescano conventuale), zio di Giovanni (operò con il nipote a tutela di più ebrei) il giudizio è drastico. Indrimi e il suo Centro affermano che fu proprio lui a “costruire” in modo non chiaro il mito: “ Tutto iniziò nel 1952, quando lo zio vescovo raccontò questa storia per garantire una pensione ai parenti dell'uomo” .

Le reazioni
La posizione del Centro “Primo Levi” ha sorpreso molte persone. Per vari motivi.

1. I lavori su Fiume e Palatucci non furono promossi dal Centro ma da studiosi in Italia (1995) . L’iniziativa non riscosse un particolare seguito. L’attenzione dei media fu tenue. Così, a New York, qualcuno decise di ritornare sull’argomento.

2. L’alto numero di documenti “inediti”, ai quali fa riferimento il Centro, sono in realtà noti. Uno strumento conoscitivo rimane a tutt’oggi il database online dello Yad Vashem (Gerusalemme). L’Archivio in questione riporta le schede delle oltre quattrocento vittime ebree che vivevano a Fiume. I nazisti decimarono la loro Comunità (cinquecento persone ca). Digitando "Fiume" (nello spazio riservato al luogo di residenza), appaiono i nomi delle persone eliminate, con l'età ed altri dati essenziali.

3. È noto, poi, che chi operò a favore degli ebrei, fece in modo di non destare sospetti, di non attirare sguardi, di evitare i controlli, la censura, i delatori, di non mettere niente per iscritto. Per questo motivo, una ricerca per il Vice Capo della Polizia italiana non trovò elementi in fascicolo personale .

4. Palatucci, nelle sue iniziative umanitarie, non agì mai da solo. Egli si appoggiava a terzi. Quindi, studiare la sua figura (e i suoi movimenti) escludendo una rete di solidarietà è un metodo assolutamente non storico.

5. I tentativi umanitari alcune volte riuscirono, in altre situazioni ebbero un esito parziale, in varie occasioni non arrivarono a buon esito, in ulteriori casi furono alla base di arresti e deportazioni. Tutto questo è conosciuto dagli storici . È noto anche agli studiosi la triste attività di chi volle lucrare sulle disgrazie altrui (operazioni via mare), e su chi (specie i passatori di montagna) strinse accordi di morte con le autorità naziste .

6. Non è possibile calcolare il numero dei salvati da Palatucci (che comunque ci furono ). Vari studiosi hanno cercato di farlo, con l’aiuto di direttori di archivio, di storici e di esponenti del mondo ebraico. Poi, ci si è resi conto della co-presenza di molteplici variabili. Inoltre, di alcune vicende non si conosce l’esito. In tale contesto, la prudenza invita a una certa cautela nell’indicare la cifra complessiva di ebrei salvati.

7. I giuramenti a un dato regime politico (in un conflitto con più fronti) non implicarono necessariamente, in foro interno, delle adesioni. Molte volte (non sempre) costituirono una strategia per rimanere in ambiti ove si operò alla luce e in sordina .

8. Dall’ordine (28 aprile 1945) dei Combined Chiefs of Staff (Capi di Stato Maggiore) trasmesso al generale Harold Alexander (1891-1969) , risulta una manovra complessiva che escludeva l’autonomia di Fiume. Per tale motivo, pare debole un’insistenza su un ruolo-chiave di Palatucci in merito a disegni di autonomia locale che non consideravano l’integrità del territorio italiano.

9. L’uso di canali non autorizzati da parte di Palatucci riguardò, in realtà, varie situazioni (chiarite nelle memorie dei sopravvissuti). In particolare, il telex di Kappler (10 gennaio 1945), citato dal Capo della Polizia del tempo Eugenio Cerruti (a sua volta informato dal Prefetto Spalatin), fa riferimento a “contatti informativi col servizio informativo nemico” . Non punta il dito su questioni di autonomia locale. I nazisti, quindi, stavano seguendo non la pista degli autonomisti (alla quale erano invece molto interessati i titini) ma un sistema di segnalazioni che includeva anche il dramma dei perseguitati e dei profughi (ciò risulterà molto evidente dagli eventi successivi).

10. Mons. Palatucci, vescovo di Campagna (provincia di Salerno), segnalò la figura del nipote in più circostanze. Ma non nel 1945. Solo in anni successivi . Ad assumere la prima iniziativa furono esponenti della comunità ebraica.

11. A Campagna si trovava un campo di internamento costituito dalla caserma San Bartolomeo (ex convento dei Domenicani), e dalla caserma Immacolata Concezione (ex edificio claustrale degli Osservanti) . In quest’area, i Palatucci cercarono di inserire alcuni ebrei . Consultando l’Archivio locale, e visitando il museo, è possibile capire le differenze esistenti tra questo campo e altri luoghi d’internamento (nord Italia). Il 29 ottobre 1941 il segretario del Partito Nazionale Fascista, Adelchi Serena (1895-1970), scrisse una lettera al Capo della Polizia con la quale si lamentava della “troppa libertà in cui vivono gli internati ebrei del campo di concentramento di Campagna" e chiese "provvedimenti conseguenti da parte delle forze di polizia del regime” .

12. Dall'Archivio di Fiume, i documenti relativi al periodo successivo all’ 8 settembre 1943 sono stati sottratti. Il fascicolo personale di Palatucci (consultabile) è visibilmente carente. Ci sono le note burocratiche delle sue domande di trasferimento, le richieste di permessi, la nota positiva per essere “di ottima condotta morale, politica e sociale, iscritto al Partito Nazionale Fascista dal 23 marzo 1928”, la promozione a vicecommissario aggiunto in data 28 luglio 1940, con decorrenza 16 maggio.

13. Nell’Archivio di Fiume esiste un solo documento posteriore all’8 settembre 1943. È una lettera del 29 febbraio 1944 indirizzata dal reggente della questura, Roberto Tommaselli, a Carlo Paknek, consigliere germanico per la provincia del Carnaro e, per conoscenza, al prefetto (la copia consultata è quella di pertinenza della prefettura, protocollata il 3 marzo). Si tratta una protesta perché Palatucci il 26 febbraio era stato convocato dal commissariato tedesco e interrogato sul possesso di una radio appartenuta a un'ebrea di nome Weisz. Mentre si trovava nel commissariato, un civile e un agente tedesco erano andati a casa sua chiedendo informazioni sulla medesima radio alla proprietaria dell'appartamento. Il dirigente della questura protesta per il modo irriguardoso utlizzato dai tedeschi nei confronti di un dirigente di polizia italiano.

14. Secondo l’opinione di diversi storici, i documenti che non si trovano nell’Archivio di Fiume, dovrebbero essere custoditi a Belgrado, all'Archivio militare (o in altri Archivi), dove si trovano incartamenti della Questura e della Prefettura di Fiume. Belgrado, comunque, si è dimostrata poco sensibile ai ricercatori.

15. Da una sommaria ricognizione, compiuta nell’Archivio militare di Belgrado, da una storica fiumana, Lijubinka Karpowicz, è soltanto emersa una richiesta di ricerca del 25 novembre 1946 (un anno e nove mesi dopo la morte di Palatucci). Il Comitato antifascista del 259° battaglione prigionieri di guerra chiede alla sezione italiana per i prigionieri di guerra, a Belgrado, di voler “comunicare se il compagno Palatucci Giovanni di Felice è prigioniero in Jugoslavia, in quale campo o se è rimpatriato”. Una nota a mano del 2 dicembre dispone quanto segue: “Accontentare questo Comitato antifascista e poi rispondere”.

Uno stile non condivisibile
Ciò che ha motivato perplessità verso il “Primo Levi” è stata la linea della Indrimi. Prima ha divulgato delle informative a nome del Centro (con danno morale alla figura di Palatucci), poi ha inviato una durissima lettera al “New York Times”, ha scritto al Museo della Shoah di Washington , ha rilasciato interviste, ha insistito ancora su siti internet. In alcuni casi ha affermato di parlare a titolo personale, in altri casi di esprimere la posizione del Centro. Dopo tutte queste iniziative, quando alcuni storici le hanno chiesto di prendere visione almeno dei documenti che il Centro riteneva essenziali per “accusare” Palatucci, la Indrimi prima ha risposto che ognuno li poteva trovare da solo negli archivi pubblici. Poi, ha dichiarato che non potevano essere divulgati perché erano ancora allo studio, perché si stavano ancora traducendo, perché i saggi che li accompagnano non erano pronti, perché non riguardavano solo Palatucci …

Le prese di distanza
In presenza di tale situazione, un numero significativo di storici della Shoah (Malini , Napolitano , Guiducci et al.) è intervenuto per rivedere le fonti, mentre sono pure usciti libri di autori ebrei a difesa della memoria del dr. Palatucci (Georges de Canino et al.). In particolare, è stato evidenziato un limite del Centro Primo Levi: non si accusa una persona morta in un campo di concentramento a 36 anni senza aver contemporaneamente pubblicato tutti i documenti di merito. Si è anche preso atto che il comportamento della Indrimi non è sereno. Le parole con le quali ha descritto il comportamento di Palatucci sono, sul piano oggettivo, violente e diffamatorie. In tal senso, risulta più equilibrato lo studio dello studioso di fede ebraica Marco Coslovich , e molto più caute le dichiarazioni dello storico Michele Sarfatti, direttore della Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea (Cdec Onlus) di Milano .

La ricerca degli ebrei
L'accusa più grave, rivolta al reggente di Fiume, ha riguardato la denuncia di quest’ultimo di una famiglia ebrea nascosta sotto falso nome, in seguito a una richiesta della Questura di Ravenna (telegramma del 23.5.1944). Secondo il “Primo Levi”, Palatucci avrebbe dovuto rispondere che essi non erano residenti a Fiume, e che non erano noti al suo ufficio, né lo erano presso la sua anagrafe. Invece l’informativa fu redatta in questi termini:

“Trattasi di ebrei apolidi fiumani qui irreperibili che identificansi per…”, con i dati anagrafici dei membri della famiglia. Il biglietto era firmato “Pel reggente Palatucci” .

Il 23 maggio 1944 Palatucci era reggente della Questura da meno di due mesi. Non è difficile pensare che era sorvegliato (poco più di tre mesi dopo subì l’arresto). Il telegramma pervenuto alla Questura di Fiume non era “riservato-personale” a lui. Quindi - essendo stata già controllata la richiesta da terzi - il reggente non poteva mentire, negando che i nomi della famiglia ebrea fossero registrati nelle liste della Polizia e all'anagrafe. Di conseguenza, la risposta fornita “Per il reggente” non avrebbe potuto riportare null'altro che i dati di archivio. Inoltre, la data del biglietto, ‘urgente’ solo formalmente, è del 23 maggio 1944. L’arresto della famiglia era già avvenuto il 4 maggio. Unitamente a ciò, si rileva un altro dato. Dichiarare in quel momento una persona “irreperibile” significava comunque complicare le indagini. In un’ora nella quale Fiume era accerchiata da più realtà ostili, era difficile pensare a ricerche accurate sugli “irreperibili”.

L’aiuto agli ebrei non residenti
Esiste, poi, un altro punto che il “Primo Levi” devalorizza. Giovanni Palatucci, essendo responsabile dell’ufficio stranieri, interagì soprattutto con ebrei non residenti. Le operazioni riguardanti i residenti erano affidate a un personale che utilizzava il registro dello stato civile. Il lavoro seguiva una metodica. Basato su schedature, controlli, complicità e paure. Per una ricerca storica corretta, uno degli strumenti-chiave rimane il data base dei fascicoli del Fondo Questura dell’Archivio di Stato di Fiume .

False testimonianze?
Non è da tacere, ancora, un aspetto. I ricercatori del Centro in questione hanno smentito ogni testimonianza a favore di Palatucci. Tra i vari testi emergono figure significative. Se ne possono ricordare alcune (con i ruoli che svolsero all’epoca):

-Raffaele Avallone (1900-1945), nativo di Vietri sul Mare (Salerno), guardia scelta di P.S.. Conobbe Palatucci a Genova. Morì infoibato. Al riguardo, assume rilievo la testimonianza del figlio Franco:
“(…) Ricordo che tante volte, alla sera, mio padre usciva con lui per organizzare il salvataggio di molte persone, in larga maggioranza di fede ebraica, destinandole ad altre città italiane dove poteva contare su riferimenti sicuri, e talvolta anche all’estero. L’episodio che ha cambiato radicalmente la mia vita e le sorti della mia famiglia ebbe luogo nel 1943; Palatucci aveva già disposto che mio padre accompagnasse due famiglie di ebrei da Fiume a Salerno. Forse, pensava di salvarlo, ma un collega chiese di sostituirlo in questa missione, in quanto aveva la famiglia a Salerno: episodio ovviamente privo di qualsiasi responsabilità singola, confermato in tempi successivi dai congiunti del collega medesimo (…) .

-Americo Cucciniello (1920-2004), originario della provincia di Avellino, guardia di P.S.. Conobbe Palatucci quando fu trasferito con altri colleghi dal battaglione di Torino alla Questura di Fiume (aprile 1941). Fu autista di Palatucci, lo aiutò in diverse operazioni “non ufficiali” a favore di ebrei . Ha dichiarato questo testimone:
“(…) Puntualizzo subito che in quest’anno 1943 la mia collaborazione col dott. Palatucci fu intensa, in quanto spesso accompagnavo le famiglie di ebrei in pericolo di essere internate dai tedeschi nei lager verso l’interno dell’Italia, presso monasteri, istituti ecclesiali, altre persone amiche private. In particolare ricordo un episodio: la famiglia ebrea Sachs, composta dalla sig.ra Lilli, da un fratello Borio e da un bambino figlio di una figlia sposata con un ufficiale aviatore polacco della RAF; questo bambino Igor, ora diventato grande -attualmente risiede nei pressi di Londra- fu da me accompagnato, su esplicito ordine del dott. Palatucci, a Cavaglià (provincia di Vercelli), per rimanere nascosto presso una famiglia di amici.
Andai pure a prendere un’altra famiglia a Ravenna, nascosta anche questa presso amici fidati, per accompagnarli a Bergamo, dove furono aiutati dall’allora commissario dottor Mario Scarpa, commissario della P.S., che incamminò il marito verso la Svizzera e la moglie Weits Elena (Bianchi) presso amici di Torino, dove rimase fino alla fine della guerra (…)”.

-Alberino Palumbo (1924-2007), in forza al battaglione speciale di P.S. posizionato a Sušak nel giugno del 1943 e fatto ripiegare il 6 settembre, collaborò per un anno con il reggente della Questura di Fiume in operazioni a tutela di ebrei perseguitati . La prima di queste azioni riguardò tre persone ebree che dovevano essere accompagnate a Borgo Marina .

-Alberto Remolino (nato nel 1917), nativo di Campagna, soldato di leva a Fiume, presso il 26° reggimento fanteria (vi restò fino al giugno 1945). Lavorò come sarto. Facilitò un collegamento tra Giovanni Palatucci (Fiume) e lo zio vescovo (Campagna). Affrontò rischi (periodo di guerra). Il suo ruolo di intermediario risulta da alcune azioni umanitarie (non ebbero sempre esito positivo) ;

- Giuseppe Veneroso (1921-2009), nativo di Pisciotta, finanziere. All’età di diciotto anni prestava servizio alla frontiera italo-jugoslava (Buccari), compagnia di Sussak (dal 1° maggio 1941 all’ 8 settembre 1943). Fu testimone del flusso clandestino di ebrei in fuga, e delle protezioni in loco :
“In entrambi i posti di servizio ricordo perfettamente - scrive Veneroso - che, durante le lunghe notti, agenti della Pubblica Sicurezza accompagnavano gruppi di civili al nostro posto di guardia, per farli espatriare in sordina. Tutti quanti erano provvisti di lasciapassare a firma dell’allora commissario Palatucci e tutti eravamo a conoscenza che erano ebrei in fuga” .

Secondo il Centro succitato queste persone (e altre) furono testi inattendibili.

La testimonianza di Rodolfo Grani
Nel 1952, un ebreo fiumano, raccontò in Israele la propria storia. Si chiamava Rodolfo Grani (Granitz ). In un articolo pubblicato a Tel Aviv , descrisse il suo internamento a Campagna. Ricordò interventi dei Palatucci (nipote e zio vescovo) a favore di alcuni ebrei perseguitati. Fornì anche delle indicazioni sull’interazione tra Giovanni Palatucci e il vescovo di Fiume, mons. Camozzo.

La ricerca storica su mons. Camozzo
L’intesa tra mons. Ugo Camozzo (1892-1977) e il dr. Palatucci (le carte di merito sono depositate nell’Archivio Diocesano di Napoli) trova riscontro anche in due lettere che Camozzo indirizzò al vescovo Palatucci. La prima è datata 11 luglio 1945. Si riporta il testo :

“Eccellenza Reverendissima,
soltanto ora sono in grado di darLe notizie del Dr. Palatucci, Commissario di P.S. a Fiume. Purtroppo esse sono dolorose. Fu trasportato, non ricordo esattamente quando, nel campo di concentramento di Dachau (Baviera) e di là ebbi sue notizie. Pochi giorni fa però tre rimpatriati da quel campo vennero da me. Chiesi ad essi notizie del caro Dottore ed uno mi assicurò che egli è deceduto a Dachau. Non ebbi altra possibilità di controllo e di conferma, solo il fatto che egli dimostrava di conoscerlo personalmente. Neppure sulla veridicità della persona potei indagare perché era di passaggio da me e prima non l’avevo conosciuto. Sono convinto che il buon Dr. Palatucci è stato internato, perché vittima del suo buon cuore per cui non mancava di aiutare quanti poteva, specialmente se oppressi dalle leggi razziali. Egli ha lasciato un ottimo ricordo a Fiume che serva riconoscenza per lui (…)” .

In una seconda lettera, datata 30 agosto 1945, il vescovo Camozzo trasmette altri dati:

“Eccellenza Reverendissima,
Come ho già comunicato il Dr. Palatucci Giovanni è stato internato dai Tedeschi a Dachau, credo perché aveva cercato di mitigare l’asprezza delle disposizioni antisemitiche. Ebbi di lui notizia dal campo di concentramento, perché eravamo in ottimi rapporti. Poi silenzio. Per essere completo devo dolorosamente aggiungere a V. E. che alcuni prigionieri reduci furono di passaggio da me ed uno di essi affermò che il Dott. Palatucci era deceduto nel campo di Dachau. Non ho altri dati, né conosco la persona che fa tale dichiarazione. Purtroppo però ho avuto l’impressione che la notizia fosse vera. Il Dr. Palatucci ha lasciato ottimo ricordo di Sé a Fiume. In un tempo tanto difficile Egli ha saputo aiutare tanti infelici ed io stesso esperimentai la sua umana comprensione di tante sofferenze e cristiana carità (…)” .

Niel Sachs di Gric
Esiste anche la testimonianza di un avvocato, il barone Niel Sachs di Gric (ebreo fiumano di origine ungherese). Fu il legale di fiducia della Curia vescovile di Fiume. Nelle sue dichiarazioni ha confermato l’esistenza di contatti tra il dr. Giovanni Palatucci e il vescovo Camozzo .

Una sottolineatura
Nel contesto fin qui delineato, può essere utile evidenziare un fatto: ogni ricerca storica richiede valutazioni serene. I testimoni sopra ricordati dimostrarono nell’arco della loro esistenza una linea morale non contestata da nessuno. Dalle affermazioni a favore di Palatucci non ricavarono alcun guadagno (economico o civile). Mettere, quindi, in dubbio le loro parole potrebbe svelare una rigidità mentale, con possibile deriva di intolleranza. Unitamente a ciò, non devono essere trascurati vari interventi ebraici a favore di Palatucci. Tra questi, assumono rilevanza quelli di Elia Sasson, ambasciatore d’Israele a Roma (1953) , dell’Unione delle Comunità Israelitiche d’Italia (1955), dell’avvocato Paolo Santarcangeli (1987) , di Adolfo Perugia , di Anna Foa , et al..

Le evidenze
In realtà, le testimonianze di chi operò con Palatucci per tentare di salvare delle vite umane, convergono su punti-chiave. Sono agli atti, ad esempio, le dichiarazioni di più persone di fede ebraica.

-Elena Ashkenasy Dafner Rehov e parenti
(Yad Vashem; istruttoria su Palatucci; Archivio Dipartimento Giusti, file n. 4338). Testimonianza autografa. Il documento è datato 10 luglio 1988. Fu redatto a Tel Aviv ;

-Rozsi Neumann:
testimonianza in "Israel", n. 39, 18 giugno 1953;
lettera del 26 giugno 1953 a mons. Palatucci : “(…) anch’io e mio marito apparteniamo a questi ebrei che sono stati tanto aiutati da questo veramente nobilissimo uomo” ;

-Salvator Konforti (il cognome fu poi cambiato in Italia in Conforty), ebreo sefardita, di radici spagnole, e Olga Hamburger, askenazita, dell'Est Europa.
Erano i genitori di Renata Conforty. Quest’ultima, all’età di 71 anni, ha ripetuto la sua testimonianza nel 2013 . Dal suo racconto emerge un’interazione tra il colonnello Antonio Bertone (1905-1999, “Giusto tra le Nazioni”) e il dr. Giovanni Palatucci per proteggere gli ebrei ;

-la famiglia Berger.
Sull’interazione avvenuta tra queste persone e Palatucci, esiste, tra l’altro, un contributo dello studioso Aldo Viroli: Palatucci e la famiglia Berger. Un po’ di chiarezza sulla vicenda di un gruppo di ebrei fiumani rifugiati in Romagna ;

-Elizabeth Quitt Ferber (1913-2005) e la sorella Anna.
Racconta Elizabeth: “con nostro stupore, ci indicò una serie di località da raggiungere come internati liberi. Alla fine la nostra scelta cadde su Sarnico, sul lago d'Iseo, e il dott. Palatucci ci assicurò che saremmo andati là. Non so come riuscì ad esaudire questa nostra richiesta, fatto sta che noi andammo direttamente a Sarnico. Come noi, ha aiutato una moltitudine di persone” ;

- ingegnere Carlo Selan e moglie.
In una lettera del 21 dicembre 1940 Giovanni Palatucci raccomanda allo zio vescovo di interessarsi e d’intervenire riguardo ad alcuni ebrei che il poliziotto definisce “miei protetti”. Tra questi c’è il nome di Carlo Selan .
Nel 1991, Celan scrisse da New York in un articolo: "Tutta la mia famiglia e ognuno che è sfuggito a Hitler e agli Ustascia, ha trovato un porto di serenità in Fiume solamente per la gentilezza e l’ammirabile personalità di Giovanni. Se non fosse stato per lui, ben pochi avrebbero potuto rimanere vivi oggi".

La Shoah ungherese
Attraverso il database dello Yad Vashem è possibile digitare “Salerno” (o “Altavilla”) Appaiono 32 nomi di ebrei. Altri nomi, inoltre, sono presenti in una serie di documenti conservati presso gli archivi dello stesso Centro. La località di nascita riportata dalle schede e nei documenti è Altavilla Silentina. Come dimostrato dallo storico della Shoah Nico Pirozzi , quelle persone facevano parte della Comunità ebraica di Lenti (Ungheria). Quest’ultima, contava 52 individui in tutto (i restanti figurano anch'essi, purtroppo, tra le vittime della Shoah; per trovare i loro nomi digitare “Lenti” nel database).

Pirozzi documenta come fossero stati Giovanni Palatucci e lo zio vescovo a sostenere il piano di salvataggio degli ebrei di Lenti. Attraverso Remolino (cit.), mons. Giuseppe Maria Palatucci fece pervenire al nipote diversi (non si conosce il numero esatto) certificati di nascita e di residenza trafugati dal municipio di Altavilla Silentina (Salerno). I documenti pervennero (tramite un altro corriere) alla Comunità ebraica di Lenti, che (primavera del 1944) tentò di utilizzarli per raggiungere Fiume. Il progetto fallì. I nazisti arrestarono gli ebrei della cittadina ungherese, la maggior parte dei quali fu eliminata ad Auschwitz-Birkenau. In base alle procedure di interrogatorio (con tortura) dei nazisti, è probabile che il nome del vice-commissario aggiunto di Fiume sia emerso proprio in seguito agli arresti avvenuti a Lenti.

L’archivio di Yad Vashem
Nell’Archivio di Yad Vashem sono pure conservate le schede di ebrei ungheresi che risiedevano in città diverse da Lenti, muniti dei certificati contraffatti dai Palatucci e purtroppo deportati nei lager. Per esempio:

- Izso Eppinger, viveva a Nagykanizsa,
- Arpad Deutsch, abitava a Zalaegerszeg,
- Jolan Rosenberger, con residenza a Papa.

In tale contesto, tenuto conto che l'operazione “Altavilla Silentina” si svolse in diverse località ungheresi, ci si chiede se in alcuni casi essa abbia ottenuto il risultato che i Palatucci speravano. Un punto, però, è chiaro. Alcuni ebrei ungheresi raggiunsero realmente la località di Altavilla Silentina, passando per il campo di internamento di Campagna, dove operava monsignor Palatucci. Ne dà notizia il ricercatore Oreste Mottola nel libro I paesi delle ombre . Il testo è basato su documenti conservati nell'Archivio Storico della Biblioteca Civica di Altavilla Silentina. Se è vero che numerose richieste di espatrio in Sud America (e altrove) non andarono a buon fine, altre - invece - consentirono agli ebrei di Campagna e di Altavilla di sottrarsi alle persecuzioni. Lo stesso “Primo Levi” ha riconosciuto che le vicende di Altavilla Silentina sono complesse e richiedono ulteriori approfondimenti.

Altri dati forniti da Yad Vashem
Sempre con riferimento a quanto è conservato negli archivi del Centro Yad Vashem, si deve pure ricordare la presenza di file ove è riportato il fatto che “nel settembre 1943 il Dr. Palatucci aderì al Movimento di Liberazione Nazionale , assumendo il nome di ‘Dr. Danieli’, proseguendo nella sua mirabile opera di salvataggio di migliaia di perseguitati”.

Il vescovo Giuseppe Maria Palatucci
La linea del “Primo Levi”, che nega azioni del reggente a favore degli ebrei, delegittimizza pure la testimonianza dello zio vescovo. Però, il carteggio tra S.E. mons. Palatucci e le autorità del tempo (1276 lettere), unitamente a quello con il nipote, attesta come vari ebrei, facilitati dal dr. Palatucci a raggiungere Campagna, furono poi aiutati in loco , e aiutati nell’affrontare il viaggio verso il Sud America (lettere di raccomandazione firmate dal vescovo). In tale contesto, riveste un rilievo non debole una lettera di Giovanni Palatucci indirizzata allo zio, datata 21 dicembre 1940. Si riporta il testo:

“Carissimo zio,
Vi scrivo, come al solito in fretta. Gradirei notizie della pratica per il mio richiamo. Vi mando delle scarpe da far pervenire a casa alla prima occasione. Per quanto riguarda i miei protetti , la situazione è la seguente: 1. Ermolli Adalberto ha presentato domanda di trasferimento in un comune della provincia di Perugia, Pesaro o Chieti. Credo che lo interessi Chieti e in questo senso si è già interessato. Per lui sarà quindi il caso d’interessarsi solo se Voi abbiate la possibilità di intervenire ugualmente in modo efficace per gli altri, diversamente, non è opportuno sciupare delle possibilità che potrebbero essere utilmente impiegate, per questo vi ricordo i nomi: 2. Braun in Eisler Dragica (Carolina) e figlia, Eisler Maria: nipote. Jurche Nak. Selan ing. Carlo e moglie. Eisner Lotta con due bambine. Essi puntano alla provincia di Perugia o Pesaro. A me interesserebbe una destinazione in tali province, perché penso che Voi mi farete pervenire, a suo tempo, una raccomandazione per il vescovo del luogo, o chi per lui, che potrebbe agevolarvi sia presso la questura per una buona assegnazione nell’ambito della provincia o per una buona sistemazione, magari grazie all’interessamento a mezzo parroco. Per il momento, occorre appoggiare nel più efficace dei modi la loro domanda, che verrà presentata fra qualche giorno.
Io Vi informerò tempestivamente , e Voi vorrete, poi, interessare qualcuno, perché segnali la cosa nel migliore dei modi alla questura .
L’Ermolli l’ha già presentata ed io ho già scritto oggi, ma la lettera partirà fra qualche giorno. Per quanto riguarda lui, se Voi avete la possibilità di interessare persona diversa da quella che interesserete per gli altri, fate pure, diversamente evitiamo di danneggiare tutti nel desiderio di tutti aiutare. Vi ringrazio per l’assistenza che mi prestate per un’opera di bene (…)” .

Le carte di S.E. mons. Palatucci sono conservate presso la “Biblioteca Fra Landolfo Caracciolo”, San Lorenzo Maggiore (Napoli), e presso l’Archivio Segreto Vaticano .

L’arresto e la deportazione
Un punto sottolineato dal “Primo Levi” riguarda il motivo dell'arresto e della deportazione di Palatucci. Il Centro, in particolare, riporta il contenuto di un telegramma del colonnello Kappler, dove è scritto che Palatucci fu arrestato per avere mantenuto contatti col servizio informativo nemico. I ricercatori dimenticano che in seguito al 3 settembre 1943, data dell'armistizio di Cassibile e inizio dell'occupazione tedesca, gli ebrei furono definiti nel Manifesto di Verona quali “stranieri e nemici”. Palatucci, anche sotto la R.S.I., operava a contatto con la DELASEM (testimonianza di Sorani). Nella primavera del 1944 aspettava gli ebrei della Comunità di Lenti (Ungheria), muniti di falsi certificati (risultavano nati ad Altavilla Silentina). Per quella, e per altre azioni, il poliziotto di Fiume era sicuramente colpevole, agli occhi dei nazisti, di aver mantenuto contatti con il nemico.

La questione del numero dei salvati
Esiste, in ultimo, una questione sollevata dal “Primo Levi” anche con riferimento al numero degli ebrei salvati dal dr. Palatucci. Al riguardo, diversi studiosi (Ballarini, Bon, Coslovich, Pizzuti…) hanno cercato, prima di tutto, di individuare il numero di ebrei residenti e non residenti nell’area fiumana negli anni delle persecuzioni razziali.
1938
Nel 1938, anno dell’entrata in vigore delle leggi razziali, a Fiume c’erano 1514 ebrei, di cui 300 stranieri. Si trattava del 2% (circa) della popolazione. I dati statistici del censimento del 22 agosto 1938 posero le basi per le campagne antisemitiche già in atto e furono una tappa fondamentale per le persecuzioni razziali.
1939
La storica Silvia Bon (2004, 2005) ha accertato l’allontanamento dal lavoro di ebrei già dal 1939, tanto che almeno 350 persone abbandonarono il territorio della provincia del Carnaro. Quelli rimasti cercarono ancora di far funzionare le strutture di una volta e sostituire quelle negate in seguito alle leggi razziali come la frequentazione della scuola: nell’anno scolastico 1938-1939 un Istituto Autonomo di Istruzione Media mantenne tutti i corsi delle varie scuole medie e quelli delle scuole di avviamento.
1940
Il 22 giugno del 1940, il già ricordato prefetto Testa, con il questore Genovese (cit.), dispose l‘arresto degli ebrei considerati stranieri.
1941
Nel 1941 a Fiume, Abbazia e Laurana il numero delle persone considerate ebree ammontava a 1.362.
1943
Alla caduta del fascismo, il 25 luglio 1943, alcuni degli ebrei fiumani che si trovavano in Italia centro-meridionale sperarono di poter ritornare nelle proprie case finalmente liberi, ma l’illusione fu di breve durata.
1944
Alla fine del gennaio 1944, con la distruzione della Sinagoga fiumana in via Pomerio 31 (25 gennaio), alla quale fece seguito (due settimane dopo) l’azione della Guardia di Finanza volta ad accertare la loro presenza e il patrimonio di quelli rimasti, prese inizio il pogrom degli ebrei di Fiume. Furono deportate 243 persone (la stragrande maggioranza di queste transitate per San Sabba e da qui deportate ad Auschwitz), delle quali fecero ritorno solo 19. Altre 96 furono arrestate in altre province italiane e finirono nei campi di ster¬minio, dove si salvarono 16, mentre 7 morirono in stato di deten¬zione. Su oltre settanta ebrei mancano informazioni pre¬cise.
1945
Dal Litorale Adriatico, sottoposto all’autorità tedesca, l’ultimo treno della morte partì il 24 febbraio 1945.
fine ostilità
La triste dimensione nota - i dati sono frammentari - della Shoah fiumana è, dunque, di 412 depor¬tati e 380 vittime, tra cui 30 bambini, alcuni di pochi mesi, i più grandi di 14 anni . Alla cifra di 380 era giunto nel 1999 Amleto Ballarini, presidente della Società di Studi Fiumani con il suo Il tributo fiumano all’olocausto .

Le variabili di flusso
Con riferimento a quanto ricordato, è anche necessario evidenziare delle variabili. Circa 1.200 ebrei fiumani, tolti dagli internati in Italia, avreb¬bero abbandonato volontariamente il territorio tra il 1938 e il 1943. Di con¬tro, tra il 1941 e il 1943, vi fu un’im¬migrazione dalle zone dei Balcani e dell’Europa centrale occupate dai nazisti, dove le leggi razziali veni¬vano applicate in modo rigorosissimo. Molti ebrei, ad esempio, fuggivano dalla Croazia, e cercavano a ogni costo di arrivare a Fiume, per lo più in barca. La città, del resto, era crocevia anche “legale” di ebrei internandi, diretti verso l’Italia. Secondo la testimonianza di Arminio Klein , presidente della Comunità ebraica di Fiume, sopravvissuto all’Olocausto, 16 persone di origine ebraica superarono la guerra a Fiume. Alla fine del conflitto gli ebrei fiumani sopravvissuti alla tragedia della Shoah, contrariamente a quanto avveniva nelle altre comunità ebraiche d’Italia, non poterono far ritorno alle loro case perché tutta la provincia del Quarnaro era stata nel frattempo occupata dalle truppe del maresciallo Tito e annessa alla Jugoslavia. Qualcuno tentò di metter piede in zona per cercare di recuperare i beni abbandonati, ma sparì dalla circolazione e non se ne seppe più nulla.
In tale contesto, rimane significativo un dato: tra il 1938 e il 1943, oltre ai profughi stranieri, lasciarono l’Italia altri seimila cittadini ebrei italiani individualmente o per famiglie, in cerca di Paesi più accoglienti (Stati Uniti, America meridionale, terra d’Israele). Ciò avvenne sotto la forte pressione di una persecuzione burocratica e di un’intensa propaganda antiebraica della stampa.
Il calcolo, in definitiva, degli ebrei che furono aiutati (in vari modi, e da diverse persone e organismi di assistenza anche ebraica ) a sfuggire alle persecuzioni, può essere elaborato tenendo conto :

- dei flussi sopra ricordati (emigrazione),
- e di quelli che consentirono a un numero significativo di ebrei di trovare riparo nella penisola italiana.

L’apporto del dr. Palatucci
Dalle testimonianze raccolte negli ultimi decenni, e pubblicate in più studi , il contributo offerto dal dr. Giovanni Palatucci a Fiume in difesa degli ebrei, si articolò essenzialmente su alcune linee operative :

-omissioni nell’applicazione di norme (es. registri non in regola, per i quali subì una nota di biasimo);
-trasmissione di dati informativi a ebrei in fuga, mirate a far loro evitare possibili situazioni rischiose;
-presentazioni di ebrei a interlocutori amici ;
-coperture di varia natura, inclusa la consegna di documenti non autentici (permessi di transito e passaporti) ;
-ideazione di itinerari di salvezza con il supporto di terzi.

Sorani (numero dei salvati)
Sul tema degli ebrei salvati, esistono poi alcuni dati che vennero forniti da Settimio Sorani (cit.). Questi, è stato già ricordato, indicò un “canale fiumano”, fece il nome del dr. Palatucci, collegò quest’ultimo a un’opera di protezione degli ebrei, annotò infine un risultato: cinquemila ebrei salvati. L’autore fece un chiaro riferimento a Fiume e a Palatucci perché a Trieste esistevano altri referenti . Emergono, in tale contesto, alcune evidenze sottolineate da Sorani:

1. nel periodo bellico, Fiume era una città di confine;
2. i numeri dei salvataggi indicati da Sorani sono legati in massima parte a una stima sugli ebrei in fuga dal regime degli ustaše;
3. Sorani, nel dare conto di 12.200 profughi “controllati” e trattenuti nei campi nel territorio sotto controllo delle truppe italiane al di là del confine (sfuggiti alle persecuzioni, e in parte salvati), ha scritto che “debbono aggiungersi un numero indeterminato di persone non registrate perché entrate in Italia illegalmente senza regolari visti d’ingresso” ;
4. la porta d’ingresso in Italia era Fiume, dove il responsabile dell’ufficio stranieri, “provvedeva ad allontanare alla chetichella gli ebrei stranieri che avrebbero dovuto essere arrestati e deportati” .

Una quantificazione? (numero dei salvati)
Sulla base delle ricerche effettuate, e tenendo conto anche degli studi realizzati da più storici (e da singoli autori a vario titolo), non sembra possibile indicare un numero esatto di salvati (direttamente o indirettamente) dal dr. Palatucci. Questi ci furono (esistono testimonianze non deboli), ma insistere sul voler divulgare dei totali “sicuri” rimane un percorso accidentato. Probabilmente, le testimonianza di Raffaele Cantoni e di Sorani - riconducibili a Palatucci - intesero fornire dati di orientamento (indicando “un alto numero”) e non risultati di rigorose sommatorie.

Annotazioni di sintesi
Con le informazioni ritrovate negli archivi italiani e in quelli esteri, pare difficile sostenere la tesi che Giovanni Palatucci non fu un “Giusto”. Lo stesso Memoriale dell’Olocausto Yad Vashem ha confermato, nel febbraio del 2015, il titolo di “Giusto” a Palatucci (comunicazione di David Cassuto, membro della presidenza) . Addirittura, dall’Archivio Centrale dello Stato sono state individuate le relazioni del reggente (aprile-luglio 1944; alcune scritte poco prima che fosse arrestato) al capo della polizia Tullio Tamburrini (10 maggio 1944) e a Eugenio Cerruti (26 luglio 1944) , al consigliere germanico per la provincia del Carnaro Carlo Paknek (9 maggio 1943) , al capo della milizia Chianese. Vi si può leggere e sentire allarme e disgusto verso quel che accade, giudizi severissimi verso il prefetto e i tedeschi, attenzione verso i suoi uomini , amore verso l'Italia. Vi si trova pure la frase: “in materia di dirittura morale io rendo conto alla mia coscienza che è il più severo dei giudici immaginabile, e se necessario ai miei superiori gerarchici...” . A questo punto, si possono forse sviluppare ulteriori approfondimenti inerenti:

- i flussi dei profughi;
- le azioni politiche clandestine inerenti Fiume e l’area circostante;
- i canali resistenziali posti in essere da gruppi di oppositori;
- le reti sotterranee di solidarietà, intra ed extra Fiume;
- il numero dei salvati, alla luce di ciò che oggi è possibile acquisire (sugli spostamenti clandestini, non registrati in alcun documento, sarà sempre difficile conoscere i dettagli);
- il numero dei tentativi non riusciti mirati a salvare ebrei;
- il numero delle persone eliminate perché considerate vicine al mondo ebraico;
- le informative dello spionaggio nazista, di quello della R.S.I., di quello Alleato, di quello titino;
- le figure di specifici collaborazionisti, di delatori.

Ma oggi, discutere su dati che rimangono comunque parziali (non tutto è documentato, molti atti si sono persi, i testimoni del tempo sono morti…), ha senso? Sì, se ciò consente di:

- evitare i trionfalismi, l’enfasi, la retorica, la mitizzazione,
- accantonare i particolarismi,
- rispettare maggiormente il metodo storico.

Resta, comunque, un’esigenza. Quella di passare da una logica di morte (persecuzioni naziste) a una prospettiva di vita (costruzione di un mondo nuovo). Quella, cioè, di transitare, tenendo conto delle tante voci che provengono dalla Shoah, verso progetti di vita in grado di rompere steccati, e di sfondare barriere. In tal senso, il termine resistenza rimarrà sempre attuale. Perché sempre attuale resterà l’esigenza di dire no a ogni forma di violenza. Da qualsiasi parte provenga.

Synthesis Remarks
With the information found into Italian and foreign archives, it seems difficult to support the thesis that John Palatucci was not a "Right". The Holocaust Memorial Yad Vashem has confirmed, in February of 2015, the title of "Righteous" Palatucci (communication of David Cassuto, a member of the Presidency). Indeed, from the Central State Archive have been identified Regent relations (April-July 1944; some written before he was arrested) to the police chief Tullio Tamburrini (10 May 1944) and Eugenio Cerruti (26 July 1944), the German advisor for the province of Carnaro Carlo Paknek (9 May 1943), leader of the militia Chianese. You can read and feel alarm and disgust towards what happens, very adverse judgments towards the prefect and the Germans, attention to his men, love for Italy. Furthermore, you can also read the phrase "relating to moral rectitude I realize that my conscience is the most severe imaginable judges, and if necessary to my superiors ...". At this point, you can probably develop further insights regarding:

- Refugees flows of refugees;
- Clandestine political actions inherent Rijeka and surrounding region;
- Channel-strength by groups of opponents;
- The underground solidarity networks, intra and extra Rijeka;
- The number of the saved, by the light of what is now possible to acquire (about unlawful movements, not recorded in any document and for this reason, it will always be more difficult to know the details);
- The number of failed attempts aimed to save the Jews;
- The number of the persons killed because considered close to the Jewish world;
- The information of Nazi spies, ISR and Tito supporters;
- The figures of specific collaborators, informers.

However, you can ask if nowadays there it is reasonable to discuss about partial data (everything is not documented, many acts have been lost, dewitnesses death...) The answer is positive if this job allows to:

- Avoid triumphalism, emphasis, rhetoric and myth,
- Aside particularism,
- Better respect of the historical method.

It remains, however the following need: moving from a death logic (Nazi persecution) to a life perspective (construction of a new world) with purpose to transit, considering the many voices coming from Shoah, to life projects can break barriers and fences. In this sense, the term resistance will always remain current because it will always be current the need to fight against any violence independently from his provenience.

ARCHIVI
Archivio Biblioteca “Fra Landolfo Caracciolo”, San Lorenzo Maggiore. Napoli. S.E. Mons. Giuseppe Maria Palatucci.
Archivio Centrale dello Stato, Ministero dell’Interno, Direzione Generale Pubblica Sicurezza, 1963, b. 20bis (fascicolo personale di Giovanni Palatucci). Roma.
Archivio Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea. Milano. Ebrei a Fiume. Flussi delle fughe ebraiche. Settimio Sorani.
Archivio Centro di Ricerche Storiche Rovigno. Flussi profughi.
Archivio Confederazione Svizzera, Servizio storico DFAE. Bern. Marcel Frossard de Saugy.
Archivio dell’Università di Southampton. British Section of the World Jewish Congress.
Archivio Deutsches Historisches Institut. Roma.
Archivio di Stato di Rijeka. Questura. Dr. Giovanni Palatucci. Marcel Frossard de Saugy.
Archivio di Stato di Trieste. Commissioni di epurazione (1945-1954, bb. e regg. 461; inventario). Direzione di polizia di Trieste. Prefettura. Procura della Repubblica presso il tribunale di Trieste (1922-1995, bb. 54 e regg. 221; elenchi). Questura.
Archivio di Yad Vashem. Gerusalemme. Dr. Giovanni Palatucci.
Archivio Militare di Belgrado. Dr. Giovanni Palatucci.
Archivio Museo Storico di Fiume. Conferenza Episcopale della Regione Triveneta. Notificazione, Fiume 1944, Stab. Tip. La Vedetta d’Italia.
Archivio Postulazione. Curia Generalizia Compagnia di Gesù. Roma. Servo di Dio Giovanni Palatucci.
Archivio privato “Dott. Giovanni Palatucci”. Curatore Avv. Comm. Antonio De Simone Palatucci, nipote ex sorore di Giovanni Palatucci. Montella.
Archivio privato Prof. Pier Luigi Guiducci (Roma). Corrispondenze varie. Documenti in copia italiani, svizzeri, tedeschi, croati.
Archivio privato Dott. Aldo Viroli (Rimini). Fughe ebrei perseguitati e protezioni.
Archivio Segreto Vaticano. S.E. Mons. Giuseppe Maria Palatucci.
Archivio Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. Roma. Raffaele Cantoni. Settimio Sorani. Fughe ebrei perseguitati.
Archivio World Jewish Congress (Bruxelles). Raffaele Cantoni.
Deutsches Bundesarchiv (BArch), R 70 (Polizeidienststellen in Italien).
National Archives and Records Administration - NARA. Washington, U.S.A.. Esercito statunitense. IIa guerra mondiale. 1939-1945. Informazioni di intelligence.
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RINGRAZIAMENTI
Prof. Don Marko Medved, Responsabile dell’Archivio dell’Arcidiocesi di Rijeka. Dott. Thomas Hofmann, Leiter der Historischen Bibliothek, DHI (Roma). Dott. Marino Micich, Segretario Generale della Società Studi Fiumani (Roma). Avv. Comm. Antonio De Simone Palatucci (Montella). Signor Michele Aiello, Presidente Comitato Palatucci (Campagna). Državni arhiv u Rijeci, Rijeka, Hrvatska (Croazia). Dott. Silvano Zilli (Rovigno). Dott. Wolf Murmelstein (Studioso di storia ebraica, Ladispoli). Prof. Matteo Luigi Napolitano (Storico, Roma). Prof.ssa Anna Foa (Storica, Roma). Dott.ssa Caterina Abbati, Servizio Storico del Dipartimento degli Affari Esteri della Svizzera (Berna). Dott.ssa Giulia Piperno, Museo della Shoah (Roma). Dott.ssa Laura Marra, traduzioni (Roma).

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