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Montella, dramma della solitudine Salvata un'anziana dal "Il Quotidiano del sud " di Roberta Bruno

MONTELLA – Ancora un dramma della solitudine colpisce la Campania e in particolare l?Alta irpinia  Nel quartiere Santa Lucia, un’anziana signora è stata rinvenuta priva di sensi tra perdite di gas e fumi di combustione. Provvidenziale l’intervento della Polizia Municipale, capitanato dal comandante Gerardo Iannella.
All’arrivo del comando, spalancata la porta si è palesata agli occhi dei soccorritori una scena di  assoluta desolazione.
Il fuoco acceso nel camino continuava ad emanare fumo intenso all’interno dell’appartamento, probabilmente per via della cappa ostruita da tempo, mentre un forte odore di gas proveniva dai fornelli. E quindi si correva anche il rischiodi un tragico incidente.Tutto intorno disordine e sporcizia lasciavano intendere la routine di una persona sola che non riesce più a provvedere a se stessa
L’anziana da molto tempo viveva in uno stato di completo abbandono: «nessuno vorrebbe vedere un proprio parente in uno stato così indecoroso» commenta il comandante Iannella, evidentemente provato.
«La signora era in stato confusionario, il suo stato di salute già non era dei migliori. Io stesso le ho sentito il polso e mi sono reso conto che aveva dei parametri vitali non lineari».
Al di là delle condizioni fisiche, il comandante pone anche l’importante questione del decoro e della dignità: «Non è possibile vivere in quel modo. È per questo che insieme al sindaco abbiamo chiamato i servizi sociali».
Sul posto sono intervenuti anche i Vigili del Fuoco e i soccorritori della Misericordia. Al momento, rassicura il comandante, la signora si trova ricoverata presso il presidio di Sant’Angelo de Lombardi e sta ricevendo le prime cure. E si spera  possa tornare alla normalità.

R.B.

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Vinciamo i pensieri negativi, un sostegno via telefono. Dal "Il Quotidiano del sud " di Roberta Bruno

Montella – È iniziato lunedì il supporto psicologico telefonico, per chiunque abbia necessità in questi giorni in cui l’emergenza sta cambiando radicalmente le abitudini e le percezioni di sicurezza e di relazioni sociali. La Dottoressa Alessia Capone, psicologa psicoterapeuta cognitivo comportamentale e la Dottoressa Daniela Storti, psicologa del Consorzio dei Servizi Sociali A3, hanno messo le proprie competenze a disposizione della comunità.
«Siamo bombardati da ininterrotte informazioni sul numero dei contagi e sulle regole da seguire per limitare il pericolo di contrarre il virus, ma dal punto di vista psicologico non ci sono contromisure adeguate e le persone sono in balìa delle proprie paure» spiega la dottoressa Capone, e aggiunge «il problema oggettivo del Coronavirus diventa così un problema soggettivo in relazione al vissuto psicologico, alle emozioni e alle paure che il tema suscita nelle diverse persone. Di conseguenza, la “percezione del rischio” può essere distorta e amplificata, fino al raggiungimento di stati di panico, spesso ingiustificati e controproducenti, in quanto conducono a comportamenti meno razionali e ad un abbassamento delle difese, anche biologiche, dell’organismo».
Parola d’ordine?
«Normalizziamo! focalizziamoci sulla positività, e distraiamoci!
La paura è l'emozione che ci consente di sopravvivere come specie, grazie ad essa ci siamo sempre protetti dai pericoli. Avere paura è, quindi, assolutamente normale e protettivo in questo momento perché ci consente di essere prudenti e di seguire le direttive dello Stato. Allo stesso tempo però è utile spostare la propria attenzione dalle informazioni negative a quelle positive, a quello che di buono stiamo imparando da questa esperienza».
Il servizio, chiaramente gratuito, è attivo nelle seguenti fasce orarie:
martedì, mercoledì e giovedì dalle 9-18 (dottoressa Capone), e lunedì 15-18 e venerdì 8.30-14 (dottoressa Storti).

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Rientri, nuovo allarme a Montella, mobilitati Comune e Polizia locale. Stretta sui controlli - da "Il quotidiano del sud " di Roberta Bruno

MONTELLA – Non ci sono casi conclamati al momento, ma si alza a mille il livello di allerta e di tensione per chi ha il compito di controllare e tutelare la cittadinanza.
La giornata di ieri è iniziata con qualche preoccupazione in più per via di ulteriori soggetti rientrati in paese e che sono stati prontamente posti in quarantena fiduciaria, per ora nel paese se ne contano una trentina.
«Molti hanno avvisato autonomamente il loro arrivo, mentre altri ci sono stati segnalati o li abbiamo fermati noi ai controlli» afferma il comandante della Polizia Municipale Gerardo Iannella.
«La situazione in paese è migliorata, ormai tutta la popolazione è stata adeguatamente informata e si è allineata alle norme, riducendo uscite in bicicletta e passeggiate. Le persone escono per motivi di lavoro o per andare a fare la spesa o in farmacia. Ormai quasi tutti con l’autodichiarazione necessaria».
Sulle autocertificazioni c’è stata un po' di confusione, e il comandante chiarisce: «L’autocertificazione, che è scaricabile da internet ma è possibile chiederla anche al comune, viene compilata dal cittadino e deve essere rilasciata a chi controlla quando viene richiesta. Anche le persone che escono a piedi, attenzione, devono esserne provviste».
Il comando svolge attività lavorativa straordinaria volontariamente e pattuglia costantemente le strade, si superano le 10 ore di lavoro e, come nella serata di ieri, ci sono pattugliamenti notturni.
Difficoltà operativa principale, sottolinea Iannella, è l’attrezzatura «disinfettanti, guanti e soprattutto mascherine. Non usciamo senza, ma procurarle è una lotta. Oggi, per esempio, due imprenditori locali, che hanno preferito mantenere l’anonimato, ci hanno donato le mascherine, mentre il sindaco si è attivato per la disinfettazione delle strade e degli uffici, prossimamente verranno sanificate anche le vetture di servizio, mentre le mascherine sono state richieste da tempo a chi di dovere».
«Amiamo il nostro lavoro e non ci tiriamo indietro» continua il capitano «ma corriamo un rischio non indifferente: sempre esposti al pubblico, con attrezzatura di fortuna e spesso non adeguata. Il timore c’è sempre».
La mancanza di mascherine diventa dunque un problema accusato da più fronti, inoltre ancora molta confusione viene fatta sull’utilità delle mascherine e sul corretto utilizzo.
Raccomandazioni, infine, per chi in queste ore sta rientrando nei propri paesi:
«Per ora non abbiamo avuto grossi problemi, stiamo facendo i controlli e dando le informazioni adeguate. Monitoriamo, inoltre, anche i mezzi pubblici. Fondamentale però è la responsabilità in questi casi e il senso civico, bisogna che chi rientri segnali il proprio arrivo sul territorio in modo tale da permetterci di poter tutelare meglio sia loro che gli altri.
Ce la stiamo mettendo tutta. L’amministrazione è molto attiva e la ringrazio, perché attenta ai bisogni del comando, e da comandante possi dire di essere fiero del mio paese e dei miei concittadini, stanno dimostrando tutti la massima collaborazione».

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La lettera aperta di Cianciulli a don Andrea Ciriello - dal "Il Quotidiano del Sud " di Roberta Bruno

Montella – Nei giorni scorsi una richiesta particolare ha fatto discutere il paese, togliendo per un po' i riflettori dal virus. Riccardo Cianciulli, consulente del lavoro e devoto del SS. Salvatore, ha pubblicato una lettera aperta indirizzata a Don Andrea Ciriello, Rettore del Santuario del SS. Salvatore di Montella, chiedendo di portare in paese la statua del Santissimo.
La statua, così come il santuario che la ospita, racchiude in sé un valore simbolico particolare per tutti i montellesi.
Nel maggio del 1979 una forte siccità mise in difficoltà tutta l’Italia, a Montella la pioggia mancava dalla fine del precedente autunno. Così, i montellesi decisero di prelevare la statua del Santo, posta al santuario. La statua venne portata a spalla da 4 sacerdoti fino alla Chiesa Madre, e lì esposta per la venerazione. Il miracolo della pioggia avvenne il terzo giorno, da allora nacque la tradizione di portare la statua in paese, in processione dal santuario, in occasione di eventi di una certa importanza o di calamità. Venne riportata in paese alla fine di entrambe le guerre mondiali, durante i giubilei della chiesa e durante le commemorazioni celebrative importanti, come il centenario e il bicentenario dei “fatti miracolosi”.
«Ogni volta che si sono verificati eventi eccezionali o emergenze, come carestia, siccità e pestilenza, è stata portata in processione la statua lignea del Santissimo. Conservandola nel paese tutta la popolazione ne ha giovato, sentendone la vicinanza» queste le parole di Riccardo Cianciulli, promotore dell’iniziativa, che definisce “provocatoria”.
E difatti, sia sui social che in paese l’impatto è stato forte. Ma oltre al grande seguito, ha dato origine anche a molte polemiche, soprattutto tra i più giovani; forse quelli che guardano alla consuetudine e alle tradizioni con occhio più critico e distaccato.
Sarebbe infatti, in questo momento così particolare per tutta l’Italia, contrario alle direttive ministeriali, che si rifanno a loro volta a quelle del mondo scientifico-sanitario, riunirsi per trasportare e adorare la sacra effigie.
«La mia era una provocazione. Se il Vescovo blocca le messe non potrebbe mai autorizzare un’azione contraria. Ma la mia proposta non riguarda processioni o assembramenti, ma chiede semplicemente di spostare la statua, anche di notte, e di farla trovare in piazza, regolandone poi l’ingresso in chiesa» continua Riccardo, e aggiunge:
«È stato fatto ogni volta che se ne è sentita l’esigenza. Il montellese è fervente devoto, crede nell’immagine e prega per il miracolo come ha sempre fatto, toccando la statua e portandola in processione. Di questi tempi basterebbe incrociare lo sguardo del Santo per dare conforto e fiducia ad ognuno di noi».
Certamente questo episodio significa qualcosa di importante e dimostra quanto la pratica della devozione sia radicata nella cultura italiana, e in quella del Meridione in particolar modo.
La paura, l’inquietudine e l’insicurezza spingono da sempre l’uomo a cercare nel divino e nel soprannaturale, se non la via della salvezza, almeno un motivo di conforto. La storia e la tradizione ci insegnano come, nei momenti di afflizione, si sia sempre presentata l’esigenza di rassicurazione, preghiera e supplica. Ma saper tracciare i confini tra quella che è un’esigenza interiore e l’impellente necessità esterna è oggi necessario. Altrettanto, tolleranza e rispetto sono doverose verso tutte le manifestazioni interiori, anche se contrarie alle convinzioni personali.

Roberta Bruno

 

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La lettera di Domenico Roberto dell'omonimo bar " Dal quotidiano del sud "

MONTELLA – È di Montella l’uomo che ha scritto il messaggio di solidarietà e sostegno a Chico Forti, mandato in onda nella puntata di Le Iene dello scorso febbraio. Chico Forti, pseudonimo di Enrico Forti, è stato un grande velista e produttore televisivo italiano che ha fatto fortuna in negli Stati Uniti.
Nel febbraio 1998, proprio nel pieno del successo professionale, la sua vita e la sua carriera vengono interrotte da un grave episodio, l’omicidio, negli Usa, di Dale Pike, figlio del proprietario del Pikes Hotel di Ibiza, con il quale Chico era in trattative per acquistare la struttura mondana.
Chico oggi è recluso in un carcere di massima sicurezza in Florida con l’accusa di omicidio, ed è condannato all’ergastolo. Eppure, nonostante la lunghissima e durissima detenzione, non ha mai smesso di gridare al mondo la sua innocenza. Nel tempo hanno parlato di lui negli anni diverse trasmissioni televisive, da Maurizio Costanzo Show a Quarto Grado, presumibilmente con l’intenzione di smuovere le acque e sensibilizzare l’opinione pubblica. Recentemente è stato Gaston Zama di Le Iene che ha riproposto la triste vicenda di Enrico Forti.
Il messaggio selezionato e letto durante la trasmissione è stato quello di Domenico Roberto, il pasticciere di uno dei caffè storici di Montella, Il Bar Roberto.
Roberto ha 46 anni, da dieci anni è sposato con Francesca, con la quale ha avuto tre figlie e gestisce l’attività familiare, che ha una tradizione di circa 150 anni.
A dispetto della sua quotidianità semplice e felice, fatta di famiglia e lavoro, la storia della sua infanzia è travagliata, a 17 anni perde il padre, e dopo dieci anni anche la madre, episodi che lo segnano e che lo rendono ancora oggi molto sensibile al tema della famiglia.
È l’amore per i suoi cari lo fa empatizzare con Chico.
Quali pensieri, altrimenti, possono tenere un uomo sveglio fino a tarda notte, spingendolo a scrivere una lettera ad un individuo che nemmeno si conosce?
Domenico, intervistato da Il Quotidiano del Sud, cerca di dare risposta a questa interrogativo non facile.
«Ho scritto questo messaggio facendo mia la sofferenza dei figli, perché so cosa significa perdere un genitore, ma anche da padre. Non riesco nemmeno a contemplare l’idea di essere portato via dalle mie figlie. La storia di quell’uomo che, strappato alla famiglia, continua a gridare al mondo la propria innocenza, ha sollevato in me un sentimento di compassione e solidarietà molto forte, che non sono riuscito a trattenere. Ho pensato a quell’uomo, ho pensato ai suoi figli e alla famiglia distrutta, e ho provato a manifestargli la mia vicinanza nel modo più umano che conosco e che spesso noi uomini dimentichiamo, il conforto delle parole.
«Sono molto legato alla mia famiglia, per me è linfa vitale. Quella sera avevo tanti pensieri ed ero particolarmente emotivo, provavo rabbia e non riuscivo a dormire. Mi tormentava l’immagine di quella famiglia distrutta per sempre.
E intanto pensavo ai miei figli: piangono se non mi vedono per 5 minuti, che cosa può significare mancare per venti anni…» e mentre Roberto racconta, una bambina, determinata nel reggersi in piedi, raggiunge il nostro tavolo, stringendo nei piccoli pugni una manciata di farina che, all’improvviso, lancia in aria come farebbe un mago con la preziosa polvere magica.
E la magia funziona davvero!
Anziché facce scocciate e arrabbiate, il pasticcio ha portato sul viso di tutti solo un gran sorriso.
«Speravo che il mio messaggio arrivasse a Chico, ma non pensavo assolutamente che lo rendessero pubblico» continua Domenico.
«Il mio era solo un pensiero, ma è stato bello sentire l’effetto che ha scaturito in lui.
È stato emozionante, come se ci fosse stato uno scambio di emozioni.
Un pensiero non costa nulla, e dimostrarlo da un effetto che ti ripaga del gesto. Comunicare i propri sentimenti può essere solo un bene, non c’è niente di cui vergognarsi.
Forse, se non mi fossero capitati determinati eventi nella vita non avrei mai scritto quelle parole, ed avrei solo commiserato in me stesso quell’uomo. È stata mia moglie Francesca ad insegnarmi il valore dei sentimenti e l’importanza di comunicarli. È stata lei a farmi ragionare sul significato degli affetti e farmi uscire fuori quello che sono.
Così, in tutto quello che faccio mia moglie è sempre presente, tutto è frutto della sua presenza nella mia vita. Nel mio agire e nel mio vivere, lei è presente».
Quando chiedo a Domenico a quale ingrediente Francesca equivale nel suo lavoro, risponde senza esitare: «È la passione, è l’amore che ci vuole per fare ogni cosa, senza cui nulla potrebbe essere davvero quello che è».
L’amore, in ogni sua declinazione, porta all’espressione della parte migliore di noi stessi, e una volta seminato questo processo continua a portare il bene, incessantemente.
La solidarietà, pietas per i latini, non è altro che una delle forme di amore che partecipa a questo processo del bene. Questa storia dovrebbe farci riflettere sui nostri gesti e sulle nostre azioni, soprattutto in momenti come questo, in cui pare che ognuno non riesca a pensare ad altro se non che a se stesso.

La lettera
“Ciao Chico Forti, mi chiamo Domenico Roberto e vivo a Montella, un piccolo paese in alta Irpinia in provincia di Avellino, ho 46 anni e sono sposato con Francesca da 10 anni ed abbiamo 3 figlie.
Dal giorno in cui abbiamo conosciuto la tua storia, grazie ai sevizi delle Iene, ho continuamente avuto un pensiero per te.
Un pensiero di rabbia ragionando da papà che, solo al pensiero di dover forzatamente stare lontano dai figli, mi logora.
Un pensiero di ripugnanza avverso tutti i responsabili che hanno contribuito e contribuiscono vilmente a tenerti recluso e prigioniero.
Un pensiero di solidarietà per tutti i tuoi familiari e amici più stretti.
Un pensiero di dolore e di affetto per la tua grandissima Mamma che aspetta il tuo ritorno.
Un pensiero di malinconia e nostalgia per la vita splendida che ti hanno strappata, per i sogni che ti hanno rapiti, per tutto il successo che un ragazzo brillante come te avrebbe avuto e che ti hanno negato.
Un pensiero per i tuoi stupendi e meravigliosi figli che, nonostante abbiano subito con" violenza" il tuo distacco, ti adorano e sono fieri di te.
Un pensiero di stima profonda per la madre dei tuoi figli che con ammirabile amore e senso del dovere ha preservato la vostra famiglia e ha accompagnato in questo difficilissimo ed arduo sentiero i vostri gioielli.
Un pensiero di delusione e rabbia allo stesso tempo nei confronti delle nostre alte cariche istituzionali che avrebbero dovuto agire in modo diverso e tempestivo per proteggerti e tutelarti. Mi vergogno e ti chiedo scusa se non siamo stati all'altezza della situazione!
Un pensiero di speranza e di fiducia perché sono fermamente convinto della tua innocenza e, per quel poco che ho visto e conosco di te, sei una persona speciale e molto forte e decisa, praticamente un osso duro, come tutti gli sportivi da temperamento e dalla mente adamantina, stimato e amato da tutti coloro ti hanno conosciuto.
Ci auguriamo con tutto il cuore di riaverti al più presto Libero e Candido a casa!
Saremo onorati di poterti incontrare e con sincero affetto ti porgiamo i nostri più cari e cordiali saluti. A presto Domenico, Francesca, Anika Concetta, Ingrid Laura ed Elena Alma.”

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Villa Elena - De Marco : Storia di solidarietà . dal " Il quotidiano del sud - di Roberta Bruno

Mentre si va alla conclusione del secondo mandato del consiglio di amministrazione dell’Ente di Montella - 
Il fatto
In vista della conclusione del secondo mandato del consiglio di amministrazione dell’Ente “Elena e Celestino De Marco”. Il consiglio, il cui mandato dura quattro anni, consta di cinque membri, di cui due vengono scelti dall’amministrazione comunale, due dalla regione e uno dagli ospiti della struttura. La presidente uscente, Annamaria Mele, rilascia un’intervista al Il Quotidiano del Sud, illustrando il lavoro svolto negli 8 anni della sua presidenza.
«Mi ritengo soddisfatta per tutti i lavori realizzati in questi anni» afferma la presidente.
«Sin dall'inizio del mio mandato mi ero posta l'obiettivo di dare splendore al parco. Ed infatti, con la pavimentazione del piazzale ed il restauro delle statue in bronzo, ho voluto lasciare un segno tangibile dell'amministrazione da me presieduta. Intendo ringraziare i consiglieri Michelina Pennucci, Giovanni Delli Bovi e Diego Romaniello che hanno condiviso i miei obiettivi, e in particolare il vice-presidente Tonino Cianciulli, che con discrezione ha seguito e vegliato su tutti i lavori di rimessa a nuovo».

La storia
Villa Elena, splendido edificio in stile liberty, venne costruito tra la fine del ‘800 e i primi anni del ‘900 su progetto dell’architetto del luogo Antonio Moscariello, per volere del facoltoso Celestino De Marco, un montellese che nel 1866 si era imbarcato per gli Stati Uniti, seguendo l’ondata migratoria dell’epoca, dove fece fortuna grazie alla sua collaborazione – qualcuno insinua - con la nascente criminalità organizzata della Little Italy.
Una volta rientrato a Montella volle costruire una villa che potesse competere in magnificenza con le dimore signorili del tempo, che titolò Elena, in omaggio alla giovane moglie Elena O’ Connor, conosciuta in America.
Fu proprio quest’ultima, dopo la morte di Celestino, a disporre per testamento che i suoi beni «…servissero a creare un’opera di beneficienza, intitolata a nome di essa Signora Elena O’ Connor ed al nome del marito Celestino De Marco, a favore delle persone povere di Montella incapaci al lavoro per vecchiaia e malattia, da alloggiare nella villa di proprietà di essa Signora O’ Connor sita in detto Comune», nominando suo esecutore testamentario l’amico montellese prof. Michele Cianciulli.
(Così testualmente si legge nell’atto costitutivo della fondazione “Casa di riposo Elena e Celestino De Marco”, redatto il 29 luglio 1966 in Roma).
La fondazione, con Decreto della Giunta Regione Campania N. 839 dell’11.09.2014, venne poi trasformata in Azienda Pubblica di Servizi alla Persona “Casa di Riposo Elena e Celestino De Marco”, ente senza scopo di lucro che opera nel campo dell’assistenza, occupandosi del soddisfacimento delle esigenze degli ospiti della casa, dei servizi e della tutela del patrimonio ad esso annesso.

Lavori svolti
Negli ultimi anni sono stati svolti importanti lavori sia di mantenimento del parco, della Villa e della casa di riposo, sia di recupero e salvaguardia dei beni a lungo trascurati.
Dall’insediamento del consiglio, anno 2012, sono stati infatti avviati importanti lavori di adeguamento di tipo strutturale e igienico-sanitario della casa di riposo per gli anziani. Inoltre, per quanto riguarda il parco, sono stati asfaltati i viali, costituiti vialetti e muretti, ed è stata adeguata l’illuminazione nel parco.
Nel 2016 è stato rifatto il manto del campetto polivalente con erbetta sintetica.
Nel 2017, dopo le indagini visive, è stato fatto un intervento di messa in sicurezza degli alberi ad alto fusto.
Nel 2018 è stato eliminato l’asfalto e ripavimentato il piazzale principale, con un risultato estetico notevole che ha valorizzato l’ingresso della villa.
Nel 2019 è stato avviato il primo restauro delle statue in bronzo, sia quelle dei leoni, un tempo appartenenti a Villa Trevisani e che poste a guardia dell’ingresso di Villa Elena e sia quella del SS. Salvatore, fatta erigere da Celestino De Marco poiché molto devoto, posta oggi nel viale principale. In particolare, le statue, risalenti alla fine dell’800, che versavano in stato di degrado poiché usurate dal tempo e dagli agenti atmosferici, rischiavano di perdersi completamente.
Proprio la settimana scorsa si è conclusa finalmente la vicenda degli alberi ad alto fusto pericolanti. Sono stati potati i 12 alberi a rischio, individuati dale indagini visive e strumentali avviate in seguito alla caduta di una cima di un albero nello scorso novembre.
Le indagini strumentali, così come il restauro e il recupero delle statue o il taglio e la cura del patrimonio boschivo, sono tutte opere realizzate per la prima volta. Trascurarle ancora avrebbe significato compromettere un bene di non solo valore estetico, ma umano, poiché, come si intuisce dalle parole della presidente Mele, la villa con il suo parco
rimane il punto di ritrovo centrale e di svago sportivo per bambini, giovani, famiglie ed anziani. Svolge in sostanza la funzione tipica di “villa comunale” di cui il paese è sprovvisto.

La polemica
Il 13 luglio del 2019 sul mattino veniva pubblicato un articolo di Giulio D’Andrea, che rilanciava la polemica aperta da Raffaele Cianciulli, nipote di quel Michele Cianciulli che aveva istituito la casa di riposo secondo il volere di Elena O’ Connor, che oggi vive ad Avellino.
«l’identità di Villa De Marco è stata tradita negli anni» affermava Cianciulli «Da casa di riposo per anziani è diventata un parco pubblico». Sarebbe, dal punto di vista del Cianciulli, proprio il brulichio di bambini e ragazzi a disturbare la quiete dei residenti, non rispettando in questo modo «né le volontà testamentarie né gli anziani».
L’articolo concludeva con la richiesta di intervento dell’amministrazione Buonopane, affinché si ripristinasse la «vocazione originaria di quell’edificio e lo spirito della fondazione», limitandone probabilmente la fruizione ai soli ospiti della Casa.
Pronta è stata la riposta della presidente Mele, che ha replicato mettendo in luce gli obbiettivi dell’Ente e l’operato dell’amministrazione, ossia la crescita del benessere personale, relazionale e sociale degli individui di entrambi i sessi, attraverso il prevalente svolgimento di servizi di tipo residenziale a favore di anziani autosufficienti.
«L'obiettivo è quello di puntare al soddisfacimento delle esigenze di ogni ospite anche attraverso il coinvolgimento e l’integrazione con la comunità» rispondeva Mele.
«Ecco perché, tra l’altro, l’intero parco verde è aperto al pubblico in forza di una convenzione con il comune di Montella che assicura il giusto equilibrio tra le esigenze di entrambe le parti.
Con l’apertura del parco, gli ospiti della Casa di Riposo hanno la possibilità di interagire con persone di ogni età e ciò non crea disturbo, anzi li motiva ad uscire nonché ad assistere alle attività sportive e ludiche che vengono praticate, e ad oggi non risultano lamentele da parte degli ospiti».

conclusione
Una nota di merito va al lavoro diligente dell’amministrazione uscente, la quale ha saputo tenere gli interessi personali e politici lontano dall’ambiente della Villa De Marco.
«Non abbiamo mai richiesto finanziamenti pubblici, tutti i lavori, anche i più onerosi, sono stati sbloccati e messi in atto gestendo e mettendo a frutto, in maniera avveduta e responsabile, le risorse dell’Ente. Ogni membro ha portato il proprio contributo con professionalità e utilizzando la propria competenza. Il taglio boschivo delle proprietà dell’ente, per cui abbiamo avviato un iter burocraticamente lungo e complesso, è un esempio calzante».
In quei boschi, infatti, venivano perpetrati continui furti di legname, certamente favoriti dalla mancata cura delle proprietà. Ottenere le autorizzazioni necessarie per tagliare e vendere il legname non è stato semplice, ma, infine, l’amministrazione è riuscita a trasformare il ricavato in risorse da reinvestire all’interno della Villa.
«L’appello che rivolgo a chi verrà dopo di noi è di proseguire nella gestione attenta ed oculata del patrimonio e delle risorse, affinché ogni risparmio si trasformi in guadagno».
«Oggi la Villa Elena, il Parco e la residenza per gli anziani rappresentano un fiore all'occhiello non solo di Montella ma di tutta la provincia, mi auguro che si continuerà in questa direzione, nell'interesse degli anziani ospiti e della comunità montellese» conclude la presidente.

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Biodigestore, parla Giovanni Delli Bovi , da Il quotidiano del Sud - di Roberta Bruno

MONTELLA – Giovanni Delli Bovi, geologo tecnico e ambientale locale, che si è occupato di microzonazione sismica, piani di protezione civile e recentemente anche della bonifica di siti inquinati e di piani di caratterizzazione, rilascia un’intervista al Il Quotidiano del Sud sul tema del biodigestore, argomento di interesse per l’opinione pubblica di quei paesi che si sono candidati per ospitare l’impianto.
Il primo dubbio da sciogliere riguarda proprio l’impatto che ha un impianto di biodigestione.
«Il concetto di rischio zero non esiste» afferma l’esperto «Il rischio è il prodotto tra la pericolosità e la vulnerabilità di una classe di elementi a rischio, che possono essere: popolazione, immagine territoriale, falda acquifera etc. L’impatto nullo, dunque, si può avere solo non facendo alcun impianto».
Suolo, acqua e aria sono le matrici che presentano vulnerabilità a riguardo.
«L’area in cui si pensa di inserire questo impianto è l’area PIP di Baruso, luogo già vituperato nel tempo. L’ex bosco di Folloni, ossia la riserva di caccia dei Cavaniglia, aveva un pregio naturalistico e artistico senza uguali. Tuttavia, si decise di fare proprio lì l’area Pip, asportando il suolo per consentire l’urbanizzazione primaria per gli impianti di produzione che oggi sono completamente deserti. La cicatrice è visibile tutt’oggi, basta salire sul santuario del SS. Salvatore per rendersene conto».
«Un centimetro di quel suolo» continua Delli Bovi «per svilupparsi impiega dai 200 ai 400 anni, il suolo asportato uquivaleva a centomila anni di “azione sapiente” della natura che, tra erosioni, alluvioni del fiume Calore, materiale piroclastico delle eruzioni etc, aveva creato un terreno fertilissimo. Al di sotto di quel materasso alluvionale si trova una falda che alimenta la sorgente del Bagno della Regina, la quale ha una portata di quasi 1500 litri al secondo, e che dà da bere all’ambito territoriale dell’alta Irpinia e della Puglia» spiega il geologo.
«Già questo lascia intendere quanto il nostro contesto attuale goda di un equilibrio idrogeologico precario, e i cambiamenti climatici così repentini in atto impediscono la possibilità di fare programmi a lungo termine. Localizzare un impianto di biodigestione in un luogo così vulnerabile, consapevoli che a trenta metri scorre un mare d’acqua, non valutando o escludendo la possibilità di incidenti che possono derivare dalle zone di smistamento e stoccaggio del percolato o dalle vasche a tenuta stagna dove si fa il biogas è, quanto meno, azzardato» afferma.
«Non sono per un “no” preventivo, ma sostengo che sia errato parlare di “rischio zero”, quando ci sono interferenze chiare e una grande incompatibilità tra la vocazione del territorio e un impianto che produce fumi, miasmi e odori» continua il geologo.


«Solo il 50/60% del metano prodotto può essere utilizzato, mentre l’altra metà viene bruciata e il processo di combustione dipende dalla qualità del Forsu (Frazione Organica dei Rifiuti Solidi Urbani) che viene introdotto, e se questi rifiuti non seguono una filiera certificata io non so cosa immetto nell’atmosfera né se sia dannoso, e se sia opportuno localizzarlo in un luogo così vicino alle abitazioni».
Quello che preoccupa però l’esperto è il silenzio della comunità scientifica locale: «Le rassicurazioni – afferma – dovrebbero provenire da coloro che conoscono il territorio perché ci lavorano da anni, non solo dall’amministrazione comunale che non ha competenze tecniche» e incalza «Lo sappiamo tutti che lì sotto ci sono le falde e scorre l’acqua che interessa la rete idrica, lo sappiamo tutti che ci passano 1500 litri al secondo che si dirigono al Bagno della Regina e che abbiamo emergenze naturalistiche più impellenti».
«Vorrei fare appello alla collettività: bisogna ristabilire uno spirito di comunità scevro da pregiudizi e libero di confrontarsi secondo coscienza e fiducia. Prima ancora delle risposte da avere è importante conoscere le domande da porre» conclude.

Roberta Bruno

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Paura da virus, tra caccia all'untore e tentativi di truffe - dal Quotidiano del Sud di Roberta Bruno

MONTELLA – Nel paese Irpino la paura del contagio da CODIV-19 infesta più rapidamente del virus stesso. La giornata di ieri è trascorsa all’insegna di diffidenza e confusione, dopo che ha iniziato a circolare nel paese la voce di nuovi arrivi di “irresponsabili”, ossia di rifugiati che fuggono dalle zone limitrofe a quelle dei focolai.
“Il paese è piccolo e le voci girano in fretta” scrive un cittadino al sindaco Buonopane, chiedendosi, in buona fede, perché i soggetti che rientrano dal Nord, anziché rimanere prudentemente in casa, circolano “incoscientemente” tra bar, pub e supermercati.
Da egregio diplomatico quale è, il sindaco risponde che il caso in questione “non rientra nella casistica predisposta dal protocollo del Ministero”, sarebbe dunque questa la ragione che ha impedito qualsiasi provvedimento restrittivo. Una risposta ufficiale, però, da parte del Comune, non c’è stata.
Intanto, nel paese, un altro si improvvisa paparazzo e segnala prontamente gli spostamenti del presunto untore che, ignaro (forse), continua a godersi la giornata di sole in giro per il paese. Qualcun altro ancora, forse più fantasioso, racconta di averlo visto presentarsi ad un funerale, mettendo in fuga gli astanti e facendo storcere il naso ai parenti del compianto.
Whatsapp scotta e la confusione cresce, si cerca di fare mente locale per ricordare i compaesani al Nord e si inveisce sul loro ritorno, tanto che un ragazzo del luogo, che da due anni vive a Lodi, si è sentito in dovere di condividere la sua posizione pubblicamente su Facebook, al fine di rasserenare, non senza rimprovero, i compaesani: “purtroppo questa cosa ad alcune persone sta sfuggendo di mano e a causa della loro ignoranza si diffondono false voci in giro” scrive il giovane.
Ignoranza, tensione, timore o che sia una cosa è certa: la preoccupazione sale e si accompagna alla diffidenza nei confronti delle istituzioni, fenomeno che, se fuori controllo, può trasformarsi in qualcosa di molto pericoloso, verso il quale la diplomazia servirà a poco.
Intanto anche in provincia di Avellino scoppia il caso della truffa telefonica con cui in particolare agli anziani vengono proposti test domiciliari, mai disposti. “Diversi comitati locali ci segnalano una truffa telefonica sui finti volontari della Croce Rossa che propongono test domiciliari sul Coronavirus. Vi informiamo che non è stato disposto alcun tipo di screening porta a porta e invitiamo tutti a fare attenzione”. Lo spiega la Croce Rossa in tweet precisando poi che eventuali “casi sospetti devono essere segnalati alle autorità competenti».

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Robibrù

«Faccio l’architetto, per questo sono andato via». Pubblicato dal Quotidiano del sud

«Faccio l’architetto, per questo sono andato via». Risponde così Stefano Volpe, generazione 1988, quando gli chiedo cosa l’ha spinto a lasciare Montella e l’Irpinia. Anche Stefano infatti, come tanti altri, dopo essersi trasferito a Roma per frequentare l’università non è mai più tornato. Dopo la laurea, nel 2014, ha vissuto due mesi in Irlanda per perfezionare l’inglese, successivamente è rientrato a Roma per lavorare da Fuksas, il prestigioso studio di architettura internazionale con sedi a Roma, Parigi e Shenzen. Dopo tre anni, tuttavia, si è staccato dallo studio, preferendo un tipo di lavoro autonomo affiancato da diverse collaborazioni; una scelta importante per la crescita professionale e in linea con la figura emancipata dell’architetto.
Stefano, interlocutore attento, preparato ma molto riservato, concede un po' della sua intimità solo quando, forse vinto dalla nostalgia, lascia ridestare il ricordo di quei sogni dischiusi nell’infanzia, e racconta:
«La mia passione è nata a Montella, tra i cui vicoli e rioni da bambino mi sperdevo e disegnavo…»
È meraviglioso immaginare come un luogo, con i propri vicoli e quartieri e con la propria storia, possa nutrire un’identità, coltivandone i sogni e irrobustendone le passioni, mentre amaro è realizzare come esso diventi poi il motore di una forza centrifuga, che spinge le sue risorse sempre più al nord.
«Chi sa» aggiunge Stefano meditando «forse crescere negli anni successivi al terremoto mi ha fatto venir voglia di partecipare alla ricostruzione per vedere gli edifici completi, non più dissestati e fatiscenti».
Il tempo e la ricostruzione ci hanno però insegnato che decadente non è soltanto un edificio diroccato da un cataclisma, ma può definirsi tale anche uno di recente costruzione, quando questo viene “tirato su” senza arte, cultura e (perché no?) passione.
«Non si può pensare di costruire, o ricostruire, un palazzo senza un background culturale e storico e senza pensare al contesto in cui verrà inserito. Non solo, nel caso di una ricostruzione, non si può non contemplare in fase progettuale la destinazione dell’edificio» afferma Stefano, e racconta:
«Dopo il liceo ero indeciso tra architettura e restauro, non avevo mai visto lavorare un architetto, non sapevo bene neanche cosa facesse. Questo perché fare l’architetto non esiste più dalle nostre parti tranne qualche eccezione, come lo Studio Verderosa di Lioni. Si è venuta a creare nel tempo una figura ibrida, una sovrapposizione di ruoli tra quello dell’ingegnere e del geometra, che bene si è consolidata nelle nostre zone, nutrita dal generale disamore per la cultura dell’architettura e la mancanza di denaro».
Ascoltando Stefano si immagina l’architetto come un direttore d’orchestra, come colui che mediante il pensiero trasforma la materia in arte, che “vede” per primo e che per primo costruisce. L’etimologia antica del termine sottolinea il peso di questa figura e della sua scienza.
Quando Vitruvio, nel prezioso trattato sull’architettura, delinea la figura dell’architetto ne prescrive l’adesione ai precetti della poliumathìa, ossia la necessaria conoscenza di diverse discipline: dalla matematica alla geometria, per le forme, la perfezione e la bellezza; dall’astronomia alla teologia, perché tutto sia secondo armonia e “gradito agli dei”; dallo studio delle leggi del diritto a quelle empiriche, quali l’acustica, l’ottica, la fisica fino alla medicina e la meteorologia. Tutte le scienze offrono, dunque, preziosi dettagli che migliorano lo spazio e l’ambiente concepito per l’uomo.
«Non dimentichiamo che gli edifici sono pensati e costruiti per la vita dell’uomo, di cui lo spazio è l’elemento fondamentale» spiega Stefano «ed è proprio lo spazio il dominio dell’architetto».
«L’architettura organizza l’area comune: scuole, edifici, opere pubbliche. E può farlo proprio perché contiene in sé il background culturale per gestire gli spazi».
Non serve chiedere a Stefano se ha in mente qualche buon esempio di recupero e gestione di spazi pubblici a Montella perché, da appassionato qual è, fornisce da sé un vasto elenco di luoghi da recuperare. Persino la sua tesi di laurea ha avuto ad oggetto un importante castello della zona che cela tra le sue mura affreschi del Trecento. Si tratta di un lavoro dettagliato che prevede il recupero e la valorizzazione del sito, contemplando un tipo di fruizione moderna ed ambiziosa: «Ho immaginato il castello del Monte come un piccolo albergo fornito di centro Spa, che permetterebbe di recuperare sia la struttura in questione che la zona circostante e lo stesso monastero. A mio parere è un errore adibire quel sito a solo museo. Bisogna pensare alle cose che creino un reddito e, per la gestione di un bene del genere, solo un museo non è sostenibile».
Oltre al Monte anche palazzo Virnicchi rientra nella lista di Stefano:
«Un edificio antichissimo che è stato lasciato degradare nel tempo e nel disinteresse generale, non solo, nell’area che rimane oggi si pensa di farne un parcheggio!».
«In quel caso» spiega Stefano «non è pensabile ricostruire un rudere da zero, ma potrebbe crearsi un parco archeologico». Lo stesso pensiero vale per l’antico mulino ad acqua andato distrutto: «ricostruire equivale a creare un falso storico, un edificio moderno con le forme dell’antico. E poi, per quale destinazione? Credo sia opportuno consolidare quello che esiste ed immaginare un percorso all’aperto che contempli anche il vicino ponte romano. La qualità del turismo è fondamentale per le nostre zone, solo il turismo culturale può apportare davvero qualcosa al territorio, soprattutto se inquadrato in una rete di comuni e in un percorso culturale che impegni un visitatore a lungo».
Secondo Stefano migliorare i trasporti aiuterebbe già a trattenere giovani e professionisti «avere un collegamento rapido con Avellino e Napoli significherebbe cambiare la struttura sociale. I trasporti e la logistica sono fondamentali: ci fosse il treno non solo per la sagra!» esclama.
Due anni fa, in occasione del trentottesimo anniversario del terremoto, Stefano è stato organizzatore della mostra d’arte “Quasi quaranta”, tenutasi presso il castello dei Cavaniglia a Bagnoli Irpino.
«Eravamo sette ragazzi tra scultori, pittori e fotografi, ognuno dei quali ha parlato tramite l’arte. Per l’occasione abbiano fatto aprire il castello, che altrimenti sarebbe rimasto chiuso.
L’idea che abbiamo è quella di organizzare una Biennale di arte che ricordi il terremoto e quello che ha significato».
Come Stefano tanti altri giovani, che sono partiti e si sono affermati fuori, possono rappresentare per l’Irpinia una risorsa, attirare loro e lo sguardo giovane, professionale e appassionato che li caratterizza, significherebbe riportare dignità e futuro a questa terra.

Bruno Roberta

 

 

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Robibrù

Montella: "noi giovani senza sede e senza voce" Pubblicato dal Quotidiano del sud

I disagi, i problemi,le attese dei ragazzi del forum - Il Forum dei giovani esprime i disagi e le difficoltà di una fascia importante della popolazione, spesso sottovalutata e inascoltata dalle amministrazioni comunali.  «Questa amministrazione» racconta Carmine Dello Buono, vice coordinatore del Forum, «ci ha riservato una consigliera con delega alle politiche giovanili che lavora nel Gal ed ha buona dimestichezza con fondi e finanziamenti. È proprio grazie al comune, infatti, che siamo rientrati nel distretto numero 6, composto da 16 comuni di cui Lioni capofila, ma la sede rimane il nostro problema principale».
Era estate quando al Forum dei giovani di Montella è stato comunicato il cambio di sede con “destinazione da designare”. Siamo in inverno inoltrato e il Forum non solo è ancora peregrino, ma i suoi “bagagli”, pronti da traslocare, sono rimasti accantonati in un corridoio del centro sociale (ultima sede del forum), segnalati alla meno peggio da un nastro rosso e bianco che contribuisce a rendere l’area ancora meno dignitosa di quanto già non fosse in precedenza.
C’è da dire che da quando l’associazione è stata istradata sono state prese in esame diverse soluzioni: da palazzo Bruni Roccia fino ad un posto nella casa comunale. Ipotesi, quest’ultime, rimaste vaga promessa dell’amministrazione e penosa speranza per giovani.
«Speriamo che, tolti di mezzo i diversi contenziosi, ci possa essere affidato il posto promesso nella casa comunale. Non ci sarebbe luogo migliore di quello per garantire confronto e dialogo tra le diverse organizzazioni comunali» conclude il vice coordinatore.
«Più volte abbiamo incontrato il consigliere delegato ai giovani e al turismo avv. Angela Marano, l’unico delegato del Comune che ci incontra, che ci ha sempre rassicurato sulla sede, ma siamo a febbraio e la sede non è mai arrivata» racconta Alessandro membro ordinario del Forum, e incalza: «Ci sono molte associazioni “fantasma” che hanno uno spazio, mentre il nostro Forum, importante per il ruolo attivo che svolge nel paese tra eventi e progetti per i giovani, no. Senza sede tutto diventa più difficile e la collaborazione dell’amministrazione con il nostro Forum un rapporto di facciata.
Sicuramente i problemi di un comune sono tanti, ma pare che le difficoltà che riguardano i giovani passino sempre in secondo piano, mentre non dovrebbe affatto essere così».
«La mancanza del lavoro fa parte di questi» afferma un altro «i ragazzi non hanno un euro in tasca e vanno via. Il paese si svuota, l’economia stagna e la gente non esce e non si incontra sia perché non motivata da alcuna iniziativa, sia perché priva della compagnia per cui vale la pena uscire ed organizzare qualcosa: è un circolo vizioso.
L’ideale sarebbe di dare almeno un piccolo centro di aggregazione».
Oltre a lamentare la mancanza di un punto di ritrovo ludico-sportivo, i giovani reclamano anche un luogo che garantisca un’offerta culturale: «La biblioteca, sprovvista anche dei testi più noti, non è aggiornata né tantomeno fornita. L’ambiente è freddo e il luogo ostile: nessuno desidera passarci ore di studio. Oltre alla sala fatiscente, manca un punto ristoro (o un semplice distributore di acqua e caffè) e andare bagno significa mettersi la giacca ed uscire dall’edificio. I giorni di apertura al pubblico e i relativi orari, che non coincidono con quelli di riferimento sul sito ufficiale del comune, sono scomodi e disagevoli per qualsiasi studente che cerchi un punto di ritrovo stabile e sicuro per dedicarsi allo studio».
«Quello che vorremmo come associazione giovanile è una maggiore considerazione e una maggiore fiducia da parte dell’amministrazione, proprio perché rappresentiamo la fascia giovanile di questo territorio. Non aver mai ricevuto fondi né tanto meno essere stati considerati dalle amministrazioni nei loro bilanci o nei loro progetti è una questione di estrema superficialità. Ancora non si comprende che noi giovani siamo le energie e il futuro di questa terra» afferma ancora Alessandro, e aggiunge «abbiamo visto partire molti membri del nostro Forum in questi anni e tanti attualmente sono in partenza. Stanno letteralmente scappando e pare che a nessuno interessi realmente. Cercare di dare forza e supporto a questa fascia così debole della popolazione è fondamentale e non può che essere una scelta politica».
L’ultimo ragazzo, membro attivo del Forum, che ha lasciato questo paese con un volo di sola andata per Londra, raccontano i giovani, ha 21 anni.
Alla domanda su cosa l’amministrazione locale promette di fare per i giovani Carmine risponde:
«Abbiamo avuto dal Comune la promessa di corsi di formazione per determinate professioni. Ma credo che quello che serva ai giovani sia una maggiore consapevolezza del luogo che abitano e delle caratteristiche del territorio.
I settori su cui puntare sono il raccolto agroalimentare e il turismo esperienziale.
Ma se nessuno informa e mette a disposizione gli strumenti per formare questi giovani insieme alle giuste conoscenze, come si può mai pensare di trattenerli ed impiegarli come risorse per il territorio?»
Per Carmine radicare il turismo nel territorio significa disporre quest’ultimo all’accoglienza, per la quale non è possibile improvvisare, ma va fatta formazione «sulla flora, sulla fauna, sulle acque e soprattutto sul rispetto che, fino ad ora, non è mai stato prestato. Bisognerebbe analizzare e pensare alle potenzialità di tipo artistico, paesaggistico e agroalimentare senza dimenticare quelle religiose».

Roberta Bruno

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Robibrù

Buonopane: quella rotonda non è sicura ........Pubblicato dal Quotidiano del sud

MONTELLA – «C’è bisogno anche di replicare?» esordisce così il sindaco Buonopane riferendosi alla pungente lettera del gruppo Montellalibera sul tema della demolizione della rotonda all’inizio del paese. Opera, ricordiamo, terminata proprio due anni fa dalla vecchia amministrazione.  Per il Sindaco in carica la rimozione della rotonda non si tratterebbe affatto di un capriccio «mi piacciono le rotonde» afferma ironico «ma devono avere un senso, e quella in questione non solo rende poco accogliente l’ingresso del paese ma non risponde nemmeno alle esigenze per cui è stata costruita: interrompe la viabilità e genera difficoltà ai mezzi pesanti».
Nel progetto sulla sicurezza stradale, dunque, la rotonda, posta tra l’altro su terreno in pendenza, si manifesta come priorità.
«Eliminare la rotatoria fa parte di un progetto di sicurezza stradale più ampio che interessa la viabilità del centro abitato, che prevede: il ripristino della segnaletica orizzontale e di quella verticale, assente o fuorviante; il completamento dell’illuminazione pubblica; l’istallazione di dissuasori e di limitatori di velocità; e, infine, l’abbellimento dell’ingresso del paese con aiuole, rivestimenti, illuminazioni e tabellone informativo. E tutto ciò con il minimo spreco di risorse e materiali: è nostra intenzione recuperare ogni elemento da quella rotonda (i lampioni per esempio) per poterlo riutilizzare».
In programma ci sono anche altri lavori di manutenzione sia ordinaria per la sicurezza di automobilisti e pedoni, sia straordinaria nei centri storici, per la sede stradale e per i marciapiedi, ma quest’ultimi fanno parte di un progetto differente che attende altro tipo di finanziamenti.
«L’amministrazione Buonopane non si muove né per danneggiare né per demolire» continua il Sindaco «testimone del nostro operato è il vasto deliberato, ma non solo, anche la tempestiva e risolutiva gestione dei problemi sul territorio ne danno esempio, a partire dall’edilizia scolastica: al di là della tempestiva gestione del problema non è da sottovalutare la nostra enorme assunzione di responsabilità. Prima risolviamo i problemi e poi operiamo, rendendo pubblico il nostro operato e la cittadinanza partecipe di esso».

Roberta Bruno

Quiotidiano del Sud

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Robibrù

L'intervista - L'irpinia dell'emigrazione e le possibile sfide : parlano gli imprenditori - Pubblicato dal Quotidiano del sud

L’ingegnere Antonio Cianciulli, responsabile marketing dell’azienda Acca Software spiega l’importanza che formazione e ricerca hanno in Irpinia, sia per trattenere i giovani, offrendo loro la giusta formazione al lavoro, e sia per garantire sviluppo e futuro al territorio.  La recente donazione, da parte di Acca Software, all’istituto L. Vanvitelli di Lioni di un laboratorio multimediale, il quale è stato potenziato di computer con caratteristiche performanti che riescono ad utilizzare prodotti e software moderni, con schede grafiche e dotazione tecnologiche avanzate e funzionali all’ambito dell’edilizia, ha un significato che va oltre la semplice solidarietà.
“Il fatto che le scuole non siano dotati di laboratori multimediali con computer di questo genere, o perché prive di fondi o perché legate ancora a strumentazioni obsolete, ha un solo significato: la ricerca non dispone di attrezzature adeguate.
Il BIM (Building Information Modeling) per esempio, è uno strumento necessario per chi opera nella costruzione e nell’edilizia in generale e, di conseguenza, le figure professionali che sanno utilizzare questo strumento sono le più ricercate nel campo delle costruzioni.
Noi come azienda forniamo supporto all’alternanza scuola-lavoro in 40 istituti in Italia, e abbiamo coinvolto gli istituti superiori creando un percorso che permettesse già agli alunni degli istituti professionali di utilizzare strumenti di questo tipo.
Nel caso di Lioni la nostra azienda si è prodigata anche nella creazione del laboratorio multimediale al fine di dare la possibilità a questi ragazzi di imparare ad utilizzare le tecnologie del momento.
È fondamentale promuovere la cultura più avanzata nel settore dell’edilizia, la quale ormai consiste completamente nella digitalizzazione dei processi e dei modelli del costruito”.
Per Cianciulli saper utilizzare le strumentazioni d’avanguardia è oggi talmente fondamentale che gli stessi insegnamenti tradizionali possono diventare sterili se non accompagnati dalla conoscenza delle nuove tecnologie.
“Gli strumenti vanno più veloci della strutturazione della conoscenza, basti pensare ai social che hanno completamente trasformato il modo di fare politica. È importante conoscerli e saperli utilizzare se si vuole avere una formazione completa” afferma.
Oggi Acca Software consta di 200 collaboratori, tutti irpini, molti addirittura sono ritornati dall’estero perché hanno trovato un ambiente di lavoro stimolante, sia in termini di attività sia per quanto riguarda la dimensione, tutt’altro che provinciale
“Siamo autosufficienti dal punto di vista energetico, abbiamo palestre e piscine all’interno dell’azienda e, attualmente, siamo presenti con i nostri software in tutto il mondo. Godiamo dell’internazionalità stando nel nostro territorio, oltre che in completo rispetto di esso.
Sappiamo che l’innovazione è direttamente proporzionale alla ricerca.
La chiave della nostra crescita continua sta proprio nel rinnovarci continuamente: non esiste sviluppo senza ricerca.
Abbiamo diversi ricercatori legati ad enti di ricerca esterna e alle università. Dalla Federico II, fino ai politecnici di Milano e Torino. Non solo innoviamo e creiamo nuovi prodotti ma, e credo sia fondamemtale, importiamo ricchezza e la distribuiamo sul territorio, il nostro fatturato, che proviene da tutto il mondo, lo distribuiamo qui.
Il digitale è l’elemento cardine dell’innovazione: non esiste innovazione senza l’aspetto digitale e cerchiamo di portare questa cultura anche all’interno delle scuole”.
Scuole e imprese non sono gli unici responsabili delle sorti dei giovani e del territorio ma, come sottolinea l’ingegnere, collaborazione e coordinamento tra scuole e aziende necessita di un terzo elemento fondamentale: scelte politiche corrette.
“Ci sono sempre scelte che possono avere successo sul territorio, ma bisogna studiare e analizzare i casi di successo già presenti per poi indirizzare ed incentivare in quella direzione le vie di sviluppo. Anche in questo caso bisogna che si faccia ricerca e analisi sul territorio per poi ripetere forme simili che porterebbero, chiaramente, a moltiplicare i punti di ricchezza e di creazione di lavoro.
Molte volte ci si intestardisce su modalità importate da altri modelli o da altri tempi che, nonostante nei relativi contesti abbiano funzionato, male si connettono in un tessuto come questo. Non abbiamo mai avuto un’educazione imprenditoriale, ma spesso l’errore della politica sta nel basarsi su mere opinioni piuttosto che su analisi e dati.
Il coordinamento tra scuole imprese e politica è fondamentale, il rischio è quello di continuare a formare giovani in settori che qui non possono trovare sviluppo e che sono costretti ad andare via. Puntare sul digitale, invece, significa investire su giovani che potrebbero ottenere successo sul territorio, e dunque trasformarsi, al contempo, in una risorsa per esso, come nel nostro caso”.
In un territorio ricco di capacità umane ma sprovvisto di servizi e logistica quello che Acca Software rappresenta è, dunque, il chiaro esempio di “buona pratica” sul territorio,
con il quale la classe dirigente locale dovrebbe confrontarsi.

Roberta Bruno

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Robibrù

Buonopane : così la "rivoluzione" degli edifici scolastici a Montella , Pubblicato dal Quotidiano del sud

MONTELLA – Trascorsi i primi otto mesi dall’insediamento della nuova amministrazione comunale il sindaco Rizieri Buonopane racconta al Quotidiano del Sud le difficoltà trovate, i risvolti e i progetti per il nuovo anno.   L’attenzione dell’amministrazione si sta concentrando sulla risoluzione dei contenziosi di rilevante importanza economica accumulati negli anni, come quelli riguardanti la casa comunale, il palazzetto dello sport e degli espropri risalenti agli anni ’80, altri ancora, già risolti, come quelli con la Comunità Montana e con l’Alto Calore hanno già inciso positivamente sul bilancio comunale.


I progetti già messi in campo riguardano invece lo sport: «I lavori al palazzetto dello sport sono già in atto, puntiamo non solo ad ampliare e migliorare la struttura ma anche renderla un luogo polivalente e di riferimento per il paese di Montella, che al momento è sprovvisto di palestre». Afferma il sindaco Buonopane «Il nostro obbiettivo è quello di non lasciare più opere incompiute».


Ma le palestre non sono gli unici luoghi fantasma nel paese, da ottobre infatti, con l’ordinanza del sindaco per la chiusura degli edifici scolastici (sia il plesso elementare F. Scandone, sia la scuola materna Campo dei Preti), rinvenuti successivamente inagibili, anche le scuole hanno perso domicilio: accorpate e dislocate in altre strutture, mentre il corpo della scuola elementare frazionato in sedi separate, con tutti i disagi che la situazione comporta ad alunni, insegnanti e genitori.


«Le soluzioni che l’amministrazione sta valutando per ovviare all’impellente problema dell’edilizia scolastica – afferma il sindaco - riguardano la realizzazione di una nuova scuola materna presso Campo dei Preti. Anche in questo caso, come per il palazzetto dello sport, abbiamo già ottenuto il finanziamento per il progetto, che prevede, in sostanza, l’abbattimento della struttura esistente, ritenuta inagibile, e il conseguente rifacimento. Un progetto è previsto anche per il plesso adiacente alla scuola, proprio in quel luogo, infatti, potrebbe nascere la nuova scuola elementare. Quello che immaginiamo è un campus scolastico delocalizzato e completo di servizi e palestre».
Rimane al momento l’interrogativo circa il destino dello stabile della vecchia scuola F. Scandone, edificio che, come sottolineato dal sindaco, «presenta forti criticità a prescindere da un eventuale sisma».


Un’analisi approfondita sull’edificio è in questo momento in atto, ad interessarsene è il tecnico e sismologo ing. Penna, le cui indagini, completate con relazione e saggi, saranno a disposizione dell’amministrazione comunale già a partire dalle prossime settimane, e per le quali, garantisce Buonopane, sarà stabilito un incontro pubblico.
Sono tanti gli edifici di proprietà del comune che negli anni e tra le diverse amministrazioni sono stati trascurati e oggi risultano inagibili o comunque non a norma, lo stesso sindaco definisce «il quadro desolante. Basti pensare alla casa della musica, al centro sociale o al palazzo Capone. Tutti edifici con potenziale ma resi impraticabili per via di incuria e cattiva gestione».
Da questo elenco non si salva neanche la biblioteca comunale, luogo ostile e poco accogliente (l’intonaco si stacca e aumentano le infiltrazioni) verso il quale il primo cittadino afferma di avere delle idee, ma che per il momento riserva per sé.

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Robibrù

Quella pietra a Montella nel ricordo di Gaetano , pubblicato dal Quotidiano del sud

In prima fila gli studenti dell'Itia di Bagnoli - Il liceo scientifico Rinaldo d’Acquino ospita nel giorno della memoria i ragazzi dell’Itis di Bagnoli Irpino che, sotto la guida del vicepreside e professore di storia Raffaele Ficetola, hanno apportato un contributo particolare alla giornata della memoria con la commemorazione di Gaetano Iannella, eroe irpino fuggito dai campi di concentramento di Auschwitz e insignito della medaglia d’onore al valor militare dal Presidente della Repubblica.

La dirigente scolastica dell’Istituto Superiore Rinaldo D’Acquino, Emilia Strollo, che accoglie i giovani provenienti dalle scuole, ricorda come proprio quest’ultimi, che rappresentano il futuro di questo comune, siano i veri destinatari delle testimonianze «perché non ci si abitui a pensare al passato come qualcosa di semplicemente “lontano”, ma da esso si impari a conoscere il rispetto per tutti e per ogni cosa».

«Parlare di Shoah è difficile» commenta il professore Ficetola «e noi abbiamo deciso di farlo nel “Progetto Memoria” approfondendo la ricerca storica soprattutto quella locale, ed è così che ci siamo imbattuti nella figura di Gaetano Iannella».

I ragazzi dell’Itis, infatti, ricostruiscono storicamente gli eventi più importanti e significativi di quel buio periodo storico contestualizzando in questo modo le proprie ricerche, mentre i ragazzi della scuola media di Montella e di Cassano si cimentano in letture, poesie e riflessioni personali sull’argomento.

Gaetano Iannella, di origine montellese, fu arrestato in Albania in seguito ai fatti dell’8 settembre e deportato nel campo di concentramento di Auschwitz. Lavorava nelle cucine, come raccontano alcune testimonianze, e appena poteva portava in segreto il cibo ai bambini affamati del campo.

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Gemelli, destini incrociati di Roberta Bruno del Quotidiano del sud

Umberto e Michele Maio, classe 1981, oggi sono due cittadini europei, provengono da, Montella, i cui abitanti li ricordano con affetto come “i gemelli”, mentre l’Italia li ha inseriti nella lunga lista dei cervelli in fuga.
Nel 2005, dopo aver portato a termine il liceo scientifico, i gemelli si sono trasferiti a Bologna dove Umberto, appassionato osservatore della volta celeste, ha conseguito una laurea in astronomia, mentre Michele, più attratto dalle forze del mondo, in fisica.
Dopo l’università le strade si sono divise: Michele ha conseguito un dottorato di ricerca in fisica teorica in Olanda per poi spostarsi in Spagna per il postdoc, mentre Umberto ha conseguito il dottorato a Monaco, e dopo essere stato impegnato in posizioni intermedie e postdoc per tre anni e mezzo, vince una borsa di ricerca all’INAF (Istituto Nazionale Astrofisica) a Trieste.
Oggi Umberto vive a Berlino e oltre al titolo di professore associato al MIUR, è ricercatore associato di astrofisica a Postdam, dove si occupa di galassie, stelle, evoluzione dell’universo e buchi neri, mentre Michele, che ha lasciato la ricerca, vive ad Amsterdam e si occupa di finanza.
«Non sono mai stato competitivo» racconta Michele «mentre Umberto, soprattutto al liceo, era in competizione con me, ma se glielo chiedi ti dirà sicuramente di no!» ride.
«Idealmente avrei voluto fare ricerca all’università, ma nel tempo ho cambiato idea: vedevo persone tra i 40-50 anni ancora in attesa di un posto. Così lasciai il postdoc e cercai di capire come poter vendere la mia preparazione scientifica. Nel 2014 sono tornato ad Amsterdam
e sono entrato in finanza. Ho lavorato prima in una compagnia di consulenza e poi per l’istituto di credito olandese ABN AMRO; lì mi occupavo di modelli matematici, producevo numeri che andavano a finire nella banca centrale europea.
La particolarità di stare in un mercato di lavoro libero e flessibile è che inizi a lavorare svolgendo una mansione e arrivi alla pensione facendone tutt’altra; ogni cambiamento intermedio è sempre un miglioramento».
«Quando ho cambiato lavoro avevo già trovato altro, ma da settembre, così mi sono goduto due mesi di vacanza: sono andato in sud America da solo, sono stato per un mese e mezzo sulle Ande (dall’Ecuador Bolivia e Cile) mi sono arricchito, riposato, e liberato la mente, è stata una vacanza sia fisica che mentale e a settembre ero pronto anche mentalmente per affrontare il nuovo lavoro.
In Europa e soprattutto in Olanda si punta molto sulla qualità della vita, la quale deve essere quanto meno decente, il benessere mentale è fondamentale e lo sanno bene, e anche le aziende vogliono che ci sia un equilibrio tra la parte lavorativa e quella personale e privata, perché sanno che un eventuale alterazione ricadrebbe negativamente anche nel lavoro».
Per Umberto, invece, la competizione con Michele è terminata al liceo, quando nella cameretta gareggiava col fratello per vedere a chi prima riuscisse l’esercizio di matematica. Racconta: «Ricordo che all’inizio anche all’università era come andare a scuola insieme: chiacchieravamo spesso, ci scambiavamo idee e opinioni sugli stessi temi. Poi gli studi sono diventati sempre più specialistici, fino a quando ci siamo resi conto che non ci capivamo più! Così abbiamo deciso di smettere di parlare di scienza tra di noi».
Umberto, che nel suo ambiente lavorativo ha incontrato altri tre irpini astrofisici, vede il problema dell’emigrazione come una questione nazionale: «anche da Trieste, ricordo, i giovani andavano via». «Gli scienziati italiani sono molto apprezzati all’estero, sono tanti i connazionali che, tra Germania, Francia, America, fanno andare avanti la ricerca, mentre la percezione generale dell’Italia è rimasta quella di pizza, mafia e altri luoghi comuni. L’istruzione tedesca non brilla per acume critico, e il fatto che la Germania sia vissuta come il migliore dei mondi possibili diventa un limite alla criticità di chi ci abita.
Spesso chiacchiero con mio padre sulla situazione in Irpinia e a Montella, e mi rendo conto che la “decadenza” e l’abbandono di quei luoghi siano da imputare relativamente alla gestione locale, poiché limitata e riflesso di quella nazionale».
Dopo il dottorato, cosi come Michele, anche Umberto si è trovato al bivio del continuare la strada della ricerca o intraprendere quella della consulenza: «Ebbi un’offerta da McKinsey, ma scelsi il dottorato, in Germania ci sono tante risorse per la ricerca, viaggio tra America e Asia e lavoro anche in Italia, dove non nascondo che un domani ritornerei».
Nonostante le grandi possibilità di carriera e sviluppo che l’Europa offre, vivere fuori dall’Italia significa vivere lontano da famiglie e tradizioni, e nonostante sia bellissimo integrarsi e conoscere nuove culture è vergognoso e fa rabbia non poter costruire una vita dignitosa nel proprio paese d’origine.
«Oltre all’inglese ho voluto imparare anche l’olandese» racconta Michele «senza conoscere la lingua del luogo che ti ospita non è possibile integrarsi realmente in una cultura. Altrimenti si fa la vita dell’emigrato, e invece è necessario integrarsi e conoscere lingua, tradizioni e cultura, imparando tante cose utili anche per se stessi. Ci sono diverse usanze curiose, come quando al mattino sei già a lavoro e arrivano i colleghi che si siedono senza neanche dirti buongiorno, pensi che ci sia qualcosa che non va, e invece loro fanno proprio così; oppure quando sei in strada e parli con qualcuno a 70/80 cm di distanza e puoi stare certo che qualche passante passerà esattamente tra te e il tuo interlocutore senza porsi assolutamente il problema del “disturbo”».
Per Umberto invece tasto dolente dell’Italia è il mancato investimento nella ricerca e nel Meridione: «Se 1/3 della popolazione è al Sud è giusto che un 1/3 degli investimenti siano al Sud» afferma. «Questo è un problema urgente e d’interesse nazionale, prima che l’Italia si trasformi completamente nel Sud della Germania».
«Due anni fa rimasi colpito dalle parole del sindaco del mio paese» racconta invece Michele «nel suo discorso faceva riferimento esclusivamente alla fascia più anziana della popolazione, e si evinceva come il futuro dell’economia montellese fosse ancora un tipo agricoltura senza il supporto delle tecnologie».
I giovani e le tecnologie per Michele sono argomenti che andrebbero considerati e rivalutati soprattutto in funzione del lavoro: «il mondo oggi chiede basi matematiche per tutto, e la gente nasce con il telefono in mano: sarebbe bene che sappia anche che cosa vi sia dietro».
Anche per Umberto la scienza è fondamentale per il futuro, ma forse non esattamente nella stessa connotazione che ne dà il fratello: «Dagli anni ’80 in poi c’è stata un’impronta neoliberale, non si perseguiva nulla che non portasse un profitto immediato, e la scienza venne acclamata proprio perché creava profitto» spiega. «oggi il marketing o il counseling non sono altro che questo: un modo di fare profitto utilizzando dati e impiegando gli scienziati, che sono gli unici a saper adoperare questi dati, come fossero manovali. Questo spiega, difatti, come mai la ricerca scientifica sia finanziata soprattutto nelle aziende private, che perseguono il profitto, e non più negli istituti classici di ricerca, dove invece si fa scienza per la scienza».

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Inaugurazione del nuovo anno dell’accademia Vivarium Novum a Frascati ,di Roberta Bruno Pubblicato dal quotidiano del sud

FRASCATI – Si conclude oggi presso la magnifica Villa Falconieri, non a caso scelta come sede del Campus Mondiale dell’Umanesimo, l’inaugurazione del nuovo anno dell’accademia Vivarium Novum, istituita dal latinista di fama internazionale professore Luigi Miraglia, che accoglie e forma i giovani più meritevoli provenienti da ogni continente, regalando loro, oltre che una vera esperienza di vita comunitaria, una profonda formazione umanista. L’evento, intitolato “humani generis concordia” e dedicato alla memoria del filosofo francese Remo Bodei, amico e sostenitore dell’Accademia e recentemente scomparso, ha riunito attorno al tema della concordia e della tolleranza le grandi menti della cultura classica e rinascimentale come: Claudio Moreschini, Alessandro Tessari, Stephane Toussaint, Kurt Smolak, Davide Monaco, Marc Augé, Charles Guittard, Ivan Parga, Enrico Peroli, Guido Cappelli e Giancarlo Rinaldi.
Quando popoli diversi vengono a contatto portando con sé la propria storia e la propria cultura diviene possibile, se non addirittura facile, che il confronto, quando supportato da “un’ignoranza priva di dubbi” e “tracotanti certezze”, si trasformi in scontro e sopraffazione di una civiltà nell’altra,
«Quello che ci costringe a fare la guerra» afferma nel suo intervento Alessandro Tessari, professore dell’Università di Padova, ripercorrendo Il Liber de gentili et tribus sapientibus di Raimondo Lullo e il Dialogus inter philosophum, ludaeum et Christianum di Abelardo «sono il costume e l’abitudine» e avverte «il buio e la notte non stanno solamente nel passato, ma anche in quello che potrebbe succedere in futuro. Il male assoluto è ciò che può sempre sopraggiungere».
All’interno del Rinascimento è stato essenziale ritrovare quella “radice comune” al di là delle diverse fioriture di civiltà e di pensiero. Furono tanti i pensatori, come Raimondo Lullo e Pietro Abelardo, ma anche Nicolò Cusano, Pico e Marsilio Ficino, che hanno ricercato e dimostrato questa unione ragionando proprio sulla Concordia. Nella nota rappresentazione del Lorenzetti “Allegoria del Buon Governo” del 1338, conservata nel Palazzo Pubblico di Siena e scelta come immagine rappresentativa dell’evento, è possibile scorgere in primo piano la rappresentazione della Concordia sulle cui ginocchia è poggiata una pialla, simbolo del livellamento delle disuguaglianze, mentre, tra le mani, racchiude una corda che divide e distribuisce ai 24 cittadini senesi, i quali la consegnano al “Bene Comune”, che è intento a rintrecciarle. La corda qui è rappresenta il simbolo della concordia e, allo stesso tempo, porta con sé il concetto di Fides, la corda con cui si suona la cetra e si crea l’armonia.
A ricostruire e descrivere il concetto della concordia nel Rinascimento cristiano, spaziando da Savonarola all’abate Bessarione e restituendo la cultura del pensiero umano nella sua interezza, è Claudio Moreschini, professore dell’Università di Pisa e dell’Istituto Patristico Augustinianum di Roma.
Tale concetto è stato ricercato e affrontato soprattutto nei momenti più difficili della spaccatura tra Oriente e Occidente, ma nei tempi attuali è imposta una certa necessità del suo recupero, che può realizzarsi in primo luogo con la consapevolezza della storia che ci portiamo alle spalle, e poi con il confronto con i grandi pensatori del passato. Ancora una volta la cultura, la filosofia e la letteratura si impongono come pietre miliari della memoria e oltre che come chiave unica dell’avvenire.
Il futuro e il progresso morale, l’unico e vero sviluppo auspicabile, compongono difatti la questione centrale delle tante argomentazioni di alto livello culturale, che Marc Augé, docente dell’Ècole des hautes études en sciences sociales, affronta in modo magistrale, mettendo in risalto le grandi contraddizioni dell’età a noi contemporanea, le quali strappano, sotto le mentite spoglie di una finta tolleranza e di una “correttezza politica”, armonia e concordia.
«La scienza sta progredendo, ma anche l’analfabetismo» afferma Augé «le disuguaglianze nella conoscenza sono ancor più evidenti che nel consumo. Da qui un sentimento di disagio o d’ansia si diffonde, per ragioni oggettive, ma anche perché siamo informati di tutto ciò che accade ovunque istantaneamente e questo effetto cumulativo è di per sé ansiogeno. Di conseguenza, diventa minoritario o sospetto parlare di progresso».
Quella che propone il professore, sulla scia di diversi autori e filosofi, è “un’antropologia impegnata” contro un’umanità superficiale, che faccia “di ogni uomo, tutto l’umo”; ossia lo ricomprenda nella sua triplice dimensione: quella individuale (ognuno di noi con il proprio corpo e i propri affetti) inseparabile da quella culturale (che controlla i principi dei suoi rapporti con gli altri) e da quella generica (un essere umano, indipendentemente dal suo sesso e dalle sue origini).
Umanità ed educazione sono le uniche direzioni perseguibili per preservare quel futuro che contempli il pianeta, nell’aspetto materiale ed ecologico, senza dimenticare mai nessuna parte dell’umanità.
Tolleranza non è dunque il sofferto silenzio di un “sopportare con pazienza”, ma include uno sforzo intellettuale che porti all’incontro con l’altro e alla condivisione nella radice comune. In questo senso anche l’integrazione diventa una questione che riguarda l’identità, allo stesso tempo plurale e individuale, e la relazione diviene il rapporto essenziale di questo processo.
Stéphane Thoussaint, ricercatore del CNRS di Parigi e presidente della Societé “Marsile Ficin”, approfondendo il rapporto tra Pico e Ficino indaga esattamente questa dinamica del rapporto con l’altro, e afferma: «Nell’amicizia vi è confusione e fusione delle due individualità al punto che quello che ama non sa più esattamente come esprimere il suo amore e perde un po' della sua identità nell’altra persona». E continua: «La concordia tra i due è fatta di armonia, come le parti materiali di uno strumento sempre in tensione, e di simpatia, il sentire comune che si ritrova nell’universo malgrado le contrarietà e le tensioni del cosmo».
Ritorna allora l’interrogativo di Augé: «C’è spazio per un nuovo Umanesimo?».
Un umanesimo che non solo “tolleri” le differenze, ma che si sforzi di ricercare e promuovere l’armonia di fondo, di una concordia necessaria per tutti. Ebbene: lo sforzo dell’intelletto, il movimento dialettico che apre al dialogo tra le contraddizioni, il confronto intellettuale e, infine, il viaggio che nega “l’evidenza della casa”, ossia che neghi quel senso forte e talvolta violento dell’appartenenza, sono le uniche vie contemplabili del nuovo umanesimo per condurre alla concordia. Quest’ultima è il risultato di un’armonia tra le parti, e deve esserci nel rapporto dell’individuo con se stesso, affinché gli istinti più bassi vengano domati con l’educazione di sé; deve esserci concordia, poi, tra gli uomini, educati dall’arte e all’arte politica, la sola che genera “armonia delle parti nel corpo sociale” e, infine, un’armonia più generale, che è possibile ritrovare nel mondo, il kosmos, che non a caso significa ordine.
A rendere accessibile ai sensi l’idea di armonia universale è l’artista olandese Joost Willemze, ex studente dell’accademia e oggi musicista riconosciuto a livello internazionale e vincitore di tutti concorsi mondiali di arpa. Le mani esperte dell’artista si muovono sulle corde, dando vita a note alte e leggere, simili a bolle. Ogni nota sembra trasportare verso l’alto e, non appena svanita, è già pronta ad accoglierti quella successiva. Un silenzio innaturale proviene dal pubblico, immobile e sospeso come in un incantesimo che ha fermato il tempo, i respiri ed ogni cosa che ricordi il movimento umano.

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Convegno a Montella Aree interne e sviluppo locale” avuto luogo di Bruno Roberta pubblicato dal Quotidiano del sud

MONTELLA – Mancanza di infrastrutture ma anche l’handicap della parcellizzazione delle forze locali e territoriali. Sono questi alcuni dei principali temi affrontati nel corso del convegno “Aree interne e sviluppo locale” avuto luogo, nella mattinata di ieri, presso il ristorante “Zia Carmela”. «Le scelte legate alla coltura castanicola devono essere strategiche - ha esordito introducendo il confronto il sindaco di Montella, Rino Buonopane.

Dopo le tante difficoltà avute per via del cinipide, dell’acqua e del clima, bisogna fare il possibile per ripristinare la produzione, oggi calata al 10%. Quello a cui stiamo puntando è la costituzione di un consorzio, entro fine anno, della castagna IGP e tutelare il prodotto proprio tramite la spinta degli attori della filiera. È importante farsi forza insieme. Il futuro è la castagna tutelata nella qualità e non nella quantità», assicura Buonopane. Anche lo sviluppo industriale è contemplato nei progetti del primo cittadino, che punta sull’insediamento produttivo dell’area PIP. Per il presidente del Consiglio Regionale della Campania, Rosa D’Amelio, «il ritardo nello sviluppo deve essere recuperato: da un lato bisogna capire come sostenere le aziende che sono in difficoltà, e dall’altro fare in modo che la castagna, già di denominazione IGP, diventi un prodotto di qualità sempre più eccellente. I dati Svimez sono drammatici non solo per le aree interne - prosegue la D’Amelio - ma per tutta l’Italia, che non cresce, e il Mezzogiorno nel complesso è sicuramente più indietro rispetto alla nazione». Secondo Fulvio Bonavitacola, vicegovernatore della Giunta Regionale Campania, a cui sono state affidate le conclusioni del convegno, per orientarsi nel prossimo futuro bisogna che si conosca “da dove si proviene”. «Nel passato - evidenzia il numero due di Palazzo Santa Lucia - la politica ha privilegiato l’area costiera e quella urbana, piuttosto che le aree interne». Bonavitacola che ha, poi ricordato, le tappe di questo cammino, dal terremoto degli anni ’80, fino agli investimenti, alle speculazioni e, infine, al completo abbandono del territorio, espone i punti da cui ripartire con un’inversione di rotta rispetto al passato. «Lo sviluppo dell’area è direttamente proporzionale alla sua capacità di essere collegata» commenta ancora il vicepresidente, alludendo all’importanza delle vie di comunicazione, soprattutto quelle del ferro mentre immagina le stazioni delle aree interne come «porte di ingresso e biglietto da visita delle comunità, capaci di attrarre visitatori non solo campani ma nazionali, anche grazie al recupero dei borghi antichi”. «In questo momento critico per la salute – continua - ci sarà una grande domanda per i luoghi ameni, e soltanto un consorzio in sinergia con le forze istituzionali potrà coordinarlo. Non basta un regista “da Napoli” - conclude - per questo bel film tutti devono concorrere, soprattutto chi vive il territorio».

 

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Montella, paura e danni nella notte per il maltempo

Nella notte tra martedì e mercoledì a causa del maltempo è crollata la cima di uno dei pini secolari della villa comunale De Marco. La punta, dalle sembianze di un intero albero, è collassata per via del forte vento, portando con sé i rami sottostanti e abbattendosi in via Don Minzoni, proprio sulla struttura metallica utilizzata come ingresso del villaggio organizzato per la sagra della castagna.
Non è il primo albero caduto in questi giorni per via del maltempo nel paese irpino, inoltre nello stesso punto solo 24 ore prima confluivano centinaia di persone, tra locali e turisti, attratti dal folklore della festa della castagna IGP. «Siamo stati fortunati, tutti abbiamo sostato in questi giorni sotto quell’albero – commenta il Comandante del Corpo della Polizia Municipale Gerardo Iannella – pensavamo domenica che il peggio fosse passato, adesso quello che si deve fare si farà».
Fortunatamente in quel momento, poco dopo la mezzanotte, nessuno si trovava nella traiettoria dell’albero in caduta. Sul posto sono accorsi le Forze dell’Ordine locali, Carabinieri e Polizia Municipale. I Vigili Del Fuoco di Montella e quelli di Avellino hanno lavorato per ore e in condizioni climatiche avverse per mettere in sicurezza il passaggio, condizioni rese ancora più pericolose dal fiume torrenziale che aveva invaso le strade e che trascinava con se detriti vari tra cui rami, pietre e sacchi di spazzatura.
Non è la prima volta che i tombini non assurgono il proprio ruolo e rischiano di implodere trasformando le strade in fognature a cielo aperto.
Una notte surreale che poteva trasformarsi in tragedia considerando l’importanza dell’incrocio su cui si è abbattuto l’albero che per le sue dimensioni imponenti. Le cause del crollo sono certamente dovute al maltempo, ma sono ancora da chiarire possibili ulteriori responsabilità per via di una mancata manutenzione delle suddette piante o di una “messa in sicurezza precaria” e insufficiente se non addirittura controproducente degli anni precedenti.
Gli stessi alberi, infatti, sono stati oggetto di una diatriba tra il comune e l’ente villa De Marco, alla fine della quale sono state potate alcune cime ritenute pericolose, mentre le altre piante sono state accomodate tra loro con delle corde di sicurezza con l’obbiettivo di farle sostenere a vicenda. Infatti, come spiega Gerardo Iannella Comandante del Corpo della Polizia Municipale «si potrebbe avere l’effetto contrario da questi fissaggi delle piante, perché con l’ampia oscillazione dovuta dal vento, anziché sostenersi l’un l’altra, potrebbero tirarsi a vicenda e il conseguente ritorno a “colpo di frusta” rischierebbe di indebolire il tronco delle piante fino a spezzarlo».
Secondo i Vigili del Fuoco di Montella si tratta di alberi vecchi e pesanti a cui bisognerebbe pensare prima che cadano: «noi possiamo intervenire solo dopo» commentano a caldo i vigili.
«Si tratta di alberi usati come ornamentali piantati anni e anni fa, scelte che certamente oggi andrebbero riviste» commenta il sindaco Rino Buonopane.
«Nella giornata di oggi provvederemo a valutare con le autorità competenti lo stato degli altri alberi della villa comunale e la loro eventuale messa in sicurezza» aggiunge il sindaco non dimenticando che parte importante del percorso dell’evento della sagra, soprattutto quello più culturale, si terrà proprio all’interno della villa comunale.
«Per quanto riguarda la rete fognaria» rassicura ancora il primo cittadino «proprio nella prossima settimana ci sarà una pulizia e un ripristino generale».
Nonostante l’allerta di questi giorni il sindaco rassicura per il normale svolgimento della sagra della castagna nel prossimo fine settimane, garantendo ordine e servizi ripristinati per ospitare da venerdì i turisti.

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Gioia Marano - di Roberta Bruno - dal Quotidiano del sud

Si sono svolti nella giornata di ieri i funerali di Gioia Marano, la bambina irpina che ha commosso l’intera nazione senza che fosse possibile, però, trovare un cuore adatto a lei. Gioia si è spenta venerdì primo novembre, nella festa di tutti I Santi, portando via con sé dal paese irpino quel tepore settembrino che ancora non si era arreso all’inverno.  La piccola combatteva, da due dei suoi tre anni, contro una grave cardiomiopatia. Una patologia che colpisce il muscolo cardiaco riducendone l’efficienza del cuore, il quale fatica a pompare il sangue nel resto del corpo. Gioia, ricoverata all’Ospedale Bambin Gesù di Roma da tempo, ha subìto diversi interventi e tante complicazioni, fino a ricevere nel 2018 il trapianto di cuore con un modello sperimentale artificiale: il più piccolo al mondo.
Nell’attesa di un altro “di carne”, come nella favola di pinocchio, il piccolo cuore artificiale di Gioia non ha retto e, prepotente, ha interrotto, insieme col suo battito, l’allegria zuccherina del paese in festa dopo la raccolta delle castagne. Come una doccia fredda la pioggia ha violentemente spento i carboni ardenti nei bracieri, scacciando ospiti e turisti; mentre il vento, gelido e forte, ha separato i suoni dagli strumenti, soffiando via il sorriso dai volti, per poi riunire la comunità nella piazza adiacente la chiesa Madre sotto la pioggia fitta, leggera e silenziosa di un grigio lunedì mattina.
«La chiesa era gremita di persone» commenta con stato d’animo emotivamente coinvolto Don Franco, il parroco della chiesa di Santa Maria del Piano «una funzione molto partecipata. La gente è stata toccata nel profondo dalla storia di Gioia, dalla forza e insieme sofferenza di questa bimba che aspettava il trapianto di cuore. Una grande commozione univa i presenti: la comunità come un’unica grande famiglia».
Presenti alla celebrazione funebre, oltre Don Franco, tutti i parroci del paese come Don Raffaele Dell’Angelo, Don Gildo Varallo, Don Andrea Ciriello e, a presiedere l’Eucarestia, Padre Paolo, guardiano del Convento di San Francesco, il quale racconta: «Il gruppo dei giovani di San Francesco è sempre stato attento e sensibile nei riguardi di questa vicenda. Abbiamo organizzato in questi anni anche dei concerti per sostenere e stare vicino alla famiglia Marano, consolidando con quest’ultima un legame forte da parte di tutta la comunità conventuale».
«In certe occasioni – commenta commosso padre Paolo – bisogna saper controllare persino se stessi per poter riuscire a portare una parola di conforto, e per me che sono un uomo dalla lacrima facile non è affatto semplice non commuoversi dinnanzi a questa storia, ma credo che bisogna soffermarsi sull’energia che questa bambina ha generato attorno a sé, suscitando empatia e coinvolgimento. Per saper gioire bisogna diventare piccoli».
Morte e malattia turbano sempre l’animo umano, e quando sono i più giovani ad esserne colpiti ci si sconvolge anche di più, perché tutto appare irrazionale e contro natura.
Nelle parole spese per gioia Padre Paolo ricorda anche altri bambini della comunità montellese, che lottano ancora oggi per la vita, e la dolce Rosetta, la giovane che ha perso la vita, in questa primavera, in un incidente stradale proprio lungo il viale che porta al Convento di San Francesco. Ad abbracciare la famiglia di Gioia anche il sindaco Rino Buonopane che ha voluto fortemente essere presente ai funerali. Ma l'intera comunità altirpinia, che non ha mai fatto mancare il suo sostegna alla famiglia, ha voluto essere presente a ribadire che il dolore appartiene all'intera comunità . A salutare il piccolo feretro un applauso senza fine e il lancio di palloncini bianchi.

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L'APPELLO di Roberta Bruno - dal Quotidiano del sud

Il Piano di Zona non prevede il trasporto e lo studente non può frequentare i laboratori prescritti dal neuropsichiatra - Le ore di assistenza garantite non sono sufficienti. Basterebbe un pullmino per portarlo in città . Ermes è un ragazzo autistico di 13 anni, vive a Forino e ha bisogno di terapie adeguate.

Di qui la scelta del neuropsichiatra che lo segue di indirizzarlo verso i laboratori attivati a Bellizzi. Ma Ermes non sa come raggiungere ogni volta il centro, a tre chilometri da casa sua, né la sua famiglia è in condizioni di accompagnarlo. Dal Piano di Zona che gli garantisce appena sei ore di assistenza la precisazione che non è previsto alcun trasporto per fruire dei laboratori. Eppure basterebbe un pullmino messo a disposizione dal Comune di Forino o da qualche associazione per aiutarlo a stare meglio e non perdere i laboratori. 

FORINO – “Ogni famiglia colpita dall’autismo vive una tragedia”, Ermes è il messaggero degli dei, figlio di Zeus e della Pleiade Maia. Quest’ultima, bella e solitaria, viveva in solitudine in una caverna, il suo nome, che proviene dal comparativo latino maius-maior, (“maggiore”, “più grande”) allude a qualcosa di ineffabile, ed è per questo che era associata, nella sconfinata immaginazione antica, al misterioso quanto fondamentale simbolo della fecondità.
Seguendo la mitologia si scoprono le Pleiadi trasformate in costellazione; queste compaiono nel buio della notte per accompagnare con la propria luce i navigatori che si sentono persi nell’immensità del mare.
Ebbene, Ermes nasce da questa unione prolifica tra il re degli dei dell’Olimpo e la potenza generatrice di una protostella, che solitaria e straordinaria stringe in grembo il potere della creazione. E quale poteva mai essere il ruolo di Ermes se non quello di messaggero degli dei?
Colui che nasce fanciullo, e tale rimane, vola rapido da una parte all’altra, re del Logos e del pensiero egli è l’unico preposto alla discesa nell’Ade, guadagnando così l’epiteto di Psicopompo.
Ermes è raffigurato con il caduceo, un bastone costituito da due serpenti che si intrecciano fino a formare una spirale, paradossalmente poi confuso con quello di Asclepio, il simbolo che vediamo affisso nella croce delle insegne farmaceutiche e che impone l’equilibrio del pharmakon, che è al contempo cura e veleno. I serpenti rappresentano, dunque, l’equilibrio tra il bene e il male ed Ermes, garante e messaggero, ne ha il controllo, suscitando il rispetto di tutti gli altri.


L’incontro nel profondo di Ermes con Ade fa perdere però al primo la parte essenziale del suo “essere comunicazione”, quello con la vita reale. Così, chiuso dall’interno, il messaggero rimane incastrato, come un Teseo senza Arianna, nel labirinto interiore.
Ermes è un eterno bambino, rinchiuso in un corpo che continua a seguire le leggi della fisica nello spazio e nel tempo, ha tredici anni, potrebbe chiamarsi in tanti altri modi, anche femminili, ma per comodità continueremo a chiamarlo Ermes.
Ebbene, come tutti gli adolescenti della sua età va a scuola, ma per via delle sue caratteristiche non resiste a lungo seduto tra i banchi dell’aula.
Ha una famiglia sicuramente complicata alle spalle: Zeus non è sicuramente un padre perfetto, occupato spesso da altri impegni è talvolta istintivo e violento, mentre la madre, unica nel suo genere, è rinchiusa in una profonda solitudine. Ermes, poi, non riesce ad attribuire alle cose lo stesso valore che gli altri vi danno; che sia il denaro, consuetudini o comportamenti, lo spazio o il tempo. Ma riesce ad amare, ed ama, in una maniera tutta particolare, la musica.
Se le sue giornate, trascorse ormai lontano dal perduto mondo mitologico, siano per lui ricche o meno di eventi, noi non possiamo stabilirlo, eppure possiamo fare qualcosa affinché anche la sua vita trascorra dignitosamente, come quella degli altri umani.
“Ogni famiglia colpita dall’autismo vive una tragedia”: la bellezza della vita che germoglia si ferma, impalpabile, dietro una campana di spesso vetro. Le carezze non toccano e gli sguardi non congiungono, le speranze e i progetti gelano, come quei fiori nati in una primavera che sa ancora troppo di inverno.
Diagnosticato intorno ai due anni, l’autismo è una malattia del neurosviluppo che decreta l’impossibilità per i bambini colpiti di raggiungere uno stato sufficiente di autonomia, costringendoli, invece, a vivere in un contesto di vita protetto e facilitato.
Non si può guarire, ma si può unicamente migliorare la qualità di vita, sia dei bambini che delle famiglie.
Ma torniamo ad Ermes e alla sua di vita. Oltre alle poche ore che lo trattengono a scuola (solo due!) e le mattine impegnate in una terapia occupazionale in un centro diurno del salernitano (uno dei modi per occupare il tempo), si inseriscono nella sua quotidianità tutta speciale sei ore donate da un’operatrice che fa parte del piano zona di Forino, che ha come obbiettivo quello di fornire sostegno al bambino e allo stesso tempo alla famiglia.
Ma tutto ciò può davvero bastare affinché le mura domestiche non diventino una cella per tutti?
“Dall’autismo non si guarisce”, è una condanna. Eppure, la bellezza dell’umanità sta nella capacità di saper trasformare i verdetti in assoluzioni, continuando a fare, a sperare e lottare nella vita, affinché questa possa essere sempre bella e sopportabile, e soprattutto degna di essere vissuta.
A questo scopo l’impegno medico e sociale si incontrano, dando vita a cure alternative che non si riducono prettamente ai medicinali ma in “terapie occupazionali”, che lasciano esistere ed esprimere il bambino.
Il neuropsichiatra infantile prescrive così ad Ermes di frequentare i laboratori scolastici di Bellizzi, a soli tre Kilometri da Forino, fiducioso in un suo coinvolgimento e progresso.
Questi laboratori oltre che gratuiti sono particolari, i ragazzi che partecipano svolgono attività teatrali (in un vero teatro!) musicali, artistiche, ma anche motorie e di riflessione, come lo yoga e lo Qi-Gong. Si svolge un’attività di Parent-traning che forma e aggiorna i genitori facendoli diventare cooperatori di un percorso educativo delicato ed importante, offrendo a quest’ultimi anche uno sportello di psicologia solidale.
Tutte attività che sono necessarie, per tutti gli Ermes, se non a guarire, per lo meno ad iniziare a vivere.
Le persone che collaborano in questo istituto sono tutte specializzate RBT e sono esperte di sviluppo comportamentale e cognitivo.
Quello che tiene ancora lontano Ermes da questo mondo è la componente disumana che vive nella burocrazia, e che non può non considerare questo ragazzo se non come una pratica o un numero. Disumanità che si può contemplare e compatire (forse) nella frase: «Il Piano di Zona non lo prevede».
Il diniego non riguarda solo il trasporto di Ermes verso Bellizzi, ma colpisce e incide su altro: come la possibilità di apprendere e perpetuare quei comportamenti che appartengono a quella considerata da millenni un’unica cosa con la dignità umana, ossia le pratiche cognitivo-comportamentali più intime, come poter andare in bagno correttamente, mangiare usando la forchetta non mettendo il viso nel piatto al pari degli animali.
Quella frase e quel diniego non solo non fanno più di quel bambino una persona, ma gli impediscono quel lento apprendere che lo riconduce e riabilita all’esistenza.
In una vita fatta di dolorose attese, scandita da crisi epilettiche e psicotiche, e domata a suon di Moditen e Depot, perché spegnere, insieme ad Ermes, anche la nostra ultima fiamma di umanità?
Quanto costi questo diniego forse chi sta dietro una scrivania non lo sa e non potrà mai saperlo, ma lo sa bene chi paga il prezzo di una decisione presa arbitrariamente e superficialmente,
che sia la famiglia che vive tale dramma, che sia un volontario che a tale scopo si batte senza vedere riconosciuta un briciolo di solidarietà o di giustizia, o che, infine, sia Ermes stesso, a cui viene tolta, di nuovo, la possibilità di vivere ed esprimere se stesso.
In Irpinia di piccoli Ermes ce ne sono 291, e ognuno di loro aspetta, come scrive De Andrè sulle orme dell’Antologia di Spoon River, che “una morte pietosa lo strappi alla follia”.
È il caso di chiedersi se la follia non sia, invece, la nostra.

 

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