E’ ormai da qualche tempo a questa parte che le feste natalizie, una volta trascorse, mi lasciano in uno stato d’animo particolare, per alcuni versi indefinibile perché caratterizzato da un frammisto di allegria e di malinconia.
E’ fuor di dubbio che il presepe fatto in casa, i vari addobbi, l’albero colorato e luccicante, i regali impacchettati e quant’altro annesso e connesso a queste festività mi danno gioie varie, mi fanno sempre sorridere, ma nel contempo, anno dopo anno, sento sempre di più una sottesa nostalgia, nonché un forte e crescente rimpianto per un passato ormai lontano.

In altre parole avverto un rimpianto struggente soprattutto per coloro che – siano essi familiari, che amici o conoscenti - non sono più con noi; un ripianto contestuale anche alla desuetudine di certe tradizioni nonché all’ assenza di atmosfere, di azioni e di gesti che appartengono, almeno nel mio immaginario, ad esperienze e ricordi legati in modo particolare alla mia infanzia lontana, anzi lontanissima.
Mi riferisco ad atmosfere, azioni e gesti che non mi appartengono più e che comunque mi rimandano a una vita lontana, più felice, semplice, tranquilla, densa di significati; in una parola, più umana; miticamente definibile “aurea” in cui, parafrasando Esiodo, “tutto era bello e senza angosce”.
A ben riflettere “un’epoca d’oro” non esiste: ogni periodo della nostra vita ha avuto le sue infelicità e perfino le sue crudeltà e pertanto l’idealizzazione romantica della nostra vita passata è tutta consequenzialità della nostra non più giovanissima età.
Sta di fatto che in concomitanza del Natale, quest’anno, (a tacere e non ricordare altre, varie e numerose “tradizioni” ed “usanze” natalizie montellesi) ho ripensato, specificatamente al dono della “nvèrta” e a quella della cosiddetta “letterina di Natale”, vale a dire a due lontane consuetudini oggi desuete, ma che, al tempo della mia lontana infanzia, erano assolutamente ordinarie e scontate.
In relazione a quest’ultima tradizione natalizia, ricordo che quando frequentavo la scuola elementare i bimbi a scuola usavano preparare lavoretti da portare a casa e tra questi vi era, anche, la cosiddetta e famosa “letterina di Natale”, una lettera scritta per mamma e papà, e che delle volte era anche semplicemente costituita da un disegno e da una poesia a tema.

Era una “letterina” perché semplice, ingenua, scritta con grafia incerta; composta da frasi brevi ed essenziali che esprimevano promesse scontate, sempre le stesse, quelle che tutti i genitori si aspettavano e che, verosimilmente, non sarebbero state mantenute.
Ricordo che era scritta su luccicanti cartoncini o lettere vere e proprie, rigate, ricoperte di fine porporina, colorate con immagini di presepi, angeli, renne e Babbi Natale.
La compilazione della letterina di Natale era un evento molto importante e richiedeva una lunga preparazione.
Erano le maestre, a scuola, che spronavano i bambini a scrivere “la letterina”, aiutandoli nella composizione, magari donando loro un foglio decorato con figure di angioletti e Sacre Famiglie con sembianze di bambini, in colori pastello e con rappresentazioni tenui e sfumate.
Per la preparazione della “letterina” nulla era lasciato al caso, non si poteva sbagliare giacché sarebbe stata letta durante il pranzo natalizio davanti a tutti gli invitati.
Solitamente i “pensierini” io li annotavo giorni prima in «brutta copia» e soltanto dopo infinite correzioni e ripensamenti li ricopiavo sulla lettera vera propria, quella in vendita e comprata solitamente dal tabaccaio, molto appariscente e, come s’è già detto, rilucente di porporina.
Il 25, il giorno di Natale, era un giorno solenne: il grande giorno.
Ricordo che per il pranzo di Natale, la tavola era apparecchiata a festa, in modo speciale, con la tovaglia, tovaglioli e il servizio dei piatti e dei bicchieri «buoni», quelli che solitamente erano in bellavista nella “cristalliera”, ossia quel mobile a vetr collocato in sala da pranzo e destinato per l’appunto ad accogliere piatti e bicchieri di pregio.
La mia preoccupazione era di nascondere la lettera sotto il piatto di mio padre(,) senza che nessuno mi vedesse, in modo che, quando il piatto veniva tolto da tavola, lui la trovava fingendosi sorpreso.
In realtà tutti si accorgevano delle mie manovre e, recitando la parte, facevano finta di nulla con ammiccanti e benevoli sorrisi.
A pranzo iniziato, i miei occhi fissavano ansiosi quel piatto e quando finalmente era rimosso, appariva d’incanto, finalmente, la bianca e scintillante busta con la mia letterina.
Ricordo mio padre che, fingendo sorpresa, scrutava e rigirava la busta della lettera, l’apriva, con un bonario sorriso inforcava gli occhiali e incominciava a leggere il contenuto della lettera stessa.
«Cari genitori...» era il rituale inizio e «... vi voglio tanto bene» la scontata conclusione.
Nel mezzo della lettera erano sciorinate tante belle promesse, uguali ogni anno e ahimè, mai mantenute.
Quante cose belle e buone scrivevamo in quelle lettere; quante promesse di essere bravi, di studiare, di rispettare ed amare nonni, zii e parenti tutti, di obbedire alla mamma !

Era un vero e proprio elenco che, anno dopo anno, si rinnovava con qualche variante, ma il succo era sempre lo stesso.
Solitamente la lettura della letterina si concludeva con un bacio ricevuto dai miei genitori e con l’applauso di tutti gli altri presenti: insomma alla fin fine bacio e applauso erano il meritato premio per tanta trepidazione e fatica.
A guardarla così la letterina di Natale potrebbe sembrare un semplice, banale rito; di quelli che si sono trascinati negli anni, solo per inerzia, fino alla loro naturale estinzione.
Eppure non ho dubbi nel credere che era “la letterina di Natale” quella che tutti i genitori, quando si sedevano a tavola per il pranzo di Natale, si aspettavano di trovare sotto il piatto, o che volevano ricevere dalle mani dei figli con le loro promesse e con la loro dichiarazione di affetto e di amore.
In quell’occasione era anche consuetudine che, al termine del pranzo natalizio, seguisse la recita delle poesie di Natale.
Ricordo dunque che per quest’altra incombenza io, per essere più in vista, salivo su una sedia e, in piedi, recitavo la poesia per i miei genitori e per tutta la famiglia.
La poesia di solito era dedicata a Gesù Bambino del quale si raccontava la nascita e al quale si prometteva di essere più buoni e studiosi.
Ricordo che la voce mi tremava, le parole mi uscivano stentate ma, giunto alla fine, ricevevo applausi, abbracci.
Ricordo che anche le mie sorelle e i miei cugini recitavano, a loro volta, le “loro” poesie; bene o male con lo stesso tema e gli stessi contenuti; la recita creava, sempre e comunque, un bel clima di allegria e …. di generosità, tant’è che capitava anche che raggranellassimo non pochi soldini, subito utilizzati per innocenti “sfizi” e in acquisti vari.

Dopo molti lustri ho ritrovato la lettera che in prima elementare avevo scritto ai miei genitori e ho ritrovato anche quelle che i miei figli e i miei nipoti, in epoche diverse, avevano scritto; lettere che ora conservo con molta cura perché, come è possibile immaginare, sono, pur nella loro apparente banalità, testimonianza della innocenza infantile, e restano uno dei ricordi più belli sia della mia infanzia e sia di quella dei miei due cari figli e dei miei altrettanto cari cinque nipoti.
La tradizione della “letterina di Natale”, a quel che mi risulta, ancora sussiste, ma viene formulata e preparata, in forma differente rispetto al passato.
Viene realizzata nella giornata dell'8 dicembre e poi ……., infilata nella “buchetta postale” con l’indirizzo “Polo Nord, via Polo Nord”, è spedita a Babbo Natale, vale a dire al proprio babbo il quale, dopo aver verificato insieme a mamma che i richiedenti sono bambini rispettosi, educati ed obbedienti, predispone i regali i quali, per tradizione anglosassone, trovano posto sotto l’ormai inflazionato “albero di Natale”.
C’è anche che, ancor oggi per tantissime persone - come me molto avanti negli anni - “la letterina di Natale” resterà – sempre e comunque - una tradizione importante, tant’è che un’anziana maestra di scuola elementare, Nina Miselli, ha pubblicato un libro, titolato “C’era una volta la letterina di Natale” che pur non rientrando fra i best seller del momento, ha il pregio di essere un libro sincero, capace di farci tornare indietro, a un’epoca meno tecnologica, ma certamente più attenta alla persona e alle tradizioni di un tempo lontano.

Mi risulta anche che a Ravenna, nel dicembre del 2019 scorso, è stata finanche predisposta una mostra che raccoglieva un’ampia rassegna di queste “letterine’ di Natale”, scritte dalla metà dell’Ottocento agli anni Cinquanta del Novecento: ben 160, tutte da osservare e da leggere !
L’altra tradizione natalizia menzionata all’inizio e ancor viva nei miei ricordi è senz’altro quella che - dialettalmente denominata “nvèrta”- consisteva nel dono, in denaro, che noi bambini, fino ad età molto giovanile, ricevevamo a capodanno dai genitori, dai nonni, dai parenti più stretti nonché dai padrini di battesimo e di cresima.
Storicamente è accertato che la consuetudine della “nvèrta” è correlata alla tradizione della cosiddetta “strenna” la quale, detto molto semplicemente, è un generico regalo che, per tradizione, viene fatto durante il periodo di Natale.

Nella ordinarietà si tratta di un atto di benevolenza, di cortesia, di educazione, vale a dire “un modo” per ricordare a una persona speciale che la si tiene in buon conto; tant’è che nella pratica tutto può essere considerato una strenna, dai libri a una buona bottiglia di vino pregiato.
È dunque un dono che si fa ad amici, parenti e conoscenti, ma negli ultimi tempi il termine “strenna” si contraddistingue anche per designare la consuetudine di pubblicità e di promozione commerciale, vale a dire un regalo fatto da parte dell’azienda ai clienti o ai dipendenti.
L’origine della parola “strenna” (e anche la sua storia) è antichissima, risale all’epoca dell’Antica Roma in quanto che deriva dal latino “strēna”, ovvero “regalo di buon augurio”, significato questo che si è mantenuto nei secoli.
A voler essere più precisi c’è da annotare che la parola “strēna”, a sua volta, deriva da una più antica voce dei Sabini, vale a dire quel popolo antico che, più arcaico dei romani, visse tra l’alto Tevere, il Nera e l’Appennino marchigiano.
In vigore sia tra le classi più abbienti e sia tra le classi più povere, l’usanza della “strenna” nella tradizione degli antichi Romani consisteva, durante le feste dette “Saturnalia”, nello scambio di doni e di regali, nonché nello scambio di ramoscelli d'alloro, detti “strēnae” perché staccati da alberi - posti nel bosco sacro della dea di origine sabina, “Strenia” - in segno di omaggio durante i giorni di festa che precedevano il Natale.
I “Saturnalia” erano un ciclo di festività che, neanche a farlo apposta, si teneva, in onore del dio Saturno, proprio a dicembre, esattamente dal 17 al 23, ovvero poco prima di quello che poi, nella tradizione cristiana, sarebbe diventato il Santo Natale.
Da una mia ricerca ho “scoperto” che in alcuni paesi della Lunigiana (nella zona posta tra Liguria e Toscana, alla foce del fiume Magra) si definiva "fare la strenna" l'uso dei bambini di andare nel giorno di Capodanno a bussare alle porte delle case e di recitare la breve strofa "Buongiorno e buon anno, fatemi la strenna per tutto l'anno" o anche "Buon anno e buondì, fatemi la strenna per tutto il dì". A tale saluto gli adulti donavano dolcetti, mandarini, frutta secca, cioccolata o qualche spicciolo ai bambini.

Nella tradizione popolare e contadina irpina del secolo scorso, la strenna - denominata “nvèrta”- si identificava, come s’è già detto, esclusivamente nel dono in denaro a bambini e giovanetti da parte dei genitori, dei nonni, dei parenti più stretti e dei padrini di battesimo e d cresima.
Solitamente veniva elargita dai genitori a conclusione della “ritualità” prima descritta e correlata alla letterina di Natale o anche a conclusione della recita delle poesie augurali. Per lo più si trattava di poche monete, di spiccioli che noi bambini, con emozione ed entusiasmo, mettevamo in un piccolo sacchetto che a mezzo di un cordoncino attaccavamo al collo.
Quel sacchetto era denominato “orsiddro” o anche “ursìddro” ed era predisposto proprio per questa circostanza in quanto che la “nvèrta” rientrava nelle aspettative delle festività natalizie ed era una delle poche, se non proprio l’unica, occasione in cui , ricevendo del denaro si era liberi poi di spenderlo a proprio piacimento nell’acquisto di caramelle e dolcetti vari comprati in salumeria e in qualche bar/caffè del paese, nonché per l’acquisto di qualche economico giocattolino (bamboline, pentole, tazzine e piattini in miniatura da parte delle femminucce; e da parte dei maschi per l’acquisto di piccoli giocattoli in legno o in latta con carica a molla nonché, a larga preferenza, nell’acquisto di scintille, bengala, petardi e piccoli mortaretti).
Solitamente per la confezione dell’ “ursìddro” ricorrevo a mia nonna, a nonna Angiolina, che pazientemente, ogni anno, provvedeva a cucirmene uno giacché quello dell’anno precedente, sistematicamente era introvabile al momento del suo bisogno.
A proposito di nonna Angiolina ricordo che ricorrevo, sempre a lei, anche per la “calza della befana”, vale a dire quella da appendere, la sera prima del 6 gennaio, al camino di casa.
Nonna Angiolina me ne dava sempre una in “prestito”.

Lei infatti usava calze di lana, nere, pratiche e adatte - per grandezza e capienza – ad accogliere i doni della befana, ragion per cui, il giorno successivo, al mio risveglio trovavo la calza avuta in prestito pesante e rigida perché piena di sorprese.In cima, quasi sempre, trovavo il giocattolo desiderato e richiesto, e a seguire tanti piccoli “pacchetti a sorpresa” che, accuratamente incartati, contenevano, oltre alla “cenere” e al “carbone”, dolciumi, caramelle, frutta secca, arance e mandarini uniti anche a qualche patata e cipolla, entrambe accuratamente ben camuffate in un involucro ingannevole.
Ritornando a la “nvèrta”, essa veniva elargita prevalentemente a capodanno, nei momenti in cui noi ragazzi porgevamo ai nonni, ai parenti più stretti e dei padrini di battesimo e di cresima i nostri auguri.
Al tempo della mia infanzia usava, come segno di affetto e di rispetto, recarsi, da soli o anche con i propri genitori, a casa di quelle persone. Non farlo era considerata una grave mancanza ragion per cui queste “visite” erano programmate ed effettuate sia alla vigilia sia nel pomeriggio del primo giorno dell’anno, avendo esse lo scopo di testimoniare la propria affettività verso persone e parenti abitualmente poco frequentati abitando essi, in altra zona, alquanto lontano
Ricordo con emozione le visite che, condotto da mio zio Matteo, facevamo ad alcuni nostri parenti che abitavano a Fondana, in quanto che, mio nonno, nonno Tore Ciociola, prima di aprire il tabacchino in piazza, all’inizio dell’attuale via del Corso, abitava in quel “casale”, per l’esattezza in via dell’Annunziata, e suo padre, “tata Matteo”, era stato, per appartenenza abitativa alla chiesa della Libera, “confrate” della Santissima Annunziata!
Le parenti che ogni anno andavamo a trovare erano due: “za” Utilia e “za” Nunziatina le quali, abitavano, entrambe, per l’appunto, a Fondana.
Zia Nunziatina abitava in via Fondana, quasi all’imbocco di via Pendino; aveva sposato Carmine Marinari e suo figlio Salvatore faceva il sarto. Zia Utilia invece abitava all’inizio di via dell’Annunziata, nelle adiacenze della Chiesa di San Giuseppe; aveva sposato Agostino Volpe, era vedova e, per intenderci, era la mamma di don Edoardo Volpe vale a dire il lontano ed originario parroco, a Sorbo, della Chiesa di San Michele.

“Za” Nunziatina e di “za” Utilia si rassomigliavano: erano entrambe esili, con i capelli candidi, con l’espressione dolce e affabile. Le ricordo perché mi accoglievano, entrambe, sempre con molta affabilità; si interessavano di me, mi chiedevano dei miei genitori, delle mie sorelle, mi colmavano di premure e ricordo benissimo che, oltre alle “nverta”, mi offrivano sempre biscotti e caramelle in abbondanza e, in parte, da portare poi via.
La visita, a quel che ricordo, era - con lo scambio di qualche “pensiero gastronomico” - un momento di autentica affettività, di grande emotività. Aveva una sua solennità e la sua ritualità conclusiva contemplava, per l’appunto, anche la elargizione di un regalo in denaro ai bambini e ai ragazzi di famiglia.
Solitamente la “nvèrta” donata dai nonni, dai parenti più prossimi e dai padrini - quale buon auspicio per il nuovo anno - era cospicua e, a differenza delle altre meno consistenti donazioni, non finiva all’interno dell’ “ursìddro”, ma passava, ahinoi, dalle mani del piccolo beneficiato a quelle dei suoi genitori dovendo essa, su proposta dello stesso donatore, servire “per accatà ‘na cosa bbèlla e ……utile”, vale a dire, il più delle volte, per l’acquisto di un capo d’abbigliamento: un maglione, un pigiama o anche un paio di scarpe nuove !
Nonostante la parca disponibilità del “gruzzoletto” dell’ “orsiddro”, l’evento della “nvèrta” era, al pari della lettura della “letterina di natale”, un evento gioioso, ricco di emozioni, di trepidazione il cui ricordo, al di là dei tanti anni trascorsi, genera nel mio animo di vecchio, prossimo 84enne, una malinconia dolce e struggente legata a consuetudini, a ricordi ed a esperienze semplici, ma assolutamente significative.
Oggi non si riceve più la “nvèrta” né si usa più scrivere le “letterine di Natale”; non si scrive più ai genitori; in alcune situazioni a stento si parla con loro: al massimo si «messaggia» e, ahimè, il Natale, per alcune famiglie, è diventato, con tante emozioni perse per sempre, un giorno come un altro, e questo mutamento valoriale, a mio pare, è un vero ed autentico “peccato” !
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N.B. : Questo articolo è già stato pubblicato sul periodico "Il Monte"- Sezione "Cara Montella" - Anno XX- n. 1 gennaio- aprile 2023
L'Eternit è un materiale da costruzione composto da cemento e amianto, e il termine è spesso usato come sinonimo di amianto. L'ing. Adolfo Mazza nel 1907 fondò lo stabilimento Eternit di Casale Monferrato, in provincia di Alessandria , che diventerà il sito produttivo di manufatti in cemento-amianto più grande d'Europa. L'eternit era economico, resistente e così venne adoperato un po' ovunque, soprattutto nell'edilizia, ma anche sui mezzi di trasporto (freni, frizioni ,guarnizioni , marmitte , nella coibentazione delle carrozze dei treni ecc) in ambito domestico (forni, stufe, ferri da stiro) nelle centrali termiche ,nelle tubazioni di acquedotti ecc.
Verso la fine degli anni 70 si iniziò a sospettare della pericolosità dell'Eternit quando si rese evidente un drammatico aumento di malattie professionali come l'asbestosi, bronchiti croniche- tumore del polmone ma soprattutto il temibilissimo mesotelioma che è il un tumore della pleura dalla prognosi infausta e queste patologie non si limitavano solo ai lavoratori ma riguardavano anche gli abitanti non esposti professionalmente. 
Ovviamente anche a Mantella dal dopoguerra in poi sia i manufatti delle case che le
interessantissimi articoli (lettera aperta all'acquedotto Alto Calore, all'acquedotto Pugliese e a chi di competenza) ma è più urgente evitare la morte del fiume calore garantendo ,come prevede la legge, il deflusso minimo vitale delle acque per non compromettere l'intero l'ecosistema.
Affitto casa arredata di 90 mq su terreno di 6.500 mq Nusco luogo occhio tondo SP 164 a 2 Chilometri dalla stazione autobus di Ponteromito andando verso Nusco!!













Il 18 luglio 2025, ho avuto il grandissimo piacere di presentare alla Biblioteca Comunale di Empoli, il mio secondo libro “LA STORIA DELL’ACQUEDOTTO DI EMPOLI E DELLE SUE FRAZIONI”. Dopo il successo de la “RACCOLTA DI SCRITTI SU MONTELLA.EU, ho voluto scrivere un spaccato della storia del mio paese, cioè tutto quello che è stato fatto dalle varie gestioni succedutesi, in tantissimi anni, (più di due secoli), nella mia cittadina, per dotare la comunità dell’approvvigionamento idrico necessario al fabbisogno della sempre crescente popolazione e di tutti gli insediamenti industriali. Per la realizzazione del libro, ho dovuto, con tanta pazienza e con l’aiuto e la collaborazione degli archivisti dell’ASCE (Archivio Storico Comunale di Empoli), consultare centinaia di faldoni-filze ed estrarre da questi una gran mole di dati riguardanti le gestioni dell’acquedotto fino all’anno 2002. I dati successivi, invece, li ho potuti rilevare dagli Archivi di Acque S.p.A. disponibili su internet. Ho descritto la costruzione della prima fognatura costruita ad Empoli nel 1567, che serviva a convogliare nel fiume Arno le acque reflue di alcune tintorie e concerie esistenti allora entro le mura del castello. E poi la captazione di acque potabili da alcune sorgenti nel Comune di Montelupo Fiorentino, lungo il rio Tomba di Berto, con la costruzione di gallerie filtranti e delle condutture necessarie per portare le acque nel centro abitato distante circa 6 Km. 




Nel bicentenario della nascita di Scipione Capone ( 1825-1904 ), Mario Garofalo ricostruisce la figura di uno dei protagonisti più rappresentativi dell'Irpinia ottocentesca. 
Buongiorno Vittorio in questa frenesia ferragostana (un po' sparagnìna a quanto leggo) volevo spendere una parolina per i nostri amici quadrupedi.
Molti potrebbero dire: “Ma sto ex “prèstito” (voce antica di un tarantellaro muntemaranése) vai a pensà proprio a li cani! Co tutta la carneficina che succère in Palestina”. E' vero! Sotto gli occhi di tutti (per lo più indifferenti e assuefatti) sta succedendo una cosa “degna” solo di Hitler... donne bambini giovani vecchi (almeno 70.000 finora) vengono giornalmente sterminati...”.















Ai miei tempi, quando le donne andavano dai pochi parrucchieri del paese, per arricciarsi i capelli, pensavamo, più che convinti e sardonicamente maliziosi, che esse andavano nel tentativo, ( estremo per le zitelle ) di accalappiare, irretire, " uccellare " il solito merlo ingenuo, inerme e fessacchiotto di turno!











Ci si limitava ai parenti, al “compare” di battesimo e cresima (quando quest’ultimo non fosse già un parente), ai familiari, agli amici, ai conoscenti più “stretti” e ai vicini di casa. 




Come è ben noto a tutti, il Mondo del Calcio ha oramai raggiunto dimensioni planetarie : non esiste nazione che non abbia per sua rappresentanza una aquadra di calcio! Gli assi i meno assi, le mezze calzette, i ronzini da macello, della " pelota " si vendono e/o si acquistano con un giro vorticoso di centinaia di miliardi delle vecchie lire!