C’era una volta a Montella un uomo di nome Gaetano, per tutti Tanuccio, che aveva una camionetta Spa, residuato bellico, con la quale si guadagnava da vivere trasportando legna, frasche, castagne, pietre, sabbia e ogni altra merce dalla campagna e dalla montagna.
Un giorno morì Nicodemo il cantiniere e il figlio chiese a Tanuccio se era disposto ad andare con lui ad Atripalda con la camionetta a comprare la bara da un falegname di fiducia. Partirono, acquistarono la bara e presero la via del ritorno. Giunti al Malepasso, incontrarono al centro della strada un uomo che faceva loro segno di fermarsi.
- Andate a Montemarano?
- No, andiamo a Montella, ma tu chi sei e da dove vieni?
- Sono Pèppo lo Mondemaranése, vengo dalla fiera di Atripalda dove sono andato per comprare un asino, ma non mi sono accordato ed ora me ne torno a Montemarano, Mi date per piacere un passaggio sulla camionetta e mi lasciate a Bolifano?
- Sali, e mettiti sul cassone perché in cabina non c’è posto.
Salì, ma quando vide la bara, cominciò a fare scongiuri e a grattarsi l’inguine.
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Voleva lanciarsi dalla camionetta in corsa, ma la pioggia che cominciava a cadere lo dissuase e allora si restrinse in un angolo coprendosi gli occhi con le mani per non guardare la bara. Ma la strada dissestata, tutta fossi e pietre, faceva sobbalzare la camionetta e la bara sbatteva di qua e di là facendo rumore; allora chiuse gli occhi, si tappò le orecchie con le mani e pregava il santo patrono del suo paese di farlo arrivare presto a Montemarano.
- San Giovanniello mio, fammi arrivare a casa vivo!
Pioveva a dirotto e, malgrado cercasse di stringersi nell’angolo tra cassone e cabina, era diventato inzuppato fradicio.
Aprì gli occhi, guardò la bara e in quel momento la camionetta sobbalzò su una pietra; il coperchio della bara si aprì e si chiuse subito.
- E se mi metto dentro?- Pensò. Bagnato com’era non ci pensò due volte e si mise nella bara. Ma egli era vivo, doveva respirare, per cui, quando era necessario, alzava il coperchio con un ginocchio, respirava e riabbassava il coperchio allungando il piede.
Ad un certo punto la camionetta si fermò.
-Siamo arrivati, meno male - pensò - sia benedetto San Giovanniello! Che Santo!
Macché! Alzò il coperchio e sentì Tanuccio che diceva:
- Sì, passiamo per Volturara, sali e mettiti sul cassone insieme a quell’altro.
Quell’altro? E chi era quell’altro?
Silào lo Otralése, così lo chiamavano, salì sul cassone pensando di trovare un altro passeggero ma non vedeva nessuno, solo la bara. Anche lui cominciò a grattarsi e fare scongiuri, poi si mise in un angolo sperando che smettesse di piovere.
All’improvviso sentì un rumore e vide il coperchio della bara alzarsi e abbassarsi subito. Sudò freddo. Gli passarono per la mente pensieri sinistri, ma pensò poi che era stato il brusco movimento della camionetta a far alzare il coperchio.
Si sedette sulla sponda del cassone per stare più all’erta e guardava fisso il coperchio. Era chiuso!
Non fece neanche in tempo a girare gli occhi e la scena del coperchio che si alzava e s’abbassava, senza movimento della camionetta, si ripeté. Questa volta la paura fu tanta che Silào non riuscì ad aggrapparsi a nulla e cadde dalla camionetta.
I suoi lamenti fecero fermare Tanuccio e uscire dalla bara il morto-vivo. Sembrava che lo Otralése non avesse riportato danni e, siccome erano arrivati a Volturara, lo lasciarono andare.
Poco dopo Tanuccio arrivò a Bolifano e lasciò andare anche il Montemaranese.
- Ma chi me l’ha fatto fare? - pensava, mentre saliva lungo la contrada Lepre per arrivare a Cruci.
****
Seduto su una panca della Pretura, con la testa bassa, quasi fino alle ginocchia, a fianco al suo avvocato, Tanuccio aspettava la sentenza del giudice. Poco lontano, su un’altra panca, stava seduto lo Otralése, che lo aveva portato davanti al giudice e voleva essere risarcito per le ferite riportate e le giornate di lavoro perdute.
Quando a casa di Tanuccio era arrivata la comunicazione del Pretore, apriti cielo! Erano volati Santi e Madonne per aria. Aveva vissuto giorni d’inferno finché una mattina aveva deciso di andare da uno zio prete a raccontargli l’accaduto e a cercargli consiglio.
- Non ti preoccupare - gli aveva risposto - questa sera stessa vado dall’avvocato Don Birzì che conosce il suo mestiere. Ci vogliono però cinquantamila Lire più un paio di provoloni per tutte le spese.
Ma per caso Tanuccio era andato a rubarli i soldi per comprare i provoloni!? Ma per caso Tanuccio aveva una mandria di mucche da mungere ogni giorno!?
Tanuccio aveva solo una camionetta militare Spa, un residuato di guerra, con la quale guadagnava da mangiare per sé e per la moglie.
Eh sì! La camionetta e la moglie erano la sua croce.
Chissà quante volte il motore a manovella non partiva e volavano tutti i Santi; e quante volte l’acqua del radiatore si surriscaldava e volavano Santi e Madonne; e quante volte la camionetta s’impantanava, le ruote giravano a vuoto, il mezzo non si muoveva. Volavano ancora bestemmie e Tanuccio si ritirava che era già notte senza aver guadagnato nulla!
Il peggio capitò una volta alle Mezzane allorché alla camionetta, carica di sacchi di castagne, si ruppero i freni e Tanuccio, per non finire col mezzo in un vallone, lo guidò a sbattere vicino ad un castagno. La camionetta si fermò, ma riportò danni enormi e i sacchi di castagne rotolarono nel vallone.
- Vai a raccoglierli, va’!
Tutte queste cose non potevano saperle lo zio prete, l’avvocato, il giudice e neppure la moglie! Tanuccio le sapeva e la rabbia lo consumava. La rabbia lo consumava anche la sera quando trovava la moglie davanti al portone ad aspettarlo con i pugni chiusi sui fianchi per sapere quanti soldi avesse portato.
E apriva la bocca “di sporta” se qualcuno non aveva pagato.
- Qui non si vive d’aria fritta! - tuonava!
Ed ora, venendo dallo zio prete, con che coraggio Tanuccio rientrava a casa?
E con quali parole le avrebbe detto che per pagare l’avvocato occorrevano cinquanta mila Lire e un paio di provoloni!? Per strada già la vedeva con gli occhi rossi e la bocca con la schiuma ai lati.
Appena Tanuccio entrò in casa e cominciò a parlare......
- Sarebbe stato meglio se tu fossi finito in un burrone quella volta, prima di far salire quel cornuto di Volturara sulla camionetta! Santissimo Salvatore mio, fai piovere per settimane intere su Volturara e fai tappare la bocca del Dragone così i Volturaresi fanno la fine dei topi in trappola!
Dopo una settimana lo zio prete chiamò Tanuccio per dirgli che dall’avvocato tutto era filato liscio, occorreva solo un testimone che dicesse che lo Otralése si era fatto trainare dalla camionetta ed era caduto da solo senza che Tanuccio sapesse nulla.
Tanuccio interpellò il Montemaranése che gli rispose di non aver visto e sentito nulla perché era chiuso nella bara.
E aveva ragione!!!
Interpellò il figlio di Nicodemo buonanima suggerendogli di testimoniare che lo Otralése s’era appeso di nascosto alla camionetta ed era finito in un burrone; all’anima dei suoi morti e stramorti!!
Le cose avevano preso la piega giusta. Che fortuna avere uno zio prete!
Ma le cose cambiarono come cambiano i venti.
Una brutta mattina Tanuccio uscì in piazza e seppe che il figlio della buonanima di Nicodemo se l’era chiamato il Signore.
- Poteva morire dopo il processo! - disse la moglie di Tanuccio.
La sera stessa lo zio prete riferì a Tanuccio che l’avvocato di sua conoscenza si era trasferito in un’ altra città e non poteva difenderlo.
- Proprio ora doveva succedere! - disse sconsolato Tanuccio.
- Il Padreterno poteva prendersi pure lui! - aggiunse furibonda la moglie.
****
Il giorno del processo Tanuccio fu difeso da un avvocato d’ufficio.
Ed ora su quella panca della Pretura, aspettava, con la pena nell’anima, il responso del giudice.
Suonò una campanella, una porta si aprì e il giudice uscì, aprì un foglio di carta e lesse:
- In nome del popolo italiano, visto il capo di imputazione di cui all’articolo… comma… lettera… il giudice ritiene il sig. Bianchi Gaetano, detto Tanuccio, di Montella responsabile di lesioni aggravate causate al sig. Rossi Stanislao, detto Silào di Volturara, per averlo fatto salire sulla sua camionetta Spa, e per averne provocato la caduta dalla stessa… Lo condanna perciò al pagamento della somma di Lire 100.000 a favore di detto sig. Rossi quale risarcimento di tutte le spese…
Così disse, diede un colpo di martello sul tavolo e rientrò.
Tanuccio non capì né di articoli, né di commi, né di lettere, capì solo di dover pagare centomila Lire all’Otralése più le spese processuali.
Ma per caso doveva vendersi la camionetta ora?
Diventò rosso, poi livido e, se avesse potuto, quel martello prima l’avrebbe dato in testa al giudice e poi all’Otralése rompendogli le ossa che non si erano rotte cadendo dalla camionetta. Però con la testa bassa, si alzò e disse al suo avvocato solo poche parole:
- Lo puórco pe’ fa’ bene mòre acciso!!!
****
Da quando la moglie, dopo il processo, era andata via di casa con un altro uomo, Tanuccio era rimasto solo.
Una sera, mentre tornava a casa, vide in mezzo alla strada un cane, solo come lui. Lo chiamò con un fischio e il cane, scodinzolando la coda, lo seguì. Lo tenne con sé in casa chiamandolo Scatéddra : era piccolo, astuto, ubbidiente, veloce nell’eseguire ogni ordine e soprattutto affettuoso.

Tanuccio la mattina usciva con la camionetta e lo lasciava in casa solo, ma non vedeva l’ora di tornare per stare con lui.
Quando aveva fatto un viaggio con la camionetta e aveva guadagnato da vivere - Basta! - si ritirava a casa senza dover dare conto a nessuno.
Il cane aveva memorizzato il rumore della camionetta e lo aspettava dietro il portone facendogli festa appena lui compariva.
- Che contentezza nuova per Tanuccio!
Ci giocava, gli parlava e Scatéddra lo ascoltava con le orecchie tese. A volte Tanuccio gli raccontava a lungo ciò che aveva fatto nella giornata, finché non si addormentavano insieme, uno sul letto e l’altro a terra su un sacco.
Quando il padrone non lavorava e il cane abbaiava stanco di stare in casa, uscivano: camminavano, correvano, giocavano, Tanuccio gli parlava e la gente rideva dicendo:
- Tanù’, lo puórco pe’ fa’ bene mòre acciso!
Scatéddra si accorgeva che volevano prendere in giro il padrone e abbaiava rabbiosamente.
- Scaté’, lasciali perdere - diceva Tanuccio - non prendertela, quelli sono pazzi, vieni via con me!
E insieme prendevano un’altra strada.
Pubblicato sulla rivista IL MONTE anno IX n°4 del 2012











Nel bell'articolo di Nino Tiretta sulle fontane pubbliche anticamente presenti nei casali di Montella,simboli nostalgici di una civiltà perduta,di un variopinto microcosmo paesano,fatto di incontri, di chiacchiericci,di dispute e di amori,di giochi e di fatiche,viene menzionata l'esistenza di un fontanino fuoruscente dal recinto murario di "Villa Elena" : "sul muro perimetrale di Villa De Marco...-scrive Tiretta- subito dopo il termine della grande guerra,funzionava un fontanino "offerto" ai montellesi da Celestino De Marco,il ricco americano che,in quel periodo fu,anche,sindaco di Montella"









È già da qualche anno che mi capita, durante la bella stagione, di essere avvicinato da forestieri che mi chiedono di indicare loro il luogo delle “Cascate di Montella”.
















L’Associazione Amici di Crotone di Giovanni Palatucci, guidata dal Cav. Vincenzo Costa, ha partecipato alla solenne commemorazione del Questore Giovanni Palatucci, in occasione dell’81° anniversario della sua scomparsa nel campo di concentramento di Dachau.












Esistono “battaglie” che meritano di essere combattute, come quella dell’ospedale di comunità di Montella. Lo penso da anni, da quando con l’amministrazione comunale abbiamo iniziato a lavorarci. Oggi, non solo ne sono ancora più convito ma lo rivendico anche da cittadino, prima ancora che da amministratore.
Grande soddisfazione per la comunità di Montella e per il mondo sportivo locale. Tre giovani atleti montellesi – Sofia Delli Gatti (7 anni), Andrea De Simone (10 anni) e Andrea Salvatore (9 anni) – hanno conquistato un importante traguardo qualificandosi, insieme ad altri 21 atleti, alle finali nazionali delle regioni di nuoto.


Ciao Vittorio, non potevo rimanere indifferente a quanto sta 









