Spettacolo profondo di notturni fluviali di Totoruccio Fierro - Un gentiluomo immerso in una notte fonda e stellata! Guarda rapito uno imprevisto spettacolo della Natura : " È un asteroide o un missile di Putin ? "

Spettacolo profondo di notturni fluviali di Totoruccio Fierro - Un gentiluomo immerso in una notte fonda e stellata! Guarda rapito uno imprevisto spettacolo della Natura : " È un asteroide o un missile di Putin ? "

Nell'estate del 1656 il Principato Ultra venne investito dal “male contagioso” della peste, che fin dal mese di giugno infuriava nella capitale. La diffusione pestifera aveva invaso la provincia irpina passando per Terra di Lavoro e di qui nel confinante Beneventano, nei pressi di Montesarchio, per poi raggingere rapidamente, attraverso i paesi della Valle Caudina, le terre della Valle del Calore e quelle dell'Alta Irpina.
La peste, che più volte aveva visitato il Regno, era sinonimo di inesorabile morte. Si moriva in uno stato di delirio folle o di insensato ed allucinato torpore, in una solitudine cupa e sconsolata. Della peste, nel Seicento, era del tutto ignota l’eziologia (la catena trasmissiva topo-pulce-uomo), ma se ne riconosceva la orripilante sintomatologia e la irrefrenabile aggressività contagiosa. I sintomi erano inequivocabili: forti emicranie e deliquio, vomito e febbre improvvisa, sete inestinguibile, petecchie sul corpo, ingrossamento ghiandolare, bubboni inguinali e ascellari, pustole sugli arti inferiori. Si riteneva che la pestilenza, secondo i dettami della corrente fisiopatologia ippocratico-galenica, fosse dovuta allo squilibrio umorale, ad una alterazione della crasi dei quattro fondamentali umori del corpo (sangue, flemma, bile bianca e bile nera), alla corruzione putrida del sangue che invadeva l’intero organismo. Contro quel male invincibile i medici raccomandavano, pur consci della loro inanità, comportamenti esistenziali di prevenzione, basati su precetti di tipo igienico-dietetico, di continenza e di buone e sane abitudini. Per fuggire la peste si consigliavano di evitare le cinque cose indicate fin dalla metà del sec.XV dal medico padovano Michele Savonarola: fames, fatica, fructus, femina, flatus ( “ l'inedia, l'affaticamento, i frutti, l'attività sessuale, il vento ” ).
La terapia precritta, anch'essa di derivazione galenica, si risolveva in altrettanti cinque interventi curativi: flebotomia, focus, fricatio, fuga, fluxus ( “ salasso, cauterio, sfregamento, l'allontanamento, evacuazione corporale “ ). Veniva principalmente consigliata la fuga dalle zone infestate: cito, longe fugeas et tarde redeas ( “ fuggi subito lontano e torna più tardi che puoi! “ ). Inefficace si appalesava persino il costoso farmaco rappresentato dalla triaca maggiore, considerato «grande panacea, composta da oltre cinquanta ingredienti tra cui fondamentale e[ra] il tritato di vipera. Al veleno della peste si oppone[va] il contravveleno della vipera, con quel tanto di esoterico e di magico che fa[ceva] della triaca, a piacimento, un farmaco inutile, o un tossico, o un placebo». Altrettanto inutili e spesso maggiormente perniciosi si rivelano altri rimedi terapeutici di tipo chirurgico, praticati da cerusici e barbieri, personale paramedico addetto alla “manualità”, agli «impuri» interventi sui corpi malati, come salassi, purghe, incisioni, applicazioni di ventose su bubboni e antraci per estrarre il «veleno», sui quali si spalmavano impiastri e unguenti per portarli a suppurazione.
L’insorgenza della malattia pestifera, secondo credenze di ascendenza araba (Avicenna), veniva inoltre correlata alla infausta disposizione dei corpi celesti, che proiettavano sulla terra i loro mortiferi influssi, come castigo divino per la corruttela peccaminosa e dissoluzione morale degli uomini. Erano ancora vivi nella memoria dei montellesi, tramandati nei lucubri racconti dei padri, i sinistri presagi di catastrofi e distruzioni vaticinati nel secolo precedente dall'astrologo-mago bagnolese Giovan Battista Abiosi, che aveva previsto per il sec.XVII eventi apocalittici dovuti alla “cattiva” congiunzione di pianeti ed astri, come manifestazione di una Volontà soprannaturale, incattivita per la corruzione del mondo, sul quale veniva scagliata, in biblica sequenza, la distruttiva “triade” di carestie, guerre e peste. A Montella le prime vittime si ebbero nella metà di luglio, ma già in agosto e settembre il numero dei morti appestati raggiungeva cifre impressionanti. Del tutto impreparata, abbandonata al suo destino dalle autorità centrali, l’università non fu in grado di bloccare con immediatezza il contagio alle porte della città, consentendo così un’irruzione capillare del morbo, che non risparmiò alcun casale della municipalità.
Per altro le barriere sanitarie (rastelli) tardivamente istituite a salvaguardia del centro abitato, difese dai soldati e da cittadini armati, venivano necessariamente valicate per il transito commerciale, vitale per la comunità e spesso aggirate da persone in fuga che, economicamente agiate, riuscivano a corrompere membri della stessa guarnigione difensiva, presto assottigliatasi e vanificata per diserzione o decesso degli stessi componenti: sicché la via del «contagio dall’esterno» era del tutto spalancata. Disordine sociale e panico si acuirono in modo convulso ed incontrollato, presto sfuggiti alla vigilanza degli amministratori e dei gendarmi, tra l’altro essi stessi colpiti dal morbo.
Ogni tentativo per dominare l’epidemia da parte del feudatario e degli eletti si rivelò vano e talvolta controproducente. Fu istituito un lazzaretto nel largo di Piediserra. Il lazzaretto, improvvisato per l' occasione, costituito da tende e baracche, si rivelò presto insufficiente ad accogliere l’imponente afflusso dei malati. Le pessime condizioni igieniche lo resero presto impraticabile. Immediatamente fuori dall’abitato furono allestiti due piccoli cimiteri, dei quali uno a ridosso del casale Ferrari non lontano dalla chiesa della Madonna della Libera, ove già esisteva l’Ospizio per i forestieri. Esaurita la capienza dei sotterranei delle chiese, molti cadaveri vennero infossati sotto il pavimento della cappella detta Delle anime del Purgatorio, risalente al XVI secolo. Monatti e beccamorti presto si rifiutarono di trasportare e seppellire gli appestati. I mannesi, per timore di contagio, non riparavano i carri utilizzati per il trasporto dei cadaveri. I morti erano abbandonati nelle proprie abitazioni o insepolti per le campagne, rendendo l’aria ammorbata ed irrespirabile. Il timore dell’insepoltura ed il terrore raccapricciante che il proprio corpo potesse diventare macabro pasto per gli animali spingeva, talvolta, gli appestati a scavarsi la fossa e lì, ai bordi, attendere la propria fine nella speranza che mani pietose li avessero ricoverti di terra.
Le pessime condizioni igieniche e l’inosservanza anche delle più elementari precauzioni sanitarie favorivano la pervasione del contagio: incautamente si assistevano i congiunti morenti, alcuni cercavano di occultare i sintomi del male, altri rientravano nelle proprie dimore infettate per recuperare beni e oggetti, qualche sprovveduto si avvicinava, per mera curiosità, ai mucchi di cadaveri sulle carrette funebri. Gli assembramenti, che si formavano spontaneamente per scambi reciproci di informazioni e conforto, moltiplicavano i rischi di infezione; i montellesi che tornavano da altri paesi per assistere i propri parenti costituivano ulteriori occasioni di contagio.
Gli scenari apparivano tragicamente paradossali: i preti somministravano l’eucarestia ai morenti ponendo l’ostia consacrata sull’estremità di una canna; i notai redigevano gli atti testamentari ascoltando la volontà dei testatori dalle finestre raggiunte dall’esterno della casa per mezzo di scale di legno appoggiate sui muri. L’assistenza sanitaria, praticata presso l’Ospizio nelle vicinanze della parrocchia della Madonna della Libera, era, per le carenti ed errate conoscenze mediche di quel tempo, primitiva, empirica e del tutto inefficace per un morbo di cui era assolutamente ignota l’eziologia. I medici erano pochissimi; gli interventi sanitari erano più spesso affidati alla elementare manualità di cerusici e barbieri, che operavano in assenza di anestesia e con strumenti chirurgici di ferro, inadatti ed igienicamente pericolosi. Ma presto, con la crescente recrudescenza dell’epidemia, anche quest’ultimi diminuirono o abbandonarono l’ospedale, nonostante l’emanazione di un’ordinanza governativa che prevedeva la pena di morte per i medici ed i barbieri disertori. Fu lasciato campo libero ad abusivi e ciarlatani, a sedicenti medici empirici e fattucchiere, che propinavano a caro prezzo «miracolose» misture e intrugli o vendevano come «antidoti» ruta, pepe, noce, aglio, salvia, macerati nel vino o nell’aceto. I rimedi medicamentosi, a base di emetici, sedativi fitoterapici, unguenti, sciroppi di limone, indivia, acqua di ruta di capra, bacche di lauro, vescicanti ed altri fantasiosi impiastri erano del tutto impotenti o addirittura causa di ulteriori peggioramenti e danni fisici.
Agli inizi del 1657 la peste sembrava ormai inarrestabile a Montella, nonostante in alcune università confinanti con il Principato Citra (Atripalda, Aiello, Cesinali, Bellizzi, Tavernole S. Felice, Serino, Forino) paresse aver perso di intensità.
L’inutilità degli sforzi per combattere un morbo invincibile ed inesorabile, avvertito ormai come punizione divina della corruzione peccaminosa degli uomini, fece insorgere nella popolazione forme di devozionismo e di pietismo religioso ai limiti del parossismo: per le strade si vedevano cortei di persone oranti ed imprecanti, recitanti salmi penitenziali o battenti che percuotevano il petto con sassi o flagellavano il corpo con la frusta.
Il popolo in lunghe processioni affollava le chiese di Santa Maria del Piano e della Madonna della Libera per intonare preghiere e prostarsi in riti di penitenza (ma la stretta vicinanza dei fedeli e la ressa non facevano che accrescere il rischio di contagio). Fu in quel terribile anno che i montellesi elessero San Rocco, notoriamente santo protettore degli appestati, patrono dell’università, in sostituzione dei precedenti “protettori” San francesco, Sant’Antonio, San Domenico e Santa Rosa.
Finalmente nella metà di agosto 1657 l’epidemia era pressoché scomparsa. Aveva mietuto 1924 vittime, cifra corrispondente ai 2/3 circa della popolazione, calcolata sulla vecchia numerazione dei fuochi effettuata nel 1648.
Alla data del 27 ottobre a Montella era stata già effettuata la «spurga» (sanificazione) e l’università risultava ancora in attesa, (unitamente a Bagnoli Irpino, Caposele, Frigento, Paduli, Vitulano, Carife e San Nicola Baronia) da parte della Deputazione di Salute centrale, addetta all’esame delle «fedi di salute» (dichiarazioni documentate di attuata «spurga») del rilascio della «libera pratica», cioè la concessione della libertà di commercio e della ripresa dalle normali attività economiche e sociali.
La peste aveva provocato ingentissimi danni economici, demografici, sociali e fiscali. Soprattutto aveva modificato e sovvertito pregressi assetti sociali e posizioni economiche, politiche, religiose. Ascesero alla guida amministrativa parvenus e piccoli borghesi, prima ininfluenti o emarginati. Alcune famiglie e diversi «magnifici» cittadini aumentarono ancor più le proprie ricchezze. La restante massa del popolo si ritrovò in condizioni di miseria e fragilità sociale.
Nell’opera di soccorso agli appestati si prodigarono, oltre alcune persone di bassa condizione sociale, rimaste immuni dal contagio, che medicavano gli infettati sperando di ricavarne ricompense, sopratutto i numerosi preti locali ed i frati dei due monasteri dell’università, con la somministrazione dei sacramenti, l’assistenza e la sepoltura. Ma il loro comportamento, in alcuni casi, non fu sempre cristianamente disinteressato. Alcuni esponenti del clero, accogliendo in confessione le estreme volontà dell’appestato morente, convogliavano i legati testamentari a favore proprio o di parrocchie o di enti religiosi (ne beneficiò soprattutto il monastero di San Francesco a Folloni) per poi trasmetterli ad un notaio consenziente. Taluni cercarono di consolidare il proprio status economico, arrivando persino a vantare crediti dai familiari superstiti di defunti debitori.
L’università stessa, poi, rimasta durante la lunga pestilenza bloccata nelle sue attività agricole, pastorali e commerciali, fortemente depauperata nel numero dei suoi abitanti – le numerazioni dei fuochi effettuate nel decennio Sessanta indicavano un vistosissimo calo demografico: da 401 1/2 (1660) a 317 (1669) fuochi – risultava enormemente debitrice delle imposte dirette (fiscali) verso il governo, allora grandemente bisognoso di capitali finanziari.
La ripresa fu lenta e difficilissima. Si ricorse a straordinarie imposizioni gabellari sui consumi e sui traffici, sul «vivere per catasto» (sui beni immobiliari), a prestiti da concittadini facoltosi e persino a collette tra la già stremata popolazione. Ma l’indebitamento non fu mai del tutto risanato. Ancora all’inizio del secolo successivo, il valore economico d’apprezzo del feudo di Montella era calcolato soltanto in 20.000 ducati.
La seconda metà del secolo non fu prospera né felice. Presenze morbose di altri mali, anch’essi devastanti ed incurabili, come vaiolo, tifo petecchiale, malaria e colera, non mancarono di intristire e prostrare ulteriormente la popolazione montellese. E perduravano gli effetti della carestia, il castigo apocalittico più paventato perché maggiormente duraturo e ricorrente. E tornavano, con ossessiva ciclicità, la siccità, la grandine e manifestazioni violente di una natura ostile contro cui s’infrangeva l’impotenza dell’uomo, che avvertiva quei fenomeni come punizioni di un Dio spazientito dalla corruzione del mondo e che cercava illusoriamente di esorcizzare con preghiere e con riti magico-religiosi. In quegli anni bui e tormentati regnava negli animi un minaccioso, oscuro sentimento di paura e di aspettazione inquieta di terribili sventure. Ci si rifugiò nella preghiera e nella fede della divina Provvidenza. Si intensificò allora il culto delle “reliquie” di santi e martiri intercessori della misericordia divina e soprattutto la devozione per le “anime del Purgatorio”, i «morti senza nome» espianti e destinati alla salvazione eterna.
Mai, come in quei decenni post-pestilenziali, furono così avvertiti il senso del peccato e la paura della morte, sentita come dannazione eterna. E la preoccupazione per la salvezza della propria anima spingeva le persone, soprattutto quelle possidenti, a fare testamenti ad pias causas, e lasciare legati di messe in suffragio. Gli atti notarili di quegli anni riportano, con una frequenza mai più registrata, volontà testamentarie di destinazione dei propri beni a chiese e confraternite affinché continuino, con la preghiera e le messe, a implorare il Signore per la salvezza spirituale del defunto.
Spett.le Redazione Montella.eu, La situazione è grave, mi permetto di esprimere alcuni miei giudizi, spero condivisi, Vi prego di giudicare se pubblicarli sul sito, grazie e un caro saluto a tutti Voi. Dopo due anni di pandemia, il mondo rimane ancora in appresione per una guerra iniziata dalla Russia con l'invasione di uno stato sovrano confinante, l'Ucraina. Le ragioni di questo intervento non giustificano in alcun modo l'accanimento con bombardamenti e lancio di missili sulle principali città del paese, dove vengono distrutte zone risidenziali, infrastrutture, ospedali, con numerosissime vittime fra le popolazioni inermi e danni incalcolabili che a fine guerra lascieranno l'Ucraina all'ultimo posto per la povertà in Europa, con l'economia distrutta ed una grande ricostruzione da affrontare con pesanti sacrifici da parte della popolazione. I motivi dell'invasione russa, sono diversi. Primo, forse, il più importante, secondo me consiste nel paventato ingresso dell'Ucraina nell'Unione Europea e nella Nato. Il secondo, la difesa e loro annessione da parte russa degli stati secessionisti del Donbass, e il completo accesso al mare attraverso la Crimea, già invasa a suo tempo, e altre zone limitrofe ucraine. Secondo notizie certe il governo ucraino, dal 2014 ad oggi ha attuato nel Donbass una politica di repressione su le popolazioni di quelle regioni in maggior parte di origini russe e russofone, che rivendicavano il loro distacco dallo stato ucraino. Queste le ragioni più importanti per cui la Russia di Putin ha scatenato questa invasione di una pericolosità inaudita. E' come se su un ring si facessero combattere un pugile peso massimo contro un pugile peso mosca, combattimento dall'esito scontato, lo stesso si può dire su come finirà la guerra Russia - Ucraina. Un guerra da far cessare prima possibile con tutti i mezzi possibili, prima di tutto per le popolazioni innocenti, per i bambini, per le donne, per le persone anziane e per tutti gli uomini di buona volontà. Aiutare l'Ucraina nel conflitto da parte dei paesi Nato vorrebbe dire allargare la guerra in tutta Europa e forse anche in tutto il mondo. Serve l'apertura di trattative ad oltranza e dirette fra stati belligeranti, con l'aiuto, questo si, di altre nazioni e potenze che fino ad oggi, anche in sede Onu, non si sono schierate apertamente nè da una parte nè dall'altra. Una guerra a livello di quella in atto, ha insiti dei rischi di peso elevatissimo, perché si sta combattendo fra numerosi siti di centrali nucleari, che se colpite anche involontariamente, potrebbero provocare fuoriuscite di radiazioni letali anche nel raggio di migliaia di chilometri. In tutte le trattative, si prevede sempre, dico sempre, un accordo su posizioni di concessioni al ribasso da ambo le parti. Questo, chi va a trattare lo sa benissimo, non si va a trattare se non siamo disponibili ad un compromesso. I paesi occidentali hanno comminato alla Russia gravose sanzioni di carattere economico, che possono rilevarsi anche un'arma a doppio taglio, per far cessare immediatamente questa ingiusta guerra, invece di inasprirle, andrebbero ritirate in cambio del ritiro altrettanto immediato delle truppe russe dall'Ucraina, con il passaggio delle regioni secessioniste alla confederazione russa e la trasformazione dello stato ucraino in stato neutrale, a garanzia della Russia, dell'Europa e della Nato. Forse questo potrebbe essere un buon accordo, per evitare i rischi di una terza guerra mondiale mai vista per l'esistenza non precisata di un numero elevatissimo di armi nucleari. Alla richiesta di negoziati ad oltranza, ora è impellente l'aiuto alle popolazioni che hanno perso tutto e che sono riuscite a fuggire in quasi tutti i paesi europei.
NO ALLA GUERRA - NO WAR
Graziano Casalini

Vorrei segnalare alla Vostra attenzione, alla comunità montellese e soprattutto alle Autorità preposte, quanto successo ieri al Centro Vaccinale ASL Montella.
Con molti ringraziamenti porgo i migliori saluti Giuseppe Marano Montella AVQuello che è successo ieri (sabato 27-XI-’21) al centro Covid ASL Montella fa saltare l’asticella del grottesco e dell’horror dei racconti di Poe. Cartello ben in vista: VACCINAZIONE dalle 14 alle ore 20. Ci rechiamo con un amico con la tranquillità compatibile con l’dea non piacevole della…puntura. Sotto pioggia lunghissima fila di vaccinandi diretta verso il padiglione, già qui, inesistente la prescritta distanza interpersonale. Ma il caos astronomico, l’orribile spettacolo, non visibile all’esterno, si è spaventosamente presentato all’ingresso del padiglione antistante il Céntro Sociàle, una sorta di “nuova edizione riveduta e corretta” delle nostre gloriose Forche Caudine! Mega-serbatoio diffusivo di virus: un assembramento farnetico, altro che distanza di almeno un metro fra persone, ogni tanto in fondo alle quinte appariva talora una figura tragica freneticamente gesticolante che impartiva gridando inascoltate incomprensibili raccomandazioni; considerazione “banale” (!): uno viene nel luogo sanitario preposto a combattere il virus e trova invece questo luogo come centro di diffusione e di contagio del virus che si vuol combattere con la vaccinazione! Nessuna organizzazione ordinata dell’accesso, nessuno ad assicurare la fila di persone vaccinande opportunamente distanziate secondo le norme strombazzate da anni echeggiate anche dalle pietre: caos totale. Un amico ha chiamato prima il Comune, nessuna risposta, ha chiamato quindi i CC che di lì a poco sono intervenuti non so con quali risultati perché sono uscito quando dopo un’ora si è appreso che le dosi non bastavano per i presenti. Insomma ci si chiede di chi la responsabilità di questo abbandono alla improvvisazione istintiva per una operazione di massa così importante riguardante la salute e la vita delle persone! Insomma ci voleva ineludibilmente un servizio d’ordine da parte di figure preposte a disciplinare l’accesso: Polizia Municipale, CC, Forze dell’Ordine insomma, magari, perché no, coadiuvate dalla Protezione Civile (dal nome promettente aiuto). Macchè, grave incuria logistica: prevaleva sulle Forze dell’Ordine, la Forza Oscura del Disordine.
La cascata del fiume Calore a 80 metri a nord dal Ponte Romano e dal Mulino ad acqua di proprietà della Municipalità montellese! Migliaia di turisti vengono a visitarlo e durante i caldi mesi estivi si godono seduti la fresca brezza che si alza a bollicine quando l'acqua, cadendo, si tuffa nel letto del fiume sottostante!
RAFAELE lo pesciaiuolo, che aveva in fitto la tratta del fiume stesso, mi confidava che sotto il gorgo della cascata si muovevano trote grosse fino a 5 kilogrammi!
Un giorno d'estate, io che ho paura della mia stessa ombra, preso da un inspiegabile delirio giovanile, ebbi un atto di bieca e sordida
incoscienza e mi...tuffai
Per grazia divina, tra l'altro non invocata, per poco non ci lasciai le...penne!
Per il freddo intenso impattato, guizzai fuori come un missile sparato da Cape Canaveral...
Ma, domanda alquanto retorica, mi ritufferei nello stesso gorgo alla mia età? Potrei anche rispondere con un dubbio atrocemente amletico!
Sarei però anche pronto a fare un sondaggio tra i miei amici e familiari!

La crisi idrica a cui si sta assistento negli ultimi anni non ha precedenti e sicuramente il futuro non promette nulla di buono. Non so se vi sono progetti attuativi per la risoluzione del problema a breve, fatto sta che Montella ricco di sorgenti, ha i rubinetti a secco e anche fiumi e torrenti. Io sono da anni un convinto assertore per la raccolta dell´acqua piovana.
Dopo il Sisma dell´80, se ben ricordo una nuova normativa edilizia bandí la realizzazione o il ripristino delle cisterne in seno ai fabbricati, presenti in numerose case dell´epoca; anche in quella di mio nonno, che conteneva all´incirca 15m3 di acqua che veniva regolarmente usata per l´irrigazione di ca. 1000 m2 d´ orto.
Il fabbricato (di ca,. 150 anni) resistette al Terremoto e la cisterna rimasa intatta.
Ora, anche se la normativa vieta la realizzazione delle cisterne
all´interno del fabbricato, all´esterno dove vi fosse la possibilitá bisognere agire per Legge,
LA RACCOLTA DELLE ACQUE PIOVANE DOVRÁ DIVENTARE UNA COSA NECESSARIA E OBBLIGATORIA per le nuove costruzioni la dove vi siano i presupposti ed ADEGUAMENTI per le strutture PUBBLICHE , AGRICOLE ed INDUSTRIALI.
Oggi vi sono cisterne monolitiche e sistemi completi per tale scopo, l´acqua adeguatamente filtrata viene collegata alla rete idriga del fabbricato.
Leggendo questi giorni una comunicazione del Sindaco Rizieri Rino Buonopane in riferimento a fondi da destinare alla costruzione di un Asilo, una STRUTTURA PUBBLICA , come la CASA COMUNALE, le SCUOLE, le CASERME , dove molte persone vi lavorano e vi passano gran parte della giornata. Tutte queste strutture hanno delle aree perimetrali di svariati m² e sicuramente si troverebbe il modo dove realizzare tali cisterne.L´allaccio alla rete esistente e´tecnicamente fattibile e senza grandi opere di ristrutturazione degli impianti esistenti. Gioverebbe all´ambiente e all´economia.
Per l´Asilo, visto che e´ancora in fase gestazionale, si puo´integrare il progetto??
Bisogna posare la prima pietra per realizzare un´opera, io direi : "Prima la cisterna poi la prima pietra"!!
Che si inizii da adesso. L´acqua che si potrebbe risparmniare andrebbe ad alimentare il nostro fiume Calore, che ne avrebbe tanto di bisogno e farebbe risparmiare in bolletta.
Ogni giorno, di media, si consumano ca. 200 lt d´acqua a persona per i servizi; ca. 2/3 del totale consumato. Calcolando un consumo minimo per Montella di 150 lt per 5000 adulti sono 750.000 litri al giorno.????????????????????????????????????

Ricordare la figura di Ferdinando Cianciulli, ad un secolo dalla sua scomparsa, è un poco “ritornare alle origini”, riscoprire del socialismo italiano l’anima passionale, messianica; ma anche contribuire ad un’opera doverosa di rivalutazione dell’azione, molte volte eroica, di tanti “pionieri”, non abbastanza conosciuti o a torto relegati nel dimenticatoio (è unanimemente riconosciuto quanto ancora lacunosa sia la storiografia del movimento operaio e socialista nel campo delle ricerche locali: un filone storiografico assai importante “dato lo scarso grado di centralizzazione dei poteri negli organi di direzione nazionale e l’alto grado di autonomia delle organizzazioni locali”), i quali, autentici “intellettuali all’opposizione”, operando in luoghi e ambienti particolarmente ostili, per primi additarono le piaghe e le ingiustizie del Meridione d’Italia e che pagarono spesso con la vita il loro coraggio.
Ferdinando Cianciulli ebbe i natali a Montella, importante centro della provincia avellinese nell’Alta Irpinia nel 1881. Avviato dal padre sulla strada onorifica della carriera ecclesiastica, ben presto avvertì la incompatibilità del suo temperamento attivistico con la contemplatività della vita religiosa, di cui non mancò di stigmatizzare il bigottismo e l’atteggiamento farisaico quali subdoli mezzi di sfruttamento del popolo indifeso e superstizioso. Sebbene proveniente da famiglia agiata, non portò a termine il corso normale degli studi; la sua formazione culturale fu di appassionato autodidatta: di qui il carattere disorganico, approssimativo, a volte persino incongruente dei suoi lavori pure ricchi di spunti, difermenti, di accennati bagliori intellettuali. Ancora in giovanissima età la sua indole schietta ed estroversa, l’osservazione continua della dolorosa realtà sociale, in cui viveva a contatto con contadini ed operai proni ad ataviche rassegnazioni, lo spinsero a staccarsi dalla classe medio-borghese di appartenenza e a dare un senso nuovo alla propria vita nella lotta per l’avvento del Socialismo nell’Irpinia “negletta e miserabile”. Ventitreenne fondò un giornale, che a proprie spese e con rudimentali mezzi tipografici egli stesso stampava inizialmente a Montella, il cui programma volle racchiudere tutto nella testata, “Il grido degli umili”, divenuto poi semplicemente “Il Grido”, organo infine della Federazione Socialista Irpina di cui il Cianciulli sarebbe diventato il primo Segretario. Dal 1904 fino a pochi giorni dalla scomparsa tragica (fatta eccezione della parentesi della I guerra mondiale cui il Cianciulli partecipò dapprima come militare di truppa e poi con il grado di caporale) quel suo pezzo di carta – come ebbe egli stesso a scrivere – bandiera del libero pensiero portò dovunque l’eco dei bisogni del popolo lavoratore e paziente, e dove non giunse mai il gemito degli oppressi, il lamento dei perseguitati giunse repentino ed entusiastico il suo Grido, dando l’assalto a tutto ciò che vi era di putrido e ingiusto. Ma soprattutto quel giornale ebbe di mira il chiamare a raccolta i diseredati e gli oppressi della aspra Irpinia, di infondere in essi una coscienza di classe, di organizzarli nel partito dei poveri per prepararli alla rivoluzione sociale.
In un ambiente retrivo e misoneista, duramente opposto ad ogni sforzo, ove non essere analfabeta era privilegio di pochi, ove l’intellettuale quasi sempre di estrazione borghese, assolveva ad una funzione di dominio e di paternalismo culturale, esercitando anche in questa maniera il suo potere sulle classi subalterne, la testimonianza di Ferdinando Cianciulli, “traditore della classe”, postasi in termini di contrapposizione frontale e di rottura, fu avvertita come una continua provocazione, un attentato all’imperante “comodo” quietismo delle campagne e dei paesi della provincia, una sfida alle potenti dimore dei ricchi. Per questo al coraggioso direttore de “Il Grido” non furono risparmiate calunnie, denunzie, processi, boicottaggi, aggressioni, fino al barbaro assassinio: egli era un pericolo onnipresente, era l’uomo che bisognava tacitare. Così, in un clima di torbide passioni, di ancestrali odi di parte, di oscuri rancori personali maturò l’idea del delitto. Nella tarda sera del 22 febbraio dell’anno 1922, protetto dalle tenebre, ascoso dietro un muro che costeggiava la strada, un ignoto assassino sparò su Ferdinando Cianciulli, che ferito al capo si spense, dopo una notte di rantoli agonici e di intermittenti sprazzi di lucidità, la mattina del giorno seguente. Aveva soltanto quarant’anni. Spariva con lui l’antesignano del socialismo irpino, il più fiero, il più battagliero. La sua morte, avvenuta in clima di fascismo avanzante significò per la classe lavoratrice irpina, che egli era riuscito a stringere sotto la bandiera del Partito Socialista Italiano dandole una coscienza sociale, sindacale e politica con un’opera quotidiana, quasi frenetica di convincimento e di propaganda, lo smarrimento la paura il vuoto politico. Molti dei compagni, in quel momento cruciale della nostra storia, che erano stati al suo fianco nelle battaglie contro le camorre e le baronie dell’avellinese, continuarono la lotta nell’antifascismo e nella Resistenza; tanti altri impauriti e fragili preferirono isolarsi ed essere calpestati; altri, e furono i meno numerosi, si gettarono nel marasma fascista.

Le caratteristiche della sua opera, da un punto di vista contenutistico ma anche nella sua “letterarietà” (sul piano, cioè, della resa di linguaggio e di stile), se da una parte sono espressione dei limiti provincialistici del socialismo meridionale, essenzialmente di tipo protestatario (di qui il suo carattere di improvvisazione, di avventura, di dilettantismo), dall’altra ci danno conto dell’enorme ritardo con cui fenomeni ideologici e cultura- li prendevano piede nel Mezzogiorno rispetto alle regioni centrali e settentrionali della penisola. Per questo il pensiero e l’opera di Ferdinando Cianciulli sono per molta parte di stampo ottocentesco. Indubbiamente ebbe conoscenza dei testi classici del marxismo, ma superficiale; da essi tuttavia trasse ed assimilò, direi rivisse in uno spirito di ardente apostolato, i principi e le idee fondamentali. Fece il suo tirocinio culturale, invece, sui testi più impegnati del positivismo letterario e filosofico; ma anche subì la suggestione del pensiero anarchico e radicale, con la sua enfasi ideologica, con la sua verbosa carica passionale.
Per lui come per quasi tutti i socialisti di fine secolo la cultura positivista e le correnti di pensiero anarchico e radicale, saldamente radicate nel Mezzogiorno, furono i veicoli di apprendimento della dottrina marxista. Questo ci spiega certi suoi fraintendimenti del marxismo ortodosso, certe ingenue confusioni ideologiche. Vero è che al fondo della sua formazione politica e culturale è una genesi di tipo romantico, per cui egli stesso sentì la propria esistenza come azione, come lotta titanica, che nel suo aspetto intimistico conosceva momenti di cupa amarezza in cui riscopriva la sua misera umanità impotente a mutare i destini. La sua educazione positivista, innestata su un temperamento romantico, gli ispirava la fede nella sicura vittoria finale del Socialismo: la Scienza e il Progresso ne preparavano l’ingresso nella storia. Era una fede sentita in modo entusiastico, profetico, ed era cosa ben diversa dal fatalismo massimalista: (“ … sarà il gran giorno dell’uguaglianza umana: la rivoluzione sociale spazzerà via come il soffio potente di una tempesta tutti i privilegi e tutte le ingiustizie del presente, tutte le barriere e tutti i confini tra popolo e popolo”); una fede prorompente da sentimenti e risentimenti profondi che, anche quando si paludava di riferimenti dotti ed eruditi, riusciva in qualche modo a toccare e a scuotere.
Con lo stesso fervore, in scritti di vario genere (fu saggista, poeta, autore di teatro), egli additava i mali del suo tempo concentrando il discorso critico su alcuni temi fondamentali: il “risorgimento tradito”; la polemica contro la corruzione dell’Italietta giolittiana, ruinante verso l’immane catastrofe; l’antimilitarismo, inteso come orrore della guerra, apportatrice di flagelli su di un popolo inerme, già oppresso sotto il peso del servaggio feudale, degli stenti diuturni, umiliato abbrutito reso goffo nella sua povertà e nella sua ignoranza; l’internazionalismo, che coincide più spesso con l’idea generica di una Umanità affratellata in nome della uguaglianza e della giustizia; la tremenda satira contro i preti, falsi ministri di un dio che la storia incarnò in un uomo giusto (“il primo rivoluzionario, il primo socialista”), essere involti nel fango della depravazione (“iene”), sfruttatori dei poveri, ottenebratori delle menti: ma è il suo anticlericalismo acceso e a volte blasfemo non solo l’espressione di ateismo del protervo materiali- sta, bensì l’arma d’urto contro un nemico che sbarrava la via, nell’Irpinia “tenebrosa e feudale”, all’avanzamento civile e sociale dei deboli, della grande massa popolare.

Sono questi i temi che si ritrovano come fili rossi lungo tutta l’opera del Cianciulli; temi nella cui impostazione non è forse difficile scorgere dei limiti, ma che pure, riscattati nell’ardore di chi senza posa li professò, riuscirono a gettare le basi del movimento operaio e socialista irpino, a unire folle sbandate di lavoratori sotto il simbolo di un partito politico che faceva delle loro umane rivendicazioni il motivo della sua presenza nella storia. E certo è questo il grande merito storico del suo apostolato, mai dimenticato se al nome e all’esempio di Ferdinando Cianciulli sempre si è ispirato il proletariato irpino nella lenta riorganizzazione delle sue disperse ma sane energie politiche, mirando, sia pure faticosamente, alla conquista dell’‘unità’ delle proprie forze operaie e contadine.
Quell’ ‘unità’ che fu per il Cianciulli il grande mito-guida della sua azione rivoluzionaria e che lo portò (lui come tanti compagni della “base”) a non comprendere, o comunque a sottovalutare l’importanza che la drammatica scissione di Livorno avrebbe avuto sul destino del socialismo nazionale: “… la piccola e momentanea divisione – commentava il Cianciulli all’indomani del congresso di Livorno – non ci preoccupa affatto … Per vie diverse giungeremo al giorno solenne ed ineluttabile della riscossa, e quel giorno indubbiamente ci troveremo tutti uniti nell’azione e nella volontà di intenti … Il socialismo trionferà malgrado tut- to; noi tendiamo allo stesso scopo, formiamo uno stesso esercito, con una sola disciplina, una sola fede, una sola volontà”.
Oggi, come non mai, dopo un periodo in cui la storia del socialismo italiano ha registrato le sue più profonde lacerazioni, le aberranti distorsioni ideologiche, talvolta i falsi miraggi inseguiti da errati tatticismi, la Sua modesta opera di militante e di scrittore al servizio dell’Idea può essere per noi un luogo di raccoglimento e di riflessione: un incontro con la nostra coscienza.


LE FOTO PUBBLICATE SONO SONO DEL LIBRO DI MARIO GAROFALO
" ALLE ORIGINE DEL SOCIALISMO IN IRPINIA" FERDINANDO CIANCIULLI


Il covid è una delle peggiori pandemie mai viste da circa un secolo, con un virus che continua ancora a circolare in tutto il mondo, tenendo in apprensione intere popolazioni, provocando milioni di morti, e lungi dall'essere sconfitto definitivamente. Come tutti i virus si ripresenterà come molti altri a scadenze periodiche. Per fortuna, il sistema farmaceutico mondiale è riuscito in brevissimo tempo a produrre diversi vaccini capaci di proteggere il nostro organismo riducendo di molto il rischio contagio e di conseguenza le complicazioni, che in troppi casi hanno avuto esito letale. Ora si sta studiando, un medicinale antivirale che in supporto ai vaccini attenui in modo significativo gli effetti peggiori. Come per i vaccini, di questi medicinali, a breve, ne verranno fuori diversi e si spera che dopo una necessaria sperimentazione, possano essere usati su larga scala come viene fatto per i vaccini. Ad oggi, la situazione mondiale sui rimedi contro la pandemia è questa, sempreché i popoli si convincano che non ci sono altre strade possibili praticabili, cioè quelle dei vaccini, dei nuovi medicinali in fase di sperimentazione e naturalmente del buon senso nel rispettare le norme divenute consuete quali: l'uso della mascherina, il rispetto delle distanze evitando i grandi assembramenti, l'igiene delle mani e degli oggetti ad uso comune. Purtroppo dobbiamo assistere ogni giorno a manifestazioni, contro il governo e i suoi ministri interessati, per le decisioni che puntualmente, dall'inizio della pandemia vengono prese. Abbiamo un minoranza di cittadini, che si rifanno al "NO A TUTTO", oggi NO-VAX e NO GREEN PASS, che non credono, o non vogliono credere nemmeno all'evidenza dei fatti e dei dati, dicono che è tutto un imbroglio, che ci sono di mezzo i grossi interessi delle multinazionali farmaceutiche, capaci per la loro potenza di imporre al mondo intero, il metodo vaccini per combattere il virus. Queste due categorie sbandierano il diritto alla libertà, ma di quale libertà parlano? e quale è il loro concetto di libertà che va a intaccare quella della maggioranza degli altri? La cuminità scientifica mondiale quasi al completo si è trovata daccordo sull'impiego del vaccino, anche per l'urgenza e la mancanza di alternative. La scelta dei nostri governanti, di cercare a tutti i costi di raggiungere l'immunità di gregge con i vaccini, imposti indirettamente con il GREEN PASS, sembra, dai dati attuali, che sia stata una scelta validissima, e portata ad esempio in altri stati europei, vedi la Germania. Diverse nazioni europee, con percentuali di vaccinati molto più basse della nostra hanno un numero di contagi elevati, ed oggi debbono prendere decisioni drastiche di nuove chiusure e limitazioni nei confronti di zone e cittadini scoperti dalla sicurezza del vaccino. Si programma già, per chi ha fatto le prime due dosi, una terza dose e se sarà necessario ulteriori dosi di richiamo, come del resto si fa per i vaccinati contro il tetano e per le normali influenze annuali. La speranza è che piano piano la virulenza si attenui e che vaccini e medicinali oltre ad aumentare l'efficenza, siano sempre più mirati ad attenuare le conseguenze più gravi del covid. C'è anche da dire che molti scienziati prevedono, che ad un certo punto la durata della copertura si allungherà di molto, si parla di cinque o dieci anni. Da queste pagine mi permetto di invitare tutti coloro che per ragioni di dubbio, di paura, e di altre ragioni poco giustificate, a vaccinarsi senza eccessivi timori.
MABEL (Il veleno rotola in pallottole di carne per via S. Michele-Variante-Toppo di Panno) - Queste mie parole voglio dedicarle ad una mansueta cagnolona che chiamavano Mabel prima amica “affettuosa” di Pippo, in ricordo, impossibile risarcimento, della sua brutta fine. Salivo ogni mattina presto per l’antica via del Montesorbo che porta a Panno ed appena sbucavamo sulla Variante la cagnolona dava un balzo da lontano per venirci incontro (se ne stava acquattata nei pressi delle case del Toppo di Panno).
Non vi dico la festa e la felicità con cui accoglieva Pippo che si sfrenava pure lui in frenetiche effusioni.
Non accettava crocchette, pur buone, le bastava e superava, volerci bene: ci accompagnava per lungo tratto della Variante fin giù nei pressi del professionale dove allora stavo, veniva fin sotto la porta ma non si permetteva di entrare educata discreta, per poi contenta riprendere la via del ritorno. Questo per molti anni tutte le mattine fino alla brutta telefonata di inizio dicembre ‘19.
Un amico mi disse che l’avevano avvelenata al Tòppo di Pànno. Qualche giorno dopo mi diede una sua bella fotografia con lo sguardo pieno di felicità di vivere che consisteva in poco/tutto per lei: nel voler un bene semplice incondizionato, che non chiedeva alcun ricambio.
Ho fatto pure denunzia ai CC…ma a che serve? Devi pregare solo il Padreterno di farti trovare il soggetto mentre imbandisce la strada di succolenti bocconcini…
Ma Mabel è solo una di una lunga serie di vittime nel maledetto triangolo- “zona d’operazione” del killer (o più), su indicata. Capite bene che costui regala a queste povere bestie, "colpevoli solo di vivere", la morte fra sofferenze inimmaginabili.
Altre povere vittime più o meno nello stesso periodo: un bellissimo cane husky occhi azzurri al Tòppo di Pànno; un altro: Rocky, un pacioccone che stava acquattato sempre nei pressi della chiesa del Carmine.
Ma la mano assassina non si è fermata: pochissimi giorni fa, il 2 scorso, ha confezionato ed elargito polpettine condite di morte che per miracolo non hanno fatto una nuova vittima grazie al pronto soccorso prestato dall’amico accompagnatore e soprattutto dal veterinario.
Successo in via S. Michele.
Il cane grossa taglia, Cucciolone bianco, la mattina presto verso le 7,30 ingurgita rapidamente una delle pallottole di carne, sparse sulla strada, prima che il padrone possa impedirlo. Viene portato immediatamente dal veterinario che gli fa la siringa che lo salva.
Le “pallottole” di carne contenevano frammenti di pillola color ggiàllo, sono state subito raccolte per evitare il peggio ad altri cani.
E’ stata presentata denunzia alla Polizia Municipale di Montella e le esche sono state consegnate all’apposito servizio ASL per ulteriori esami approfonditi ed adempimenti procedurali per eventuali indagini di reato alle autorità.
Ma detto inter nos, con la legge ragnatela (papàgno) che ci troviamo, non acchiappi manco la mosca: se pure la nostra polizia (la più efficiente del mondo) l’acchiappa mentre delicatamente depone i bocconcini per terra, il tutto va a finire prevedibilmente a tarallùzzi, con una pacca sulla spalla accompagnata da paterna minaccia: “Non farlo più!”.
Giuseppe Marano


La lavatrice moderna fu inventata negli Stati Uniti nel 1906, assemblando un mastello di legno con una pompa da giardino. Fu modificata nel 1930 dall'industria tedesca Miele la quale variò il primo movimento sussultorio continuo, in movimento ondulatorio circolare e reversibile.
Nell'aspetto e con la tecnologia simile a quella che conosciamo oggi, la lavatrice arrivò in Italia per la prima volta, nel 1946, alla fiera di Milano.
Nei primi tempi fu scambiata per una macchina per montare la panna a causa della grande quantità di schiuma che produceva e in Italia ebbe una lenta divulgazione.
Inizialmente la sua diffusione fu ostacolata sia dalle scarse disponibilità economiche delle famiglie di allora e sia dalla diffidenza delle donne verso qualunque dispositivo che sostituisse le loro abilità manuali.
Questo importante elettrodomestico cominciò a diffondersi alla fine degli anni ’50, molto lentamente, sostituendo così l’antichissimo mestiere delle lavandaie.
Tra gli elettrodomestici moderni la lavatrice è, a mio parere, quello che ha maggiormente cambiato il modo di vita quotidiana di una donna ed è considerato, non a torto, un fattore rilevante nella storia dell’emancipazione femminile.
Oggi basta il clic di un bottone per mettere in moto l’intero ciclo del lavaggio del bucato e in tal modo questo elettrodomestico affranca, con estrema semplicità, le donne dall'incombenza di “fare il bucato”.
Anche a Montella, prima della seconda metà degli anni ’60 l’unica opportunità per lavare e rendere puliti i panni era quella di fare il bucato direttamente in casa o, mancando l’acqua corrente nelle abitazioni, di andare a farlo al fiume portando la roba da lavare in capienti ceste e recando anche mastelli, spazzole e saponi.
In quel periodo le fontane pubbliche erano sprovviste di vasche per fare il bucato e le uniche due fontane adibite a lavatoi pubblici e munite di “strecolaturo” si trovavano una in via Piediserra, nelle adiacenze delle scale di via Ciociola e all'incrocio di via Piedipastini e l’altra al Largo dell’Ospizio, di fronte all'attuale parco giochi, prospiciente la sede dei Vigili del Fuoco.
Erano lavatoi molto “affollati” per cui, come mi ha ricordato un mio “anziano” amico di Montella, erano tante le “lavannare” che, per ovvie e pratiche motivazioni, spesse volte vi facevano il bucato alle prime luci dell’alba o anche durate la nottata.
Al fiume, con il grande vantaggio del non assembramento, per lavare i panni solitamente ci si sistemava in piccoli spazi con piani in pietra, lambiti dall’acqua, dove essenzialmente si svolgeva il risciacquo del bucato stando chine verso la corrente.
Soprattutto per le lavandaie di professione, il lavaggio dei panni al fiume era, perché svolto con molta frequenza, un lavoro duro, caratterizzato dal disagio di tenere le mani in frequente contatto con l’acqua e soprattutto contraddistinto dalla sofferenza peggiore del dover stare costantemente inginocchiate, protese in avanti, verso l’acqua del fiume, per insaponare, sciacquare, sbattere e strizzare i panni. Tale postura portò quelle povere donne a soffrire di quel classico processo infiammatorio clinicamente noto, appunto, come il “ginocchio della lavandaia”.
Storicamente risulta che solo dal ‘500 in Italia, a vantaggio prioritario delle “lavandaie”, apparvero i primi lavatoi pubblici i quali si diffusero in modo capillare soltanto verso la seconda metà dell’Ottocento in forma diffusa nel centro-nord e con scarsa frequenza nel Sud d’Italia.
Di contro, a differenza di alcuni paesi Irpini che, in tempi storici remoti, ebbero la disponibilità di lavatoi pubblici, a Montella i lava-
toi pubblici furono costruiti solamente negli anni ’60 e, a quel che ricordo, erano tre e furono poco utilizzati, tant’è che essi furono convertiti, in epoca successiva, in vari ed altri usi.
Attualmente il primo lavatoio, quello sito in Via della Piana, è di proprietà di privati; quello costruito a Sorbo è diventato - nell'ambito del progetto "Casali da vivere!" - parcheggio mentre il terzo - quello collocato in via M. Cianciulli - è attualmente utilizzato come deposito/autorimessa comunale.
Per altro in quest’ultimo “ex lavatoio”, tra ferraglie e rifiuti vari, dormiva, ahimè abbandonata, la lapide che i nostri avi dedicarono a Scipione Capone, una lapide rimossa dalla facciata della Casa comunale negli '90 e, malgrado i vari solleciti promossi anche dalle pagine di questa rivista, mai più sistemata.
I lavatoi pubblici erano costruzioni coperte che, dotate di capienti e ampie vasche, permisero alle lavandaie e alle donne tutte di lavare i panni in piedi, mantenendo una posizione più o meno eretta e dunque, meno defatigante.
Le lavandaie di mestiere erano per lo più donne sole; madri nubili, zitelle, vedove di guerra o del lavoro o anche appartenenti a famiglie in cui il guadagno lavorativo degli “uomini di casa” era di molto scarso per cui, per la sopravvivenza della famiglia, occorreva l’integrazione di una ulteriore risorsa economica.
Quelle donne trasformavano, dunque, per necessità, la loro attività in un vero e proprio “mestiere” e lo svolgevano direttamente o anche presso le famiglie benestanti o presso famiglie in cui la donna di casa era ammalata e non poteva sottoporsi a lavori faticosi.
Nei tempi lontani, al tempo della mia lontana infanzia, ricordo che a Montella, in ogni abitazione fare il bucato a mano era un rituale tradizionale che coinvolgeva le donne di casa, principalmente le più giovani, sia nubili che ammogliate; era un’attività di molto impegnativa tant’è che un vecchio detto montellese diceva: “E’ meglio fa no figlio anziché na ‘vornata re pane” o, peggio ancora, fa na lavata re panni”
Il bucato, soprattutto se la famiglia era numerosa, richiedeva due, tre giorni di lavoro: dopo aver scaldato l’acqua in “secchiuni” e “caorare” (grossi paioli-caldaie), si sistemavano mastelli, “”strecolaturi” e ceste, all’aperto, anche d’inverno, in una zona interna o prospiciente l’abitazione, possibilmente nei presi di una fontana o di un pozzo.
Per fare il bucato in casa la disponibilità dell’acqua era un elemento condizionante e non va dimenticato che l’introduzione dell’acqua corrente nelle abitazioni, si è concretizzata con molta gradualità a partire dagli anni ’50-‘60, una “comodità” questa che, senza alcun dubbio ha assicurato alle donne un grosso sollievo dalla loro oggettiva e palpabile fatica.
Tant’è che in quel periodo il bucato, pure se fatto sempre “a mano” (con bacinelle, scanno e “strecolaturi”), era svolto in ambienti riparati, con l’uso di strumenti più idonei (vasche con scarico) e soprattutto con disponibilità di acqua calda in abbondanza, insomma tante “comodità” vissute e apprezzate, prima dell’arrivo delle prime lavatrici, come segni di miglioramento, minor fatica, progresso e di conquista.
La frequenza della “lavata” dipendeva dallo stato sociale, dalle capacità economiche nonché dalla cultura igienico-sanitaria della famiglia.
Generalmente i panni erano suddivisi in “bucato bianco” (lenzuola, federe, tovaglie, asciugamani di lino o di canapa, strofinacci) e in “bucato di colore” (generalmente camicie colorate, pantaloni ed altro vestiario) e venivano lavati due tre volte al mese, mentre la parte “grossa” (coperte, imbottite, ecc.) veniva lavata in primavera e in autunno con un rituale che si ripeteva ogni anno.
Fatto con maggiore frequenza il “bucato bianco” richiedeva molta fatica e vi lavoravano tutte le donne di casa per un’intera giornata che doveva essere soleggiata. Le donne buttavano l’anima in questo lavoro massacrante ordinariamente aggravato dalle difficoltà, come sì è già detto, derivanti spesso dalla mancanza, in quei tempi, di acqua corrente in casa.
Poiché si viveva in famiglie allargate, si arrivava facilmente a diverse persone e il cumulo della biancheria riempiva anche decine di ceste e pertanto il lavoro aumentava per tali correlazioni numeriche.
Il procedimento per lavare il “bucato bianco” seguiva un rituale ben preciso, fatto di tre fasi ordinatamente scandite e conseguenziali l’una all’atra.
Stando a quel che ho letto, il processo di lavaggio era abbastanza simile in tutta la penisola italiana, da Nord a Sud e, dunque, esso si articolava in tre fasi di cui – anche nella tradizione montellese - la prima era chiamata “prima passata”, la seconda (fatta con l’uso di acqua bollente e cenere) era detta “colata” mentre, la susseguente e conclusiva terza fase era detta “risciacquo in acqua corrente”.
La prima fase iniziava nel portare a casa una buona riserva di acqua la quale, al momento del lavaggio per riscaldarla, veniva versata in grosse caldaie sistemate su robusti “treppeti”.
L’acqua calda veniva travasata in larghi “secchioni” (tinozze di doghe di legno usate essenzialmente per fare il bucato) in cui i panni, sporchissimi, subivano, sullo “strecolapanni” (detto anche “strecolaturo”, cioè un piano di legno con scanalature), appunto, la “prima passata”, vale a dire un primo trattamento con acqua, spazzola, sapone e molto olio di gomito.

Il “secchione” era molto capace e aveva un buco posto alla base da quale, al termine del lavaggio, si faceva fuoriuscire il liquido adoperato e da cui deriva il termine “bucato”.
I panni venivano strofinati a lungo su quell'asse, una prima volta, uno per uno, insaponati col sapone quasi a secco che aveva un potere sbiancante particolare, e che quasi sempre era stato fatto in casa.
Se lo sporco persisteva e c’era da sbiancarli ancora, i panni venivano ulteriormente insaponati e strofinati, ben bene, utilizzando, via via acqua aggiunta e sempre più calda.
Nella successiva seconda fase, quella della “colata”, i panni, già accuratamente lavati, venivano, con ordine, posti con cura - panno sopra panno - in un’altra tinozza di legno più grande, vale a dire in un recipiente a forma conica (grossomodo corrispondente ad una grossa “mezza botte), con una larga bocca e solitamente sprovvisto di buco posto alla base.
La sistemazione avveniva con criterio e razionalità; si procedeva a disporre le lenzuola grandi torno torno al recipiente, poi venivano sistemate quelle da lettino, quindi gli asciugamani e poi, via via al centro, le altre cose come mutande, strofinacci, tovaglioli, qualche tovaglia da tavola.
Alla fine della loro sistemazione, i panni, quasi alla sommità della tinozza, venivano coperti da un “ceneraio”, rappresentato, generalmente, da un sacco di iuta o più semplicemente da un vecchio lenzuolo (che aveva la funzione di proteggere il bucato dalla cenere) su cui appunto veniva depositato uno spesso strato di cenere che - ricavata dalla legna bruciata nel camino o nella stufa economica – contiene, come è noto, potassio.
In effetti proprio la cenere era il detersivo di quei tempi; essa, infatti - mischiata ad acqua - costituiva la cosiddetta “cenerata” o “liscivia” che in Toscana chiamavano ”ranno” e in altre regioni d’Italia denominavano anche “lissia”, vale a dire una miscela, come già detto, composta di carbonato sodico e potassico.
In altri termini era una soluzione, un miscuglio composto appunto di acqua bollita e cenere che faceva diventare bianco, morbido e profumato l’intero bucato.
E’ documentato che l’utilizzo della cenere era praticato già ai tempi dei romani e tale procedura si è protratta per tutto il Medioevo e il Rinascimento.
Dalle mie “ricerche” ho anche scoperto che nei paesi del Nord Europa alluso della cenere fu aggiunto l’utilizzazione di materiale grasso, animale e vegetale, tanto da ottenere, in tal modo, un rudimentale sapone.
Ho inoltre appreso che, in Toscana, talvolta per rendere più efficace l’azione sgrassante del “ranno” venivano aggiunti gusci d’uova tritati e che, nel primo risciacquo dei tessuti bianchi, si aggiungeva l’indaco, soluzione acquosa di materia colorante azzurra, ottenuta dalla macerazione di “piante indigofere” (arbusti della famiglia delle Leguminose da cui – con la fermentazione delle foglie - si ottiene l'indaco, un colorante di origine vegetale).
Inoltre nei risciacqui susseguenti per dare profumo al bucato si utilizzavano spesso alcune foglie di lavanda e venivano anche aggiunti spigo (una specie di lavanda selvatica) e steli di alloro.
Più tardi oltre al “ranno”, per la pulizia dei panni, la funzione sgrassante del lavaggio fu affidata all’uso della soda, nome commerciale del carbonato sodico, ottenuto dal cloruro di sodio anidro.
In definitiva questo misto di acqua e cenere era per l’appunto la lisciva o ranno; conteneva potassio e fosforo, filtrava attraverso i tessuti e svolgeva la stessa funzione svolta dagli additivi usati dai moderni detersivi per lavatrici !
Oltre alla “lisciva” o “liscivia” per lavare e imbiancare si usava anche una soluzione a media concentrazione di idrati e carbonati alcalini nonché la varecchina, detta “candeggina” o “acquetta”, soluzione di ipoclorito sodico, usata principalmente per smacchiare.
Solo in tempi più recenti si affermò, perché prodotto a livello industriale, l’uso del sapone in pezzi o “liquidato”. Il più famoso sapone commercializzato è sicuramente il sapone di Marsiglia, denominato così dalla città francese in cui si trovava la maggiore produzione.
Alla composizione tipo di oli e grassi vegetali in proporzioni variabili, venivano aggiunte spesso altre sostanze che ne cambiavano l’aspetto e la destinazione d’uso: gli ossidi ferrosi per ottenere il marmorato rosso adatto a lavare capi pesanti e molto sporchi; il marmorato verde o blu, ottenuto aggiungendo ossidi di rame e di piombo, reclamizzato dalle case produttrici con la dicitura “Lava anche con l’acqua di mare”; il sapone liquidato, più adatto a capi delicati, era ottenuto sciogliendo in acqua scaglie di sapone solido grattugiato.
Dopo queste “divagazioni storiche”, ritorniamo alla descrizione del ciclo di lavaggio del “bucato bianco”, ribadendo che esso, dopo la cosparsa la cenere, veniva coperto con un telo, su cui veniva versata acqua bollente fino a riempire la tinozza fino all’orlo.
E’ ovvio ricordare che l’acqua veniva preparata e riscaldata a parte, in vari paioli e solo quando era bollente la si versava sulla cenere, al centro, dove c’era la “fontanella”, i panni piccoli, fino a riempire il mastello.
Conclusa l’operazione di travaso, un grosso coperchio chiudeva il mastello e lì dentro la biancheria riposava, “custodita” da quell’acqua, in ammollo, per tutta la notte, calda e ben protetta.
La fase fin qui descritta era una fase molto importante, perché garantiva sia il lavaggio radicale del bucato sia la sua sterilizzazione e soprattutto si assicurava l’eliminazione dei parassiti (acari, cimici, pulci) un tempo molto presenti.
Era attraverso l’operazione di “incenerimento” che i panni, così sistemati, pian piano riacquistavano il colore naturale e al mattino, alle prime luci dell’alba, erano pronti per la terza ed ultima fase, vale a dire quella per il “risciacquo” in acqua abbondante e corrente.
Di fatto quest’ultima fase iniziava l’indomani, di buon’ora, allorquando, i panni venivano estratti dalla tinozza, uno ad uno, venivano strofinati, compressi, attorcigliati, torti fino a farne uscire tutta l’acqua saponata
Fatta questa operazione si procedeva a recuperare il composto di cenere ed acqua bollente già utilizzata nella seconda fase (vale a dire la lisciva); quel composto veniva ripreso per essere di nuovo bollito e pertanto veniva versato in un’altra tinozza, attraverso un ciclo di “riempimenti e svuotamenti” che richiedeva tempo e lavoro.
In definitiva concluso il secondo ciclo di lavaggio del “bucato bianco”, l’acqua rimasta nel mastello era “preziosa”, la si utilizzava per lavare gli indumenti di lana di pecora (maglie, calze e mutandoni da uomo) nonché i panni colorati e, addirittura, per lavarsi i capelli che acquistavano in brillantezza.
Insomma nulla era buttato, tutto veniva recuperato e l’inquinamento era una parola ancora da inventare.
Specificatamente ritornando alla terza e conclusiva fase del lavaggio dei panni, essa iniziava nella primissima mattinata, come già detto, di buon ora, allorquando i panni (estratti dalla tinozza e liberati dalla cenere ) venivano ben torti e riposti all’interno di cesti per essere (nelle situazione di non disponibilità di acqua corrente in casa) portati - a spalla o con il “truocchio” sulla testa ad un lavatoio pubblico, se c’era, a qualche ruscello, al fiume o a qualsiasi altra località dove scorresse acqua pulita.
In tempi passati, a Montella la località ordinariamente prescelta per il lavaggio dei panni era grosso modo in contrada Trucini-San Vito, in quella parte territoriale ove oggigiorno si intersecano varie strade, tra cui, da ultimo, anche la variante proveniente dalla “zona industriale” di Folloni.
In quel contesto, il fiume (proveniente dalle gole del Varo della Spina e del Varo della Cupa), precipitava, subito dopo “Chiuppito”, dalla “pelata”, passava (con le sue acque limpide e gorgheggianti) sotto il vecchio ponte romanico e, prima di “stendersi” verso la zona pianeggiante di Folloni, attraversava e lambiva una fascia di territorio unica, in cui confluiva quasi tutta la rete fluviale montellese; una vasta superfice fatta di petraie che, per via del suo lungo greto (spazioso, aperto e di facile accesso) costituiva il luogo ideale per il lavaggio dei panni, anche perché, con il bel tempo, era molto soleggiato.
Contrariamente ad oggi, il nostro fiume Calore - in quell’epoca - era “vivo”, “parlava” con il suo scroscio spumeggiante, costante, gorgogliante, ricco d’acqua, sempre, anche con la calura estiva.
Oggi, ritornandovi, quel, luogo, è l’immagine di un triste spaesamento perché il paesaggio è irriconoscibile per le scarse acque, modificato dalle sopraggiunte strade, “violentato” dal nuovo ponte, “stuprato” dal disboscamento nonché stravolto dalla discutibile collocazione dei “chiacchierati” depuratori !
Nel ricordo della mia infanzia quel tratto del fiume mi appare, ancor oggi, un’autentica oasi paesaggistica, magica, ecologicamente incontaminata, naturale, in cui la sonorità dei canti e delle risate delle “lavannare”, soprattutto delle più giovani, aggiungevano, con la loro presenza, un fascino inimmaginabile.
In quella parte del fiume “le signore del bucato” si assegnavano, non senza qualche bisticcio, i posti in ordine di arrivo e si mettevano all’opera sciacquando, sciorinando e sbattendo i loro panni.
Con schiena di acciaio e braccia di pietra, le lavandaie, con movimenti ritmici, (a schiena curva, braccia forti e polsi vigorosi) sgrassavano i panni con il sapone, li strofinavano, eliminavano qualsiasi residuo di cenere, li sbattevano ripetutamente eseguendo diversi risciacqui in acqua fresca che esigevano lena, forza e tanta resistenza.
Il problema era trovare una pietra ampia, semisommersa, che consentisse l’insaponatura della biancheria e lo “strizzamento” dopo il risciacquo, occorreva anche una collocazione ove l’acqua corrente non fosse né violenta né stagnante.
Concluso il lavaggio, prima di metterlo ad asciugare, il bucato andava strizzato ben bene, i capi erano tenuti fra due donne, li si faceva girare in parti opposte e solo dopo questa operazione il bucato veniva disteso nei prati per l’asciugatura,
in particolare sui cespugli o anche sui ”pesconi” del fiume per evitare che animali potessero calpestarli.
Cespugli, “pesconi” e il sole facevano miracoli: anche le macchie più ostinate sparivano come per incanto e il bucato appariva con un candore che ricordava quello della neve.
Certo delle volte le lenzuola mostravano i loro anni con belle pezze ricucite che non erano una vergogna. Steso il bucato al sole, subentrava il momento del relax. Un benefico e meritato riposo arrivava quando tutte, in circolo, consumavano la colazione portata da casa; bevevano un bicchiere e si ritempravano raccontando qualche pettegolezzo recente.
Nessuna donna si allontanava dal gruppo per timore di qualche “adescatore”, del “lupo malandrino”. Se faceva caldo si toglievano la casacca quasi sempre scura e rimanevano col corsetto, un po’ scollato che mostrava la pelle bianco-latte. Nessuna perdeva di vista il proprio bucato che veniva lisciato con le mani, piegato, ridisteso, cambiato di verso e di posto.
Nel tardo pomeriggio, quando ormai i panni erano asciutti, si era pronti per il ritorno a casa. I panni venivano dunque raccolti e disposti, in bell’ordine, nelle ceste, prima i più pesanti, poi i leggeri; un asciugamano, piegato, rimboccava il carico facendo da sponda.
Il sole tramontava e le donne rientravano nelle case da cui erano partite la mattina, stanche ma soddisfatte perché il bucato, da loro trattato, profumava di aria e di pulito, era di un bianco abbagliante, era stirato perfettamente, solo con le mani, tanto da poter essere conservato nelle casse o negli armadi per l’uso domestico.
L’andare al fiume era molto provvidenziale anche per la collaborazione di altre donne, amiche o anch’esse lavandaie senza le quali era impossibile torcere la biancheria.
Come già detto, per strizzare l’acqua dalle lenzuola (di lino o cotone grossolano) ci volevano due persone che prendessero quei capi da una parte e dall’altra del lato corto, non c’erano altre alternative.
Il lavaggio fatto ai lavatoi o al fiume era, come appare evidente, abbastanza gravoso e c’è da dire che la pesantezza del lavoro era in parte alleviata dal fatto che il lavatoio e il fiume erano uno dei pochi luoghi di aggregazione femminile nei quali le donne potevano andare senza essere accompagnate.
Di fatto, in quell’ ”universo tutto femminile”, ci si scambiavano consigli e pettegolezzi, ricette, si partecipava alle gioie e alle disgrazie delle altre e si condividevano le proprie; si cantavano canzoni nostalgiche e,
canti folcloristici ironici e amorosi, stornelli satirici e a dispetto, si tramandavano storie e racconti di vita, si rideva e, talvolta, si litigava, anche in modo violento.
Erano occasioni in cui, liberamente, si rifletteva sulla propria disgraziata condizione e su quella altrettanto precaria di molte altre donne.
In un libro si storia sindacale ho trovato evidenziato che le prime rivendicazioni dei diritti femminili nacquero, si diffusero ed affermarono proprio in quei luoghi di aggregazione; in quel medesimo testo l’autore affermava che “proprio per quelle ragioni gli antichi lavatoi, anche sulla base delle direttive emanate dall’Unione Europea, dovevano essere conosciuti, tutelati ed apprezzati come siti storici” !
Ripensando alla mia infanzia ricordo che, come in tante altre famiglie montellesi, anche a casa mia si faceva il sapone e ordinariamente lo facevamo quando si ammazzava il maiale, poiché, in tale circostanza, c’era disponibilità del suo grasso e di altre sostanze di scarto, non commestibili.
In una grossa caldaia si mettevano tre parti di grasso (per lo più lardo e sugna) e una di soda caustica. Si mescolava il tutto fino a quando non diventava liquido, lo si faceva bollire per un bel po’ e alla fine lo si faceva raffreddare. Una volta rappreso si rovesciava la caldaia e ne usciva un grosso blocco di sapone che doveva essere tagliato in pezzi piccoli e maneggevoli.
Era un sapone di colore grigio-verde, con particolare potere sbiancante, secco, duro, non molto schiumoso.
Quando ero piccolo, in casa mia - tra nonni, genitori, figli e zii – eravamo circa una dozzina di persone.
Fortunatamente disponevamo dell’acqua corrente e pertanto, quando si faceva il bucato - soprattutto con il coordinamento di “zia Peppa” (zia Giuseppina) - la “prima passata” e la “colata” dei panni (quella del primo lavaggio e del “ceneraio”) veniva eseguito, direttamente in casa nostra; la terza fase era fatta in casa solo d’inverno con molto spreco d’acqua e d’estate, di contro, veniva fatta al fiume.
Avevamo una “lavandaia a domicilio” la quale, per lunghissimi anni, è stata sempre la stessa.
Si chiamava Canitella, era una nostra lontanissima parente; abitava in via Gamboni; era una zitella per sua volontà giacché, in giovanissima età, aveva perduto il fidanzato, “Grazio”, morto tragicamente sul lavoro, in una cava.
Io la ricordo sempre vestita di nero, con la gonna lunga arricciata in vita, la camicia, il fazzolettone legato a pizzo sulla testa, il grembiule per ripararsi gli abiti.
Educata e tranquilla, godeva della massima fiducia in casa nostra.
Nonostante la sua ferita amorosa, Canitella era dolce, affabile.
Era forte, lavorava bene; i panni, in mano a lei, subivano sbattute e torture impensabili.
Era allegra e durante il suo lavoro cantava sempre canzoni paesane.
Mi voleva bene e mi piaceva; ancor oggi la ricordo con affetto e soprattutto ricordo le non rare occasioni in cui, d’estate, bambino di quattro-cinque anni, attaccato alla sua gonna, mi recavo con lei sul fiume Calore allorquando, Canitella, con altre sue “colleghe” vi si recava per l’esecutività della terza fase del lavaggio dei panni della mia famiglia.
Come è immaginabile erano quelle giornate per me fantastiche, vissute in libertà, trascorse lungo le petraie del riva del fiume, nel giocare – sguazzando e a piedi nudi - con la gelida acqua, lanciandovi sassi o facendovi scorrere pezzi di legno che, nella mia immaginazione, erano barche e vascelli corsari !
Quando si ammalò (era ormai anziana) fu sostituita da “Macolata”, una donna mastodontica, forte e grossa, allegra di carattere, più chiacchierona.
Era molto simpatica e usava un linguaggio diretto e spontaneo, anche un po’ disinibito e anch'essa cantava sempre canzoni, allegre, sia paesane che quelle del festival di San Remo.
“Macolata” fu la “nostra” lavandaia a domicilio fino alla fine degli anni ’60, cioè fino quando in casa mia, come in molte altre case italiane, fu acquistata (susseguentemente al fornello a gas) anche una lavatrice automatica alla quale, per la cronaca, seguirono prima un frigorifero e più tardi ancora un televisore.
In quegli anni dunque, con il cosiddetto “bum economico”, l’attività delle lavandaie, sia quelle di professione e sia quelle a domicilio, sistematicamente, come tante altre attività artigianali, vennero ad estinguersi e fu proprio l’avvento della lavatrice elettrica che determinò la scomparsa di quell'antico mestiere, che apportò la lenta estinzione di quelle “maestre del bucato” e , dunque, la conclusione di un’epoca di fatiche, di lavaggi con la liscivia, di “colature”, di “risciacqui” lungo i corsi d’acqua, di panni lindi e profumati.
La lavatrice (da molti considerata un fattore rilevante nella storia dell’emancipazione femminile), obiettivamente fu una conquista di portata storica giacché, a ben riflettere, liberò il cosiddetto “angelo del focolare” dalla schiavitù del bucato, le “diede respiro” e più tempo per sé, ma soprattutto la affrancò da una fatica umiliante, immane che lasciava le ossa rotte e lo spirito affranto.
In tempi lontani la figura della lavandaia è stata, per altro, oggetto e soggetto di pittori, scultori, poeti e scrittori.
Tra i poeti va ricordato Giovanni Pascoli, il quale dedicò proprio alla lavandaia una notissima poesia, “Lavandare”, una composizione in cui il poeta romagnolo canta “lo sciabordare delle lavandaie con tonfi spessi e lunghe cantilene”, mentre molti dipinti, anche di pittori impressionisti famosi, quali Renoir, Gaugin, hanno rappresentato la lavandaia nella loro non facile attività.
In giro per l’Italia, come anche in tutta Europa, si rinvengono oggi, dedicati alla lavandaia, musei, monumenti e statue che hanno il pregio di ricordare alle generazioni future il sacrificio e la fatica di queste donne, e della donna in generale.

Anche a Montella la figura della lavandaia, come tante altre, è stata assai “familiare” e per molto tempo è stata parte importante del quotidiano comune della gente ma, ahimè, nel giro di pochi anni, fu anch’essa inghiottita nell’obblio sia dal mutar del tempo che dalla medesima “modernità”.
La sua figura – nella nostra tradizione paesana – resta, comunque, ancor oggi, legata ad una antica, romantica e tragica storia d’amore; quella che narra della seduzione e dell’abbandono subito, appunto, da una bella e popolana lavandaia montellese che, angosciata e disperata per il suo “disonore”, si lasciò andare da quel ponte che ancor oggi è denominato “Ponte della lavannara”.
E’ quello un antico ponte, romanico; un ponte che conduce alla Montagna” del S.S.S. Salvatore; quello adiacente ai ruderi del decaduto mulino ad acqua, un ponte , dunque, noto e correlato a una testimonianza della vita sociale del passato, di un mondo lontano, lontanissimo, da tutelare, conservare e valorizzare perché legato alle nostre radici le quali, per l’argomento fin qui trattato, passano anche attraverso le “lavannare”, le “colate” e i “panni sporchi” di una volta, quelli , appunto, ………… lavati a mano !

] Montella - Il ponte della lavannara
(Disegno di Nino Tiretta eseguito nel 1980 e riprodotto nel libro “Montella , il fascino del passato” pubblicato, nel 1991, a cura di Carlo Ciociola, Luigino Volpe e Salvatore Bonavitacola)
N.B. : Questo articolo è già stato pubblicato sul periodico "Il Monte" - Sezione "Irpina Magica" - Anno XV - n. 1 gennaio - aprile 2018

M’è capitato già due volte, spero non mi capiti più, di vedere questo spettacolo lacerante; per questo lo scrìvo se può servire a qualcosa -ma non ti nascondo che ne dubito forte-, ecco lo spettacolo: un povero cane che insegue disperatamente la macchina del padrone incurante di “farlo schiattare in còrpo”, come se fosse strascinato! Al di là della sensibilità che uno non si può inventare: se ce l’ha, ce l’ha, se non ce l’ha, non ce l’ha, ma qua si tratta di un reato che, sia pur timidamente, l’impianto làsco e permissivo della nostra legge, comprende!
Ed invito chiunque a segnalare a chi di dovere se si dovesse malauguratamente trovare ad assistere a tale strazio, perché la civiltà come rispetto per questi esseri non dev’essere appannaggio esclusivo di Svizzera, Danimarca, Regno Unito, per citarne alcuni…Ci sarà un perché se quelle scene mi evocano altre più terribili della mia infanzia quando vedevo con condivisione di sofferenza (chiamiamola in antico “simpatia”) quei poveri “ciucci” stracarichi di roba arrancare penosamente alla salita e di sera sprizzare dai ferri scintille viva espressione della loro sofferenza,,, guai se scivolavano sulle pietre lisce ed “attonnàte” da immemorabili corsi d’acqua, divenuti poi strade! Quelle belve innominabili dei “padroni” si accanivano con rabbia indicibile e furia bestiale a calci sui poveri animali stremati sconfitti massacrati dal peso dalla fatica! Veramente nzuòrri, gentaglia da fossa comune, anzi mi viene un’espressione sorevese di potenza dantesca più calzante: che “nonn’è bbòna manco pé ccòta.”
Non solo, ma corre voce credibile (da persone che ‘non dicono bugie’!) che da qualche parte non lontana impiccano i poveri cani tartufari colpevoli secondo i barbari “padroni” di non trovare adeguato bottino.
A questo punto vi voglio raccontare un episodio truce ma a miracoloso lieto fine di un amico degno di ogni credibilità. Correva l’anno 2013 e lui andava al suo solito a piedi alle Vitirala quando venne sorpreso da flebili guaiti, una immagine raccapricciante: un cane taglia media si dibatteva disperatamente ad una fune che lo teneva impiccato. Lo libera subito gli fa un massaggio per un tempo interminabile, l’animale si riprende e lo lascia libero quando lo vede sicuro sulle sue zampette. L’amico concluse il racconto dicendo: “Ma tu dove credi che andasse? Si ritirò sicuramente a casa dal “padrone assassino”. Ed io sperai (e spero) che quella “bestia dis-umana” non avesse ammazzato in un impulso di rabbia funesta, il povero animale colpevole di essere sfuggito per miracolo alla condanna a morte. Inutile dire che dovessi pescare un soggetto del genere (meglio degenere) in atto di compiere questo misfatto, potendo (=trovandomi fra mano un “osso di prisùtto” -caro Nàndo!-) lo ammazzerei (per questa dichiarazione frallàltro m’hanno “scancellàto” da Facebuk, senza sapere che piacere m’hanno fatto!).
A contrappunto ed antidoto vorrei ricordare un semplice ma profondo toccante brano di uno scrittore greco che insegnò a Roma, secondo-terzo sec. d. C., dal nome Eliano, che le antologie ricordano col titolo: “Il cane di Eupoli”: Al poeta di commedia Eupoli, Eugea di Eleusi dona un bel cucciolo di molosso ed Eupoli lo chiama Eugea proprio come chi glielo ha donato. E così il cane di Eugea coccolato con tanto amore ed attenzioni e viziato con i cibi più squisiti, si affezionava enormemente al padrone. Un giorno un suo compagno di servitù rubò un dramma di Eupoli, ma non passò inosservato al cane che, avventandosi al ladro del libro e mordendolo senza risparmio, lo uccideva. Qualche tempo dopo Eupoli concludeva la sua esistenza in Egina ove veniva sepolto: il cane ululando e lamentandosi continuamente si lasciò consumare dalla sofferenza e dalla fame fino alla morte odiando il resto della vita che gli rimaneva. E il luogo in ricordo di quel dolore viene chiamato “Il lamento del cane”>>.
<Per dire che già nel mondo antico si trova una grande sensibilità animalista che avrebbe tanto da insegnare pure oggi nel nostro mondo moderno. Un amico mi ha raccontato un episodio che ha una impressionante affinità col …Cane di Eupoli. Non meno toccante. Ad attestare l’universalità del sentimento che non conosce barriere di tempo. Se può interessare ve lo racconterò
Gianni Fiorentino, laureato in Giurisprudenza e titolare dell’omonima azienda agricola, ha ricoperto per anni il ruolo di consulente allo sviluppo locale ed è da sempre appassionato di vino. Nato e cresciuto a Paternopoli, in una casa in campagna nel mezzo di un vecchio vigneto, tra gli odori della terra lavorata e quello del vino fatto in casa, coltiva da sempre insieme ai fratelli il desiderio di costruire una cantina nuova, che faccia dell’innovazione la naturale estensione della tradizione.
Nel 2012 realizza l’aspirazione familiare: quello di un’azienda vinicola con una cantina caratteristica, in grado di raccogliere il passato delle tradizioni e guardare verso il futuro, tenendo insieme territorio e tecnologia. Sviluppare questa attività all’interno della proprietà familiare è stata una scelta che ha riguardato insomma tutta la famiglia: dalla unione della gestione dei vigneti, alla costruzione di una nuova cantina in bioarchitettura, fino all’avvio dell’attività di vinificazione e di commercializzazione del vino. «La nostra storia familiare è molto legata alla terra: mia madre era contadina e mio padre emigrante.
La nostra passione per il vino è un amore indotto anche dalle circostanze in quanto il vino è stato fin dall’inizio un convitato liquido all’interno della nostra famiglia. La vecchia cantina si trovava tra la cucina e le camere da letto e quindi, da sempre, la nostra è stata una convivenza di fatto con il mosto, con il vino, con le botti, le bottiglie...
Nel tempo, dunque, ci è sembrato naturale protrarre e provare a dare valore a quello che avevamo già. Agli inizi degli anni ’90 abbiamo dato vita alla prima cantina di Paternopoli, vinificando ancora in casa, fino a poi intraprendere questo nuovo percorso più strutturato, con i suoi punti di bellezza e difficoltà, ma che appartengono direi naturalmente all’attività d’impre - sa».
Per Gianni Fiorentino il settore del vino in Irpinia è ancora all’ini - zio di un percorso, molto è stato fatto e si sta facendo e ancora tanto si potrà fare nei prossimi anni, sia rispetto alle strutture aziendali che alla capacità di produzione, nonché nell’integrazione degli elementi di innovazione all’interno delle singole aziende: «Da questo punto di vista l’Irpinia, seppure siano presenti grandi marchi storici e affermati, è sul piano più generale una terra giovane, ma può fare di questa
condizione oggettiva un punto di forza: non avendo infatti dei modelli consolidati e strutturati sotto il profilo dell’identità e non solo, restano ampi spazi per creare o inserire elementi di innovazione e cambiamento funzionali alla modernizzazione del tessuto imprenditoriale ».

La mancanza di riferimenti strutturati e diffusi crea di fatto uno spazio di azione potenziale sul quale insistere. «L’Irpinia è produttrice del Taurasi, ma ogni cantina ha il proprio, con il risultato di avere spesso tanti Taurasi l’uno diverso dall’altro.
Inoltre, esiste un certo disequilibrio tra le aziende, in virtù di un individualismo che pur essendo prerogativa dell’attività di impresa, qui si traduce in una costruzione monca o addirittura assente di una visione condivisa e di spazi dove questa visione può generarsi e crescere.
La produzione del vino in Irpinia, rispetto al mare magnum del mercato dei vini, è una piccola parte, seppure di pregio, per cui proprio gli elementi della condivisione e del confronto possono in questo caso giocare un ruolo fondamentale ».
Per far sì che il prodotto si imponga e cresca sul mercato oltre alla necessaria “qualità del prodotto” è opportuno – secondo Fiorentino - arricchire la “qualità del racconto che oggi è parte integrante del prodotto stesso che si offre al cliente”, quindi la narrazione della storia delle aziende, del territorio, del paesaggio, del lavoro, delle relazioni. Su questo aspetto l’Irpinia ha un patrimonio unico e prezioso da narrare e nel quale ritrovarsi. Quello che manca, però, è forse la consapevolezza dell’importanza e della necessità del raccontarsi, in modo tale da poter esprimere all’esterno, all’enoturista, una percezione positiva e profonda della produzione irpina: «La spinta verso gli strumenti digitali, accelerata come non mai dal Covid, ha anche favorito una tendenza alla disintermediazione tra produttore e consumatore»,
spiega Fiorentino, «e questo fenomeno può aiutare nella costruzione di un racconto composito del territorio irpino, oggi episodico, frammentato e sconnesso, spesso assente.
Solo lavorando ad una ricucitura delle diverse parti e del ruolo e delle funzioni degli attori presenti, è possibile raccontare e lasciar conoscere l’Irpinia all’esterno e allo stesso tempo rafforzare la consapevolezza del territorio in chi ci abita, tirando fuori le storie autentiche ed esemplari».
La questione del racconto è dunque una questione centrale, soprattutto per l‘Irpinia, dove la mancanza di un racconto autentico e fondato su un atto d’amore preclude la visione e la comprensione di nuove possibilità, che oggi più che mai consistono anche nelle nuove tecnologie:
«Mettersi in cammino significa aprirsi alla conoscenza e alla possibilità di apprendere anche dagli altri per importare e contaminare di elementi di novità il proprio lavoro. I modelli predefiniti e stabili sono tramontati, dopo il Covid dobbiamo essere abili a navigare nell’incertezza, per continuare un viaggio di cui non conosciamo con certezza la mèta».
Lo sviluppo per Gianni Fiorentino non è solo nelle tecnologie e nella loro applicazione, ma anche nella “testa delle persone”, dunque rimane prerogativa indispensabile il lavoro di formazione, legato all’espe - rienza e alla conoscenza, che attribuisca il giusto e vero valore “a ciò che si ha e a ciò che si è”. Un aspetto fondamentale di questo processo consiste nell’apprendimento territoriale, che nella narrazione viene valorizzato su due fronti: sia mettendo in evidenza il prodotto sia fornendo una storia unica all’eno - turista-cliente, che a sua volta apprende il valore e la cultura che gli viene trasmessa proprio attraverso quella particolare narrazione.
Questo discorso vale ancora di più per i distretti industriali, ossia quei sistemi produttivi costituiti da un insieme di piccole e medie imprese, caratterizzate da una specializzazione produttiva e concentrate in un territorio con un’esperienza storica, sociale ed economica comune e determinata, che nascono dall’ap - prendimento che c’è stato su di un particolare territorio per diverso tempo. Si parla infatti di “atmosfe - ra industriale” per intendere come l’esperienza necessaria a svolgere
un determinato lavoro (non solo manuale) si sviluppi in maniera innata, quasi solo respirando l’aria di un territorio in cui le relazioni professionali e quelle sociali ed umane sono fuse. «Tali apprendimenti»,
racconta Fiorentino, «riescono a radicarsi in modo da diventare col tempo patrimonio “organico” delle persone che fanno parte di un contesto territoriale specifico. Determinati comportamenti, infatti, una volta lasciati sedimentare nel tempo, diventano organici, gli abitanti hanno acquisito dentro di sé determinate pratiche e non vi è necessità di “imporle” dall’esterno, perché sostanzialmente ormai naturali ed istintivi».

Sviluppo oggi significa coniugare queste abilità particolari e personali che appartengono alle peculiarità di un luogo con l’utilizzo delle nuove tecnologie, le quali concorrono in maniera fondamentale nella valorizzazione del territorio: «In molte imprese si ha la percezione che qualcosa è cambiato, ma ancora non si sa bene come affrontare il cambiamento. In questa fase così eterogenea chi ha a che fare con gli elementi di formazione, di innovazione e digitalizzazione gioca un
ruolo chiave nell’aiutare le aziende e il territorio ad affrontare il mare aperto del cambiamento.
Persino il modello di comunicazione si è molto modificato rispetto al passato, anche quello più recente. “Feed”, parola ripetuta spesso nei social, significa “alimentazio - ne”, e si riferisce proprio ad un qualcosa che va sostenuto e alimentato sempre. Il punto all’interno di quello che viene definito storytelling, e cioè l’arte del narrare, è difatti proprio il telling, ossia il raccontare continuamente. La necessità è dunque raccontarsi nel corso del tempo, al fine di lasciar sedimentare una storia unica, come quella – appunto – dell’Irpinia.
Anche la modalità di apprendimento delle persone, oggi iperstimolate, è cambiata, per cui il racconto va sostenuto e nutrito nella maniera giusta: attraverso l’adeguato utilizzo delle tecnologie e dei contenuti esso può prendere forma ed arrivare a tantissime persone. Entrano quindi in gioco, nel territorio, nelle aziende, nuove figure e nuove professionalità e nuovi modelli che non potranno avere, come nel passato, un ruolo ancillare ma che devono collaborare alla costruzione di una visione comune».
Durante la bella conversazione con Gianni Fiorentino, pensando e immaginando la storia “giusta”, perché vera, da raccontare per ricucire il così tanto frammentato e martoriato territorio irpino, non abbiamo potuto fare a meno di contemplare la bella ed antica immagine delle signore che un tempo stavano dinanzi alle case a tessere e al contempo ad insegnare e a tramandare l'arte del cucito. L’immagine, bella e metaforica, delle donne che ricamano lascia pensare alla grandezza di queste figure, in grado di tenere nella mente la visione d’in - sieme dell’opera che stanno componendo, mentre con le mani, rapide ed esperte, si muovono svelte tra gli aspetti più pratici, senza che da questo movimento si separi mai la bellezza e il piacere dell’arte, sia in chi la esercita e sia in chi la contempla.
È questa la sola trama del racconto in cui l’Irpinia può ritrovarsi.