Trova le differenze a cura di Roberto Bosco

Trova la differenza Roberto Bosco 001Questo dipinto è esposto nel Museo di Capodimonte, maestoso palazzo borbonico che offre 15.000 m² di spazi espositivi e custodisce un patrimonio artistico di circa 47.000 opere.

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L’opera rappresenta il re Ferdinando IV di Borbone a caccia del cinghiale, episodio raffigurato da Jakob Philipp Hackert, pittore di corte noto per documentare scene di vita reale con grande attenzione al paesaggio e ai dettagli. Nel dipinto, il re è su un cavallo di razza persana, armato di lancia, mentre si lancia contro il cinghiale, seguito dai cani da caccia. Lo sfondo mostra carrozze, un importante piana, colline e montagne, suggerendo l’idea di una tenuta reale ben organizzata.

Il re era un grande amante della caccia: era famoso per lanciarsi a cavallo contro il cinghiale, per cacciare “alla borbonica” con mute di cani, per trascorrere intere giornate nei boschi e preferire i luoghi selvaggi alle residenze formali. Non a caso molti pittori di corte lo ritraggono più spesso immerso nella natura che seduto sul trono. Aveva diverse tenute dove si intratteneva per la caccia, per esempio presso le riserve intorno alla Reggia di Caserta e il Bosco di Capodimonte (Napoli), le riserve vesuviane e del Miglio d’Oro, la Tenuta del Fusaro (Bacoli – Campi Flegrei), Real Sito di Carditello (San Tammaro – Caserta), la Tenuta di Calvi Risorta (Caserta) e la tenuta di Persano (tra Eboli e Serre). In tali riserve Ferdinando IV cacciava soprattutto volpi, conigli, fagiani, uccelli migratori e selvaggina di piccola taglia.

Ma, la località più amata dal re era l’Irpinia, una zona aspra e selvaggia, ricca di torrenti, cascate, montagne, laghi e di selvaggina, sia di piccola sia di grossa taglia. Le battute di caccia predilette si svolgevano soprattutto tra le montagne di Montella e Laceno.

Ferdinando IV mostrava un particolare interesse per Montella: basti pensare che la ricostruzione e l’ampliamento del Santuario del Santissimo Salvatore furono disposti dal sovrano tramite una bolla successiva al 1779. Non si trattava di un semplice atto di devozione, poiché la scelta del luogo era tutt’altro che casuale. Il santuario sorge infatti su una montagna a cono, isolata e panoramica, da cui si domina l’intera valle, e le pendici ripide ne rendono difficile l’accesso. Dal Monte Sovero, dove sorge il Santuario, il governo borbonico intendeva esercitare il controllo sulla Via del Grano interna; qualora il fondovalle del Sele risultasse esposto ad attacchi, instabilità o sommosse contadine dovute a eccessive tassazioni o crisi alimentari, il traffico veniva dirottato lungo l’itinerario interno, considerato più sicuro e facilmente controllabile, consentendo al contempo anche il controllo della riserva di caccia.

Tornando al dipinto possiamo ricavarne diversi spunti, riflettendo sia sulle attività ludiche del re, sia sul luogo scelto per immortalare uno dei momenti più felici della sua vita. Ebbene, possiamo confermare, con il giusto orgoglio, che la località prescelta per questo importante momento è, per l'appunto, Montella!

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Per le battute di caccia in Irpinia, tra la fine del mese di novembre e l’inizio di dicembre quando le temperature erano più rigide e la cacciagione poteva essere conservata per qualche giorno senza deteriorarsi rapidamente, il re Ferdinando IV si muoveva dalla tenuta reale di Persano, tra Eboli e Serre, in una lunga colonna di carrozze, cavalli, servitori e guardiacaccia. La carovana proseguiva lungo la fondovalle del Sele, ovvero la via del grano, raggiungendo Montella dopo diverse ore di viaggio, a seconda delle condizioni del terreno. Il soggiorno in Irpinia durava mediamente alcuni giorni, in alloggi temporanei o casali attrezzati e predisposti per la caccia.

Le battute si svolgevano nelle prime ore del mattino, per assicurarsi una cacciagione fresca e più abbondante: è infatti all’alba che la fauna selvatica si muove e si alimenta con maggiore frequenza. Inoltre, le temperature più basse facilitavano la conservazione delle prede e permettevano di procedere con i corretti tempi di eviscerazione.

Durante le cacce borboniche la distribuzione della selvaggina seguiva un preciso ordine gerarchico: i cinghiali erano destinati alla servitù; i fagiani e i caprioli venivano riservati alla nobiltà e all’aristocrazia, che accompagnavano il sovrano; le pelli di volpe venivano trasformate in cappotti, mantelli, sciarpe e guanti ed erano considerate preziose e simbolo di status, perché morbide, calde e costose, mentre i cervi, considerati la preda più nobile, erano destinati esclusivamente al re e ai suoi familiari più stretti. Nell’area del Terminio-Cervialto, il cervo reale trovava un habitat ideale, e qui veniva tradizionalmente cacciato, soprattutto gli esemplari più imponenti. Questa ripartizione rifletteva non solo il valore simbolico delle diverse specie, ma anche il rigido protocollo di corte che regolava ogni aspetto della vita venatoria.

Al termine della caccia, si tornava a Persano dove venivano lasciati i cavalli, le carrozze e tutto l’occorrente per la caccia, mentre il re e i suoi accompagnatori si riposavano prima di trasferirsi a corte. La selvaggina catturata veniva quindi trasportata con cura verso le regge di Napoli o Caserta, dove le cucine reali erano pronte a prepararla per i sontuosi banchetti.

Nella foto rielaborata si evidenziano alcuni dettagli importanti:

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È necessario analizzare la morfologia del territorio: una piana coronata da montagne, il castello collocato sulla collina in alto a sinistra, una collinetta emergente nella piana, il laghetto sulla destra e i pini ad ombrello in prossimità di abitazioni di rilievo. È raro riscontrare una combinazione così articolata di elementi morfologici riuniti in un unico contesto, soprattutto nel Sud Italia.

Ebbene, durante le mie lunghe passeggiate estive per Montella mi è saltata all’occhio la corrispondenza tra il nostro territorio e il dipinto. Proviamo a realizzare uno scatto fotografico, ad oggi, del nostro territorio da un noto punto di osservazione:

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Il punto per lo scatto si trova nei pressi del toponimo “Masseria Carignani di Novoli”, che molto probabilmente — o meglio, quasi certamente — corrisponde alla località scelta dall’artista Jakob Philipp Hackert per immortalare uno dei momenti più felici del re Ferdinando IV. L’immagine ripresentata è tratta da Google Earth, ma uno scatto fotografico reale dalla Masseria Carignani renderebbe molto di più!

Provando a evidenziare su quest’ultima immagine le medesime aree d’interesse del dipinto, otteniamo:

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Ecco che i conti tornano!

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La morfologia delle nostre  montagne è proprio quella riportata nel dipinto, si può ben riconoscere il Monte Sassosano e il Terminio, poi c’è da evidenziare il castello del Monte, la collina di Monticchio, la straordinaria piana, il laghetto sotto-monticchio ovvero le sorgenti della regina, ahinoi oggi completamente prosciugato, ed infine i pini ad ombrello. Questi ultimi dovrebbero essere alcuni dei pini ad ombrello nella piana di Montella; dalla rappresentazione sono passati poco più di 200 anni ed effettivamente questa varietà di pini, in aree vantaggiose come le nostre possono tranquillamente superare i 300 anni di età. Nel dipinto non è raffigurato il monte del Santissimo Salvatore, probabilmente opportunamente evitato per ovvi motivi strategici.

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Ovviamente, non è una caccia al tesoro alla cieca, già il titolo del dipinto ci indirizza chiaramente dove cercare; infatti, il titolo del dipinto è “Re Ferdinando IV - Caccia al cinghiale a Cassano”.

Questo piccolo sforzo vuole essere un aiuto per puntare a qualcosa di più importante, valorizzare nel giusto modo la nostra terra, luogo da sempre invidiato dalla borghesia e dalla nobiltà. Tanti personaggi illustri hanno apprezzato il nostro territorio, eppure, di fatto, restano storie nascoste spesso segregate nei cassetti.

Ma, ad esempio, nel resto del nord Italia e d’Europa non è così! Infatti, capita spesso di imbattersi in indicazioni di promozione territoriale anche per realtà di valore non particolarmente elevato; ovunque — in autostrada, sulle strade principali, nei locali pubblici o su internet — si trovano segnalazioni di castelli, località di interesse storico, belvedere o luoghi religiosi, tanto da farci domandare: “Possibile che ne sia l’unico a non saperne nulla?”. Tuttavia, visitando questi luoghi — senza voler screditare nessuno — ci si ritrova spesso davanti ad attrazioni dal valore quantomeno discutibile.

Questo sforzo serve a sottolineare come luoghi quali Montella, località profondamente attraversata dalla storia, siano molto apprezzati ma al tempo stesso poco valorizzati. Ci si aspetterebbe, ad esempio, che copie di opere d’arte — come quella citata ed esposta al Museo di Capodimonte — trovassero spazio in musei e mostre locali e, perché no, anche nei locali pubblici: un pizzico di orgoglio identitario non guasterebbe.

Per secoli siamo stati un punto di attrazione per tutti; credo sia arrivato il momento di saper valorizzare la nostra Storia a nostro vantaggio!