Acqua bene comuneSiamo bersagliati, ormai da mesi, da discussioni sulla questione idrica. Alzi la mano, infatti, chi è riuscito a non parlare o sentir parlare di acqua? Eppure, il tema è così complesso ed ha delle implicazioni così ampie, che spaventa l’idea che ciononostante tutti (ma proprio tutti) lo abbiano affrontato con leggerezza, addirittura improvvisandosi geologi o idrologi e millantando conoscenze e soluzioni. Certo, se come succede per molti altri temi, si

vuole parlare alla pancia delle persone, basta nominare bolletta e carrozzone ed il gioco è fatto. Ma quando si parla di acqua, soprattutto per affrontare la questione della crisi idrica del nostro paese, bisognerebbe aver ben chiari in mente (almeno) due concetti: l’acqua è un bene comune, che viene concesso secondo delle precise prescrizioni normative. Non esiste l’acqua “di Montella” (sin dal 1938 la gestione delle acque del nostro territorio è stata affidata ad un consorzio di comuni), né è dato ragionare di “dare ed avere” come se non si trattasse di un bene pubblico. Il fatto che il nostro territorio ne sia (o ne era) ricco,  non implica affatto che sia un bene “nostro”.

Bisognerebbe partire, infatti, da due dati storico-normativi: 1) la legge ha previsto che la gestione delle risorse idriche debba essere affidata ad autorità che operano in ambiti territoriali definiti dalla Regione e sovracomunali; 2) nel 2011, attraverso un referendum, il popolo italiano ha votato a favore della gestione prevalentemente pubblica delle risorse idriche. La legge 146/94, prima, e la successiva legge 152/06 hanno previsto la costituzione di Ambiti Territoriali Ottimali di gestione (oggi enti di governo d’ambito), sovracomunali, definiti dalla Regione, per ciascuno dei quali si sarebbe dovuta istituire l'Autorità di ambito territoriale ottimale, mediante consorziamento obbligatorio dei comuni ricadenti nell'ATO. Quindi, oggi più che mai, non è ipotizzabile una forma di “autogestione”, pur invocata da qualcuno, in quanto contraria alla normativa di settore, che impone la gara ad evidenza pubblica o, eccezionalmente, il ricorso all’in house (cioè l’affidamento diretto della gestione ad una società a partecipazione pubblica), ma soprattutto l’individuazione di un gestore unico dell’acqua.

Le responsabilità, tutte politiche, di voler mantenere l’Alto Calore così com’è e candidarlo a potenziale gestore unico, fanno sì che a distanza di anni la situazione del nostro ambito territoriale sia ad uno stallo! Sarebbe opportuno ragionare sulla costituzione di un soggetto unico (a fronte dei tre gestori presenti nel nostro ambito “Calore Irpino” – che comprende anche parte del beneventano) che garantisca una gestione adeguata ed efficiente della risorsa e faciliti l’attuazione degli interventi contemplati nel piano d’ambito aggiornato nel 2012. E’ questo che dovrebbero invocare anche le amministrazioni locali, avendo un ruolo nell’ambito di riferimento.

La scarsità delle risorse non è un dato sufficiente per tirarsi indietro dalle proprie responsabilità ed invocare l’“emergenza”! Siamo stanchi delle dichiarazioni d’effetto degli amministratori regionali, pronti ad erigersi a paladini di una causa giusto il tempo di un’intervista! Basta dire che, nel caso emblematico di Montella, le sorgenti a servizio del nostro acquedotto hanno una portata ordinaria di circa 110 l/s e, attraverso una stima, si è quantificato che il fabbisogno massimo per l’intero paese, compresa l’area industriale, è di circa 47,7 l/s. Ovvio che una siccità come quella di questa estate, che è arrivata a prosciugare letteralmente il fiume, abbia ridotto la portata delle sorgenti e, conseguentemente, dei nostri serbatoi, ma se è bastato intervenire “correggendo” la distribuzione della risorsa per riavere acqua a sufficienza, questo ci dice che il problema reale non è quello dell’acqua a disposizione.  

E allora perché chiedere addirittura 100 litri di acqua al secondo all’Acquedotto Pugliese (tra l’altro, come arriverebbero a destinazione? In virtù di quale progetto? Finanziato da chi?), se in verità quella che abbiamo è addirittura il doppio rispetto al fabbisogno effettivo? Non sarebbe sufficiente intervenire, quello si, ad effettuare quelle riparazioni già programmate e ipoteticamente finanziate nel 2012 con l’approvazione del piano d’ambito? Non si potrebbe recuperare l’acquedotto che parte dalla località Cerasa di Montella (Av) e che, costeggiando la SS164, potrebbe arrivare fino al Monte e che, invece, giace abbandonato a se stesso all’interno di una cava dismessa? Non si potrebbe completare il rifacimento della rete urbana, per quelle zone che nel 2008 non furono interessate dai lavori di sistemazione concordati dal comune e realizzati insieme all’Alto Calore? E non si potrebbe, infine, ragionare anche sugli interventi necessari per garantire il minimo deflusso vitale del fiume? Del resto, ribadiamo, gran parte di questi interventi sono già stati programmati.

E’ indispensabile  una progettazione a medio e lungo termine, non un palliativo per l’emergenza (che per qualcuno è stata, addirittura, una sagra!). Il problema climatico non si risolverà con delle piogge o con una nevicata; dovremo prepararci ad affrontare dei cicli stagionali per noi insoliti. Occorre, altresì, educare la popolazione ad un uso personale coscienzioso della risorsa idrica nella quotidianità, limitando ed evitando gli sprechi.

Non ci sembra possibile un intervento risolutivo a breve termine (probabilmente nemmeno più necessario). Ma per temi come quello ambientale e di gestione delle risorse primarie non si può più fare a meno di programmare ed attuare degli interventi seri da parte, in primo luogo, della Regione.

                                                                                                                    Circolo “E. Berlinguer” di Montella

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