PRIMO PIANO SECONDO ARTICOLOIn questo secondo articolo Pinuccio Delli Gatti narra dei minuti successivi alla tremenda scossa del 23 novembre del 1980 e sembra ci faccia rivivere quei brutti momenti attraverso la sua esperienza di medico nel tentativo di prestare soccorso alle persone rimaste sotto le macerie. Le sue frasi brevi, ma significative, e poi la chiusura di questo articolo con la frase “Il sole di domani troverà sul nostro volto una ruga in più “ ….. ancora tremendamente attuale a distanza di quasi 40 anni.


Pietro Perrotta

QUELLA NOTTE

Erano trascorsi pochi minuti dalla scossa, il tempo di riunirsi e di incontrarsi.
Era stato tremendo. Il fatto di essere vivi era la cosa più importante, forse l’unica.
Ognuno nel minuto del boato aveva avuto la lucida certezza di rimanere sotto le pietre o la fredda disperazione di non vedere più persone care.
Paura ? Parecchia ! Soffusa da una profonda tristezza come d’incombenza di morte. La liberazione di vedersi all’aperto, lontano dalle case.
I primi minuti era stato un rincorrersi affannoso. Tra le pietre e la polvere nel buio squarciato dai fari le famiglie si cercavano. Non si avevano le dimensioni totali del dramma. Ognuno cercava la moglie, i figli, la madre, il fratello.
Ogni tanto una notizia straziante : la pizzeria è a terra. A Fontana non si capisce niente, il Corso è bloccato.
Un abbraccio, un pianto, ognuno seguendo fili misteriosi rintracciava persone amiche e familiari.
A sangue caldo molti erano rientrati in casa ad arraffare coperte, maglie, cappotti, stranamente niente da mangiare. Ora tremano le gambe. Tutti al largo, al Comune. Finalmente una luce che non sia il faro di una macchina.
La batteria di un camion, una lampadina, un lettino, un armadietto, un medico in pigiama : il pronto soccorso, il primo punto di riferimento. Un ferito, è di Volturara tra polvere e sangue, parla di morti e di case distrutte.
Insieme arrivano i medici e i feriti . Si disinfetta, si cuce, si fascia.
In silenzio si soffre come in un incubo sognato da un altro. Una strana umanità riempie la piazza. Si accendono i fuochi, si aspetta, ci si organizza con le macchine.
Non sono ancora le otto. La radio trasmette notizie confuse e frammentarie. Epicentro a Nord di Eboli . Invano uomini e donne avvolti nelle coperte, in vestaglia o con l’abito buono di quella domenica cercano notizie precise.
Un riferimento naturale : La Caserma dei Carabinieri.
La raggiungiamo in macchina con il Sindaco ed il Vice Sindaco. Passiamo per via Giardino, il Corso è un fondo di cava. Il tetto completamente crollato, la sala radio è caduta. Gli appelli delle macchine non trovano risposta.

Parecchi militi tra cui il Capitano, sono feriti. Un anziano appuntato, bianco, completamente bianco di polvere ha gli occhi di chi sta sull’orlo del baratro.
Darsi da fare. Ci sono forse dei morti, non si sa quanti. Piedipastini : una casa è crollata. Sotto vecchi e bambini. Andiamo.

In un portone che minaccia di crollare una torcia illumina la barba rossa di Angelo Capone . Scava. E’ geologo. Ma questa volta strappa una vita, sotto di lui Giovanni Palatucci, oramai una maschera di terra e sudore. Ci sono altri volontari, un’anziana signora è incastrata a mezza vita. Parla, sta relativamente bene.
La rivedremo al pronto soccorso distesa in un furgone in attesa di ricovero. Sotto di lei solo morti, 4. Alla luce delle auto via Casaliello sembra una discarica di pietre.
Si gridano nomi, solo pochi non rispondono. Una serie incredibile di circostanze fortunate o più fideisticamente un miracolo.
La distruzione è immane, i morti pochi. A S. Lucia è disperso un bambino, le pietre restituiranno solo un corpo senza vita.
La parte nuova del paese sembra abbastanza risparmiata.
La luce del giorno dopo paleserà mille crepe e mille lesioni. I rioni alti. Anche qui si cerca qualcuno. Le ricerche finiscono davanti ad un cumulo di macerie. Un piccolo cumulo che ha preteso un contributo di sangue.
La situazione ora è più chiara. I morti sono 8, qualcuno è disperso, moltissimi i feriti.
Contiamo gli uomini perché adesso essi contano. Alle case non pensiamo.
Davanti al Comune la luce del pronto soccorso fa da richiamo.
La gente aumenta. I fuochi riscaldano vecchia avvolti da coperte e bimbi avvolti dalle braccia delle madri. Tutti intorno macchine, furgoni, anche un pullman per chi non ha di meglio. Dopo un’ora e mezza arrivano dei feriti gravi. Erano corsi a S. Angelo dei Lombardi.
Ora l’ospedale zonale è schiacciato su se stesso come un castello di carta crollato. Con i feriti alcuni malati. Si organizza alla meglio il trasferimento in un altro ospedale. C’è un’ambulanza del Comune di Bagnoli Irpino. Ci sono due furgoni, ma dove andare ? Forse Avellino è distrutta. Forse, forse, forse…
Per ora cerchiamo invano una certezza. La notte trascorre, non fa troppo freddo.
Sotto al Comune il Sindaco e i Consiglieri comunali cercano di stabilire dei contatti con le Autorità. Quali ? Dove ? Come ? Dopo un po’ tutto si placa, ognuna ha un fuoco a cui scaldarsi. Un ferito da consolare. Un bambino da coprire. Un vecchio da guardare. C’è chi ha un morto da piangere o un disperso da straziarsi l’anima.
La seconda scossa trova un paese all’aperto. Non fa danni alle persone. Poi una dopo l’altra decine di scosse , finchè non perdiamo il conto a contarle.
Qualcuno riesce ad appisolarsi in macchina. Il sole di domani troverà sul nostro volto una ruga in più , profonda e marcata, la ruga del terremoto, sorella a quella della miseria, dell’emigrazione, della disoccupazione. Maschera atroce ha il Sud.
Pinuccio Delli Gatti